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Crisi d'identità o mi sono persa qualcosa? -
Posso essere onesta? Posso.
Pretenzioso e inconcludente: sospetto che il colpo in testa l'abbia ricevuto l'autore. - — May 16, 2012 | Add your feedback
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Quanto profondo è il troppo profondo del male? -
Personaggi come Paolini sono eroi della cultura: non per i temi che trattano, ma per come scelgono di farlo.
Tutto, in potenza, è ‘conoscenza’ e ‘arricchimento’. Poco resta, tuttavia, se la via d’accesso è un filo spinato che si apre solo davanti agli addetti ai lavori.
Paolini dice di sé che ... (continue) - — May 8, 2012 | Add your feedback
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Il bambino indaco
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Ho letto questo libro spinta dallo spam selvaggio che l’Editore ha perpetrato nel mio account twitter.
L’ho letto con il desiderio di dirne male, per pura (e infantile) ritorsione.
L’ho letto e l’amarezza che mi ha lasciato non è di quelle che sfociano, tuttavia, in una critica impietosa.
Il bamb ... (continue)
Ho letto questo libro spinta dallo spam selvaggio che l’Editore ha perpetrato nel mio account twitter.
L’ho letto con il desiderio di dirne male, per pura (e infantile) ritorsione.
L’ho letto e l’amarezza che mi ha lasciato non è di quelle che sfociano, tuttavia, in una critica impietosa.
Il bambino indaco non è un bel libro: non è scritto particolarmente bene, prima di tutto (lo stile di Franzoso, piatto e monocorde, manca del tutto di empatia. La tragedia in essere è un catalogo di eventi, depersonalizzato e sviluppato per ‘accatastamento’ di fatti); non racconta una vicenda che qualcuno potrebbe avere il desiderio di sfogliare, a meno di non avere qualche serio problema con la vita e la felicità.
Sono proprio questi elementi, tuttavia, la spia di un lavoro di scrittura più minuzioso e pregevole di quello che s’intuisce a una prima scorsa, poiché la chiave della comprensione del tutto sta in un fuoco diretto sviluppato con estrema coerenza.
Il bambino indaco non è una storia di anoressia esaltata e maltrattamento infantile, a mio avviso, ma dell’inettitudine di un uomo che subisce la vita, gli altri, gli eventi senza mai trovare in sé la forza (o la voglia) di compiere un atto di coraggio, di autodeterminazione.
Isabel, fredda, pazza, sgradevole, è tale perché filtrata dagli occhi di un maldestro idiota che non capisce, non vuole capire e perpetra il vittimismo come risposta a un buco nero di cui si accorge, sì, ma che non elabora mai del tutto.
La figura della madre, salvifica perché protegge e decide (fino alle estreme conseguenze), completa il ritratto di una virilità castrata, succube di un femminino colto nei suoi estremi: quello che divora (anche se metaforicamente) e quello che nutre.
Come parabola di un inetto, Il bambino indaco è un’opera che fotografa il reale con estrema verosimiglianza: un uomo debole, che ha del tutto abdicato al proprio ruolo; una donna ossessionata e ossessionante, schiava di allucinazioni e nevrosi; assistenti sociali distratti e incapaci, figli di una burocrazia kafkiana, compongono un mosaico da cronaca quotidiana.
Cosa manca? A mio avviso, l’elaborazione. La storia è interessante e plausibile, gli ingredienti per una pagina di carne ci sono tutti, ma l’Autore non supera mai lo scheletro nudo del cliché, della semplificazione. I personaggi sono bianchi o neri; persino nella tragedia vince l’idea di una Libra Superiore, di una Giustizia che salva e ristabilisce l’ordine.
Se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere questo piccolo romanzo, opterei senz’altro per ‘irritante’. È dal prurito, tuttavia, che a volte nascono le riflessioni migliori ed è per questo che, malgrado gli innegabili limiti, Il bambino indaco non merita una bocciatura.
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