I read it thanks to my English teacher, who lent it to me. I expected more analysis on the present, more case studies, and less history of philosophy. But it is worthy of a thorough reading and deep reflection. As a coincidence, while I was reading it, I saw Michael Moore's "Fahrenheit 9/11" again.
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I read it thanks to my English teacher, who lent it to me. I expected more analysis on the present, more case studies, and less history of philosophy. But it is worthy of a thorough reading and deep reflection. As a coincidence, while I was reading it, I saw Michael Moore's "Fahrenheit 9/11" again. Even today it remains something to be told about to our nephews: “Remember that this came about” (Meditate che questo è stato), as Primo Levi wrote. How fear may cloud and disrupt intelligence; subjective certitude may corrupt and replace objective certainty; lie can comfortably rule for years in a nightmare that, unfortunately, has nothing to do with dreams, but facts.
C'era una volta, nel 1989, una grande trasmissione tv (e un libro pubblicato sull'onda del suo successo): la notte della repubblica, di Sergio Zavoli. Il titolo implicava che c'era stato un momento buio, una "notte della repubblica", quindi uscimmo a riveder le stelle. Non era nulla di consolatorio,
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C'era una volta, nel 1989, una grande trasmissione tv (e un libro pubblicato sull'onda del suo successo): la notte della repubblica, di Sergio Zavoli. Il titolo implicava che c'era stato un momento buio, una "notte della repubblica", quindi uscimmo a riveder le stelle. Non era nulla di consolatorio, ma Zavoli è grande giornalista, "storiografo dell'istante". Gotor invece è uno storico e guarda al lungo periodo, intraprende il suo viaggio al termine della notte della repubblica, collocandola in un più ampio spettro temporale, in un'indagine sul potere italiano, le sue tare secolari. Una prospettiva secondo cui la cesura tra prima e seconda repubblica non va collocata nel 1994 (il discorso della "discesa in campo" via tv del Cavaliere), ma va spostata indietro, in una transizione lunga che comincia e finisce con i due ritrovamenti del memoriale Moro (1978 e 1990). Così emergono le continuità tra certa sinistra extraparlamentare e i leghismi e gli attacchi alla costituzione di oggi, le campagne giornalistiche contro Moro e Dalla Chiesa a inizio anni '90 - "la macchina del fango" parte da lontano anch'essa -, un'analisi della strategia difensiva Giulio Andreotti a processo a ricordare che esiste un tribunale della storia, ma che la storia non si fa nei tribunali... gli spunti sono tantissimi e tutti convincenti perché condotti con grande rigore metodologico. E' la storia, bellezza.
Il marketing che qui si usa come metodo d'analisi e prospettiva, è più vicino alla sfera economica che alle scienze della comunicazione. Basta davvero, come spesso sembra nell'epoca dell'arcitipico, registrare un prodotto nel registro europeo delle indicazioni geografiche (Dop, Igp, Stg) per afferma
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Il marketing che qui si usa come metodo d'analisi e prospettiva, è più vicino alla sfera economica che alle scienze della comunicazione. Basta davvero, come spesso sembra nell'epoca dell'arcitipico, registrare un prodotto nel registro europeo delle indicazioni geografiche (Dop, Igp, Stg) per affermarsi in un mercato globale sempre più competitivo? Quanto valgono le Dop a livello europeo? Ha senso esaltarsi perché l'Italia guida la classifica del numero dei prodotti registrati? E quanto valgono? Quanto può andare lontano la qualità se il suo tessuto produttivo è frammentario e sfilacciato? Quando si decide di avviare le pratiche per la registrazione di un prodotto, ci si rende conto che - almeno per ora - si tratta di un marchio di tutela e non di uno strumento di marketing in senso proprio? Ad alcune di queste domande "il marketing dei prodotti tipici" dà una risposta, altre contribuisce a farle formare in modo compiuto. Cosa fondamentale, non ci sono mai slogan, fuori dal modello "risposte semplici per problemi complicati", bello, comodo, ma non sempre applicabile.
Primo, ben documentato, testo in italiano sul "land grabbing" - l'accaparramento della terra, ovvero l'aumento delle "acquisizioni di terra su larga scala" nei paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali e fondi sovrani. Fenomeno dalle conseguenze ancora incerte, tema di cui si parla molto a
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Primo, ben documentato, testo in italiano sul "land grabbing" - l'accaparramento della terra, ovvero l'aumento delle "acquisizioni di terra su larga scala" nei paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali e fondi sovrani. Fenomeno dalle conseguenze ancora incerte, tema di cui si parla molto all'estero ma da noi invece no. Unico organo di stampa "generalista" ad averne scritto, mi pare sia stato il Corriere della Sera. Un po' come la food security, se ne parla da più di un lustro in tutto il mondo, da noi invece no. tranne poi trovarsi migliaia di disperati che spingono alle frontiere affamati di pane e democrazia, cascare dal pero e farsi prendere da crisi isteriche per lo "tsunami umano". Da anni invece esistono trasmissioni giornalistiche sul tema del land grabbing, come questa: http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/laser/2010/09/09/land-grabbing.html. Il primo caso di LG lo ha raccontato un quotidiano, il Financial Times. Va beh... "il nuovo colonialismo" ha un approccio agile e immediato, forse l'unico possibile per raccontare materia viva e in continua evoluzione. La parte che ho trovato più interessante è l'ultima, quando si citano gli investimenti diretti stranieri "virtuosi" sulla terra dei PVS. Consigliato a chi vuole avvicinarsi a un tema complesso ma di grande importanza.
Rimuginate su un concetto per molto tempo, ritorna per anni. Poi arriva uno e nel giro di qualche centinaio di pagine (o di qualche minuto/ora, dipende dal medium) dà compattezza e senso a quella che sembrava farragine indiscriminata. E' l'effetto che mi ha fatto "la natura della tecnologia". L'auto
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Rimuginate su un concetto per molto tempo, ritorna per anni. Poi arriva uno e nel giro di qualche centinaio di pagine (o di qualche minuto/ora, dipende dal medium) dà compattezza e senso a quella che sembrava farragine indiscriminata. E' l'effetto che mi ha fatto "la natura della tecnologia". L'autore lo dice nell'incipit, quando consideriamo la tecnologia abbiamo il vizio di dimenticare il "logos" che la compone. Non che non esista un "pensiero" sulla tecnologia. Il tema è stato già abbondantemente affrontato in passato da quelli che il logos lo praticano per mestiere, i filosofi. Questo libro è invece scritto da un ingegnere economista. Era ora che riflessioni di questo tipo arrivassero anche dalla sponda "tecnica" oltre che da quella "umanistica" - separazione che, tra l'altro, dopo aver letto il libro, si conferma nella sua inconsistenza. Per procedere nel suo ragionamento Arthur utilizza una quantità di esempi e finisce per regalarci delle genealogie, in cui emergono i legami di parentela delle varie tecnologie tra loro. Per mantenere una prosa diretta, Arthur utilizza a man bassa l'analogia. Strumento retorico potente ma pericoloso, basta un nulla per scivolare (nell'omologia) e allora tutto è tecnologia, tutto è uguale a tutto e morta lì. A volte la mano gli scappa, ma in modo tutto sommato accettabile. In fondo, ha iniziato una missione immane, organizzare un logos sulla tecnologia che sia comprensibile e accessibile ai più. Semplice, non banale.
Abuse of Evil
I read it thanks to my English teacher, who lent it to me. I expected more analysis on the present, more case studies, and less history of philosophy. But it is worthy of a thorough reading and deep reflection. As a coincidence, while I was reading it, I saw Michael Moore's "Fahrenheit 9/11" again. ... (continue)
I read it thanks to my English teacher, who lent it to me. I expected more analysis on the present, more case studies, and less history of philosophy. But it is worthy of a thorough reading and deep reflection. As a coincidence, while I was reading it, I saw Michael Moore's "Fahrenheit 9/11" again. Even today it remains something to be told about to our nephews: “Remember that this came about” (Meditate che questo è stato), as Primo Levi wrote. How fear may cloud and disrupt intelligence; subjective certitude may corrupt and replace objective certainty; lie can comfortably rule for years in a nightmare that, unfortunately, has nothing to do with dreams, but facts.
Il memoriale della Repubblica
C'era una volta, nel 1989, una grande trasmissione tv (e un libro pubblicato sull'onda del suo successo): la notte della repubblica, di Sergio Zavoli. Il titolo implicava che c'era stato un momento buio, una "notte della repubblica", quindi uscimmo a riveder le stelle. Non era nulla di consolatorio, ... (continue)
C'era una volta, nel 1989, una grande trasmissione tv (e un libro pubblicato sull'onda del suo successo): la notte della repubblica, di Sergio Zavoli. Il titolo implicava che c'era stato un momento buio, una "notte della repubblica", quindi uscimmo a riveder le stelle. Non era nulla di consolatorio, ma Zavoli è grande giornalista, "storiografo dell'istante". Gotor invece è uno storico e guarda al lungo periodo, intraprende il suo viaggio al termine della notte della repubblica, collocandola in un più ampio spettro temporale, in un'indagine sul potere italiano, le sue tare secolari. Una prospettiva secondo cui la cesura tra prima e seconda repubblica non va collocata nel 1994 (il discorso della "discesa in campo" via tv del Cavaliere), ma va spostata indietro, in una transizione lunga che comincia e finisce con i due ritrovamenti del memoriale Moro (1978 e 1990). Così emergono le continuità tra certa sinistra extraparlamentare e i leghismi e gli attacchi alla costituzione di oggi, le campagne giornalistiche contro Moro e Dalla Chiesa a inizio anni '90 - "la macchina del fango" parte da lontano anch'essa -, un'analisi della strategia difensiva Giulio Andreotti a processo a ricordare che esiste un tribunale della storia, ma che la storia non si fa nei tribunali... gli spunti sono tantissimi e tutti convincenti perché condotti con grande rigore metodologico. E' la storia, bellezza.
Il marketing dei prodotti tipici
Il marketing che qui si usa come metodo d'analisi e prospettiva, è più vicino alla sfera economica che alle scienze della comunicazione. Basta davvero, come spesso sembra nell'epoca dell'arcitipico, registrare un prodotto nel registro europeo delle indicazioni geografiche (Dop, Igp, Stg) per afferma ... (continue)
Il marketing che qui si usa come metodo d'analisi e prospettiva, è più vicino alla sfera economica che alle scienze della comunicazione. Basta davvero, come spesso sembra nell'epoca dell'arcitipico, registrare un prodotto nel registro europeo delle indicazioni geografiche (Dop, Igp, Stg) per affermarsi in un mercato globale sempre più competitivo? Quanto valgono le Dop a livello europeo? Ha senso esaltarsi perché l'Italia guida la classifica del numero dei prodotti registrati? E quanto valgono? Quanto può andare lontano la qualità se il suo tessuto produttivo è frammentario e sfilacciato? Quando si decide di avviare le pratiche per la registrazione di un prodotto, ci si rende conto che - almeno per ora - si tratta di un marchio di tutela e non di uno strumento di marketing in senso proprio? Ad alcune di queste domande "il marketing dei prodotti tipici" dà una risposta, altre contribuisce a farle formare in modo compiuto. Cosa fondamentale, non ci sono mai slogan, fuori dal modello "risposte semplici per problemi complicati", bello, comodo, ma non sempre applicabile.
Il nuovo colonialismo. Caccia alle terre coltivabili
Primo, ben documentato, testo in italiano sul "land grabbing" - l'accaparramento della terra, ovvero l'aumento delle "acquisizioni di terra su larga scala" nei paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali e fondi sovrani. Fenomeno dalle conseguenze ancora incerte, tema di cui si parla molto a ... (continue)
Primo, ben documentato, testo in italiano sul "land grabbing" - l'accaparramento della terra, ovvero l'aumento delle "acquisizioni di terra su larga scala" nei paesi in via di sviluppo da parte di multinazionali e fondi sovrani. Fenomeno dalle conseguenze ancora incerte, tema di cui si parla molto all'estero ma da noi invece no. Unico organo di stampa "generalista" ad averne scritto, mi pare sia stato il Corriere della Sera. Un po' come la food security, se ne parla da più di un lustro in tutto il mondo, da noi invece no. tranne poi trovarsi migliaia di disperati che spingono alle frontiere affamati di pane e democrazia, cascare dal pero e farsi prendere da crisi isteriche per lo "tsunami umano". Da anni invece esistono trasmissioni giornalistiche sul tema del land grabbing, come questa: http://retedue.rsi.ch/home/networks/retedue/laser/2010/09/09/land-grabbing.html. Il primo caso di LG lo ha raccontato un quotidiano, il Financial Times. Va beh... "il nuovo colonialismo" ha un approccio agile e immediato, forse l'unico possibile per raccontare materia viva e in continua evoluzione. La parte che ho trovato più interessante è l'ultima, quando si citano gli investimenti diretti stranieri "virtuosi" sulla terra dei PVS. Consigliato a chi vuole avvicinarsi a un tema complesso ma di grande importanza.
La natura della tecnologia
Rimuginate su un concetto per molto tempo, ritorna per anni. Poi arriva uno e nel giro di qualche centinaio di pagine (o di qualche minuto/ora, dipende dal medium) dà compattezza e senso a quella che sembrava farragine indiscriminata. E' l'effetto che mi ha fatto "la natura della tecnologia". L'auto ... (continue)
Rimuginate su un concetto per molto tempo, ritorna per anni. Poi arriva uno e nel giro di qualche centinaio di pagine (o di qualche minuto/ora, dipende dal medium) dà compattezza e senso a quella che sembrava farragine indiscriminata. E' l'effetto che mi ha fatto "la natura della tecnologia". L'autore lo dice nell'incipit, quando consideriamo la tecnologia abbiamo il vizio di dimenticare il "logos" che la compone. Non che non esista un "pensiero" sulla tecnologia. Il tema è stato già abbondantemente affrontato in passato da quelli che il logos lo praticano per mestiere, i filosofi. Questo libro è invece scritto da un ingegnere economista. Era ora che riflessioni di questo tipo arrivassero anche dalla sponda "tecnica" oltre che da quella "umanistica" - separazione che, tra l'altro, dopo aver letto il libro, si conferma nella sua inconsistenza. Per procedere nel suo ragionamento Arthur utilizza una quantità di esempi e finisce per regalarci delle genealogie, in cui emergono i legami di parentela delle varie tecnologie tra loro. Per mantenere una prosa diretta, Arthur utilizza a man bassa l'analogia. Strumento retorico potente ma pericoloso, basta un nulla per scivolare (nell'omologia) e allora tutto è tecnologia, tutto è uguale a tutto e morta lì. A volte la mano gli scappa, ma in modo tutto sommato accettabile. In fondo, ha iniziato una missione immane, organizzare un logos sulla tecnologia che sia comprensibile e accessibile ai più. Semplice, non banale.