Un altro pianeta si aggiunge all’universo wuminghiano. Point Lenana nasce dall’intrecciarsi delle narrazioni dell’ellroyano Wu Ming 1 e di Roberto Santachiara, il comandante Heriberto Cienfuegos e come ogni oggetto narrativo che scaturisce dalla fucina del collettivo bolognese fonde piani narrativi,
... (continue)
Un altro pianeta si aggiunge all’universo wuminghiano. Point Lenana nasce dall’intrecciarsi delle narrazioni dell’ellroyano Wu Ming 1 e di Roberto Santachiara, il comandante Heriberto Cienfuegos e come ogni oggetto narrativo che scaturisce dalla fucina del collettivo bolognese fonde piani narrativi, stilemi, temporalità storiche e ricerca di tutti quei segnali sottotraccia che combinano punti spesso sconosciuti che, uniti assieme in una ricerca che fa dell’infinito la sua cifra, esibiscono al lettore tracce di percorsi, di cammini. Tracce che portano verso vie poco battute e spesso sconosciute. Certo, Point Lenana è, come affermano gli stessi Autori, luogo narrativo e narrante che prende in parte le mosse anche da Timira, ma non solo. Point Lenana diviene, nel corso del suo snodarsi, momento imperdibile di contaminazioni e di fusioni che sfociano in una metanarratività che dal racconto approda al saggio e che dal saggio procede verso mete che fanno scoprire al lettore pieghe celate e ripugnanti della storia della nostra nazione. Point Lenana, nella sua affascinante dimostrazione che tutte le narrazioni sono sempre in qualche modo collegate, si trasfigura a sua volta in narrazione che vive di vita propria, trascendendo dagli stessi suoi artefici letterari, gli Autori, portando in superficie quelli che sono i veri artefici della narrazione, i protagonisti. Protagonisti di un’epifania storica di umana sofferenza e di incrollabile resistenza nei confronti di tutti i mostri che il sonno della ragione non ha mai, purtroppo, smesso di generare. E così l’intreccio, la fusione dei piani narrativi e temporali diviene simbolo di quell’intrecciarsi di accadimenti che mai hanno fine e che, spesso, segnano in modo indelebile destini di odio e di violenza. E in questo cammino, in questo percorso, in questa scalata verso la purezza della parola che si fa strumento di lucidità, Point Lenana non è la fine, Point Lenana è il principio. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/point…
Dieci anni sono occorsi a Mo Yan per approntare questo imponente affresco che dipinge la storia cinese degli ultimi decenni. Corposa e densa affabulazione di ricordi che l’io narrante semina nella narrazione, ricordi che lentamente tessono l’intreccio di questo romanzo che domina e doma il tempo, at
... (continue)
Dieci anni sono occorsi a Mo Yan per approntare questo imponente affresco che dipinge la storia cinese degli ultimi decenni. Corposa e densa affabulazione di ricordi che l’io narrante semina nella narrazione, ricordi che lentamente tessono l’intreccio di questo romanzo che domina e doma il tempo, attraverso la tecnica dell’Autore che fonde piani narrativi e piani temporali nell’affluire delle rimembranze che da personali divengono di un intero popolo-nazione e che accolgono il filo sottotraccia delle mutazioni, spesso impercettibili ma sempre definitive, avvenute dai tempi dogmatici della Rivoluzione Culturale, dominati dal libretto rosso del Grande Timoniere, fino a una contemporaneità che ormai (con)fonde certezze marxiane con le partite doppie del capitale. Mo Yan agisce con le parole nel denso brodo primordiale della nazione cinese, da sempre fruttifera di contaminazioni, di contraddizioni, di riflessi misteriosi e misterici che nascono dal suo essere al contempo confine e incubatrice del mondo. Cina. Gigante estremo, a volte vittima a volte carnefice, lento nel suo incedere così come dinamico è ed è stato nelle vesti di laboratorio universale di miti, credenze, idee. Cina. Espressione non solo geografica ma portatrice di sensuali ed anche efferate esperienze, luogo narrativo e narrante che affascina e circonda nel suo abbraccio salvifico ma anche letale. Se nel XIX secolo nacque, in quella protesi comunque asiatica che è l’Europa (o l’Occidente, comunque), il mito della letteratura orientale, in special modo quella di derivazione indiana, è dai tempi di Marco Polo che la Cina è comunque vicina, tanto per citare Marco Bellocchio. E lo è in misura ancor più determinante in quanto oscuramente interprete delle nostre ossessioni letterarie (il Borges attento a certe misteriose e magiche immobilità estreme confuciane, più ancora che a certi erotismi ed esotismi da califfato di Baghdad), ancor più forse di quell’altro luogo narrativo e narrante che sono gli States, troppo diretti nel loro porsi di fronte a quella finzione che è più reale della realtà. MoYan costruisce, apparentemente circoscrivendolo alla tematica del controllo delle nascite da parte del governo cinese, un vero e proprio romanzo amniotico che funge, ancora una volta come è tipico della sua poetica, da laboratorio lussureggiante dalle cui provette prende vita il racconto degli aspetti fondamentali, immutabili e finali della storia dell’umanità, umanità intesa non come cifra spersonalizzata, bensì come somma di quello che ogni essere umano rappresenta e significa, nel più eroico bene come nel più detestabile male. Mo Yan, nelle vesti di conclusivo cantore di quella misteriosa e affascinante, ma anche a volte spietata e ripugnante, collettività che risponde al nome di homo sapiens, sa appellarsi, nel suo incedere narrativo, a tematiche che prescindono dalla spesso ineludibile opportunità delle epoche storiche, trasfigurandosi così, come è necessità del narratore che vuole essere poeta del tempo più ancora che dei tempi, in imprescindibile narratore dell’universo delle storie. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/le-ra…
Sublimi e deliziose imposture, destrutturazioni del romanzo moderno e postmoderno, tecnica del cut- up portata alle sue letterarie (e perciò definitive nel senso dello stilema borgesiano) estreme conseguenze. Vogliamo sempre sapere tutto di Burroughs, seminatore incessante di affascinanti posture na
... (continue)
Sublimi e deliziose imposture, destrutturazioni del romanzo moderno e postmoderno, tecnica del cut- up portata alle sue letterarie (e perciò definitive nel senso dello stilema borgesiano) estreme conseguenze. Vogliamo sempre sapere tutto di Burroughs, seminatore incessante di affascinanti posture narrative, affastellatore instancabile di definizioni che (ri)vivono incessanti nella leggenda della cultura pop, nella leggenda della cultura underground, angosciosamente vitali come i riflessi dissezionati degli esseri psichici (o psicotici) che popolano la base spaziale di Solaris. Mimesis dà alle stampe questa sceneggiatura, questa zona letteraria temporaneamente autonoma, paradigma hakimbeyano totalizzante. E così come l’espressione Heavy Metal fu mutuata e lanciata nell’universo fonico proprio da produzioni burroughsiane, così Ridley Scott si innamora del titolo (Blade Runner) di questa manifestazione letteraria del grande beatnik (definizione comunque riduttiva per Burroughs) e ne enuclea il titolo applicandolo con copia incolla geniale (autorizzato, ça va sans dire, dall’Autore delle passate e tragiche esperienze tangerine) a quella che fu la consacrazione filmica di Philip Dick. Caleidoscopio assoluto di allucinatorie espressività, grembo gravido di tutto ciò che nasce dalle correnti sotterranee della letteratura, congegno assoluto di enunciazioni nascenti dal subliminale e acido universo delle teorie del complotto alla Cointelpro, questa sceneggiatura-romanzo-racconto breve si staglia come una struttura reichiana che tutto comprende. Molto prima dei postmoderni, molto prima di Leary, molto prima di contenitori clandestini come la Amok Press. Seduto in una stanza disadorna al numero 9 di rue Gît-le-Coeur, Burroughs ci guarda con la stranita consapevolezza di chi ha conosciuto l’inconoscibile. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/blade…
C’è un fardello che ogni lettore porta con sé. È il fardello delle parole lette, delle parole condivise, delle parole che ne hanno dolcemente invaso l’anima. C’è un rifugio dove ogni lettore trova, forse, riposo. È il rifugio dei libri che ha letto, amato, odiato. È il rifugio della perenne bibliote
... (continue)
C’è un fardello che ogni lettore porta con sé. È il fardello delle parole lette, delle parole condivise, delle parole che ne hanno dolcemente invaso l’anima. C’è un rifugio dove ogni lettore trova, forse, riposo. È il rifugio dei libri che ha letto, amato, odiato. È il rifugio della perenne biblioteca borgesianamente infinita, così come infinite sono le storie che vivono in quella biblioteca. Quella perenne biblioteca che ne ha lenito i dolori, le disperazioni. Quella perenne biblioteca che ne ha certificato le gioie. C’è un passato nella memoria del lettore. Un passato che ne ha testimoniato il presente. Un passato fatto dei suoni delle frasi, del ritmo degli stilemi. Come uno stemma araldico, segnatura definitiva di ciò che il lettore è stato, è e sarà, figure e visi, ghigni e posture di personaggi e autori vanno a costruire un bestiario metafisicamente medievale che come un santino o, meglio, un ex voto vive nelle segrete tasche di chi ha avuto commercio con le storie che vivono nei libri. C’è una storia che è (deve essere, forse) tutte le storie. C’è una storia che racconta e si racconta con le parole di altre storie. C’è (ci deve essere, forse) un libro che è tutti i libri. Un libro fatto di libri. Un libro che racconta il mostruoso piacere del perdersi nella lettura, del perdersi in quella contraffazione più reale della realtà che è la narrazione. Memorie, echi, risonanze. Vestigia di Poe, Stevenson, Dickens, Mary Shelley. Simulacri divini e tragici che si trasfigurano in una chimera feroce e, al contempo, domesticamente assisa sul corpo stupito di un lettore onnivoro e divorato dall’eterna impossibilità della lettura. Tutto è destinato inevitabilmente a passare sotto il giogo di quel mutamento che forse è morte, sconfinata entropia che tutto ingurgita e che è visione assoluta dell’universo. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/di-be…
Sono sicuro che moltissimi di coloro che leggeranno questo post appartengono a quella schiera di frequentatori di librerie che, ogni volta che di una di esse varca la soglia, si reca immantinente ad osservare lo scaffale dai colori definitivi dei libri Adelphi. L’impronta dell’editore è il libro che
... (continue)
Sono sicuro che moltissimi di coloro che leggeranno questo post appartengono a quella schiera di frequentatori di librerie che, ogni volta che di una di esse varca la soglia, si reca immantinente ad osservare lo scaffale dai colori definitivi dei libri Adelphi. L’impronta dell’editore è il libro che molti lettori delle opere di Adelphi aspettavano. Un libro che non dà solo risposte alle molte domande sull'universo editoriale, ma che, in modo elegante e fermo, pone alla nostra attenzione il punto di vista di un editore di razza come Roberto Calasso. Come nasce una casa editrice, quali ne sono gli elementi che la caratterizzano, quali sono le prospettive di un’editoria che vive mutazioni epocali e attese forse inquietanti. E, come una singolarità dalle particolari esigenze e dalle affascinanti prospettive, una casa editrice è non soltanto luogo di produzione libraria e culturale, ma vero e proprio essere vivente, portatore di desideri, di passioni, di sentimenti. Roberto Calasso racconta gli inizi di Adelphi, chiarisce quel misterioso rapporto che unisce i testi di una collana, quel comune sentire che si trasfigura in suono delle parole, in ritmo, in unicità. Quell’unicità che permea quei libri che riescono a vivere al di là dei loro stessi autori. L’impronta dell’editore è l’ideale seguito di Cento lettere a uno sconosciuto e come tale è uno di quei libri che hanno la capacità di raccontare quel filo invisibile che tutto unisce nei libri, negli autori e nelle storie. Non soltanto saggio, ma anche testimonianza autentica sulla nascita di una delle più significative case editrici italiane L’impronta dell’editore può essere letto sia come un vademecum per comprendere tutto quello che volevamo sapere su Adelphi, sia come utile baedeker per capire gli scenari e gli sviluppi futuri dell’editoria. Ma soprattutto è un inno all'eterna immanenza dei libri. "E l’autore, dopo quel libro, sarebbe tornato a confondersi nell’anonimato. Forse perché non intendeva essere scrittore di un’opera ma perché un’opera (quel singolo libro) si era servita di lui per esistere." http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/limpr…
Point Lenana
Un altro pianeta si aggiunge all’universo wuminghiano. Point Lenana nasce dall’intrecciarsi delle narrazioni dell’ellroyano Wu Ming 1 e di Roberto Santachiara, il comandante Heriberto Cienfuegos e come ogni oggetto narrativo che scaturisce dalla fucina del collettivo bolognese fonde piani narrativi, ... (continue)
Un altro pianeta si aggiunge all’universo wuminghiano. Point Lenana nasce dall’intrecciarsi delle narrazioni dell’ellroyano Wu Ming 1 e di Roberto Santachiara, il comandante Heriberto Cienfuegos e come ogni oggetto narrativo che scaturisce dalla fucina del collettivo bolognese fonde piani narrativi, stilemi, temporalità storiche e ricerca di tutti quei segnali sottotraccia che combinano punti spesso sconosciuti che, uniti assieme in una ricerca che fa dell’infinito la sua cifra, esibiscono al lettore tracce di percorsi, di cammini. Tracce che portano verso vie poco battute e spesso sconosciute.
Certo, Point Lenana è, come affermano gli stessi Autori, luogo narrativo e narrante che prende in parte le mosse anche da Timira, ma non solo. Point Lenana diviene, nel corso del suo snodarsi, momento imperdibile di contaminazioni e di fusioni che sfociano in una metanarratività che dal racconto approda al saggio e che dal saggio procede verso mete che fanno scoprire al lettore pieghe celate e ripugnanti della storia della nostra nazione.
Point Lenana, nella sua affascinante dimostrazione che tutte le narrazioni sono sempre in qualche modo collegate, si trasfigura a sua volta in narrazione che vive di vita propria, trascendendo dagli stessi suoi artefici letterari, gli Autori, portando in superficie quelli che sono i veri artefici della narrazione, i protagonisti. Protagonisti di un’epifania storica di umana sofferenza e di incrollabile resistenza nei confronti di tutti i mostri che il sonno della ragione non ha mai, purtroppo, smesso di generare. E così l’intreccio, la fusione dei piani narrativi e temporali diviene simbolo di quell’intrecciarsi di accadimenti che mai hanno fine e che, spesso, segnano in modo indelebile destini di odio e di violenza. E in questo cammino, in questo percorso, in questa scalata verso la purezza della parola che si fa strumento di lucidità, Point Lenana non è la fine, Point Lenana è il principio.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/point…
Le rane
Dieci anni sono occorsi a Mo Yan per approntare questo imponente affresco che dipinge la storia cinese degli ultimi decenni. Corposa e densa affabulazione di ricordi che l’io narrante semina nella narrazione, ricordi che lentamente tessono l’intreccio di questo romanzo che domina e doma il tempo, at ... (continue)
Dieci anni sono occorsi a Mo Yan per approntare questo imponente affresco che dipinge la storia cinese degli ultimi decenni. Corposa e densa affabulazione di ricordi che l’io narrante semina nella narrazione, ricordi che lentamente tessono l’intreccio di questo romanzo che domina e doma il tempo, attraverso la tecnica dell’Autore che fonde piani narrativi e piani temporali nell’affluire delle rimembranze che da personali divengono di un intero popolo-nazione e che accolgono il filo sottotraccia delle mutazioni, spesso impercettibili ma sempre definitive, avvenute dai tempi dogmatici della Rivoluzione Culturale, dominati dal libretto rosso del Grande Timoniere, fino a una contemporaneità che ormai (con)fonde certezze marxiane con le partite doppie del capitale. Mo Yan agisce con le parole nel denso brodo primordiale della nazione cinese, da sempre fruttifera di contaminazioni, di contraddizioni, di riflessi misteriosi e misterici che nascono dal suo essere al contempo confine e incubatrice del mondo. Cina. Gigante estremo, a volte vittima a volte carnefice, lento nel suo incedere così come dinamico è ed è stato nelle vesti di laboratorio universale di miti, credenze, idee. Cina. Espressione non solo geografica ma portatrice di sensuali ed anche efferate esperienze, luogo narrativo e narrante che affascina e circonda nel suo abbraccio salvifico ma anche letale. Se nel XIX secolo nacque, in quella protesi comunque asiatica che è l’Europa (o l’Occidente, comunque), il mito della letteratura orientale, in special modo quella di derivazione indiana, è dai tempi di Marco Polo che la Cina è comunque vicina, tanto per citare Marco Bellocchio. E lo è in misura ancor più determinante in quanto oscuramente interprete delle nostre ossessioni letterarie (il Borges attento a certe misteriose e magiche immobilità estreme confuciane, più ancora che a certi erotismi ed esotismi da califfato di Baghdad), ancor più forse di quell’altro luogo narrativo e narrante che sono gli States, troppo diretti nel loro porsi di fronte a quella finzione che è più reale della realtà. MoYan costruisce, apparentemente circoscrivendolo alla tematica del controllo delle nascite da parte del governo cinese, un vero e proprio romanzo amniotico che funge, ancora una volta come è tipico della sua poetica, da laboratorio lussureggiante dalle cui provette prende vita il racconto degli aspetti fondamentali, immutabili e finali della storia dell’umanità, umanità intesa non come cifra spersonalizzata, bensì come somma di quello che ogni essere umano rappresenta e significa, nel più eroico bene come nel più detestabile male. Mo Yan, nelle vesti di conclusivo cantore di quella misteriosa e affascinante, ma anche a volte spietata e ripugnante, collettività che risponde al nome di homo sapiens, sa appellarsi, nel suo incedere narrativo, a tematiche che prescindono dalla spesso ineludibile opportunità delle epoche storiche, trasfigurandosi così, come è necessità del narratore che vuole essere poeta del tempo più ancora che dei tempi, in imprescindibile narratore dell’universo delle storie.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/le-ra…
Blade Runner, un film
Sublimi e deliziose imposture, destrutturazioni del romanzo moderno e postmoderno, tecnica del cut- up portata alle sue letterarie (e perciò definitive nel senso dello stilema borgesiano) estreme conseguenze. Vogliamo sempre sapere tutto di Burroughs, seminatore incessante di affascinanti posture na ... (continue)
Sublimi e deliziose imposture, destrutturazioni del romanzo moderno e postmoderno, tecnica del cut- up portata alle sue letterarie (e perciò definitive nel senso dello stilema borgesiano) estreme conseguenze. Vogliamo sempre sapere tutto di Burroughs, seminatore incessante di affascinanti posture narrative, affastellatore instancabile di definizioni che (ri)vivono incessanti nella leggenda della cultura pop, nella leggenda della cultura underground, angosciosamente vitali come i riflessi dissezionati degli esseri psichici (o psicotici) che popolano la base spaziale di Solaris.
Mimesis dà alle stampe questa sceneggiatura, questa zona letteraria temporaneamente autonoma, paradigma hakimbeyano totalizzante. E così come l’espressione Heavy Metal fu mutuata e lanciata nell’universo fonico proprio da produzioni burroughsiane, così Ridley Scott si innamora del titolo (Blade Runner) di questa manifestazione letteraria del grande beatnik (definizione comunque riduttiva per Burroughs) e ne enuclea il titolo applicandolo con copia incolla geniale (autorizzato, ça va sans dire, dall’Autore delle passate e tragiche esperienze tangerine) a quella che fu la consacrazione filmica di Philip Dick.
Caleidoscopio assoluto di allucinatorie espressività, grembo gravido di tutto ciò che nasce dalle correnti sotterranee della letteratura, congegno assoluto di enunciazioni nascenti dal subliminale e acido universo delle teorie del complotto alla Cointelpro, questa sceneggiatura-romanzo-racconto breve si staglia come una struttura reichiana che tutto comprende.
Molto prima dei postmoderni, molto prima di Leary, molto prima di contenitori clandestini come la Amok Press.
Seduto in una stanza disadorna al numero 9 di rue Gît-le-Coeur, Burroughs ci guarda con la stranita consapevolezza di chi ha conosciuto l’inconoscibile.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/blade…
Di bestia in bestia
C’è un fardello che ogni lettore porta con sé. È il fardello delle parole lette, delle parole condivise, delle parole che ne hanno dolcemente invaso l’anima. C’è un rifugio dove ogni lettore trova, forse, riposo. È il rifugio dei libri che ha letto, amato, odiato. È il rifugio della perenne bibliote ... (continue)
C’è un fardello che ogni lettore porta con sé. È il fardello delle parole lette, delle parole condivise, delle parole che ne hanno dolcemente invaso l’anima. C’è un rifugio dove ogni lettore trova, forse, riposo. È il rifugio dei libri che ha letto, amato, odiato. È il rifugio della perenne biblioteca borgesianamente infinita, così come infinite sono le storie che vivono in quella biblioteca. Quella perenne biblioteca che ne ha lenito i dolori, le disperazioni. Quella perenne biblioteca che ne ha certificato le gioie.
C’è un passato nella memoria del lettore. Un passato che ne ha testimoniato il presente. Un passato fatto dei suoni delle frasi, del ritmo degli stilemi.
Come uno stemma araldico, segnatura definitiva di ciò che il lettore è stato, è e sarà, figure e visi, ghigni e posture di personaggi e autori vanno a costruire un bestiario metafisicamente medievale che come un santino o, meglio, un ex voto vive nelle segrete tasche di chi ha avuto commercio con le storie che vivono nei libri.
C’è una storia che è (deve essere, forse) tutte le storie. C’è una storia che racconta e si racconta con le parole di altre storie.
C’è (ci deve essere, forse) un libro che è tutti i libri. Un libro fatto di libri. Un libro che racconta il mostruoso piacere del perdersi nella lettura, del perdersi in quella contraffazione più reale della realtà che è la narrazione.
Memorie, echi, risonanze. Vestigia di Poe, Stevenson, Dickens, Mary Shelley. Simulacri divini e tragici che si trasfigurano in una chimera feroce e, al contempo, domesticamente assisa sul corpo stupito di un lettore onnivoro e divorato dall’eterna impossibilità della lettura.
Tutto è destinato inevitabilmente a passare sotto il giogo di quel mutamento che forse è morte, sconfinata entropia che tutto ingurgita e che è visione assoluta dell’universo.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/di-be…
L'impronta dell'editore
Sono sicuro che moltissimi di coloro che leggeranno questo post appartengono a quella schiera di frequentatori di librerie che, ogni volta che di una di esse varca la soglia, si reca immantinente ad osservare lo scaffale dai colori definitivi dei libri Adelphi.continue)
L’impronta dell’editore è il libro che ... (
Sono sicuro che moltissimi di coloro che leggeranno questo post appartengono a quella schiera di frequentatori di librerie che, ogni volta che di una di esse varca la soglia, si reca immantinente ad osservare lo scaffale dai colori definitivi dei libri Adelphi.
L’impronta dell’editore è il libro che molti lettori delle opere di Adelphi aspettavano. Un libro che non dà solo risposte alle molte domande sull'universo editoriale, ma che, in modo elegante e fermo, pone alla nostra attenzione il punto di vista di un editore di razza come Roberto Calasso. Come nasce una casa editrice, quali ne sono gli elementi che la caratterizzano, quali sono le prospettive di un’editoria che vive mutazioni epocali e attese forse inquietanti. E, come una singolarità dalle particolari esigenze e dalle affascinanti prospettive, una casa editrice è non soltanto luogo di produzione libraria e culturale, ma vero e proprio essere vivente, portatore di desideri, di passioni, di sentimenti. Roberto Calasso racconta gli inizi di Adelphi, chiarisce quel misterioso rapporto che unisce i testi di una collana, quel comune sentire che si trasfigura in suono delle parole, in ritmo, in unicità. Quell’unicità che permea quei libri che riescono a vivere al di là dei loro stessi autori.
L’impronta dell’editore è l’ideale seguito di Cento lettere a uno sconosciuto e come tale è uno di quei libri che hanno la capacità di raccontare quel filo invisibile che tutto unisce nei libri, negli autori e nelle storie.
Non soltanto saggio, ma anche testimonianza autentica sulla nascita di una delle più significative case editrici italiane L’impronta dell’editore può essere letto sia come un vademecum per comprendere tutto quello che volevamo sapere su Adelphi, sia come utile baedeker per capire gli scenari e gli sviluppi futuri dell’editoria. Ma soprattutto è un inno all'eterna immanenza dei libri.
"E l’autore, dopo quel libro, sarebbe tornato a confondersi nell’anonimato. Forse perché non intendeva essere scrittore di un’opera ma perché un’opera (quel singolo libro) si era servita di lui per esistere."
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2013/05/limpr…