A volte mi chiedo quale sia il rapporto che noi lettori abbiamo con le prefazioni, quel muro di parole, apparentemente invalicabile, che si pone fra noi e il libro che non vediamo l’ora di incominciare. Qualcuno le salta a piè pari, qualcun altro le valuta, le annusa e poi decide se è il caso di leg
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A volte mi chiedo quale sia il rapporto che noi lettori abbiamo con le prefazioni, quel muro di parole, apparentemente invalicabile, che si pone fra noi e il libro che non vediamo l’ora di incominciare. Qualcuno le salta a piè pari, qualcun altro le valuta, le annusa e poi decide se è il caso di leggerle o di passare subito a soddisfare la sua voglia di lettura. Altri, fra i quali si ritrova chi scrive questo post, se le legge sempre, quasi come un preliminare (a volte noioso, riconosciamolo) in attesa di emozioni che si sperano soddisfacenti. Leggende americane raccoglie prefazioni e saggi introduttivi che Fernanda Pivano ha scritto nel corso della sua vita e che riguardano opere di Edgar Lee Masters, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Dorothy Parker e William Faulkner. E ancora una volta la grande bravura della Pivano, la sua capacità di unire vita e passione letteraria, fanno di questo libro, che a prima vista potrebbe sembrare una tradizionale raccolta di saggi, un’opera che riesce a vivere di vita propria. Per mezzo di uno stile incisivo, a volte cangiante e comunque sempre denso di partecipazione, Leggende americane si trasforma lentamente in una vera e propria testimonianza dove la scrittura della Pivano ha la stessa funzione che il colore ha nella mani di un ritrattista. Gli autori che descrive ci appaiono in tutta la loro grandezza, in tutta la loro genialità ineguagliabile, ma anche in tutta la loro sofferenza e, spesso, in tutta la loro inappellabile rovina. Cronista che sapientemente unisce interventi di analisi letteraria a momenti di biografia mai banali, Fernanda Pivano racconta un pezzo importante e significativo di storia della letteratura americana. Alla fine di questo libro avrete la sensazione di esservi avvicinati come non mai non soltanto agli autori che amate, ma anche al mistero delle loro vite e non potrete che condividere le parole che Allen Ginsberg ha dedicato proprio a Fernanda Pivano: “Lei, soltanto lei, è stata capace di attraversare, incontrare, unire, spiegare, raccontare oltre cinquant’anni della nostra letteratura”. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/04/legge…
Una notte. A Bucarest. Una notte che assomiglia a tante altre notti. Un incontro fortuito fra un ragazzo e una ragazza. Un incontro che apparentemente non è dissimile da tanti altri incontri. Ma sono sufficienti poche pagine per comprendere che l’apparente banalità di una situazione convenzionale al
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Una notte. A Bucarest. Una notte che assomiglia a tante altre notti. Un incontro fortuito fra un ragazzo e una ragazza. Un incontro che apparentemente non è dissimile da tanti altri incontri. Ma sono sufficienti poche pagine per comprendere che l’apparente banalità di una situazione convenzionale altro non è se non il prodromo di una storia angosciante. Una storia angosciante che la ragazza scriverà in una lunga lettera indirizzata al ragazzo che in quella notte l'ha incontrata. Il mondo è un reticolo infinito di racconti. Le nostre stesse vite sono il frutto del racconto che ne facciamo e che ne fanno gli altri. E questo reticolo è a volte squarciato da parole che fanno intravedere bagliori di inquietante orrore. Ana Maria Sandu costruisce con Uccidimi! una storia dai ritmi cadenzati che accompagnano il lettore alla scoperta di un abisso. Un abisso tanto più insondabile quanto più labile diviene il confine tra la realtà e il racconto di quella realtà, racconto che lentamente la sostituisce fino alla nascita di un ibrido in cui i personaggi finiranno con il perdersi. Il rapporto inizialmente amichevole, e poi via via sempre più simbioticamente morboso, fra la ventenne Ramona e la settantenne Veronica prende le mosse proprio dal racconto di una vita. Veronica, ossessionata dal ricordo degli uomini che ha amato nella sua giovinezza, coinvolge Ramona nella cronaca infinita delle reminiscenze del suo passato, un passato fortemente segnato da quegli amori appassionati e sofferti. Una cronaca infinita che avvolgerà Ramona come la tela di un ragno. Ben presto la realtà si fonderà con il ricordo, le strade di Bucarest diverranno la scenografia fittizia sul cui sfondo riappariranno avvenimenti parigini accaduti decine di anni prima, ossessioni giovanili prenderanno la forma di fantasmi invadenti e la giovane Ramona si trasformerà in confidente e depositaria di ricordi che a poco a poco si uniranno ai suoi. Veronica e Ramona saranno così unite in un feedback senza possibilità di salvezza, per mezzo del quale Veronica cercherà di rivivere gli amori perduti della sua giovinezza attraverso Ramona, ormai trasfigurata suo malgrado in una rivisitazione vivente del mito di Dorian Gray. Come in un film di Polansky le parti si invertono e si confondono, il carnefice diventa vittima e la vittima si farà carnefice. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/04/uccid…
Un presente intenso, ferito, difficile, sanguinante. Un passato duro, confuso, vissuto, sofferto. Uno scaturire fitto, di sentimenti e di emozioni. Un flusso di parole che nasconde un fiotto di passioni. Una magistrale fusione di ematomi dell’anima e di ferite del corpo che trapelano da stilemi che
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Un presente intenso, ferito, difficile, sanguinante. Un passato duro, confuso, vissuto, sofferto. Uno scaturire fitto, di sentimenti e di emozioni. Un flusso di parole che nasconde un fiotto di passioni. Una magistrale fusione di ematomi dell’anima e di ferite del corpo che trapelano da stilemi che amalgamano lo scorrere del tempo, l’affabulazione dei personaggi, l’esterno delle circostanze e dei fatti che penetra nell’interno più intimo della vita e del vivere. Limbo è una narrazione che coinvolge completamente il lettore, lo accompagna, lo costringe a un continuo confronto nella più pura tradizione della catarsi rigeneratrice. Non è possibile uscire indenni dalla lettura di questo romanzo ed è un bene, perché Limbo va oltre la semplice struttura letteraria, sino a diventare rivelazione dei contrasti e delle contraddizioni della nostra contemporaneità. Melania G. Mazzucco scrive una storia che si fa interprete dei tempi, prendendo spunto proprio dalle manifestazioni consolidate della narrazione collettiva e condivisa: la guerra, anzi le nuove guerre, lo sradicamento delle periferie, l’annichilimento di una società che più non sa riconoscersi, la criminalità organizzata. Manifestazioni che, grazie alla scrittura sorvegliata e al contempo innovativa dell’Autrice, non fungono da pretesto narrativo, bensì da strumenti, da grimaldelli letterari per mezzo dei quali scardinare opinioni fin troppo consolidate e lasciare invece spazio a quel fluire di sensazioni che porta il lettore non ad ottenere facili risposte, ma a rendersi conto della ineludibile tragicità delle domande. Limbo è un’opera in cui la guerra e la criminalità assurgono al ruolo di installazioni di un tragico teatro della morte. Un teatro della morte di fronte al quale l’unica risposta è la coraggiosa, testarda, vulnerata, tenera e commovente resistenza del maresciallo Manuela Paris. Limbo non è solo un romanzo, Limbo è la cronaca di quello che siamo diventati. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/04/limbo…
Da sempre, nel divenire della percezione che l’umanità ha di se stessa, il rapporto fra microcosmo e macrocosmo rappresenta una costante che ha attraversato i tempi. La parte, spesso, altro non è se non il significato (e il significante) del tutto. L’immagine stessa di un qualsiasi condominio, immag
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Da sempre, nel divenire della percezione che l’umanità ha di se stessa, il rapporto fra microcosmo e macrocosmo rappresenta una costante che ha attraversato i tempi. La parte, spesso, altro non è se non il significato (e il significante) del tutto. L’immagine stessa di un qualsiasi condominio, immagine che incontriamo tutti i giorni, non fa che rimandarci alla domanda eterna che si pone tra noi, casuali osservatori, e l’intreccio delle esistenze che in quel condominio abitano. E come da piccoli ci capitava di guardare estasiati il fremere di un formicaio, così quella stessa parola, formicaio, ben si adatta all’agitarsi dei destini che in un condominio convivono. Aravind Adiga ha scrutato con attenzione da entomologo in quell’agitarsi di destini e ha dato una risposta a quella eterna domanda: sì, noi esseri umani viviamo in un formicaio e, come in un formicaio, le nostre azioni sono il risultato matematico di quella terribile legge di natura che assicura la sopravvivenza al più forte. Anche un altro condominio letterario (Palazzo Yacoubian, di ‘Ala Al-Aswani) racchiudeva in sé le vite dei suoi personaggi. Ma in Palazzo Yacoubian la struttura universo dei muri e dei mattoni in qualche modo rimaneva a guardia di una possibilità di futura redenzione. In L’ultimo uomo nella torre è proprio questa struttura universo, composta da muri e mattoni, vite e destini, ad essere protagonista e a diventare oggetto di una lenta, inesorabile e terribile conquista. L’edificio letterario dalle affascinanti complessità dickensiane che Aravind Adiga costruisce, si pone esso stesso come simbolo dell'edificio al centro del romanzo (la Torre A, del Vishram Society) e, mentre le parole stanno innalzando la struttura della storia, quelle stesse parole mettono in scena l’inesorabile avvicinarsi della demolizione di quell’altra struttura, l’insieme inscindibile di muri e mattoni, vite e destini. E il vertice della narrazione, la costruzione creata dalle parole, rappresenterà proprio la fine della costruzione fatta di muri e mattoni, nel preciso momento in cui il microcosmo delle vite e dei destini degli abitanti del condominio si sarà simbioticamente unito al macrocosmo dell’avidità, dell’ipocrisia e della morte. L’orrore (ma un orrore banale, quotidiano, un orrore che nasce dalle piccole cose e dai piccoli gesti e, per questo, ancor più terribile) si sarà allora definitivamente incuneato nel mondo, passando dalle anime alle pietre e viceversa, in un rapporto di sinallagmatica crudeltà. La demolizione sarà così compiuta. Resteranno le parole di un Autore che ha saputo raccontarci una storia trasfiguratasi efficacemente in paradigma della cupidigia umana. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/03/lulti…
Esistono luoghi del tempo che l’umanità ha la necessità di esplorare. Di esplorare con la parola, con le storie, con le narrazioni. Esistono luoghi del tempo con i quali l’umanità deve confrontarsi. Ed è un confronto eterno, incessante, senza tregua, alla perpetua ricerca di quella catarsi che potrà
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Esistono luoghi del tempo che l’umanità ha la necessità di esplorare. Di esplorare con la parola, con le storie, con le narrazioni. Esistono luoghi del tempo con i quali l’umanità deve confrontarsi. Ed è un confronto eterno, incessante, senza tregua, alla perpetua ricerca di quella catarsi che potrà, infine, portare un po’ di pace ai fantasmi che quei luoghi abitano. Paola Soriga compone questo bellissimo e intenso romanzo d’esordio accostandosi, con la luce delle sue parole, al cupo divenire di uno dei momenti più tragici della nostra storia. E si accosta ad esso facendo sue le sensazioni, i sentimenti, le sofferenze di un’umanità dolente che vive la tragicità imposta dalla violenza dei tempi con quella forte rassegnazione che può avere solo chi sente il dovere di resistere. Di resistere alle avversità, al destino, alla morte. Dove finisce Roma non è soltanto un romanzo pienamente riuscito, Dove finisce Roma è un vero e proprio appello a ciò che di meglio ha prodotto la nostra letteratura quando ha dovuto farsi strumento per capire, per testimoniare, per ricordare. Certo, in Paola Soriga si sentono gli echi epici di Elsa Morante, il dramma della memoria di Primo Levi, la definitiva e disincantata disperazione di Beppe Fenoglio, ma la bravura dell’Autrice consiste proprio nell’essere andata oltre il mero richiamo ai padri nobili e nell’avere creato una narrazione nuova, che vive di vita propria. Nella (necessariamente, come è tipico di tutte le contemporaneità) complessa produzione letteraria a noi coeva, Dove finisce Roma rappresenta e rappresenterà un vero e proprio spartiacque narrativo e stilistico, che si pone fin da ora come punto di riferimento letterario e di cui sarà difficile non tenere conto in futuro. La capacità narrativa dell’Autrice, dai toni poetici e al contempo portatori di uno stile autorevole e profondo, fa di Dove finisce Roma uno dei pochi libri in cui si sente, dalla prima all’ultima pagina, quella rara qualità che Giorgio Manganelli definiva “il rumore sottile della prosa”. Paola Soriga ha aperto, con grande bravura, una nuova strada fra i territori del romanzo italiano. http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com/2012/03/dove…
Leggende americane
A volte mi chiedo quale sia il rapporto che noi lettori abbiamo con le prefazioni, quel muro di parole, apparentemente invalicabile, che si pone fra noi e il libro che non vediamo l’ora di incominciare.continue)
Qualcuno le salta a piè pari, qualcun altro le valuta, le annusa e poi decide se è il caso di leg ... (
A volte mi chiedo quale sia il rapporto che noi lettori abbiamo con le prefazioni, quel muro di parole, apparentemente invalicabile, che si pone fra noi e il libro che non vediamo l’ora di incominciare.
Qualcuno le salta a piè pari, qualcun altro le valuta, le annusa e poi decide se è il caso di leggerle o di passare subito a soddisfare la sua voglia di lettura. Altri, fra i quali si ritrova chi scrive questo post, se le legge sempre, quasi come un preliminare (a volte noioso, riconosciamolo) in attesa di emozioni che si sperano soddisfacenti.
Leggende americane raccoglie prefazioni e saggi introduttivi che Fernanda Pivano ha scritto nel corso della sua vita e che riguardano opere di Edgar Lee Masters, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Dorothy Parker e William Faulkner.
E ancora una volta la grande bravura della Pivano, la sua capacità di unire vita e passione letteraria, fanno di questo libro, che a prima vista potrebbe sembrare una tradizionale raccolta di saggi, un’opera che riesce a vivere di vita propria.
Per mezzo di uno stile incisivo, a volte cangiante e comunque sempre denso di partecipazione, Leggende americane si trasforma lentamente in una vera e propria testimonianza dove la scrittura della Pivano ha la stessa funzione che il colore ha nella mani di un ritrattista.
Gli autori che descrive ci appaiono in tutta la loro grandezza, in tutta la loro genialità ineguagliabile, ma anche in tutta la loro sofferenza e, spesso, in tutta la loro inappellabile rovina.
Cronista che sapientemente unisce interventi di analisi letteraria a momenti di biografia mai banali, Fernanda Pivano racconta un pezzo importante e significativo di storia della letteratura americana.
Alla fine di questo libro avrete la sensazione di esservi avvicinati come non mai non soltanto agli autori che amate, ma anche al mistero delle loro vite e non potrete che condividere le parole che Allen Ginsberg ha dedicato proprio a Fernanda Pivano: “Lei, soltanto lei, è stata capace di attraversare, incontrare, unire, spiegare, raccontare oltre cinquant’anni della nostra letteratura”.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/04/legge…
Uccidimi!
Una notte. A Bucarest. Una notte che assomiglia a tante altre notti. Un incontro fortuito fra un ragazzo e una ragazza. Un incontro che apparentemente non è dissimile da tanti altri incontri.continue)
Ma sono sufficienti poche pagine per comprendere che l’apparente banalità di una situazione convenzionale al ... (
Una notte. A Bucarest. Una notte che assomiglia a tante altre notti. Un incontro fortuito fra un ragazzo e una ragazza. Un incontro che apparentemente non è dissimile da tanti altri incontri.
Ma sono sufficienti poche pagine per comprendere che l’apparente banalità di una situazione convenzionale altro non è se non il prodromo di una storia angosciante. Una storia angosciante che la ragazza scriverà in una lunga lettera indirizzata al ragazzo che in quella notte l'ha incontrata.
Il mondo è un reticolo infinito di racconti. Le nostre stesse vite sono il frutto del racconto che ne facciamo e che ne fanno gli altri. E questo reticolo è a volte squarciato da parole che fanno intravedere bagliori di inquietante orrore.
Ana Maria Sandu costruisce con Uccidimi! una storia dai ritmi cadenzati che accompagnano il lettore alla scoperta di un abisso. Un abisso tanto più insondabile quanto più labile diviene il confine tra la realtà e il racconto di quella realtà, racconto che lentamente la sostituisce fino alla nascita di un ibrido in cui i personaggi finiranno con il perdersi.
Il rapporto inizialmente amichevole, e poi via via sempre più simbioticamente morboso, fra la ventenne Ramona e la settantenne Veronica prende le mosse proprio dal racconto di una vita.
Veronica, ossessionata dal ricordo degli uomini che ha amato nella sua giovinezza, coinvolge Ramona nella cronaca infinita delle reminiscenze del suo passato, un passato fortemente segnato da quegli amori appassionati e sofferti. Una cronaca infinita che avvolgerà Ramona come la tela di un ragno.
Ben presto la realtà si fonderà con il ricordo, le strade di Bucarest diverranno la scenografia fittizia sul cui sfondo riappariranno avvenimenti parigini accaduti decine di anni prima, ossessioni giovanili prenderanno la forma di fantasmi invadenti e la giovane Ramona si trasformerà in confidente e depositaria di ricordi che a poco a poco si uniranno ai suoi.
Veronica e Ramona saranno così unite in un feedback senza possibilità di salvezza, per mezzo del quale Veronica cercherà di rivivere gli amori perduti della sua giovinezza attraverso Ramona, ormai trasfigurata suo malgrado in una rivisitazione vivente del mito di Dorian Gray.
Come in un film di Polansky le parti si invertono e si confondono, il carnefice diventa vittima e la vittima si farà carnefice.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/04/uccid…
Limbo
Un presente intenso, ferito, difficile, sanguinante. Un passato duro, confuso, vissuto, sofferto. Uno scaturire fitto, di sentimenti e di emozioni. Un flusso di parole che nasconde un fiotto di passioni. Una magistrale fusione di ematomi dell’anima e di ferite del corpo che trapelano da stilemi che ... (continue)
Un presente intenso, ferito, difficile, sanguinante. Un passato duro, confuso, vissuto, sofferto. Uno scaturire fitto, di sentimenti e di emozioni. Un flusso di parole che nasconde un fiotto di passioni. Una magistrale fusione di ematomi dell’anima e di ferite del corpo che trapelano da stilemi che amalgamano lo scorrere del tempo, l’affabulazione dei personaggi, l’esterno delle circostanze e dei fatti che penetra nell’interno più intimo della vita e del vivere.
Limbo è una narrazione che coinvolge completamente il lettore, lo accompagna, lo costringe a un continuo confronto nella più pura tradizione della catarsi rigeneratrice. Non è possibile uscire indenni dalla lettura di questo romanzo ed è un bene, perché Limbo va oltre la semplice struttura letteraria, sino a diventare rivelazione dei contrasti e delle contraddizioni della nostra contemporaneità. Melania G. Mazzucco scrive una storia che si fa interprete dei tempi, prendendo spunto proprio dalle manifestazioni consolidate della narrazione collettiva e condivisa: la guerra, anzi le nuove guerre, lo sradicamento delle periferie, l’annichilimento di una società che più non sa riconoscersi, la criminalità organizzata. Manifestazioni che, grazie alla scrittura sorvegliata e al contempo innovativa dell’Autrice, non fungono da pretesto narrativo, bensì da strumenti, da grimaldelli letterari per mezzo dei quali scardinare opinioni fin troppo consolidate e lasciare invece spazio a quel fluire di sensazioni che porta il lettore non ad ottenere facili risposte, ma a rendersi conto della ineludibile tragicità delle domande.
Limbo è un’opera in cui la guerra e la criminalità assurgono al ruolo di installazioni di un tragico teatro della morte. Un teatro della morte di fronte al quale l’unica risposta è la coraggiosa, testarda, vulnerata, tenera e commovente resistenza del maresciallo Manuela Paris.
Limbo non è solo un romanzo, Limbo è la cronaca di quello che siamo diventati.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/04/limbo…
L'ultimo uomo nella torre
Da sempre, nel divenire della percezione che l’umanità ha di se stessa, il rapporto fra microcosmo e macrocosmo rappresenta una costante che ha attraversato i tempi. La parte, spesso, altro non è se non il significato (e il significante) del tutto.continue)
L’immagine stessa di un qualsiasi condominio, immag ... (
Da sempre, nel divenire della percezione che l’umanità ha di se stessa, il rapporto fra microcosmo e macrocosmo rappresenta una costante che ha attraversato i tempi. La parte, spesso, altro non è se non il significato (e il significante) del tutto.
L’immagine stessa di un qualsiasi condominio, immagine che incontriamo tutti i giorni, non fa che rimandarci alla domanda eterna che si pone tra noi, casuali osservatori, e l’intreccio delle esistenze che in quel condominio abitano.
E come da piccoli ci capitava di guardare estasiati il fremere di un formicaio, così quella stessa parola, formicaio, ben si adatta all’agitarsi dei destini che in un condominio convivono.
Aravind Adiga ha scrutato con attenzione da entomologo in quell’agitarsi di destini e ha dato una risposta a quella eterna domanda: sì, noi esseri umani viviamo in un formicaio e, come in un formicaio, le nostre azioni sono il risultato matematico di quella terribile legge di natura che assicura la sopravvivenza al più forte.
Anche un altro condominio letterario (Palazzo Yacoubian, di ‘Ala Al-Aswani) racchiudeva in sé le vite dei suoi personaggi. Ma in Palazzo Yacoubian la struttura universo dei muri e dei mattoni in qualche modo rimaneva a guardia di una possibilità di futura redenzione.
In L’ultimo uomo nella torre è proprio questa struttura universo, composta da muri e mattoni, vite e destini, ad essere protagonista e a diventare oggetto di una lenta, inesorabile e terribile conquista.
L’edificio letterario dalle affascinanti complessità dickensiane che Aravind Adiga costruisce, si pone esso stesso come simbolo dell'edificio al centro del romanzo (la Torre A, del Vishram Society) e, mentre le parole stanno innalzando la struttura della storia, quelle stesse parole mettono in scena l’inesorabile avvicinarsi della demolizione di quell’altra struttura, l’insieme inscindibile di muri e mattoni, vite e destini.
E il vertice della narrazione, la costruzione creata dalle parole, rappresenterà proprio la fine della costruzione fatta di muri e mattoni, nel preciso momento in cui il microcosmo delle vite e dei destini degli abitanti del condominio si sarà simbioticamente unito al macrocosmo dell’avidità, dell’ipocrisia e della morte.
L’orrore (ma un orrore banale, quotidiano, un orrore che nasce dalle piccole cose e dai piccoli gesti e, per questo, ancor più terribile) si sarà allora definitivamente incuneato nel mondo, passando dalle anime alle pietre e viceversa, in un rapporto di sinallagmatica crudeltà.
La demolizione sarà così compiuta. Resteranno le parole di un Autore che ha saputo raccontarci una storia trasfiguratasi efficacemente in paradigma della cupidigia umana.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.it/2012/03/lulti…
Dove finisce Roma
Esistono luoghi del tempo che l’umanità ha la necessità di esplorare. Di esplorare con la parola, con le storie, con le narrazioni. Esistono luoghi del tempo con i quali l’umanità deve confrontarsi. Ed è un confronto eterno, incessante, senza tregua, alla perpetua ricerca di quella catarsi che potrà ... (continue)
Esistono luoghi del tempo che l’umanità ha la necessità di esplorare. Di esplorare con la parola, con le storie, con le narrazioni. Esistono luoghi del tempo con i quali l’umanità deve confrontarsi. Ed è un confronto eterno, incessante, senza tregua, alla perpetua ricerca di quella catarsi che potrà, infine, portare un po’ di pace ai fantasmi che quei luoghi abitano.
Paola Soriga compone questo bellissimo e intenso romanzo d’esordio accostandosi, con la luce delle sue parole, al cupo divenire di uno dei momenti più tragici della nostra storia. E si accosta ad esso facendo sue le sensazioni, i sentimenti, le sofferenze di un’umanità dolente che vive la tragicità imposta dalla violenza dei tempi con quella forte rassegnazione che può avere solo chi sente il dovere di resistere. Di resistere alle avversità, al destino, alla morte.
Dove finisce Roma non è soltanto un romanzo pienamente riuscito, Dove finisce Roma è un vero e proprio appello a ciò che di meglio ha prodotto la nostra letteratura quando ha dovuto farsi strumento per capire, per testimoniare, per ricordare.
Certo, in Paola Soriga si sentono gli echi epici di Elsa Morante, il dramma della memoria di Primo Levi, la definitiva e disincantata disperazione di Beppe Fenoglio, ma la bravura dell’Autrice consiste proprio nell’essere andata oltre il mero richiamo ai padri nobili e nell’avere creato una narrazione nuova, che vive di vita propria.
Nella (necessariamente, come è tipico di tutte le contemporaneità) complessa produzione letteraria a noi coeva, Dove finisce Roma rappresenta e rappresenterà un vero e proprio spartiacque narrativo e stilistico, che si pone fin da ora come punto di riferimento letterario e di cui sarà difficile non tenere conto in futuro.
La capacità narrativa dell’Autrice, dai toni poetici e al contempo portatori di uno stile autorevole e profondo, fa di Dove finisce Roma uno dei pochi libri in cui si sente, dalla prima all’ultima pagina, quella rara qualità che Giorgio Manganelli definiva “il rumore sottile della prosa”.
Paola Soriga ha aperto, con grande bravura, una nuova strada fra i territori del romanzo italiano.
http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com/2012/03/dove…