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Il libro lo lessi alla fine degli anni 70 e mi piacque tantissimo. La lunga contaminazione tra due uomini diversi: uno dedito alle sue ideologie, l’altro ai suoi sogni. I film melodrammatici narrati da Molina. Le sue eroine manipolatrici o vittime di uomini che ricordano il direttore del carcere. La ... (
continue ) -
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Apr 9, 2013 |
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Non so se vi è mai stata guerra tra i due fratelli Singer (ma non credo): entrambi scrittori yiddish con un certo successo. Isaac, il più giovane si meritò un Nobel, Israel si dedicò più al giornalismo e morì presto (nel 1944, a 51 anni).continue)
L’estrazione sociale è quella dei loro libri, ovvero la comun ... (
Non so se vi è mai stata guerra tra i due fratelli Singer (ma non credo): entrambi scrittori yiddish con un certo successo. Isaac, il più giovane si meritò un Nobel, Israel si dedicò più al giornalismo e morì presto (nel 1944, a 51 anni).
L’estrazione sociale è quella dei loro libri, ovvero la comunità chassidica polacca. Tanto studio, tanta Torah, ma anche il piacere di raccontare storie. Vite travagliate, come molte di quelle vissute in quella collocazione geografica, in quell’epoca e da gente che si chiamava Isaac, Israel e simili: la pianura polacca stesa e indifesa tra due diversi poteri. Quello tedesco e quello sovietico.
La vita nomade si ferma negli Stati Uniti.
Come opera migliore di Israel ero rimasta al romanzo I fratelli Ashkenazi: non che l’abbia letto, ma ne avevo sentito parlare molto bene.
Questo è stato pubblicato la prima volta l’anno prima della morte: opera ultima, quindi.
Adelphi, con coraggio, lo ha proposto ora, prima traduzione italiana direttamente dall’yiddish grazie alla Signora Anna Linda Callow.
Io, senza alcun merito, l’ho comprato in quanto suggerito (e con slancio) da un “stimolante e schietto” amico anobiano.
Il particolare che mi ha colpito di più è che l’autore parte per gli USA già nel 1934.
Pubblica questo libro nel 1943, l’anno dopo muore e non saprà mai cosa trovarono in Polonia quelli che ci arrivarono nel 1945. O meglio, dovrei dire cosa NON trovarono.
Non trovarono più il mondo descritto dai Singer. Completamente scomparso. Non c’era più nessuno cha parlasse l’yiddish. Territori Juden frei,.
Come riuscì ad essere così preveggente? Una sfera di cristallo, segrete corrispondenze, il fumo che già aleggiava nel 1934, un’oscura conoscenza del destino celata in chi parla una lingua di un’umanità spaventata?
Tre uomini: David, un giovane brillante che si sente soffocato dalla chiusura intellettuale del mondo chassidico di una cittadina polacca, parte con l’innamorata moglie Lea per Berlino. Una comunità illuminata, relativamente osservante, molto tedesca. Abbandona anche la propria lingua, resterà solo la moglie a mantenere il legame con l’yiddish.
Georg, il figlio, cresce tra due mondi: ebreo in casa, tedesco fuori.
Si innamora, ma lei ha ambizioni sociali e politiche. Quello che rimane di quest’amore è la sua laurea di medicina. All’atto della prima guerra mondiale gli ebrei russi di Belino devono presentarsi per un internamento al quale David sfugge perché il figlio diventa ufficiale medico al fronte. Ma David è deluso dal figlio che sposa una ragazzina tedesca e cattolica, infermiera nella sua clinica.
Non la ama, ma apprezza molto il fatto che lo ami lei.
Jegor, nipote di David, figlio di Georg
La Germania diviene sempre più antisemita e la vita della comunità ebraica si complica, tra piccole e grandi umiliazioni. Jegor è la terza generazione, sempre più lontana dallo shetl polacco, un sangue misto che delle proprie radici ha ereditato solo la circoncisione. Il padre, affascinante, bruno, sicuro di sé, è un nemico, la bionda e pallida madre è l’immagine che lui ha della donna ariana, lo zio tedesco, ex reduce in camicia bruna, un esempio.
Trasferitisi in USA, paese grande, difficile, diverso dall’Europa, non privo di pregiudizi, devono tutti ricominciare dal nulla. Il solo a restare fuori da questo sforzo è proprio il giovane Jegor. Lui continua a cercare la Germania, l’assimilazione ad una cultura che non lo vuole. Quando crederà di esserci riuscito di quella cultura scoprirà solo il lato verminoso.
Bello, teso, ricco delle illusioni, dei conflitti e delle contraddizioni di un mondo che sta per essere spazzato via dalla storia.
Staccarsi da ciò che si è da sempre, cercare altrove un’integrazione in una cultura diversa che appare migliore, più piena, ha senso?
Perdere le proprie radici costa sforzi e tempo; solo generazioni successive saranno divenute altro. E prima o poi, nel corso della storia, qualcuno ricorderà e rinfaccerà le radici abbandonate. A cosa sarà servito, se non a seppellire una cultura?