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- L'albero di Idhunn (1744)
- La ragazza drago vol. 2
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By Licia Troisi -
Finished on May 19, 2009 




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Banana senza il bollino blu -
Parenti morti? Svariati spiriti? Persone ultra sensibili e spesso con percezioni extrasensoriali? E' senz'altro il marchio di fabbrica per un romanzo di Banana Yoshimoto.
"Amrita" è un romanzo evanescente, un delicato sfogo per la scrittrice alle prese con un minestrone di pensieri. Accade di ... (
continue ) Parenti morti? Svariati spiriti? Persone ultra sensibili e spesso con percezioni extrasensoriali? E' senz'altro il marchio di fabbrica per un romanzo di Banana Yoshimoto.
"Amrita" è un romanzo evanescente, un delicato sfogo per la scrittrice alle prese con un minestrone di pensieri. Accade di tutto, ma è come se non accadesse niente. Un romanzo che cerca di spiegare in questo modo il senso della vita, compresa di realtà ma anche e sopratutto di sensazioni, di credibile concezione della spiritualità oltre la morte, la dolorosa sensazione che un mondo invisibile continui a vivere in una dimensione che non riesce a comunicare con la nostra. Almeno per le persone normali, cosa che spesso non sono i protagonisti dei romanzi di Banana.
Per questo motivo e volontà d'intendi, è difficile giudicare male questo romanzo, nonostante il suo più grande difetto: la noia.
Sì, perché "Amrita", uno dei romanzi -se non "il" romanzo- più corposi della bibliografia di Banana Yoshimoto, pecca di totale mancanza di una vera e propria trama. Si segue la vita di Sakumi, la protagonista e io narrante della vicenda, da un certo punto della sua vita in poi. Prima e dopo un incidente che la porta a perdere grosse fette di memoria, compresa la coscienza di se stessa com'era prima.
E' proprio questo, la perdita di memoria, a fornire il pretesto per uno stile di narrazione poco lineare, con reminiscenze allo stile di Chuck Palahniuk, che salta improvvisamente dal presente al passato nell'attimo di un capoverso. Piccole storie del tutto laterali alla (pur inesistente) trama. Tra l'altro, quante amiche ha mai avuto la protagonista, che per ogni micro storia che racconta, parte con "c'era una mia amica che..."? Tutto questo frammentare di continuo, facendo perdere completamente il filo, rallenta la lettura e genera, appunto, noia. Inoltre rende impossibile affezionarsi alla vicenda e potersi anche solo chiedere "chissà cosa succede dopo...". Ci sono a volte degli accenni che sembrano preannunciare un fantomatico avvenimento avvincente, ma invece si spengono come una fiamma mal curata, lasciando il lettore deluso.
Sakumi è anche irritante col suo essere felice. E' troppo felice! Qualsiasi cosa le succede, lei è felice. Persino quando va a lavorare dal panettiere, lei è felice.Una delle potenziali carte vincenti sarebbero stati i tanti riferimenti al soprannaturale, alle molte persone dotate di "capacità" particolari. Ma tutto viene buttato lì a caso, senza nessun approfondimento. Ci sono infatti delle situazioni assolutamente senza senso, messe lì per puro sensazionalismo: tanto per dire, la protagonista si trova addirittura di fronte a un UFO! Questo cosa genera nella trama oltre a un "Wow, incredibile!"? Niente, assolutamente niente! Niente di diverso dall'emozione di aver visto uno scoiattolo nel parco sotto casa, tutto finisce lì. Allora l'unica è sforzarsi di vedere tutto come una metafora della vita, degli incontri casuali e incredibili. Ma anche facendo questo sforzo, non lascia assolutamente nessun segno.
Eppure si nasconde del bello nel romanzo, ci sono tante frasi di ottima e delicata prosa e dal significato profondo e interessante (vedi "Note a margine" ndA). Inoltre c'è tutta la parte dedicata al viaggio a Saipan che è davvero meravigliosa: quando una descrizione è ben fatta, le immagini vengono come proiettate nella mente del lettore: beh, Banana con le scene dedicate a Saipan fa praticamente proiettare il lettore all'interno di quel paradiso tropicale. Sembra di esserci stati in vacanza e alla fine del capitolo, durante il ritorno, ci si sentirà davvero tristi di quella malinconia che colpisce tutti alla fine di un bel viaggio.
Ma purtroppo, schiacciato dalla trama inesistente, tutto questo rimene quasi solo un puro esercizio di stile, da Banana non ci si aspetta meno di questo. Banana ha sempre abituato il lettore a queste piccole perle anche negli altri libri, il risultato è che tutto ciò non basta a far innalzare "Amrita" al di sopra di altre sue prove. Anche perché, diciamolo, Banana comincia addirittura a essere ripetitiva, utilizzando sempre le stesse metafore degli altri romanzi, tutte orientate al paragonare qualsiasi cosa (amore, vita, famiglia...) a elementi della natura. E questa immagine dei ciliegi a inizio primavera, nei quali si intravede il primo rosa in mezzo al verde, ma quante volte l'ha ripetuta anche solo in "Amrita"? Tante. Troppe.
Anche riguardo i personaggi. Sprecati. Rappresentano tutto il romanzo in sè: sono tutti potenzialmente interessanti, ma non si riesce ad affezionarsi a nessuno di loro, nonostante la protagonista sottolinei che persone splendide siano, sono presenze troppo passeggere per generare empatia. Anche in questo caso, le migliori scene di legame e amicizia si verificano nel viaggio a Saipan. La storia d'amore è invece piuttosto inconcludente: è pur vero che ultimamente si legge di amori esagerati e fastidiosamente sdolcinati ovunque, ma in questo romanzo c'è una freddezza nel rapporto davvero imbarazzante. Vorrebbe sottolineare l'importanza di essere celebrali all'interno di una coppia, ma qui si esagera uccidendo ogni traccia di passione e di coinvolgimento di quelli veri.C'è almeno da dire che c'è umiltà nella scrittura di Banana. Amrita assomiglia a una sorta di diario non solo per i tanti piccoli argomenti trattati, ma anche perché se si sfiorano argomenti già trattati, sono spesso citati altri romanzi oppure film che partono dalla stessa idea di base. Per lo meno, Banana non compie l'errore di molti scrittori che ogni volta pensano di aver inventato la ruota.
"Amrita" è semplicemente troppo lungo. Fosse stato concentrato nella lunghezza ormai standard degli altri suoi romanzi, racconti lunghi o come si vogliano chiamare, il tutto ne avrebbe sicuramente giovato. Il bello è che se ne è accorta anche Banana stessa, che alla fine del romanzo, in una nota dedicata alla traduzione italiana, ammette che non è il suo romanzo più riuscito, ma comunque è scritto in una maniera molto strana e probabilmente irripetibile.
Proprio un aneddoto sulla traduzione italiana è simpatico segnalare. Ebbene sì, l'intoccabile Amitrano dimostra i suoi limiti di tradurre letteralmente per assonanze e sopratutto di non essere un fan dell'hard rock, perché in Amrita si trovano tradotti dei gruppi musicali direttamente dal giapponese con un risultati imbarazzanti: Metallika, Motley Crew, Megadeath... -
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May 15, 2009 |
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- Ombra di luce (43)
- Cronache di Davidia
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By Laura Schirru -
Finished on Apr 27, 2009 




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La famiglia Stupratori vol. 2 -
Continuano le avventure di Lara (per gli amici la cacafigli) e lo stupratore Zagart? Non esattamente. "Ombra di luce" pur essendo il seguito de "Il lamento dell'usignolo", è strutturato in modo assai differente, in quando questa volta si avrà a che fare con gli eredi.
Sono infatti passat ... (continue ) Continuano le avventure di Lara (per gli amici la cacafigli) e lo stupratore Zagart? Non esattamente. "Ombra di luce" pur essendo il seguito de "Il lamento dell'usignolo", è strutturato in modo assai differente, in quando questa volta si avrà a che fare con gli eredi.
Sono infatti passati circa 26 anni dal romanzo precedente e i personaggi del passato che allora nascevano, ora diventano i protagonisti della vicenda, mentre Lara e il re Zagart, pur presenti, diventano personaggi comprimari che appaiono ben poco. Mentre re Zagart invecchiando ha perso solo le energie ma rimane fondamentalmente lo stesso, è Lara colei che ha subito maggiori cambiamenti nel tempo: ormai austera regina madre è quasi irriconoscibile, a livello caratteriale, dalla donna che si spezzava ma non si piegava nel romanzo precedente. Ma questo è del tutto normale, fare per tanti anni la vita da regina ha comunque mutato e resa inutile la sua ribellione, tramutandola in serena rassegnazione di una vita che aveva accettato già nella parte finale del romanzo precedente.Chi, al contrario, si piega ma non si spezza come una pianta è Maya, la giovanissima protagonista di questo nuovo romanzo. Maya ha 16 anni e possiede il Dono di essere una guaritrice molto potente, ma come tutte le guaritrici è di salute molto cagionevole accompagnata da un fisico esile e appena sviluppato. Ma in lei vive anche un altro potere più mistico che magico e molto più raro, quello dell'empatia verso tutti i tipi di piante, che riesce a percepire come voci e che spesso la guidano e la aiutano, anche a livello fisico, plasmandosi per proteggerla, ritirando spine e radici per farla passare, ecc... Maya utilizza le piante anche come strumento di cura facendone tisane risananti, questo è un elemento interessante e ben curato nel romanzo oltre a ritrovarsi al passo con i tempi in un periodo molto proficuo per i romanzi che trattano del "potere verde", per esempio i recentissimi "Madapple" e il fantasy "Un solo destino (Prima generazione)".
Intrecci di storie la portano a incontrare la controparte maschile della storia, chi avrà letto "Il lamento dell'usignolo" sussulterà, perché trattasi di Haldan, principe ereditario di Zirgoa e degno, degnissimo, figlio del padre. E' infatti anche lui uno stupratore di minorenni vergini ed è purtroppo ovvio chi cercherà di ottenere questa volta... ma Maya avrà molte più possibilità di Lara di riuscire a sfuggire, ci riuscirà? Vorrà farlo? La figura dello stupratore (che dopo aver violentato rivela dei sentimenti sinceri) sembra essere un elemento tipico e indispensabile per qualsiasi fantasy low-magic che si rispetti, per esempio anche nel romanzo "L'errore di Cronos" della brava Barbara Risoli, ci si avvicina pericolosamente a questo genere di individuo (che si sforza di essere molto più gentiluomo e paziente, confronto al qui presente Haldan). Da parte sua, Haldan comunque si riscatta nella seconda parte del romanzo, risultando il meno peggio tra tutti questi personaggi sicuri di se stessi e dai modi rudi.
Quel che stupisce fin dalle prima pagine, è che in questo romanzo c'è molta più azione e le vicende finalmente portano a conoscere meglio anche altre zone del regno di Elunar. La storia presenta intrecci interessanti, nonché una trama matura con tanto di sesso (violenza, incesto... Laura Schirru piace anche e sopratutto per questo), magia (l'intrigante questione del Complementare magico) e le citate piante. In questa parte iniziale, risulta anche essere piuttosto poetico in alcune parti, questo grazie all'ipersensibilità di Maya, che ama davvero la natura e che risulta dolcissima quando si esprime essendo molto, molto timida.
Passate le prime cento pagine però, ecco che si torna al castello di Zirgoa, rimembranza del primo romanzo, che infatti rinchiude la storia e il lettore in un ambiente claustrofobico. Quindi il romanzo peggiora? E' questo il bello: assolutamente no. Dopo un iniziale spiazzamento, ci si rende conto che stavolta all'interno delle mura ci sono tantissime carte da giocare, la trama non stanca mai e gli intrighi di palazzo sono sempre molto avvincenti e vari. Questo è dovuto anche al fatto (altro aspetto migliorato dal precedente) che i personaggi comprimari, sono tutti interessanti e ben delineati, utili alla storia, con un loro preciso profilo psicologico e che intervengono nella trama impedendo spesso che la noia sopraggiunga. Un esempio su tutti, la semplicemente strepitosa principessa Petra, un personaggio tanto negativo (sarà davvero così, in un romanzo così maturo e dalle sfumature mai ovvie?) quanto affascinante, che non darà pace a nessuno: avvelenamenti, violenza fisica e verbale, voglia di affogar cuccioli nei fossi... Petra deve essere le numero uno per forza ed è disposta a tutto (nel vero senso della parola) pur di raggiungere questo scopo, altrimenti si ritira dalla gara, ma non si piegherà mai. Insomma, un bel personaggino che collabora come non mai per rendere intrigante il racconto.
Da parte sua la timida Maya, pur petulante, non sarà fastidiosa (mai come la Lara del primo romanzo) e soprattutto l'autrice si è -grazie a Dio- impedita di rendere anche lei una cacafigli in quanto, altro dramma di essere guaritrice, è quello di non poter procreare. Altro lato stupendo di Maya è che risolverà dei problemi in una maniera davvero intelligente, piuttosto inedita da trovare in un romanzo: ella non essendo in grado caratterialmente e fisicamente di affrontare i problemi, cerca di aggirarli e quello a cui si assiste è un insieme di diplomazia e astuzia sottile che insegna tante cose e fa molto riflettere su come comportarsi in tante situazioni di tutti i giorni. Un messaggio lungamente più istruttivo e strutturato del tipico e noioso inno alla non violenza. Che dire, bravissima l'autrice.
Altra scena meravigliosa, Maya che spiega l'essere vegetariani in un'epoca (quella pseudo-medievale del romanzo) in cui era considerato assurdo è una scena da ricordare. Il dialogo è quantomai realistico, difficile da spiegare: l'autrice fa in tutto e per tutto parlare Maya come se fosse una persona reale, senza usare paroloni irripetibili da romanzo, ma spiegando -anche con molta difficoltà- i concetti dell'essere vegetariani, di trovare rivoltante la carne morta, mentre le piante non muoiono mai veramente nemmeno se estirpate.Quando la claustrofobia comincia a farsi troppo pesante, ecco che il romanzo apre un nuovo tomo e introduce un altro personaggio fondamentale che, sempre i fortunati lettori de "Il lamento dell'usignolo" scopriranno essere l'allora neonato Jideon, che fa la sua comparsa in maniera inattesa e geniale: è un menestrello e ci sarà addirittura il testo di una canzone presente all'interno del capitolo che lo introduce, una chicca che l'autrice si è dedicata a regalare. Si torna fuori dalle mura del castello e ovviamente tutta una serie di nuove situazioni si viene a creare, fino al finale che spiegherà un piccolo lato oscuro della parte iniziale del romanzo fino a terminare in un modo che farà strabuzzare gli occhi e... maledire Laura Schirru perché la voglia di avere il prossimo romanzo salirà all'apice.
E' giusto sottolineare come la trama nella quarta di copertina sia, non sbagliata, ma decisamente fuorviante. Il Complementare è qualcosa che in questo romanzo viene presentato ma non approfondito, in quanto senza dubbio la prossima uscita sarà direttamente legata a questo. Quello che ci si trova a leggere sono i tanti intrighi di corte in cui si trova coinvolta Maya, che detto così sembra poco, ma come già scritto è tutto molto avvincente ed esponenzialmente migliorato come dinamiche rispetto al passato.L'autrice sa scrivere benissimo e risultano pochissimi persino i refusi, tutti stranamente residenti nell'ultima parte del libro, stanchezza di revisionare sopraggiunta? Una cosa divertente da osservare è come l'autrice (recidiva, era così anche ne "Il lamento dell'usignolo") abbia un conto sempre aperto nel non saper come scrivere il termine "né": all'inizio del romanzo è scritto sempre "nè", poi una o due volte azzecca la terminologia esatta "né", poi la povera autrice esausta e persa nell'indecisione, utilizza l'apostrofo fino al termine del romanzo "ne'". Sciocchezze, in un tomo di quasi 400 pagine scorrevoli e costruite con estrema cura da una scrittrice indubbiamente molto dotata.
Parlando della copertina invece, l'idea c'era (ma chi sia quel tipo incappucciato sullo sfondo non si capisce nemmeno leggendo il romanzo... probabilmente Shandimion), visto che sottolinea il tema della magia unita alle piante che è portante nel racconto, ma è realizzata in una scadente computer grafica e persino i font utilizzati, compresi quelli della fascia laterale, risultano essere pieni di pixel.Complimenti vivissimi a Laura Schirru quindi, che si è davvero superata questa volta, un ottimo romanzo che è molto più di una conferma, consigliatissimo e leggibile anche senza aver letto il precedente, che col senno di poi risulta essere un approfondimento sui personaggi regnanti, più che un prequel vero e proprio, la trama infatti è del tutto slegata.
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Apr 27, 2009 |
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- La fabbrica di cioccolato (6572)
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By Roald Dahl -
Finished on Apr 10, 2009 




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Ti lascio per un infame vecchio laido Umpa-Lumpa -
Come può una storia che, disossata, rappresenta lo stereotipo del romanzo di formazione, stimolare così tanto la fantasia di bambini e adulti fino a ottenere ben due rappresentazioni cinematografiche?
Parafrasando una delle tante discussioni riguardanti il misterioso Willy Wonka, la risposta è ... (
continue ) Come può una storia che, disossata, rappresenta lo stereotipo del romanzo di formazione, stimolare così tanto la fantasia di bambini e adulti fino a ottenere ben due rappresentazioni cinematografiche?
Parafrasando una delle tante discussioni riguardanti il misterioso Willy Wonka, la risposta è la seguente:
<<"Ma è impossibile!", "Certo che è impossibile! Anzi, è assolutamente assurdo! Eppure il signor Roald Dahl ci è riuscito!">>
Formazione perché è una storia che accusa i bambini stessi dei "peccati" più comuni, punendoli in una maniera appariscente e... brutale! Nel tranquillizzante ambiente fiabesco sono assai inquietanti le tragiche fini (in apparenza mortali o quantomeno "storpianti") dei bambini viziati, eppure sono del tutto consone e grazie alla loro assurdità (e alle canzoni degli Umpa-Lumpa) riescono a insegnare qualcosa. Probabilmente ogni bambino che legge questa storia, il giorno dopo non vorrà esagerare nel mangiare dolci, non passerà tutta la giornata a fare palloncini di chewing gum, la smetterà di pretendere le cose in modo viziato e cercherà altri hobby oltre a quello di fissare la televisione.
I genitori, figure comunque presenti, sono trattati come marionette da Willy Wonka, che riesce a sopraffare adulti e bambini con agile ironia e sprontatezza talmente assurda da zittire chiunque, persino un genitore che ha appena visto il suo bambino fare una brutta fine. Talvolta sono persino talmente complici nell'aver viziato il proprio figlio, che vengono puniti essi stessi.
Gli Umpa-Lompa, operai della fabbrica, sono assolutamente complici in tutto di Willy Wonka e la sua missione purificatrice, tanto che condiscono con chiarissimi testi accusatori le loro allegre canzoncine di accompagnamento alla "perdita" di ognuno dei bambini. Folli fin dalla loro assurda origine -splendido il passaggio dove Willy Wonka lascia senza parole un'insegnante di geografia sull'esistenza dell'Lumpalandia- gli Umpa-Lumpa risultano avere un aspetto cavernicolo (nano) ma una malizia del tutto figlia dei tempi moderni, riescono a vedere le cose senza alcun velo (quando scoppiano a ridere senza senso osservando i quattro sopravvissuti prima di salire nella barca, sanno benissimo che faranno tutti una pessima fine...) e sposano la follia di Willy Wonka su più livelli. Sia facendo da cavie, sia lavorando e convivendo con le assurdità che si possono anche solo intuire attraverso il nome delle varie location della fabbrica.
Location che vanno dallo stravagante al meraviglioso. Ovviamente la più bella, che rimane nell'immaginario, è senz'altro la prima stanza, la "Stanza della Cioccolata", dove un immenso bucolico prato, con alberi e piante e un immenso fiume con tanto di cascata, risulta essere completamente commestibile in ogni sua parte, dall'erbetta al fiume stesso che è pura cioccolata che dalla cascata viene miscelata, in un modo che Willy Wonka non solo riconosce essere la maniera migliore che nessun'altra fabbrica utilizza, ma bensì la sola e unica maniera per risultare nella più ottima cioccolata.
Splendida anche, nonché emblema della "follia realizzabile" di Wonka, la stanza del Telecioccolato, dove una tavoletta di cioccolata può essere trasmessa in una televisione e da lì, poter essere presa dallo schermo e mangiata. Per non parlare della stanza delle invenzioni, dove Willy Wonka scatena il suo ingegno...
Ma a solleticare ancora di più la fantasia, risulta essere il fatto che la fabbrica è veramente immensa (basta controllare i numerosissimi pulsanti di cui è disseminata l'ascensore di cristallo...) e che vengono visitate solo alcune stanze, mentre si avrebbe tantissima voglia di continuare il tour.
Ecco alcuni esempi di alcune delle esilaranti stanze che vengono citate per nome:
- PISTA DI PATTINAGGIO SU GRANATINA AL LIMONE.
- SELLE DI TUTTE LE FORME E MISURE. (per montare la panna! ndA)
- CREMA AL LATTE. CREMA PASTICCERA. CREMA ALLA VIOLETTA. CREMA CAFFE'. CREMA ALL'ANANAS. CREMA ALLA VANIGLIA. CREMA PER CAPELLI.
- CARAMELLE PER OTTURARE CARIE. NIENTE PIU' DENTISTA.
- STECCHE DI CIOCCOLATO INVISIBILI DA MANGIARE IN CLASSE.
- CHICCHI DI CACAO. CHICCHI DI CAFFE'. CHICCHI DI RISO. CHICCHI D'UVA. CHICCHI CHIACCHIERINI.
Il tutto con Willy Wonka che ogni volta trova risposte assurde per evitare di rispondere alle domande stupefatte che i bambini gli pongono riguardo al significato delle stanze ("Chicchi chiacchierini?" esclamò sorpresa Violetta Bauregarde. "Proprio come te!" le disse il signor Wonka). Sono passaggi di eccentrica ilarità che non possono non divertire in modo spensierato e totale.
E cosa dire dei nomi delle tavolette di cioccolato? Fanno venire l'acquolina in bocca solo a sentirle nominare: "CROCCONOCCIOLATO A SORPRESA WONKA", "CIOCCOCREMOLATO DELIZIA WONKA AL TRIPLOSUPERGUSTO"...Per chi "La fabbrica di cioccolato" non lo ha mai letto, ma è da sempre un fan del film (il capolavoro del 1971 con Gene Wilder e sceneggiatura di Roald Dahl in persona, non il trascurabile remake del 2005) non resterà deluso dal romanzo. Il rischio che la fantasia o il ricordo venga rovinato da qualcosa è sventato: tutto è al proprio posto e solitamente gli argomenti sono migliori e più ampi. Non ci sarà -ahime- enfasi sul mitico Succhia-succhia-che-mai-si-consuma, perchè fu uno degli adattamenti per il film, nel romanzo è solo citato come "Confetto senza confini". Ma in cambio nel libro ci si permette una migliore introduzione, lunga quasi metà romanzo, in cui viene ben descritta la famiglia di Charlie con gli emozionanti racconti del Nonno Joe riguardo Willy Wonka, con molta enfasi sulla loro estrema povertà. Ma poteva Roald Dahl trattare questo argomento con noioso pietismo? Per niente! La povertà è trattata con una dignità assoluta, condita di sano e spietato cinismo. Per esempio, le persone che vedono Charlie o suo nonno, sottolineano la loro magrezza, ma non scapperà mai fuori nemmeno un "poverini", l'unico commento che possono ottenere è "dovrebbero mangiare di più!". Lo stesso Willy Wonka offre stranamente in una sola occasione qualcosa di sua mano proprio a Charlie e a suo nonno, si tratta di una tazza piena di cioccolata calda presa dal fiume di cioccolata durante il viaggio in barca, sottolineando solo che gli sembra abbiano una gran fame e che pare proprio abbiano mangiato poco negli ultimi tempi. Questa naturalezza è sorprendente e, osservandolo dal lato pedagogico, risulta essere più utile di un qualsiasi piagnisteo da romanzo "adulto" che si trovano sugli scaffali, per spiegare a una persona cosa sia la povertà, come conviverci e come viverla con coraggio e dignità. Mai infatti, Charlie o la sua famiglia, assumono un atteggiamento da accattoni o pretendono qualcosa a fronte della loro situazione disagiata.
L'incanto che genera questo racconto è pazzesco. In fondo, i dolci sono sempre così colorati e squisiti fin dal loro odore nei negozi, davvero nessuno -specie i bambini- dovrebbe pensare al grigiume di una normale fabbrica per un qualcosa di così straordinario come può essere la cioccolata. Perché una fabbrica di cioccolato non può essere che un posto magnifico, perché un gusto così buono non può che essere ottenuto tramite trovate strambe ma assolutamente geniali. Ecco che Willy Wonka viene in soccorso, ed ecco perché continua a essere sempre attuale.
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Apr 12, 2009 |
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Fluo 2: Storie di giovani a Parigi -
L'Italia arriva per ultima a pubblicare questo romanzo di Lolita Pille, che scrisse a 17 anni e al quale ne hanno fatto seguito altri due, di prossima uscita per recuperare. Sì, perché questa scrittrice non è affatto un fenomeno del momento, vale assolutamente la pena seguirla, perché si dimostra su ... (
continue ) L'Italia arriva per ultima a pubblicare questo romanzo di Lolita Pille, che scrisse a 17 anni e al quale ne hanno fatto seguito altri due, di prossima uscita per recuperare. Sì, perché questa scrittrice non è affatto un fenomeno del momento, vale assolutamente la pena seguirla, perché si dimostra subito, con questo "Hell" una reginetta del romanzo nichilista e i cultori del genere non dovrebbero farsela sfuggire.
"Hell" narra di una ricchissima nullafacente figlia di papà, alcolizzata e drogata che si sballa insieme ai suoi amici in una Parigi esclusiva alle classi abbienti. Questo almeno è quanto superficialmente accade, la cosa bella del romanzo è che prima fa odiare Hell e la sua vita, poi fa comprendere cosa si possa nascondere dietro una persona del genere, le motivazioni che fanno sfociare nel nichilismo più assoluto e realistico.
Il capitolo iniziale è talmente odioso da essere estremamente piacevole. Si mortifica in maniera assoluta e incontestabile, qualsiasi individuo appartenente alla medio/bassa borghesia, in sostanza il lettore stesso che probabilmente ne fa parte. Se non si possiede l'ironia necessaria a sopportare tutto questo, la lettura è decisamente sconsigliata, si arriva a un punto in cui addirittura si può ammette che la protagonista abbia pienamente ragione. Ecco che ci si rende conto di come l'autrice riesca a essere estremamente comunicativa, in un modo tutto suo.
Dal secondo capitolo, il romanzo diventa parecchio brutto. Ci si avventura nelle uscite della protagonista per Parigi, nel lato a ovest della Senna, i quartieri più "in". C'è un tripudio di marche di abiti, di accessori, di automobili e di tutto ciò che fa lusso, mentre si ascoltano i discorsi inutili e demenziali di questa gente, il tutto mentre la protagonista si rende antipatica e svogliata, una vera oca in stile Paris Hilton.
Ma tutto questo è solo un tranello che Lolita Pille tende al lettore sprovveduto, come sperando che qualcuno molli la lettura, perché chi non va avanti non è ritenuto degno. Intorno a pagina 40 infatti, cambia tutto. Un capitolo di quelli speciali inaugura la ravvivata narrazione, uno stralcio scritto in corsivo in cui c'è un monologo della protagonista, che, finalmente, si degna di presentarsi. Ella è il suo nome, ma si è autonominata Hell perché le si addice molto meglio, ma sopratutto scopriamo che oca non lo è per niente, la sua intelligenza è totale, di quel totale che sfocia nella consapevolezza e non c'è niente di peggio che essere belli, ricchi e consapevoli della propria vita fatta solo di denaro e nessun affetto, in mezzo a gente vuota a sua volta circondata da "scrocconi" rampanti che cercano di entrare nella cerchia.
Non solo stupisce che il personaggio di Hell abbia coscienza e intelligenza, ma nello stesso tempo, Lolita Pille stessa dimostra uno stile di scrittura che nei capitoli precedenti era castrato dall'essere dissacrante per forza, ma nelle sezioni più intimiste sboccia, dimostrando di essere scorrevole e colto, sembra di leggere una sorta di Ameliè Nothomb, in alcune frasi -sarà il francese?- le somiglia, ma più rassegnata e oscura.
Inoltre, in questo romanzo si parla di droga sniffata nei cessi, di sesso (pochissimo, infatti è follia che spesso "Hell" sia presente nello scaffale erotico) libero e occasionale , di sballi in discoteca. Eppure riesce a non essere assolutamente volgare, ennesimo segno che Lolita Pille è qui per restare, non per shockare nessuno, se non con il suo stile affilato di scrittura.Per chiarire ancora meglio a cosa si va incontro con questo romanzo, si possono fare altri paragoni. Per esempio, nonostante la trama nichilista "Hell" non è paragonabile a nessun romanzo della Divina scrittrice di questo genere, Isabella Santacroce. L'unico romanzo paragonabile è Fluo, se non altro per le citazioni di marche e firme e per una storia si sballi che, non fosse per l'enorme differenza sociale: in Fluo c'erano dei festini anche un po' costosi, ma niente di paragonabile, inoltre la protagonista si divideva l'appartamento con vagabondi vari e si "abbassava" a frequentare le spiagge di Riccione. Ma la differenza tra un romanzo di Lolita Pille e la Divina Isabella Onnipotente, è che Lolita mette in primo piano la trama scrivendo romanzi in quanto tali, mentre la Divina potrebbe anche scrivere la sua lista della spesa che sarebbe un capolavoro, tanto grandiosa sarebbe la prosa con la quale verrebbe scritta.
Altro paragone si può fare con l'esordiente scrittrice Carlotta De Melas, che nel suo splendido romanzo "Una lingua sul cuore", scrive una storia che ha nel midollo le stesse intense emozioni che avrebbe la stessa Hell se: non fosse (così tanto) ricca, non fosse (così tanto) stronza, non fosse (così tanto) nichilista. E' un paragone quindi apparentemente azzardato, ma si percepisce, specie nel finale di "Hell", come abbia molto in comune con la povera Morena di "Una lingua sul cuore".E' nel susseguirsi di questo nichilismo da vip, che si dipana la storia di Hell, che inaspettatamente scopre l'amore e forse abbandonerà il suo stile di vita per esso. Ma il male di vivere è sempre dietro l'angolo.
A livello di trama, fondamentalmente non c'è niente di nuovo all'orizzonte. Una storia nichilista delle più classiche possibili. Ma la star è Lolita Pille che, nonostante questo, riesce lo stesso a scavare più in profondità, imprimendo al lettore concetti molto interessanti e introducendo un concetto diverso di finale.
Forse dopo questo libro, nonostante l'invidia, nonostante il disprezzo per lo spreco, si riesce a fermarsi un istante e pensare che anche le persone assurdamente ricche sono degli esseri umani. Concetto questo, che già di per sé è avanti anni luce. Insomma, sarebbe stato semplice scrivere un libro che facesse facili pietismi per i senza tetto, o per la persona con gravi problemi di vita da affrontare... no, Lolita Pille ci rende invece umane le persone che forse più di tutte vediamo lontane da noi. Concetto difficile e scritto tra l'altro con fare sprezzante.
Siete pronti ad accettarlo? Welcome to Hell! -
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Apr 8, 2009 |
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- L'amore è sopravvalutato (238)
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By Brigitte Giraud -
Finished on Apr 2, 2009 




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Io non so parlar d'amore -
Per esorcizzare la mia voglia d'amare così repressa, così umiliata, ogni tanto avrei voglia di immergermi in romanzi con storie d'amore contemporanee, che fungano da surrogato per un povero cuore in via di atrofizzarsi. Che finiscano male, perché io voglio piangere per buttare fuori tutto.
Per esorcizzare la mia voglia d'amare così repressa, così umiliata, ogni tanto avrei voglia di immergermi in romanzi con storie d'amore contemporanee, che fungano da surrogato per un povero cuore in via di atrofizzarsi. Che finiscano male, perché io voglio piangere per buttare fuori tutto.
Le antologie di racconti, in questo senso, sono perfette. Tanti punti di vista per storie dalle quali cogliere, attraverso qualche dettaglio anche infinitesimale, qualcosa di personale, qualcosa per capire che anche io ho vissuto, che se ora fa così male significa che ho saputo concedermi completamente, che se mi è stato spezzato il cuore significa che un tempo lo avevo.
Si può dire che un romanzo come "La fine dell'amore" di Ilaria Bernardini faceva per me, litri di lacrime versai, almeno per alcuni racconti.
Questo speravo e questo è quanto non ho avuto da questo romanzo, "L'amore è sopravvalutato".
Penso che l'amore non sia per niente sopravvalutato, mentre questo romanzo lo è fin troppo. Il problema è che non è un brutto romanzo, è ben scritto, ha spunti interessanti. Ma è di un qualunquismo che rasenta il fastidio, il classico prodotto confezionato per strappare la lacrima facile, proponendo una filosofia così spicciola, che giusto acquirenti da bestseller pieni di <<cohelate>> potrebbero trovare interessante. Inconsistente.Inoltre, come si presenta? 80 paginette di brevi raccontini con impaginazione e margini da poesia, scritte con caratteri enormi e spaziatura al doppio del normale, il tutto stampato su porosa carta riciclata. Il risultato è che persino chi legge lentamente come me ci ha messo un giorno e mezzo per finirlo. Risulta essere quindi una truffa non solo per i sentimenti, ma anche per il portafoglio.
Ecco nel dettaglio i racconti presenti, che riciclano tra loro anche gli stessi argomenti: un paio che parlano dei bambini dopo la separazione, un paio che parlano delle vedove, un paio che parlano della noia...
La fine della storia
Questo è il racconto emblema di tutta questa antologia. Un accozzaglia di belle parole e banalità varie sulla classica fine di una storia, senza avere nessuna osservazione che sia originale. Termina persino con delle domande, classico specchietto per le allodole che funziona col lettore occasionale che si sentirà di aver letto chissà quali attente riflessioni. Per poi magari tornare a casa e non degnare di uno sguardo il partner.
Comunque molte ovvietà, non sono così ovvie per tutti. Consiglio a tutte le nuove coppie di rifletterci comunque sopra. Meglio essere consapevoli subito certe cose. Perché la noia arriva per tutti, ma è quello il momento più importante, dove dimostrare il vero amore.
L'entusiasmo iniziale è solo un grande inganno.L'estate dell'attesa
Questo racconto può piacere esclusivamente a chi conosce e apprezza (ma deve apprezzare davvero molto) il gruppo rock francese Noir Désir, capitanati da Bertrand Cantat e la sua famosa fidanzata, l'attrice Marie Trintignant. Quindi magari è un racconto interessante se si è dei fan, ma per chi, come me, non conosce la storia in questione, si trova di fronte un racconto basato sulla violenza nella coppia. Tutta una nazione spera che la donna malmenata dall'ubriaco e drogato rocker esca dal coma, e fin qui ci siamo. Tutta la nazione spera che chi ha commesso la violenza se la passi bene, che riesca a dimenticare questo suo errorino, che loro rappresentano il simbolo dell'amore per tutti. Ma stiamo scherzando?
Il giorno e la notte
Non capisco il senso, ma non della storia, più che altro della personalità della donna, voce narrante. Più volte, la notte litiga col suo uomo, lei dice che vuole lasciarlo e lui, puntualmente, in quel momento fa finta di niente e si addormenta. Il giorno dopo lui sarà tutto dimentico di quanto accaduto e si metterà a parlare di imbiancare casa e altri lavoretti, mentre lei sarà sempre costantemente incazzata. Praticamente Casa Vianello, ma tutto assolutamente serioso.
Vediamoci pure uno specchio di quelle coppie scoppiate che non hanno il coraggio di lasciarsi, probabilmente perché hanno dei figli.Dirlo ai bambini
L'argomento, prima solo accennato, viene qui reso protagonista ed eccoci al dilemma su come presentare una separazione ai propri figli. Da domani i loro genitori vivranno in case diverse, che la loro vita diventerà divisa a metà, che questo li deluderà, ma li rafforzerà... e altre ovvietà sul genere.
Di nuovo, un racconto per nulla brutto, anzi, tra i migliori, ma semplicemente scontato, composto di frasi fatte che trovano facilmente l'applauso.Già mi manchi
Questo è l'evoluzione del racconto "Il giorno e la notte", solo che stavolta la donna ha il coraggio di mollare il marito. In questo caso il compagno è un famosissimo scrittore (anonimo) che ama talmente tanto fare reading in giro per il mondo, trascura la moglie anche durante quel weekend tanto atteso senza marmocchi intorno.
Non reggono le motivazioni della donna, a un certo punto sembra arrampicarsi sugli specchi cercando motivazioni che sono anche un po' assurde: se tuo marito è un famosissimo scrittore, dovrà pur lavorare e presentare il romanzo. Suppongo, essendo il marito scrittore, che passerà anche periodi di scrittura in cui sarà a casa, quindi perché lamentarsi in questo modo per un weekend?Il posto giusto
Qui abbiamo il primo racconto su una vedova, alle prese con i giudizi della gente, ma specialmente del padre con cui deve fare attenzione e non mostrarsi troppo felice per non essere accusata di aver dimenticato, né essere troppo triste per evitare pietismi.
Sempre la stessa storia, non è brutto, solo che non lascia molto.L'abitudine
Qui già c'è una storia "originale". Accadono migliaia di situazioni del genere ogni giorno nel mondo, ma proprio per questa normalità è carino leggere di come, semplicemente, ci si trova a realizzare un appuntamento tanto agognato che si scopre sbagliato, con una persona che capiamo non essere giusta ma ormai è troppo tardi e si trascina la serata fino alla ovvia conclusione, per poi non sentirsi più.
Come al solito, i numeri uno per rovinare tutto sono sempre i maschi: a quale altro essere dotato di corteccia cranica può venire in mente, appena seduti a cena, di sottolineare che "non si è dei fan" di quello che la partner ha appena preparato con tanto amore?L'anno dei miei dieci anni
Ancora una volta, argomento bambini/ragazzi psicologicamente messi alla prova a causa dei genitori che sono stanchi l'uno dell'altra. In questo racconto, nulla viene detto riguardo la relazione tra gli adulti, il tutto è visto attraverso il punto di vista della figlia di dieci anni. Non sarebbe neanche male solo che... abbiamo capito l'argomento, basta!
Le vedove
Se fosse un album musicale, questo sarebbe il singolo di lancio, suppongo sia il più citato tra i fan di questo romanzo. L'autrice trova un mix di osservazioni vincente e lo piazza in questo non-racconto, che è una raccolta di frasi a effetto, perfette per far sorridere amaramente all'inizio e far commuovere alla fine, il tutto a proposito delle vedove.
Effetto emozionale talmente citofonato da essere paragonabile a certi motivati messaggi da blog.Gli oggetti
Ecco il racconto colpevole di aver fatto ottenere una stellina in più al giudizio finale. Questo racconto, infido, ha superato le mie barriere sentimentali fatte di filtro anti-ovvietà, trascinandomi in un inferno già vissuto, quello di un amore sradicato a forza dal partner e punito inoltre con l'umiliazione di dover traslocare le proprie cose, i propri oggetti. Gli oggetti sono importanti e raccontano la propria storia. Lo so bene come ci si sente a finire in ginocchio a piangere perché le gambe sopportano il peso di tre valige addosso, ma non il peso dei ricordi. Il tutto mentre si scorrono le dita su libri, film visti insieme, che porteranno per sempre amarezza. E' atroce.
A dire il vero, tutto questo nel racconto non succede, c'è più freddezza, è senz'altro stato enfatizzato dall'esperienza personale la commozione arrecata. E' infatti quasi una delusione vedere il comportamento del compagno della protagonista, ma anche quella è una sfaccettatura plausibile.
Tra l'altro, mi ha fatto amaramente, molto amaramente, sorridere quando la protagonista sottolinea che non cadranno così in basso dal litigare su chi deve tenersi cosa, per chiudere la questione con dignità... beati loro, almeno non si sono presi anche pesanti insulti solo per aver preso un dvd in più per sbaglio.Il tempo è passato
Qui si cerca di estirpare con le tenaglie la commozione di chi legge. Infatti non funziona, l'artificio è talmente palese che nonostante un finale a effetto lacrimuccia, lascia piuttosto indifferenti. La coppia anziana della storia, che ancora sa dirsi "ti amo", non solo è argomento già sfruttato, ma anche sfruttato molto molto meglio, come per esempio nel già citato romanzo "La fine dell'amore", dove una storia del genere riesce davvero a struggere, senza bisogno di far apparire un neon con su scritto [PIANGERE] come valesse un applauso.
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Apr 4, 2009 |
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Valkir -
Ecco uno di quei libri di cui ci si può vantare di possedere. Ecco uno di quei libri che assicura assoluta qualità per coloro che con gioia e passione seguono i romanzi di esordienti, non fermandosi a prendere il primo best seller che trovano sullo scaffale di un supermercato, quindi dimostrandosi c ... (
continue ) Ecco uno di quei libri di cui ci si può vantare di possedere. Ecco uno di quei libri che assicura assoluta qualità per coloro che con gioia e passione seguono i romanzi di esordienti, non fermandosi a prendere il primo best seller che trovano sullo scaffale di un supermercato, quindi dimostrandosi conoscitori entusiasti del genere.
Francesca Angelinelli aveva già altamente dimostrato il suo valore attraverso il dittico fantasy-orientale "Chariza", dove si poteva capire il suo amore per lo studio dell'universo (lo Si-hai-pai, un mix fantasy di Cina e Giappone feudale) dove svolgere la storia e delle singole location. Tutte cose che ritroviamo in "Valaeria", romanzo che è stato scritto precedentemente "Chariza" ma che non ha niente di meno, anzi, forse proprio per la sua compattezza, riesce nell'impresa di offrire persino di più.
In "Valaeria" l'universo non ha purtroppo un nome (si spera fortemente l'autrice cambi idea sul fatto di non utilizzarlo più), ma rappresenta in tutto e per tutto un'ambientazione basata sull'Impero Romano. Arx, la Capitale al centro degli eventi, è infatti riconducibile a una Roma con tanto di Colosseo.
L'idea del romanzo è quella di far vivere, contemporaneamente, tre diverse avventure a tre protagonisti: i fratelli Lucio, Severo e Valeria (già, non c'è l'evocativo latinismo del titolo, nel nome della protagonista). Le loro storie, diverse ma unite nel profondo e in perenne guida del fato, finiranno per far combaciare gli eventi e scatenare l'inferno, tanto per citare un famoso gladiatore.
L'introduzione presente nell'intero primo capitolo è assolutamente perfetta in ogni dettaglio, rende partecipi della vita dei protagonisti (l'autrice è maestra nell'immergere nelle dinamiche senza perdersi in futili descrizioni), sembra inizialmente di star guardando il primo episodio di uno stupendo anime, poi regala grandi emozioni per la maniera in cui sono narrati gli eventi. Più che narrati, sarebbe vissuti la parola giusta, in quanto anche il lettore sarà seduto a tavola con la famiglia ad ascoltare il racconto del padre che narrerà la storia di tre spade dal passato sanguinoso: due gladi e una spada lunga utilizzata dalle donne guerriero dei paesi del nord. Le affiderà poi ai suoi tre figli, che dovranno proteggere e portare con loro nel ricordo reciproco e del loro passato. Un momento molto emozionante, un momento da eroi.
E' proprio da un gladiatore che riparte la storia, dieci anni dopo. Lucio, primogenito, infatti sceglie questa strada e insieme a lui ci si ritrova a esplorare la scuola dei gladiatori e gli antri umidi delle celle che portano alla spettacolare arena dell'anfiteatro dove si svolgono i combattimenti. Da citare soprattutto un combattimento nell'arena, descritto in maniera divina. Insieme a Lucio si assisterà ai migliori scontri uno contro uno.
Severo, il massiccio secondogenito, sceglie invece la carriera militare e si arruola come mercenario nelle legioni del nord. In questo caso si assisterà alla prima vera e propria battaglia di gruppo, con strategie e protezioni varie. Le svolte narrative stavolta per lui saranno ancora più inaspettate di quanto ci si aspetterebbe e che è bene non rivelare. Severo è senza dubbio il personaggio che possiede più sentimenti e che se la passa
A Valeria, la sorella minore, sono affidate le fasi più stealth del lotto, infatti risulta essere la figura più sfuggente e introspettiva del terzetto. Più losca se vogliamo, grazie anche al suo aspetto algido, nordico... e il suo spadone da valchiria sempre al fianco. Uno spettacolo insomma. E' lei che indagherà e sbroglierà la matassa riguardante il mistero che separò i tre.
I personaggi comprimari non sono da meno, personaggi che con poche pennellate vengono subito resi riconoscibilissimi al lettore. I compagni di Severo, Massimo l'Imperatore e sua sorella, il maestro della scuola di gladiatori. Per non parlare del cattivo di turno, Iano, un personaggio a tutto tondo (non solamente cattivo e basta, ma anche umano e con le sue motivazioni) che, assieme alla valchiria Clotilde, seminerà distruzione per tutto il romanzo.
La storia è solida, complice come già detto la compattezza, non c'è nessun capitolo riempitivo, gli eventi seguono un preciso flusso fino a giungere a un finale, che non finirà alla svelta ma anzi, si chiariranno benissimo gli eventi che accadranno dopo.
Di ogni singola parte si può apprezzare ogni retroscena, ci sono spesso capitoli dove è possibile osservare una stessa situazione dagli occhi dei tre fratelli, il che rende il tutto ricco di colpi di scena o gustose nozioni di cui il lettore è ovviamente al corrente e si divertirà a osservare il comportamento dei personaggi all'oscuro.Si tratta fondamentalmente di un romanzo d'avventura con ambientazione storica, l'elemento fantasy è di quanto più limitato ci possa essere per la tipologia low magic e la sua presenza non è neanche fondamentale per la storia, si tratta in questo caso di poteri empatici o della Vista, che nulla cambiano alla trama, risultando solo un'aggiunta per dare risalto alle tradizioni delle valchirie.
L'autrice descrive gli eventi in un modo così magistrale che sembra costantemente di star guardando un film storico. Per esempio, quando durante una epica battaglia tra legioni si descrive lo svolgimento dell'inizio della stessa, con tanto di araldi e segnali tipici guerreschi, è incredibile come sembra di aver appena assistito alla scena svolta. C'è amore e cura un po' ovunque.
Stilisticamente è inappuntabile, Francesca Angelinelli è una macchina di precisione che batte il ritmo della storia, una vera artigiana della parola. Il romanzo è scritto con estrema professionalità, non c'è il minimo errore dilettantesco. Sono presenti dei refusi, ma si tratta esclusivamente di errori di battitura (la cui colpa ricade solo sull'editore), assolutamente nulla che possa riguardare una qualche carenza stilistica. Sfido chiunque a dire: "Eh ma qui però l'autrice poteva...". No. "Valaeria" è fondamentalmente perfetto sotto ogni punto di vista. L'unica colpa appellabile all'autrice, è il fatto che dovrebbe sapere che i punti interrogativi (?) e i punti esclamativi (!), sono comunque interpunzioni e il periodo va ricominciato con la lettera maiuscola, non minuscola.
Sforzandosi di fare invece della critica negativa in generale, si può sollevare la questione di una sottile freddezza di fondo. Leggendo il romanzo a volte si ha l'impressione che stia trasmettendo pochi sentimenti, che i protagonisti non rimarranno alla lunga nel cuore del lettore. La questione dipende molto dai punti di vista e dalla sensibilità di ognuno. E' anche un motivo narrativo, in fondo la stessa Valeria è un personaggio molto freddo ma al tempo stesso risiede proprio lì la sua bellezza. D'altronde però, ci sono anche molte scene di Severo, uno dei personaggi migliori, che trasmettono a tutto tondo umanità. Per non parlare di un insolito piccolo protagonista: Leda, la cagnetta di Valeria, regala certamente dei momenti di tenerezza e di coraggio.
Alla fine dei conti, "Valaeria" è una vera e propria perla, anche solo per il fatto di essere, finalmente, uno dei pochi fantasy senza seguiti, ma un libro unico con un suo inizio, una sua storia, una sua conclusione. 144 pagine, che in realtà ne valgono un po' di più, in quanto i caratteri di stampa non sono enormi.
Anche l'edizione si presenta in un modo esemplare. A differenza di Chariza, prima di tutto il cartonato utilizzato è lucido (senza essere plastificato, così non si smeriglierà) e poi, la copertina. La copertina è eccezionale. L'autrice di questa, Francesca Resta (che per l'occasione non evidenzia più di tanto il solito viso da sorcio dei suoi personaggi), raggiunge standard elevatissimi, degni delle migliori cover per i romanzi di Licia Troisi, se proprio si vuol fare un esempio su qualità grafica consolidata. Dal vivo è ancor più splendida di quanto appare in foto, brillante, con colori vividi.
Dopo aver letto questo romanzo, Francesca Angelinelli non è più accreditabile tra gli esordienti, è una Scrittrice senz'altro matura e che non potrà che regalare in futuro romanzi sempre di standard elevatissimo.
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Gruppo: Protagoniste femminili nella letteratura gothic/horror/fantasy
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Apr 2, 2009 |
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- L'errore di Cronos (117)
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By Barbara Risoli -
Finished on Mar 22, 2009 




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Beyond Good & Evil -
Un'inedita lirica di Omero narra della figlia del futuro che metterà in ginocchio un intero regno senza l'uso di arma alcuna.
Il presente è subito il passato: Zaira è una ragazza italiana della Roma moderna e si risveglia nella Grecia del 1200 A.C.
L'incipit è grandioso, in due misure, si ... (continue ) Un'inedita lirica di Omero narra della figlia del futuro che metterà in ginocchio un intero regno senza l'uso di arma alcuna.
Il presente è subito il passato: Zaira è una ragazza italiana della Roma moderna e si risveglia nella Grecia del 1200 A.C.
L'incipit è grandioso, in due misure, sia perché la frase iniziale è di un bello che potrebbe essere studiata a scuola quanto "Quel ramo del lago di Como"; sia perché l'autrice non insulta l'intelligenza del lettore e non spiega come sia avvenuto esattamente questo salto nel tempo. Ciò all'inizio fa anche storcere il naso, ma è perfettamente giusto così.Il comportamento iniziale della protagonista è assai gustoso, non è il cliché dell'eroina terrorizzata dagli avvenimenti, il suo stato d'animo è il sentirsi un po' in un sogno e quindi temere relativamente poco gli avvenimenti potenzialmente pericolosi che incontra, inoltre è dotata di molta ironia e sfacciataggine piuttosto inedite in una situazione del genere, ma soprattutto è molto piacevole passeggiare con lei alla scoperta di luoghi ancestrali, precedenti persino alla nascita di Roma.
Purtroppo, pur restando Zaira una protagonista che non si spezza, perde parecchio brio nel procedere degli eventi. Ma questo è anche comprensibile per gli accadimenti che si ritrova ad affrontare, vicissitudini esterne ma soprattutto personali che scuoterebbero chiunque. Quindi è comprensibilissimo che la smetta di fare ironia sprezzante con ogni persona che incontra sottolineando le loro menti troglodite rispetto alla sua.I personaggi protagonisti della vicenda, sono del numero giusto per non essere troppi e dispersivi e allo stesso tempo risultando un party di compagnia. Purtroppo qui risiede anche il primo vero problema del romanzo, i personaggi sono purtroppo descritti poco o niente. Forse giusto di Dunamis, il re, si intuisce bene corporatura e aspetto (mentre per il profilo psicologico è comprensibile fin da prima che compaia: la sua forzata antipatia nasconde ben altro). Per il resto invece, siamo a livelli che non si conosce nemmeno il colore dei capelli di Zaira. Strano quindi risulta quando magari, al presentarsi di un personaggio-pedina che alla pagina successiva è già sparito per sempre, esso viene descritto perfettamente in ogni minimo dettaglio.
Per quanto riguarda invece le interazioni tra personaggi, queste sono fatte in modo impeccabile e anche quando qualche dinamica è prevedibile al lettore, rimarrà sempre interessante attendere il momento di quando certe rivelazioni verranno alle orecchie di colui che tra i protagonisti ne sarà più coinvolto emotivamente. La dinamica migliore è senz'altro il rapporto tra Dunamis e Aimatos, una tematica matura e basata su valori cavallereschi, nascosta dall'odio reciproco. Mentre si potrebbe dare l'oscar di personaggio più interessante all'ancella Eucide, che i più troveranno di un'antipatia unica, ma non si può non riconoscere il valore narrativo di quella che, in sostanza, è una vera e propria isterica pazza.Analizzato in macro capitoli, il romanzo è ottimamente narrato, ma preso nei dettagli talvolta un po' si perde. La più grande delusione del romanzo è come vengono trattate le amazzoni. Le amazzoni sono una cosa seria, è una comunità che spaventa per il suo rigore, per le sue scelte di vita, per il carattere guerriero e barbarico: è gente che si brucia il seno per tirare meglio con l'arco. Non si possono sminuire a macchiette all'interno delle quali salire di grado è quasi una bazzecola. Apici di questo momento affranto sono, prima di tutto la loro regina. Una regina debole e che si raggira facilmente, che mette a rischio la stirpe per... un maschio!
E poi fa cadere le braccia il modo in cui si diventa amazzoni: allenamenti di pochi mesi, fatti più che altro di corsette intorno alla piazza, non penso bastino a dare titolo di amazzone a nessuna donna. Insomma, una parte molto frettolosa e gestita male. Peccato perché al nominare delle sole amazzoni, il romanzo regala emozioni e sembra puntare molto in alto, solo che poi le distrugge banalizzandole.
C'è comunque in questo capitolo una scena assai godibile avente come protagonista Zaira che parla come una femminista degli anni '60 per entrare nelle grazie della regina. Scena davvero divertente, perché Zaira grazie al suo provenire dal futuro e saperla quindi lunga sui movimenti femministi, fa dei discorsi ironici che ovviamente la regina prende per serie considerazioni.Stilisticamente è una terza persona, scorrevole e che invoglia sempre a voltare pagina per seguire gli eventi di una trama che non scimmiotta "La straniera" come si potrebbe pensare, ma in caso lo rende più accessibile e con più elementi fantastici (oltre al fatto che la prima stesura di questo romanzo è precedente a quello della Gabaldon).
L'edizione letta è quella vecchia ora non più in commercio ed è purtroppo piena di refusi classici come una valanga di "d eufoniche", apostrofi al posto sbagliato e un uso spropositato del verbo "guatare" (in pratica: guardare) e della parola "allampanato/a". Ma niente di così fastidioso, per esempio le "d eufoniche" si possono sopportarle immaginandolo come un classico, vista l'ambientazione.
Non importa poi molto nemmeno il fatto che non ci sono problemi di lingua parlata per una ragazza venuta dal futuro e finita nell'antica Grecia (viene additata solo di possedere un "accento strano"). Inoltre, come insegna il film "Ritorno al futuro", già nei nostri recenti anni '50 non si usava il termine "pesante", mentre all'inizio del romanzo gli autoctoni dell'epoca lo utilizzano per compatire la situazione di Zaira.
E cosa dire del "fiume assassino"? Guadare un fiume in questo romanzo equivale a uno sterminio di un esercito. Insomma, per quanto mosso che sia, forse è un po' troppo.
La cosa importante è che non ci sono errori di carattere dilettantesco, che non sembra di star leggendo un blog come a volte capita di recente: "L'errore di Cronos" è estremamente professionale da questo punto di vista.In conclusione, il romanzo ha i suoi difetti, ma il viaggio della protagonista è qualcosa che rimane dopo la lettura e non è di certo un effetto collaterale garantito da molti romanzi. La votazione finale sarebbe dovuta essere di due stelle (che ne valevano tre), ma le ultima 100 pagine del romanzo sono estremamente avvincenti, il penultimo capitolo poi, è oltremodo emozionante e con l'emozione che regala fa promuovere il romanzo con ben oltre che la sufficienza piena.
"L'errore di Cronos" è una lettura autoconclusiva e non lascia nulla in sospeso, ma avrà prossimamente un seguito e infine un epilogo che chiuderà la trilogia.
Complimenti a Barbara Risoli che sicuramente limerà ogni problema nei prossimi capitoli e si spera che spinga ancora e di più sul far incontrare/nominare ai protagonisti dei personaggi storici, infatti le parti iniziali di questo romanzo in cui ci si ritrova Omero (e in parte anche Ulisse) a cantare le sue liriche, sono molto suggestive (con Zaira che ci scherza ripetendole l'incipit dell'Iliade, davvero fantastico).
Nota: L'edizione nuova del romanzo, probabilmente epurata da parecchi refusi (e magari anche con editing migliorato nella descrizione dei personaggi), è questa:
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Mar 23, 2009 |
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- Biografia della fame (1399)
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By Amélie Nothomb -
Finished on Mar 13, 2009 




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Voglio andare a vivere nel Vanuatu! -
Cronologicamente da leggere come terzo volume delle avventure autobiografiche di Amelie Nothomb, ecco "Biografia della fame", che svela i primi anni dell'adolescenza di Amelie.
A dire il vero, la storyline si dipana in modo molto più ampio, riempendo i vuoti che intercorrono tra "Metafisica de ... (
continue ) Cronologicamente da leggere come terzo volume delle avventure autobiografiche di Amelie Nothomb, ecco "Biografia della fame", che svela i primi anni dell'adolescenza di Amelie.
A dire il vero, la storyline si dipana in modo molto più ampio, riempendo i vuoti che intercorrono tra "Metafisica dei tubi" e "Sabotaggio d'amore" e proseguendo dall'adolescenza in poi, quindi preparando il terreno (o strizzando l'occhio, dipende dall'ordine di lettura dei romanzi) anche nei cronologicamente futuri "Stupore e tremori" e "Né di Eva né di Adamo", entrambe pubblicati precedentemente. Ma è sull'adolescenza che si concentra maggiormente il focus.
E' bene dire che la filosofia su cui verte il romanzo, la "fame", è talvolta discutibile come argomentazioni, ma sono pur sempre i deliri di una ragazzina prodigio, come ci tiene a sottolineare la stessa autrice. Si parte dal presentare la fame come concetto astratto riguardante la voglia di conoscenza, di bellezza, fame spirituale insomma. Ma verrà anche trattato l'argomento fame biologica.
Proprio grazie a quest'ultimo tipo di fame, Amelie ha avuto l'illuminazione per scrivere il romanzo, unito alla casualità di imbattersi in una constatazione eccezionale: gli abitandi dell'arcipelago del Vanuatu (Australia), non hanno mai avuto fame e per questo motivo, storicamente, non sono mai stati interessanti per nessuno, dai coloni ai turisti.
Casualmente l'Amelie di oggi, riceve un opuscolo con dei manufatti di quella zona e facendo delle ricerche scopre la bizzarria di quella parte di mondo. Questo disinteresse affascina Amelie e da qui esplode -in uno stupendo incipit che più esilarante non si poteva- la filosofia della fame, basata sul concetto che l'assenza della stessa è un dramma al quale nessuno ha mai rivolto la propria attenzione.Dopo molte divertentissime pagine di questa introduzione, ecco arrivare l'aggancio con la vita dell'autrice (la fame sono io) e comincia quindi la sua narrazione prendendo in esame i tanti paesi che ha solcato fin dalla nascita.
A questo proposito c'è un'affermazione che lascia un po' basiti, in quanto Amelie afferma con solerzia come il paese che abbia più sofferto la fame nella storia sia la Cina (ed è per questo effetto doping di avere fame che hanno inventato "tutto" e la loro cucina è la migliore). E l'Africa dov'è finita? Possibile che un continente che soffre ancora adesso sia messo in secondo piano rispetto ai problemi della Cina? Probabilmente è dovuto al fatto che Amelie in Africa sembra non esserci mai stata (non viene mai citata, a differenza di gran parte del resto del mondo), unito al fatto che, come lei stessa afferma, con "Cina" intende praticamente tutta l'Asia a esclusione dell'amato Giappone.Ogni nazione in cui Amelie deve andare a vivere (si ricorda che il padre è un diplomatico al quale ogni tot anni viene dato un nuovo incarico in un altro paese) contiene praticamente una storia a parte, perché coincide anche con le molte età (soprattutto mentali) dell'autrice. In questo romanzo si trova il lacerante addio al Giappone, l'arrivo nell'odiata Cina, la rivelazione dell'America, la terribile esperienza in Bangladesh, per poi descrivere in breve quello che sarà approfondito nei "prossimi" (a livello cronologico) romanzi.
E' una storia veramente scritta con il cuore, si nota infatti come la scrittrice trasmetta il suo disagio nei luoghi dove si è trovata male, nei sempre dolorosissimi strappi (dalle amicizie e dagli amati luoghi) da un paese all'altro, ma più che altro da una vita all'altra, perché ogni viaggio è un cambio radicale nelle abitudini. Risulta invece la parte migliore e più frizzante quella svolta a New York, dove ritroviamo un po' la Amelie di "Sabotaggio d'amore", con lo stesso spirito, la sua continua ricerca d'amore, ma stavolta anche piena d'ironia che fin'ora non aveva mai palesato in questo modo. A simbolo di questo, la scena in cui Amelie si fa sane risate osservando le ragazzine della scuola che se le danno di santa ragione perché tutte innamorate di lei: la Amelie di pochissimo tempo prima (soprattutto prima dell'esperienza Elena vista in "Sabotaggio d'amore"...) avrebbe gongolato o addirittura nemmeno quello, al cospetto del suo status di divinità certe scene sarebbero state quantomeno dovute.Uno dei momenti più alti del romanzo, è l'assolutamente geniale (nata osservando il funzionamento del tempio della Dea Vivente in India) introspezione al sopraggiungere dell'adolescenza in Amelie, che si riassume in questo concetto meraviglioso: una nuova e spietatamente cinica voce all'interno dell'innocente mente bambina. Mai definizione di questo status dell'esistenza e dello sconvolgimento ormonale fu meglio definito come quanto segue. Ecco cos'è l'adolescenza:
(pag. 122) <<Nella mia testa, operava la dislocazione. Forte era la voce nuova, che ormai mi impediva di raccontarmi frottole. Il mio racconto interiore, misto di realtà e fantasmagoria, non aveva mai conosciuto interruzioni: accompagnava i miei più piccoli pensieri. Adesso, quando tentavo di riallacciare quel filo narrativo, si intrometteva la voce nuova che tollerava solo l'anacoluto.
Tutto divenne frammentato, puzzle nel quale mancavano sempre più pezzi. Il cervello, fin là macchina per fabbricare continuità a partire dal caos, si trasformò in un frantoio.>>
Ma non solo di fame spirituale è il dramma di Amelie. Molto particolare è, a un certo punto dell'adolescenza, il momento in cui il corpo di Amelie si "deforma" e lei si sente brutta e inadatta. Ella si rinchiude in sé stessa e riflette su una questione appresa in Bangladesh, dove la gente moriva di fame: la fame è un dolore che sparisce molto in fretta, se ne subiscono gli effetti senza più provare sofferenza. Amelie decide di non provare più sofferenza e scatta quindi un processo di digiuno che la porta all'anoressia.
Nell'ultima parte il romanzo perde un po' di quella magia nella stesura, quel modo di raccontare particolare, al limite del fantastico, che fa diventare le autobiografie di Amelie così speciali. L'ultima parte è più una didascalica descrizione degli eventi messa un po' frettolosamente, diventa quasi come una normale autobiografia. Per fortuna sono solo passaggi brevi, le ultime pagine, che portano alla conclusione del romanzo e che comunque contendono una parentesi commovente (ma dipende dalla sensibilità di chi legge) riguardo un incontro di Amelie.
In conclusione, un buon mix della filosofia incontrata in "Metafisica dei tubi" unito alle mille peripezie di "Sabotaggio d'amore", scritto come sempre con maestria e, marchio di fabbrica dell'autrice, una grandissima ricercatezza delle parole (e leggendo il romanzo, si scopre anche da dove venga questa sconfinata conoscenza del dizionario).
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Mar 16, 2009 |
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- Il delta di Venere (3156)
- Racconti erotici
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By Anais Nin -
Finished on Mar 9, 2009 




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Cabotine -
Più che un romanzo erotico, ma un romanzo sull'erotismo. In questi racconti si esplorano parecchi aspetti della sessualità e delle sue perversioni, che spesso sono assolutamente necessarie.
Anaïs Nin scrive sempre con una voce narrante femminile, anche trattando di uomini, e questo da una linf ... (
continue ) Più che un romanzo erotico, ma un romanzo sull'erotismo. In questi racconti si esplorano parecchi aspetti della sessualità e delle sue perversioni, che spesso sono assolutamente necessarie.
Anaïs Nin scrive sempre con una voce narrante femminile, anche trattando di uomini, e questo da una linfa tutta particolare ai racconti. Infatti sono racconti che cercano di essere spinti, per volere del collezionista che li commissionò, che obbligava Anaïs a concentrarsi sull'atto sessuale nudo e crudo, mentre Anaïs voleva metterci un po' di "poesia", tipica dell'universo femminile.
Il risultato è vinto dal collezionista, non saranno estremamente pornografici, ma pur girandoci intorno il più possibile, Anaïs Nin, volente o nolente, in questi racconti esegue il suo compito.A questo proposito, viene da esprimere perplessità verso coloro che proclamano "Il delta di Venere" come una "poetica sull'erotismo tutta al femminile". Qui non c'è poesia, o meglio, la poesia è presente in piccolissimi stralci attribuibili a un paio di frasi in tutto il romanzo, ma trattasi certamente di un romanzo erotico. Punto. Perché nascondersi dietro la carta della "poesia" quando è chiaro che si ha timore di sbandierare che si sta leggendo un romanzo erotico? Atteggiandosi in questo modo un po' snob, si va proprio contro il messaggio che la scrittrice inietta nel testo, nell'abbandonare i pudori che sono i nemici numeri uno del sesso.
Detto questo, i racconti presenti non sono fondamentalmente così diversi tra loro e nessuno si eleva a grandissima opera. Inoltre spesso si interrompono bruscamente nel finale, anche quelli più lunghi. Questo, volendo, si può osservare come una metafora sessuale: un finale interrotto che lascia l'ultima goccia di piacere, per prolungare lo stesso (come verrà espresso più volte nel romanzo tale concetto).
Il romanzo, in questa edizione, possiede un'introduzione che è scritta involontariamente dalla stessa Anaïs, in quanto sono ritagli tratti dai suoi "Diari", dove viene spiegato come è nato questo romanzo, le esigenze del collezionista di basarsi sul sesso, il dispiacere che questo crea in Anaïs, ecc... Grazie a questa introduzione si possono apprezzare svariate sfumature contenute nel romanzo, per esempio, fa sorridere il fatto che, senza dubbio, le moltissime parti ironiche presenti nei racconti, sono chiaramente la penna-spada di Anaïs contro il collezionista, la sua ribellione a doversi costringere a dover preferire sempre l'atto rispetto alle sensazioni.
Nonostante a volte non si scavi abbastanza a fondo, Anaïs Nin è capace di dipingere situazioni sempre molto originali e particolari, quando non al limite del surreale. I racconti hanno un valore variabile, si possono apprezzare per la loro concentrazione di perversioni, di ironia, di sensazioni... proprio per questo motivo occorre fare un piccolo resoconto di ognuno di essi.
"Il delta di Venere" insegna senz'altro come per il termine "erotismo" non si intenda esclusivamente penetrazione, ma la ricerca del piacere...
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L'avventuriero ungherese
Il primo racconto è assolutamente uno dei migliori del lotto. Frizzante e sconvolgente. Il Barone, protagonista della vicenda, è una persona praticamente perfetta, un superuomo. Bellissimo, irresistibile, carismatico. Le donne cadono ai suoi piedi e lui sa gestire benissimo la situazione sfruttandola al meglio, infatti dopo poco tempo che frequenta una donna, prende e se ne va, magari in un'altra nazione.
Un racconto che mostra quanto il sesso chiami altro sesso, se è fatto sfogando le proprie perversioni. Ma attenzione: perversione sì, esagerazione no. Su questo ci si interroga, sul fin dove è possibile spingersi oltre senza rovinare tutto.
Ci sono incredibilmente tante chiavi di lettura in quello che apparentemente è un semplice racconto, anche molto breve. Infatti, allo stesso tempo, la chiave di lettura può trasformarsi semplicemente nell'affrontare l'argomento vecchiaia. Se fosse tutto lì il problema che si risolve nel finale?
E ancora, un'altra chiave di lettura vede questo racconto come un'accusa alla sedentarietà, per perseguire le proprie passioni è necessario seguire l'esempio del nostro beniamino, il Barone?Matilde
In questo racconto c'è un passaggio di consegna, un collegamento col precedente. Matilde, la protagonista, fu infatti sedotta proprio dal Barone dalle mirabili gesta. Matilde è una donna che ispira al piacere amoroso, ma quel tipo di piacere che sboccia dal romantico. Purtroppo la sua prorompente bellezza le garantisce apprezzamenti maschili di tutt'altro genere. Per questo decide di partire per il Perù alla ricerca di nuove esperienze, che la porteranno a pratiche sessuali consumate nell'oppio, fino a un finale che non ci si sarebbe mai aspettati.
Anaïs Nin avrebbe potuto scrivere anche romanzi thriller o magari anche gotici, lo dimostra con questo racconto che presenta tali contaminazioni. Vale la pena rivelare la comparsata di un personaggio davvero inquietante: un barbone ricoperto di graffi e ferite, lesioni che si procura da solo con un coltello, per poi iniettarsi eroina aspirata da una penna stilografica che viene infilata nei tagli.Il collegio
Una brevissima novella degna di un Sade o di un Boccaccio. Un monastero che funge da collegio per soli ragazzi. Ragazzi ai quali viene proibito masturbarsi e che non hanno mai visto una donna. In mezzo a loro un prete pederasta.
Il racconto, letto con la giusta ironia senza facili scandali, è decisamente divertente. Il tema trattato è non è tanto l'omosessualità, quanto più un test su cosa accade a qualsiasi individuo in situazioni di stress sessuale estremo, in cui la voglia di sfogare la propria sessualità raggiunge livelli in cui poco importa chi o cosa serva per sfogarsi.L'anello
Un raccontino un po' sottotono, con un buon inizio ma una risoluzione frettolosa e fondamentalmente sbagliata, viste le possibilità che c'erano.
La donna è così avvantaggiata nel tradire, che è difficile giudicare se sia vincitrice o vinta, quando subisce una punizione per puro dubbio. La morale, se mai ce ne fosse una, parrebbe essere quella di una gelosia come utile sfogo per stimolare potenza (o sarebbe meglio dire resistenza?) sessuale, più che il desiderio, visti i problemi del protagonista.Maiorca
La spiaggia di Maiorca negli anni '40. Le donne europee facevano il bagno quasi vestite, mentre dall'America arrivavano turisti che si concedevano anche il nudismo. Un altro brevissimo racconto che potrebbe essere la classica avventura avuta dalle nostre nonne. Una spiaggia, la pudicizia dei tempi, il nuovo che avanza e l'inganno che esso porta con sé, che accompagna a piaceri proibiti una ingenua diciottenne.
Sembra che una volta bastasse un abbraccio di un uomo e ogni vergine, inizialmente controvoglia, si concedeva, ricordando per tutta la vita quel romantico incontro. Oggi probabilmente il povero latin lover di questa storia finirebbe accusato di stupro dalle ormai furbe e maliziose ragazze moderne.Artisti e modelle
Un racconto più lungo, ma a sua volta è un contenitore di varie storie, di cui alcune davvero molto belle come quella sull'ermafrodita. Storie che vengono narrate alla protagonista, una bellissima modella vergine, che posa anche nuda senza problemi, ma non riesce ad avere una vita sessuale appagante in quanto il suo desiderio sarebbe quello di innamorarsi. Nell'attesa ascolta racconti erotici che la turbano molto. La bellezza del racconto va vista esclusivamente in base a questi miniracconti, perché la storia della protagonista si perde sul più bello, visto che il racconto si interrompe senza avere un vero e proprio finale.
Lilith
Una storia breve che esplora la frigidità femminile. Un marito fa ingerire, a sua insaputa, un afrodisiaco alla fredda moglie, ma lo fa proprio nella serata in cui lei doveva uscire con un'amica e andare al cinema. Il finale della storia è abbastanza a sorpresa e non tratta in modo superficiale questo problema, in quanto si interrompe in un finale aperto che suggerisce alternative.
Marianne
Storia breve, molto particolare, che affronta la femminilità repressa in cerca di entusiasmi sessuali (tematica più volte presente nei racconti), unita al sondare problematiche psicologiche, sempre a sfondo sessuale, stavolta appartenenti a un maschio. Ma è sempre la donna protagonista quella che subisce in realtà la violenza psicologica della vicenda, in quanto si vede alle prese con un uomo che si eccita solamente tramite l'esibizione del proprio corpo e non è interessato a un atto completo. Il racconto, forse proprio per le sue costrizioni sessuali, evidenzia le scene più erotiche, infatti sono presenti delle fellatio piuttosto eccitanti e liberatorie.
La donna velata
Prevedibile finale per i più smaliziati, ma un racconto ben congegnato, finalmente con un inizio e una fine ben delineati. L'argomento trattato è, senza voler rivelare l'intento nascosto, quello della coppia aperta. Lo sprovveduto protagonista è stavolta maschile - del resto, le donne si può farle soffrire in amore, ma è raro farle fesse come si fanno fessi gli sciocchi uomini.
Elena
Elena è un racconto stavolta molto lungo, che si perde un po' in sé stesso, che annoia. Nonostante questo, è di certo il primo racconto a proporre una vena di vero e proprio erotismo al femminile. E' fatto di momenti, non proprio suddiviso in capitoli, ma vive comunque di microcosmi che permettono di esplorare tantissime cose a proposito dell'erotismo. Si trovano lunghe descrizioni delle sensazioni e dell'immaginario femminile, amoroso e sessuale, unico nel suo genere che a un misero maschio non passerebbe nemmeno per la testa immaginare. Un'immagine meravigliosa tra le tante, è la descrizione che la protagonista fa della gola del proprio amante. Essa non solo diventa il classico punto dove fanno eco i battiti del cuore, ma riesce a cogliere una sfumatura alla quale solo una sensibilità femminile poteva arrivare: la gola dell'amante tende i suoi nervi quando ella appoggia una mano sul suo sesso. Un immagine molto evocativa.
Si incontrano anche cose un po' sgradevoli, magari figlie dei tempi, magari sintomo che Anaïs non vedeva del tutto di buon grado l'omosessualità. Pur rappresentandola spesso a livelli alti, di purezza non volgare, talvolta si fanno affermazioni come le seguenti.
La figura del maschio omosessuale è costernata leggendo la protagonista che si domanda il perché gli uomini debbano cercare questi "travestiti" come palliativo alla donna, se poi si comportano come la donna più civettuola. Una grossa banalizzazione. Un episodio meno generalistico e più interessante è invece quando viene narrata la storia di come un omosessuale passivo, si sente frustrato perché desidera anche lui la sua parte maschile, mentre viene sessualmente abusato da un maschio più come sfogo che come un dare e ricevere. Insomma, si apre un mondo di considerazioni e questo da spessore al racconto.
Anche l'ambiente lesbo viene trattato. In questo caso la parte positiva è maggiormente evidenziata, anche perché ne sarà intrigata finanche la protagonista "tuttofare" della vicenda. Inoltre Leila, regina della notte lesbo, è il personaggio più aristocramente sexy del lotto. Vengono prese di mira più che altro le lesbiche "poser". Quelle che si abbandonano al lesbo-chic tanto perché va di moda avere un'amante donna, ma non capiscono le esigenze di una lesbica doc, creando solo un teatrino che è la metafora di quello a cui una vera lesbica vorrebbe sfuggire, cioè la donna civettuola per conquistare il suo uomo. A dire il vero Anaïs fa dire alla protagonista che l'amore lesbo non sarà mai completo perché mancante di penetrazione:<<Qualunque cosa le donne potessero farsi a vicenda, non avrebbero mai potuto produrre questa cadenza crescente, questo canto vaginale. Solo una sequenza di colpi, di ripetuti assalti maschili poteva produrla>>
Questa è una falsità enorme, l'amore saffico è talmente avanti che solo un maschio invidioso potrebbe tirar fuori una banalità del genere. Però Anaïs afferma anche il contrario e si lascia completamente perdonare scrivendo una frase che è un vero capolavoro, tratteggiando perfettamente quello che è l'erotismo tra donne:
<<[...] un voluttuoso mantello di nuove sensazioni, qualcosa di sospeso che non voleva soddisfazione, ma prolungamento.>>
Il finale della storia è solo apparentemente poco importante, ma nasconde una morale interessante riguardo l'amore. Non solo questo si nota nel comportamento finale della protagonista, ma anche nel riprendere una frase che scritta all'inizio del racconto riguardo gli uomini e il loro vivere l'amore, vivere per l'amore. Sarà veramente così?
Riuscendo a cogliere tali sfumature, si perdona quindi la cadenza piuttosto monotona di questo lungo racconto, che regala però un vero e proprio stralcio di vita.Il Basco e Bijou
Questo racconto riprende il precedente "Elena", la protagonista è infatti la bella prostituta Bijou, personaggio già apparso come secondario.
Lo svolgimento della trama accade probabilmente durante "Elena" stesso, con stralci di prima e dopo.
A differenza di "Elena" però, questo racconto appare più dinamico e frizzante. Il che comporta, a livello di contenuti, che il fattore erotico più poetico presente in "Elena" viene qui accantonato, favorendo un erotismo costituito più da fatti che da pensieri e ricerca d'amore, con più esplorazioni che attraversano vari campi, come l'esasperazione del voyeurismo, piccanti giochini erotici che rendono più vispo il tutto (c'è persino un accenno di zoofilia). Sono presenti anche alcune perversioni un po' fetish come godere attraverso il dolore. Compare anche il classico esempio delle frustate, ma in questo caso sono della miglior specie, perché negli anni '40 si poteva ancora cavalcare spesso e quindi ricevere sculacciate da un frustino da fantino non era una pallida imitazione, ma proprio un piacere suggerito dal dolorante -e piacevole- cavalcare, che arrossava al punto giusto il fondoschiena suggerendo il desiderio di emozioni più forti. Niente di sadiano ovviamente, vengono così ben raccontate le scudisciate, in un modo così erotico, libero, che viene quasi voglia di provarle.
La figura del Basco, invece, è piuttosto aliena alla storia principale. Egli è sì il compagno di Bijou, però viene presentato all'inizio e poi quasi abbandonato, per poi ritornare a chiudere il racconto nel finale, che si svolge al di fuori della trama di Bijou, dove si racconta di una vecchia passione del Basco risalente alla sua adolescenza, molto eccitante.Pierre
Anche in questo caso il lettore si ritrova a conoscere il protagonista della vicenda, quel Pierre sempre conosciuto all'interno del racconto più lungo di questa raccolta, "Elena".
Risulta essere uno dei racconti migliori e sicuramente lo sarà stato anche per il collezionista che li commissionò. Infatti è pieno zeppo di perversioni, talune anche piuttosto estreme, fa infatti capolino addirittura la necrofilia. Comunque, il racconto non è lunghissimo ma non si fa mancare nulla, c'è di tutto, dal voyeurismo alla sempre vincente carta -più volte trattato durante i racconti- dell'adolescente in cerca di prime esperienze (siano queste con una vecchia laida in una latrina pubblica, siano con la classica "amica di mamma").
Dopo questo mix di esperienze passate, la storia ci porta a conoscere cosa accade a livello cronologico dopo "Elena", catapultando di nuovo il tema su argomenti tipicamente perversi e d'impatto come un mix di pseudo incesto e pedofilia tutto insieme. Riprende quindi temi trattati anche nel racconto "L'avventuriero ungherese", ma trattandoli in altro modo, se vogliamo più dolce e comprensibile, destando scandalo esclusivamente per il significato intrinseco della vicenda, ma non per l'atto sporco in sé.Manuel
Brevissima storia di un esibizionista, quasi una parabola. Come al solito gli esibizionisti vengono descritti nei racconti di Anaïs come disinteressati completamente dal voler avere un rapporto sessuale completo, sono quindi deviazioni pure e non millantate. In questo caso l'esibizionismo non è per tutto il corpo, come visto per esempio in "Marianne", ma la perversione risiede nel godere, anche fino all'orgasmo, al solo mostrare il proprio organo sessuale -tra l'altro di grandi proporzioni- a spettatori che, dal loro canto, devono essere attenti.
Linda
Breve storia, che punta i riflettori su quanto alcuni fattori, assolutamente non pertinenti con il sesso, siano importanti per l'erotismo. La protagonista di questa vicenda è infatti eccitata da un profumo, solo assaporandolo riesce a risvegliare completamente i suoi sensi.
Il racconto si chiude con il classico raccontino perverso d'infanzia, riguardo le prime esperienze masturbatorie di Linda grazie al cordone del saio di un monaco mentre si sta confessando.Marcel
L'ultima storia ha la particolarità di essere probabilmente la più semplice del lotto, perché riguarda esperienze trasgressive ma non perverse.
Inizialmente viene presentato Marcel, una sorta di fricchettone vagabondo, che pare affascini le donne perché si veste come gli pare: un giorno elegante, il giorno dopo da operai, da artista, da straniero. Solo che poi la storia passa alla voce narrante, una protagonista senza nome. E cominciano varie esperienze sessuali, con Marcel e non, in vari luoghi e attraverso le nevrosi, o la mancanza delle stesse. Una sorta di esplorazione dei propri sogni erotici in stile "Eyes wide shout", persino con gli stessi riscontri. Vengono quindi espressi desideri, o fatti racconti sottilmente erotici (per esempio scaldando gli animi raccontando di una mano morta in metropolitana). Vengono anche fuori pensieri del tipo:<<E' strano come il carattere di una persona si rifletta nell'atto sessuale. Se uno è nervoso, timido, impacciato, pauroso, l'atto sessuale è lo stesso. Se uno è rilassato, l'atto sessuale è gradevole.>>
Ma specialmente, mi piace ricordare questo racconto perché regala questa sacrosanta perla:
<<
"Sei stato un buon amante, Marcel. Mi è piaciuto il modo in cui mi hai preso il culo con tutte e due le mani. L'hai afferrato saldamente, come se ti apprestassi a mordermelo. Mi è piaciuto il modo in cui mi hai preso il sesso tra le mani. E' stato proprio il modo in cui l'hai preso, con tanta decisione, con tanta mascolinità. E' quel tocco da cavernicolo che hai.""Perché le donne non dicono mai di queste cose? Perché ne devon sempre fare un gran segreto? Pensano che distrugga il loro mistero, ma non è vero. Ed ecco che arrivi tu e mi dici esattamente quello che hai provato. E' magnifico."
"Credo sia giusto dirlo. Ci sono già abbastanza misteri, e quelli di questo genere non aiutano ad apprezzarci reciprocamente."
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Mar 11, 2009 |
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- Black Angel (129)
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By Paola Boni -
Finished on Feb 26, 2009 




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Mi chiamo Virgola, sono un Puntino... sono la stella di questo libricino. -
"Black Angel" è il romanzo di esordio di Paola Boni, che con i suoi racconti aveva fatto ben sperare riguardo la nascita di una saga sui vampiri tutta italiana. Racconti altalenanti a dire il vero, "Ascension" aveva dei dialoghi imbarazzanti e una soluzione della trama molto frettolosa, "Dark Sensat ... (
continue ) "Black Angel" è il romanzo di esordio di Paola Boni, che con i suoi racconti aveva fatto ben sperare riguardo la nascita di una saga sui vampiri tutta italiana. Racconti altalenanti a dire il vero, "Ascension" aveva dei dialoghi imbarazzanti e una soluzione della trama molto frettolosa, "Dark Sensation" invece anticipava in pieno le tematiche del qui presente romanzo, essendone il breve prequel, mostrando finalmente i denti. Quindi l'aspettativa per la storia completa era decisamente alta.
La trama è piuttosto tipica del genere. C'è la ragazza normale che in realtà nasconde dei poteri, c'è il vampiro fighissimo che si innamora di lei con irritante insistenza, ci sono le ovvie conseguenze di quando una cosa del genere avviene. Gli altri vampiri che non accettano di buon grado che il loro capo vada in fissa per un'umana e il vampiro cattivone di turno che odia un po' tutti.
Paola, la protagonista, è probabilmente il personaggio peggiore. Davvero irritante fin dal suo presentarsi con pensieri del tipo: "Non vado mica alle feste e in discoteca io, mica sono come gli altri io, certe cose non le faccio io, mi distinguo dalla massa io". Ma non c'è uno straccio di umiltà in lei, è solo finzione quella di sentirsi diversa, nasconde fin da subito un ego totalmente tronfio. Scopre l'esistenza dei vampiri senza tanti traumi e pochi minuti dopo -fingendo arrabbiature e urla isteriche fine a sé stesse- si è già infilata abiti stretti e succinti (menomale che era contro le discotecare) solo perché Lucas le dice di farlo. La scusante del suo cedere sarebbe che altrimenti Lucas non risponderebbe alle sue domande. Ma non voleva rimanere una ragazza normale? Le ragazze normali si tappano le orecchie davanti agli orrori, non si mettono in ghingheri per farsi portare nella tana del lupo affamate di curiosità. E' solo un accusa all'ipocrisia di Paola, una protagonista con un diverso spessore avrebbe avuto tutto il diritto di seguire il vampiro senza essere giudicata. Inoltre Paola è una vergine che non ragiona e agisce affatto come una vergine.
Veniamo a Lucas, il vampiro figo di turno.C'è bisogno di descriverlo? Ovviamente pantaloni che fanno da seconda pelle, stivali che come minimo arrivano sopra al ginocchio, capelli neri e lunghi, camicia naturalmente sbottonata a mostrare il petto scultoreo. Insomma, il cliché dei cliché.
Vola. Non come magari talvolta si usa dire per i vampiri che "volano" inteso come compiere lunghissimi e impressionanti salti. No. Vola nel senso che decolla e rimane quanto vuole librando nell'aria, fermo. Un vampiro elicottero.
Fa quello che vuole con la mente delle persone, cancella la loro memoria a breve termine talmente tanto spesso, che per esempio la povera madre di Paola fa la fine del medico forense di Men In Black, sparaflashata di continuo per dimenticare.
Eppure questo personaggio, smussato da alcune forzature come per esempio la sua arroganza iniziale, non è affatto male. C'è una bellissima parte del romanzo in cui il vampiro narra il suo passato, le sue origini del passaggio da umano a vampiro, vengono svelati dei lati per nulla scontati per uno dei protagonisti principali di una saga. Scelta coraggiosa e che si spera venga nel futuro approfondita con novità o retroscena ancora inediti del suo carattere, evitando di banalizzarlo come già lo è fisicamente.Daniel. Uno dei co-protagonisti fa parte di una Confraternita che lotta contro i vampiri. Nessun vero giudizio sulla Confraternita a questo punto della saga (comunque puzza di Talamasca lontano un miglio), mentre per Daniel si può dire che sia il punto di riferimento della persona equilibrata e con massima dedizione al suo dovere. Ovviamente è fighissimo anche lui, biondo con gli occhi azzurri.
Riccardo aka Rick è invece il co-protagonista che funge da persona normale, allegra e fa un po' il "maledetto" della situzione, anche se in mezzo ai vampiri risulta più un ragazzino ribelle (ovviamente è figo anche lui, Paola non si abbassa a frequentare i cozzi, purtroppo). Ciò non toglie che è un personaggio che funziona, con una forza d'animo incredibile e una empatia sincera e mai fastidiosa come spesso accade in alcuni romanzi.
Leggendo "Black Angel" viene naturale fare dei paragoni con affermate saghe vampiriche come quella di Anita Blake. Ci sono in effetti parecchi espedienti molto simili, ma nonostante questo, direi che si possa sorvolare, in fondo sono ben pochi i romanzi sui vampiri ad avere qualcosa di totalmente originale, inutile quindi accanirsi su questo punto solo perché si tratta di un esordio.
Paola Boni decide che per una storia di vampiri italiani, va forgiata una nomenclatura alternativa a quella classica che ormai tutti conoscono. Per esempio il celebre termine "Master" viene qui sostituito con "Lord" e non presenta nessuna differenza.
Mentre gli "Schiavi umani" diventano "Custodi", che sono una esemplificazione, in quanto in questa saga il "marchio" del vampiro è unico e non a più livelli come di solito; Con la morte del vampiro, il "Custode" non muore (o rischia di morire), ma semplicemente è l'unico modo per rompere il marchio; sembrano non avere quindi lati negativi, dato che aumentano solamente le caratteristiche fisiche e mentali di un umano, ma questo esclusivamente pensando che il vampiro che ha posto il marchio sia un vampiro buono, altrimenti si è letteralmente soggiogati.La novità introdotta sarebbe invece la figura del "Veggente", alla quale Paola appartiene. Fortunatamente non è la solita solfa del potere che preclude a un vampiro di leggere nel pensiero di un umano, ma semplicemente un umano in grado di individuare (o percepire) il soprannaturale. Detto così non sembra niente, ma i vampiri non la pensano allo stesso modo in quanto se un Veggente si mettesse alla guida di un gruppo di sterminio, sarebbero scovati e uccisi. Quindi la legge dei vampiri impone lo sterminio a vista di ogni persona che si scopre "Veggente".
L'autrice va oltre questo espediente, perché la figura del "Veggente" ha anche contatti con i soprannaturale, inteso come per esempio dei presagi o una visione del passato. Ed è proprio su questo ultimo esempio, che il romanzo presenta un capitolo che è una vera e propria perla sotto più punti di vista. Vengono inaspettatamente svelati dei retroscena su alcuni personaggi che si scoprono avere un comune denominatore, una parte davvero splendida e scritta con maestria che permette di approfondire i co-protagonisti in modo "tridimensionale", rivivendo il loro passato cambiando punti di vista fino a scoprire la causa di tutto. Inoltre è una perla anche per il fatto che contiene uno splatter tra i più sublimi presenti nel romanzo (in altre parti non fa lo stesso effetto), totalmente crudo senza sconti per nessuno, assolutamente magnifico. Quando Paola Boni fa queste prove di coraggio, bisogna dire che riesce sempre bene, a differenza di quando si abbandona ai cliché.A conti fatti, a livello strutturale il romanzo non delude le aspettative, anzi, rispetto ai racconti sembra un'altra scrittrice che aveva tenuto nascosto fino alla fine il suo tesoro più caro.
Persino la copertina del libro (avvolgente l'anonima copertina completamente bianca in un lucido "slip-case"), che fa un po' storcere il naso a un primo sguardo, leggendo il romanzo ottiene senso e consenso, dato che ritrae un particolare di un dipinto descritto nel romanzo.
Ma veniamo alle note veramente dolenti...
Senza girarci molto intorno, si può dire che questo romanzo è totalmente privo del benché minimo editing. Al di là dei refusi, che volendo non sono nemmeno troppi: qualche "a" senza "h", qualche congiuntivo esuberante, il continuo -per tutto il romanzo- scrivere "in dietro" (staccato) e "indebito" (attaccato). Queste cose, davvero, sono totalmente trascurabili di fronte all'abominio di forma con cui si presenta al povero lettore questo romanzo.
E' scritto (sia chiaro che da questo punto si discute esclusivamente di forma e non di trama) in maniera grossolana, pressapochistica, estremamente dilettantesca. Non saprei dire se l'autrice legge troppo poco o altro, il fatto è che sembra un manuale su come un libro non vada scritto.Umberto Eco, in un saggio, scrive con ironia alcune delle regole fondamentali su come scrivere un romanzo, ecco giusto un paio di estratti che fanno al caso:
<<
7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine".
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
>>
Le virgole sono un grande, grandissimo dramma per Paola Boni. Non sa proprio decidersi dove piazzarle. Per cui le sparge del tutto casualmente seminandole lungo il testo come fossero chicchi di grano. Ci sono periodi lunghi anche più di 3 righe da leggere in completa apnea senza neanche una virgola, e poi ci sono virgole messe senza un senso dove proprio non andavano.
I puntini di sospensione sono praticamente il marchio di fabbrica di Black Angel. Il testo ne è completamente strapieno. Strapieno! Non c'è una sola, e dico una sola pagina, in cui non siano presenti i puntini di sospensione. Questo anche considerando esclusivamente il racconto in prima persona di Paola. Ma se si prendono in considerazione anche i dialoghi, allora è una vera e propria tragedia. Praticamente virgole (,) e punti (.) non esistono nelle discussioni tra personaggi. Questi sono sostituiti da incessante presenza di puntini di sospensione (...), praticamente dopo ogni singola parola o poco più. Una cosa davvero fastidiosissima, che toglie spessore e credibilità all'autrice e da la sensazione di star leggendo un qualsiasi blog con sfondo nero di un ragazzino delle medie pseudo darkettone.
Per quanto riguarda le "virgolette" per fortuna sono un trauma presente solo della parte iniziale, dove Paola cerca di "descriversi", ma essendo un personaggio "piatto", non "trova" le "parole giuste" per "farlo".
Tutto questo è fastidioso e fa alzare gli occhi al cielo durante la lettura, che diventa un gioco a premi sullo scovare gli orrori presenti nel paragrafo appena letto, quindi interrompendo il flusso di lettura, che altrimenti sarebbe molto molto scorrevole data la vicenda piuttosto avvincente.
Il romanzo può essere stato scritto anche quando l'autrice era in fasce ed è riuscita a pubblicarlo solo oggi, ma questo non è una scusante valida per non dare una rilettura al tutto prima di darlo alle stampe. In fondo non ci voleva poi tanto ad aggiustare le cose. Un vero peccato. Semplici modifiche avrebbero dato eleganza al testo.
Penso che siano da biasimare prima di tutto le persone vicine all'autrice, che magari hanno letto persino la bozza, ma non hanno fatto notare niente di tutto questo.
Un libro, anche di semplice narrativa, dovrebbe risultare appagante per l'amante della lingua italiana e stimolante -e inconsciamente lo fanno tutti i libri- per chi "leggendo impara". Fossero scritti così tutti i libri, si perderebbe il piacere di leggere, perché non c'è bisogno di essere dei prosatori d'eccellenza, ma un minimo di amore per lo stile ci vuole.Ci sono persone più o meno sensibili a certi orrori estetici, alla fine ci si abitua, non è affatto illeggibile, vorrei evidenziare come nel finale la forma infatti migliora (tranne nei dialoghi). Si spera sia un presagio che l'autrice, dopo tanto scrivere, nei seguiti migliora. Peccato non abbia riletto l'inizio.
Quel che rimane è, come già sottolineato, una storia che mostra una solida spina dorsale a livello narrativo (specie superato l'inizio, che è la parte un po' più banale e frettolosa), nonostante siano presenti molte ingenuità tipiche degli esordienti, tra le quali il ficcarci dentro quello che sembra provenire direttamente della propria vita personale.
Anche se in modo non spassionato, proprio per i motivi sopra elencati, il romanzo è certamente da provare. Nonostante le sue pecche, è certamente meglio dare un chance a "Black Angel", piuttosto che leggere tante cianfrusaglie vampiriche propinate ultimamente al grande pubblico, che rovinano il cervello ben più che un puntino di sospensione. Tra l'altro una percentuale del ricavato di questo romanzo finisce anche per qualche buona causa.
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Feb 26, 2009 |
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- La casa di Amelia (126)
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By Barbara Baraldi -
Finished on Feb 19, 2009 




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Ma la sera a casa di Amelia torniamo a... sanguinare -
<<L'incubo di un presente tra i sensi di colpa, annega nel delirio di un passato insanguinato>> (pag. 53)
Scrivere un romanzo come questo è impossibile. Bisognerebbe estirpare dei ricordi al lettore per poi stuzzicarli toccando delle corde altrimenti inaccessibili. Con "La c ... (
continue ) <<L'incubo di un presente tra i sensi di colpa, annega nel delirio di un passato insanguinato>> (pag. 53)
Scrivere un romanzo come questo è impossibile. Bisognerebbe estirpare dei ricordi al lettore per poi stuzzicarli toccando delle corde altrimenti inaccessibili. Con "La casa di Amelia", Barbara Baraldi effettua un gioco di prestigio e riesce nello scopo di sfiorare l'impossibile, confezionando un racconto assolutamente unico e irripetibile, utilizzando proprio la formula dei ricordi.
L'intuizione dell'autrice si basa sul concetto di dare un seguito al suo romanzo "La collezionista di sogni infranti", nonostante fosse autoconclusivo. L'idea doveva essere quella di avere una sorta di "dittico palindromo" dove, pur essendoci un legame tra le storie, esse potevano essere lette in modo indipendente. Barbara Baraldi non è riuscita nell'intento... fortunatamente. Leggere "La casa di Amelia" senza aver letto il romanzo precedente è possibile in effetti, ma è assolutamente sconsigliato, significherebbe togliersi la maggior parte del coinvolgimento, nonché rovinarsi per sempre l'eventuale futura lettura di "La collezionista di sogni infranti", dato che in "La casa di Amelia" c'è una completa e dettagliata spiegazione di quanto avviene nel finale del precedente, essendo la storia basata su di esso.
Questo ovviamente non è un fattore negativo ma, anzi, proprio l'ingrediente speciale che serve a rendere possibile quanto scritto sopra, cioè effettuare un viaggio tra i ricordi della protagonista, che ora sono anche i ricordi del lettore, riuscendone a fornire emozioni amplificate e riletture assolutamente intriganti. Spesso i protagonisti di una saga, o comunque un seguito, sostanzialmente tendono a vivere nuove avventure, pensando poco al passato. In "La casa di Amelia", la protagonista è invece completamente in balia del rivivere i ricordi e riappropriarsi del proprio passato e della propria identità, tematica sulla quale era basato "La collezionista di sogni infranti".Il romanzo si svolge sei mesi dopo gli avvenimenti narrati in precedenza e fin dalla prima pagina si nota come questa sia una storia molto, molto più cupa. Il ricordo infatti, spesso si confonde con il sogno, quindi ci sono momenti di puro terrore psicologico, quasi paranormale. Ritroviamo Amelia che vive in completa oscurità nella sua casa, che non riesce a dimenticare il passato e si sente come divisa in due: quella attuale che non riesce a vivere nel presente e l'altra Amelia, imprigionata nel passato. Sarà possibile riunirle?
Mentre leggendo "La collezionista di sogni infranti" si insinuava la paura degli altri, "La casa di Amelia" esplora prima di tutto la paura di sé stessi. Amelia è continuamente preda della paura e come se non bastassero i suoi demoni personali, comincia a essere perseguitata da qualcosa che si fa sempre più reale e il suo viaggio non solo interiore è scandito da inquietanti telefonate anonime che mettono a dura prova il riuscire a non impazzire.
Un nuovo viaggio in treno, con lo stesso tragitto del romanzo precedente, delinea il tipo di emozione che si intende affermando che si sta giocando con i ricordi, tra il presente e il terribile passato che forse non ha ancora detto tutto.Stilisticamente non è diverso dal romanzo precedente, ma la scrittura, nel suo rimanere fedele a sé stessa, comprende delle bellissime novità.
Stavolta l'io narrante è unicamente di Amelia e, come già affermato, decisamente con un tocco ancora più cupo del precedente, portando il thriller a sfiorare momenti cari agli amanti dell'horror.
La terza persona invece, fa di nuovo capolino ma stavolta appena la si nota c'è da aveerne paura, perché è portatrice delle scene più spaventose, dove tutto si osserva come in un film e ogni dettaglio viene descritto in modo da farlo godere come visto al rallentatore.
Inoltre, sempre a proposito di stuzzicare i ricordi più ancestrali nel lettore, viene utilizzata, talvolta, la formula della fiaba, fiaba gotica ovviamente, con tanto di "c'era una volta", narrando di principesse tristi, streghe dell'Ovest e tanto altro possa far gongolare il lettore appassionato del genere.Un vero e proprio gioiellino del romanzo nero, ricco di suggestioni e con una stesura meravigliosamente cinematografica.
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Feb 21, 2009 |
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- I love shopping (10486)
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By Sophie Kinsella -
Finished on Feb 14, 2009 




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E' un bene di prima necessità, quindi non conta, giusto? -
Seguendo tale regola, Rebecca Bloomwood (per gli amici Becky) vede affari e oculati e lungimiranti acquisti ovunque. Peccato che con "beni di prima necessità" non intenda il pane, ma l'idratante per la pelle o quella bellissima sciarpetta ai saldi. Il che la porta presto a dover fare i conti -in tut ... (
continue ) Seguendo tale regola, Rebecca Bloomwood (per gli amici Becky) vede affari e oculati e lungimiranti acquisti ovunque. Peccato che con "beni di prima necessità" non intenda il pane, ma l'idratante per la pelle o quella bellissima sciarpetta ai saldi. Il che la porta presto a dover fare i conti -in tutti i sensi- con i solleciti per le carte di credito. Che preferisce far sparire per continuare a spendere senza avere stress.
Un comportamento che lascia senza parole. Ma cosa si può realmente rimproverare a una come Becky? Possiede una sua perversa logica che probabilmente convincerebbe l'interlocutore a darsi allo shopping folle anziché smettere lei.
Sophie Kinsella crea un personaggio che funziona. Becky è figlia dei nostri tempi e le sue disavventure in fin dei conti fanno sorridere proprio perché tutti conoscono, chi più chi meno, quella sensazione meravigliosa che può dare lo shopping compulsivo. In fin dei conti, c'è ben poco di surreale, solo esagerazioni per dare miscela comica.
Infatti, è interessante come, analizzandolo al di fuori del classico commento "fa morire dal ridere", questo romanzo presenti più di uno spunto di riflessione sulle questioni finanziare della microeconomia domestica. Alla fine della risata, è possibile anche che ci si possa ritrovare con la gocciolina manga sulla tempia a pensare con angoscia a quello che sarà il nostro personale e irrisorio fondo pensione. Inquietante.Non capisco chi critica il carattere di Rebecca, definendola antipatica. Becky va presa come una macchietta, non ha assolutamente senso affermare che si comporta irresponsabilmente, dato che è questo l'ingrediente principale della storia ed è sacrosanto che sia così. "Becky giudiziosa" è un ossimoro. Chi cerca l'eroina con coscieza e morale cristiana ha sbagliato libro, non il contrario. Davvero, non ha senso criticare questo.
Lo shopping è presente per buoni 3/4 di romanzo e inizialmente fa molto ridere, dopo anche, solo che si comincia a essere seriamente preoccupati di come Becky farà a pagare. E in quel momento comincia la fase finale e l'argomento shopping viene messo da parte. Perché si giunge in un punto di non ritorno dove la protagonista proprio non può più spendere? Sì, ma non solo. Purtroppo c'è un lato negativo in questo, cioè che per concludere il romanzo, l'autrice si adagia sui classici espedienti da commedia degli equivoci, ma sopratutto delle figuracce. Insomma, volendo proprio criticare qualcosa è un pò un peccato che Becky diventi la solita Bridget Jones del caso. Rimane sempre assolutamente spassoso, però la formula shopping dimostra i suoi limiti.
La cosa che personalmente avrei risparmiato, sono le ultimissime pagine. Talmente forzate e prevedibili che rovinano molto il giudizio. Ma nonostante tutto, questo tipo di finale è un componente implicito alla chick-lit, quindi, sottostando alle sue leggi, il giudizio resta comunque ottimo per il genere.
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Feb 15, 2009 |
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- La collezionista di sogni infranti (158)
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By Barbara Baraldi -
Finished on Feb 10, 2009 




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La collezionista di sogni infranti
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Nu-goth -
Un romanzo sull'identità. Identità desiderate, rubate, malvagie. Identità piene di nebbia. Come quella che, anche quando non è presente, circonda i luoghi splendidamente italiani in cui è ambientata la storia. Dopo aver letto questo libro, è difficile, per esempio, non rimanere affascinati da Ferrar ... (
continue ) Un romanzo sull'identità. Identità desiderate, rubate, malvagie. Identità piene di nebbia. Come quella che, anche quando non è presente, circonda i luoghi splendidamente italiani in cui è ambientata la storia. Dopo aver letto questo libro, è difficile, per esempio, non rimanere affascinati da Ferrara e non desiderare di avventurarsi alla ricerca di quella via fatta di tanti "archi come zampe di un ragno gigante", come dice la protagonista, Amelia.
Amelia è una gothic girl di quelle moderne, con l'animo romantico e grandi occhi azzurri pieni di vita. Marina è la sua amica di chat da due anni e finalmente invita Amelia a casa sua.
Comincia così il viaggio di Amelia per giungere all'agognata meta. Un lungo viaggio pieno di sensazioni, pensieri, pericoli reali e immaginari in cui la suspense sale ogni volta alle stelle. Nel frattempo Marina attende e prepara tutto per l'arrivo, mentre affronta a sua volta drammi personali.
Il viaggio -come si capirà nel finale tramite un geniale collegamento con un insospettabile pensiero introspettivo fatto dalla protagonista all'inizio- diventa metafora del cambiamento, di come Amelia non sarà mai più come prima. Il messaggio è enfatizzato dal fatto che si trova nello stesso luogo di partenza...
Uno stile di scrittura molto evocativo quindi, anche molto particolare. E' una prima persona, con passaggi di prospettiva tra le due protagoniste. I dialoghi sono di quelli "incastonati nel testo", moderni e senza virgolette, amalgamati ai pensieri. Massima fluidità di lettura unita a stile. In piccole parti, spunta fuori una terza persona che descrive gli eventi. Necessaria per avere un punto fermo in grado di non macchiarsi, di rimanere imparziale.Non è un thriller di quelli che danno tutto nel finale, si può dire che il finale comincia fin dalle prime pagine, in cui appaiono lontane tracce di quel tipo di inquietudine che non molla più, destando in continuazione sospetti nel lettore -e nella protagonista-
Amelia in fin dei conti, anche se non lo ammette, è coraggiosa. Affronta una situazione che fin da subito scoraggerebbe chiunque, con così tanta grinta che la porta a trasgredire le sue "regole" di cosa si deve e non si deve fare quando si viaggia da sole...L'intero romanzo è puro tripudio gotico moderno, un nu-goth che non necessita più di ambientazioni vittoriane ma che è proiettato nel futuro e riesce a rendere tenebrosa una città di oggi. Barbara Baraldi riesce a mischiare in una sola storia, elementi moderni e cliché del gotico: la chat, scritte misteriose, cascine abbandonate, directory protette da password, paesaggi nebbiosi, forbici acuminate, telefono cellulare, spray al pepe...
Probabilmente Edgar Allan Poe scriverebbe un romanzo molto simile, oggi.L'unica piccola ingenuità che sarebbe stata da segnalare, risulta poi essere inesistente, elemento intoccabile del dietro le quinte.
Con cosa prendersela quindi, se non è possibile dare il massimo dei voti? Purtroppo con la brevità del romanzo, si tratta infatti di qualcosa di più accomunabile a un lungo racconto, purtroppo.Ma quando l'unico difetto di un romanzo è che finisce troppo presto, significa solo che Barbara Baraldi, dopo l'immensa dolcezza dimostrata in "La ragazza dalle ali di serpente" (vedi commento da 4 stelline), non delude le aspettative neanche sua veste gothic.
Nota: Il romanzo è assolutamente autoconclusivo. Ma le avventure di Amelia continuano nel romanzo "La casa di Amelia".
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Gruppo: Protagoniste femminili nella letteratura gothic/horror/fantasy
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Feb 11, 2009 |
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- Il sangue nero del vampiro (350)
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By Valerie Stivers -
Finished on Feb 8, 2009 




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Il vampiro veste Prada -
Sono persone notturne. Sono affascinanti. Sono magrissime. Sono pallide. Stanno benissimo in nero. Non mangiano, ma bevono cose che alle persone normali disgusterebbe.
Di cosa si sta parlando? Modelle, naturalmente.E' ironia di tale genere quella che pervade quest'ottimo esordio in salsa ... (
continue ) Sono persone notturne. Sono affascinanti. Sono magrissime. Sono pallide. Stanno benissimo in nero. Non mangiano, ma bevono cose che alle persone normali disgusterebbe.
Di cosa si sta parlando? Modelle, naturalmente.E' ironia di tale genere quella che pervade quest'ottimo esordio in salsa chick-lit vampirica da parte di Valerie Stivers, di professione giornalista.
Una considerazione da fare, è prima di tutto quella di biasimare la tristissima scelta del titolo italiano da parte della Newton, che uccide le potenzialità del romanzo spacciandolo in pratica per un horror (fortunatamente mantenendolo nella collana Vertigo Pink, e non Black, almeno). Persino la copertina, pur bellissima, gioca contro quella che era originalmente un'operazione simpatica dal titolo al look: "Blood is the New Black" (Il Sangue è il nuovo Nero) è infatti il titolo originale, accoppiato a una vampira chic in copertina.Un nuovo Ragazze Lupo con i vampiri, quindi? Non proprio, perché quello che offre il romanzo è sì cosparso di ironia, ma un'ironia spesso molto velata e mai esageratamente comica come Ragazze Lupo nelle sue meravigliose gag haute couture con protagonista Malveria. E' il significato globale che ha una grande potenza metaforica e ironica sul mondo della moda. Questo non lo rende un romanzo noioso, davvero tutt'altro. Diciamo solo che anziché essere un "Ugly Betty" è più un "Il Diavolo Veste Prada".
La lettura è di una piacevolezza assoluta, scorrevole e incoraggiante nell'andare avanti nella storia e vedere cosa succede alla protagonista, Kate, che di colpo si trova nel mondo dell'alta moda a lavorare per una rivista che si chiama Tasty... e già questo nome la dice piuttosto lunga.
L'autrice utilizza una terminologia glamour che sicuramente piacerà a tutti i fan dell'alta moda, inoltre il romanzo è pieno di descrizioni di abiti e accessori con ovvie citazioni di firme famose, spesso molto ricercate. Fanno persino dei muti e micro cammei alcune celebrità, del mondo della moda e non, come Luke Wilson, Dolce & Gabbana e Lindsay Lohan.Pur essendone la parte predominante, non è solamente chick-lit l'unica forza del romanzo. L'affaire vampirico entra in scena in realtà fin da subito, ma con lievissimi dettagli all'apparenza insignificanti che ovviamente insignificanti non sono. Il coinvolgimento di ciò risiede nel fatto che il lettore sa benissimo che, per esempio, quello che bevono i dirigenti di Tasty potrebbe non essere succo di barbabietola, la protagonista invece -giustamente- non può capacitarsene né si pone il problema, come chiunque altro in una situazione del genere. Fino a che, stranezza dopo stranezza,indizio dopo indizio, comincia a covare il dubbio.
Fondamentalmente, entra in atto una tecnica narrativa, diciamo, meyeriana: cioè tratteggiare un impianto narrativo apparentemente tranquillo che lascia spesso dimenticare l'innesto fantasy, depistando il lettore, per poi spiazzarlo al momento giusto.Ecco quindi spuntare i vampiri con il lato "horror" del romanzo. Non sarà assolutamente, come detto, un vero e proprio horror, ma è pur vero che in effetti sono presenti parecchie uccisioni, anche se a volte che vengono sdrammatizzate da interventi del popolo della moda, persone che se durante una serata di gala viene ucciso qualcuno, trovano seccante solo il fatto di dover cambiare festa.
I vampiri sono gestiti in modo particolare. Prima di tutto, viene fatto un restyling del vampirismo, in evoluzione verso i tempi moderni. Viene per esempio illustrato come nei secoli, i vampiri siano un po' più tolleranti alla luce solare, che non abbiano problemi a riflettersi negli specchi. Poi via libera all'ironia dell'autrice che descrive vampiri e junkies (donatori più o meno spontanei), come vittime mistiche di... shopping compulsivo d'alta moda! Ecco perché i vampiri sono sempre eleganti ed ecco perché quando qualcuno viene morso spunta un irrefrenabile impulso di entrare in costosissimi negozi e comprare qualsiasi cosa faccia trendy. Insomma, c'è costantemente questo oscillare nel surreale che da molto brio a un romanzo del genere che altrimenti, preso seriamente, sarebbe stato alquanto insignificante.
La protagonista soffre un po' della sindrome dei film anni 80 sui vampiri. Ricordate? Il classico protagonista cadeva sempre dalle nuvole riguardo la natura dei vampiri e come essi si uccidessero, come se avesse vissuto su Marte, mentre nella realtà anche nostra nonna sa come si ammazza un vampiro. Ecco, Kate è dello stesso tipo, per avere notizie riguardo i vampiri deve ricorrere a telefonate verso la sua amica un po' nerd, perché disegna graphic novel e legge romanzi di vampiri. In questo frangente la protagonista la classifica come: "E' molto intelligente ma adora questa roba". Autoironia, non fosse stato questo un romanzo con i vampiri, ci sarebbe stato da offendersi per la categoria. Nonostante questo, l'autrice non inventa l'acqua calda e cita la cultura pop vampirica moderna, per esempio facendo più volte il nome di Anita Blake (come mostrato nelle note a margine).
Verso la conclusione della storia, o meglio all'inizio del finale, avviene un cambiamento di tono che, pur mantenendo la sua leggerezza, punta più sul lato dell'azione, in quanto viene intrapresa abbastanza sul serio una caccia ai vampiri.
E' difficile definire come sia classificabile la parte violenta del romanzo. Diciamo che se il libro sarà letto da persone ignare che lo selezionano dalla linea Vertigo Pink aspettandosi un nuovo I Love Shopping, allora potrebbero trovare "spaventosa" qualche scena. Mentre, al contrario, per chi acquista il romanzo aspettandosi il "solito" romanzo di vampiri, di certo sarà una lettura all'acqua di rose.
La cosa bella è che probabilmente entrambe le tipologie gradiranno la lettura.Il libro è autoconclusivo, ma lascia aperto un possibile finale, sperando nel successo che spero ci sarà.
In conclusione, promuovo questo romanzo, una simpatica lettura d'evasione che denuncia chiaramente il mondo dell'alta moda utilizzando la metafora del vampiro.
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Feb 9, 2009 |
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L'albero di Idhunn
Quando ormai sembrava che Licia Troisi e la Mondadori si fossero completamente dimenticati di questa saga, a un anno di distanza da "L'eredità di Thuban", ecco arrivare in massima sordina "L'albero di Idhunn", secondo episodio della pentalogia, castrato anche per il fatto di avere ben cento pagine d ... (continue)
Quando ormai sembrava che Licia Troisi e la Mondadori si fossero completamente dimenticati di questa saga, a un anno di distanza da "L'eredità di Thuban", ecco arrivare in massima sordina "L'albero di Idhunn", secondo episodio della pentalogia, castrato anche per il fatto di avere ben cento pagine di meno del precedente. Non è una saga adatta a una sola uscita annuale in quanto enfatizza sull'essere un serial. In fondo le pagine non sono molte e sono scritte con carattere e spaziatura enorme (il che è un bel punto a favore, non c'è niente di più piacevole che veder scorrere le pagine rapidamente mentre si legge un libro), quindi sarebbe stato meglio un appuntamento almeno semestrale o a otto mesi.
Dispiace, perché è in verità una saga veramente carina, molto semplice ma proprio grazie a questo risulta essere piacevole senza troppe fisime, la sua dichiarata vena per ragazzi (ormai non è neanche più presente nel reparto fantasy) le evita di finire vittima dei soliti detrattori sempre pronti a insultare gli sforzi della Troisi, ormai sport nazionale: come si fa a essere così accecati dall'invidia e non accorgersi che Licia Troisi è una bravissima narratrice, che la sua chiarezza nella forma è un punto di forza, che non bisogna per forza scrivere in elfico per fare fantasy degni... ma questo è un discorso generale per ogni romanzo della nostra.
Tornando a "L'albero di Idhunn", con iniziale grande dispiacere, ci si trova questa volta lontani da Roma. Ma ben presto il dispiacere viene meno, in quanto ancora una volta ci si trova in una location azzeccatissima: Benevento e le sue leggende di streghe.
L'autrice è bravissima a descrivere certi ambienti e quando il lettore si rende conto che questi esistono realmente, subito la bavetta fa capolino e la voglia di fare un secondo "Ragazza Drago Tour", quindi dopo il lago di Albano e Villa Mondragone del primo episodio, come non restare estasiati dalla descrizione del chiostro oppure dal moderno e bizzarro Hortus Conclusus, e che curiosità di andare a vedere se nell'obelisco di Benevento è davvero presente una piccola serratura... Insomma, un gran bel lavoro da questo punto di vista accompagna almeno metà del romanzo.
E' a livello trama che risulta lievemente inferiore al precedente. Inizialmente si ritrovano le adorate fisime e complessi di Sofia, messa ancora una volta alla prova davanti alla sicurezza che sempre dimostra Nadja. Sofia che esplora Benevento, che fa ricerche nei libri, è tutto molto bello, fino a quando accade l'irreparabile: purtroppo, anche in questa saga dove sarebbe stato preferibile evitare questa situazione che ormai ammorba ogni singolo romanzo in uscita, ecco spuntare l'innamoramento della protagonista. Il party, come prevedibile (più o meno un frutto e un ally per ogni romanzo, essendo cinque), in questo seguito si allarga, ma purtroppo al collaudato duo si va ad accostare un... maschio! Ovviamente, in quanto maschio, è solamente un elemento di disturbo perché: distrugge il personaggio di Sofia che da quando si prende la cotta non è più simpatica; è il classico belloccio tormentato e tenebroso; è antipaticissimo ma con il fastidioso atteggiamento da "sotto sotto è buono". Insomma, la trama quindi, specie nella seconda parte è improntata su di lui e la sua indecisione su quale parte schierarsi. Noia, prevedibilissima noia. Come riflette la stessa Sofia all'inizio del romanzo, prima di imbambolarsi dietro il tipo: sarebbe stato meglio che il terzo Draconiano fosse stata un'altra ragazza (vengono citate le mitiche Mermaid Melody come esempio!).
Anche per i nemici purtroppo accade lo stesso, si chiarisce fin dall'inizio che la mitica Nida sarà assente in quanto già alla ricerca del terzo frutto (quantomeno risulta ovvio che nel terzo romanzo si scatenerà), e si rimane con la sola presenza di Ratatoskr, altro bel tenebroso. Rimane intatta anche la formula "Yattaman", tipica de La Ragazza Drago, cioè nemici ricorrenti che prendono calci o al limite piccole vittorie e la volta dopo ritornano con qualche altra trovata, il ciclo si ripete. Non c'è niente di male in questo, il tutto collabora alla sensazione di rendere questa saga un vero e proprio cartone animato, il che è una cosa assai positiva e abbastanza insolita nei romanzi.
A non essere positiva è invece la parte leggendaria della trama, cioè gli accadimenti del passato su Draconia che si svelano. Non sono per nulla avvincenti e, a meno che i prossimi due incarnazioni dei Draghi non abbiano alle spalle storie particolarmente interessanti (magari più originali di banali tradimenti), risultano essere le parti più noiose del romanzo, mentre le esplorazioni nel presente, anche quelle che apparentemente sembrano inutili e fallimentari, risultano molto simpatiche, fresche, proprio perché la fantasia si sposa con il reale. Sentir partire la macchina d'epoca del professore è senz'altro più interessante delle menate leggendarie sull'Albero del Mondo: si è capito che è morto ma non del tutto, si è capito che si sono battuti Draghi contro Viverne. Basta, tagliare corto se non ci sono novità interessanti. Come c'è sentore ce ne siano nel terzo episodio: ci sono piccole cose che passano in secondo piano, ma le ragazze subiscono delle piccole mutazioni durante la trasformazione e stavolta è toccato a Lidja... cosa accadrà in futuro?
La presentazione del romanzo è ancora una volta da dieci, senza lode solo perché i capolettera dei capitoli in "L'eredità di Thuban" erano senz'altro migliori del bambinesco draghetto che accompagna i titoli dei capitoli; inoltre il cartonato stavolta è palesemente di carta riciclata, mentre nel precedente era di qualità migliore: Patemi ecologisti a parte, resta il fatto che questo si rovina ai bordi, il precedente sembra ancora nuovo.
Proprio del cartonato, ancora una volta, è bene sottolineare come sia decisamente migliore della sovracopertina. Solo una stranezza: nell'immagine del cartonato di "L'albero di Idhunn" si nota Sofia con un nuovo elmo che, da dorato (copertina "L'eredità di Thuban") diventa violaceo e con forma completamente diversa (assolutamente stupendo, ma meno originale, dai richiami nihaleschi), nel romanzo non c'è nessun indizio che faccia pensare a qualche evoluzione in merito.
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Protagoniste femminili nella letteratura gothic/horror/fantasy
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