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autori itali…
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- Lo scrittore americano e la ragazza per bene (37)
- Storia di un amore: Nelson Algren e Simone de Beauvoir
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By Fernanda Pivano -
Finished on Apr 4, 2010 




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- Il giornalino di Gian Burrasca (7191)
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By Vamba -
Finished 




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- Fontamara (8212)
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Not Started
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- Il pendolo di Foucault (11947)
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- Il nome della rosa (32930)
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By Umberto Eco -
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- Dolce per sé (1037)
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- Canone inverso (4617)
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By Paolo Maurensig -
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- Giovinezza, giovinezza... (170)
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By Luigi Preti -
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By Giovannino Guareschi -
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- Tutti i romanzi (961)
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By Luigi Pirandello -
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- I grandi romanzi e tutte le novelle (139)
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By Giovanni Verga -
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- I romanzi brevi e tutto il teatro (58)
- Sulle lagune-Una peccatrice-Storia di una capinera-Eva-Tigre reale-Eros
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By Giovanni Verga -
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By Luciana Littizzetto -
Finished 




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Lo scrittore americano e la ragazza per bene
Che cos’ha l’America contro l’intelligenza?continue)
Che cos'ha l'America contro la verità?
Uno degli effetti più immediati della lettura di questo è stato infatti il dare forma a queste domande che mi pongo da tempo, vedendo i migliori scrittori americani finire suicidi, sbandati, drogati, alcolizzati, m ... (
Che cos’ha l’America contro l’intelligenza?
Che cos'ha l'America contro la verità?
Uno degli effetti più immediati della lettura di questo è stato infatti il dare forma a queste domande che mi pongo da tempo, vedendo i migliori scrittori americani finire suicidi, sbandati, drogati, alcolizzati, messi al bando dalla società, perseguitati politicamente, censurati, ostracizzati…
Invece il primo merito di questo libro è stato quello di farmi familiarizzare con uno scrittore ingiustamente dimenticato e simpatico, definito «il Proust del proletariato», così americano proprio nel suo disagio nei confronti dell’America, un uomo energico, aggressivo, ribelle e trasgressivo, anarchico nel profondo, ma anche emotivo, generoso, violento criminale di strada e serio intellettuale, giocatore d’azzardo e avido lettore, vagabondo e sbandato e sociologo intelligente che nei suoi romanzi riesce a descrivere con realismo il mondo della criminalità, della prostituzione, della miseria e della disperazione causate dalla Depressione, della tossicodipendenza, del vagabondaggio, ostile ai salotti letterari e alle mode culturali ma vicino alla letteratura realista per il contenuto delle sue opere e a quella esistenzialista per la sua «capacità di vedere la criminalità dei personaggi dissolversi nella criminalità più grande e terribile della nostra società».
È infatti alla ricostruzione della sua vita che la Pivano dedica la prima parte di questo piccolo saggio, sottolineando che «della sua decina di libri rimasti nel silenzio esoterico degli specialisti, delle esperienze drammatiche, delle amarezze frustranti e della fine più tragica di qualsiasi suo racconto si è parlato poco, davvero troppo poco, con un’ingiustizia letteraria e umana che non ha tenuto conto di quanta parte ha avuto nella formazione della scuola di Chicago e della cosiddetta “narrativa proletaria”, e di quanto ha inciso nel costume dell’inquieto dopoguerra d’America».
Personalmente conoscevo Nelson Algren soltanto per le sue comparse in La forza delle cose e I Mandarini : quindi, in pratica, lo conoscevo solo dal punto di vista di Simone de Beauvoir, che della loro storia dà un resoconto toccante e coinvolgente, sebbene, ovviamente, di parte.
Simone de Beauvoir mi ha praticamente cresciuta, mi ha formata, mi ha educata, mi ha indicato letture, suggerito atteggiamenti, influenzata con i suoi libri, le sue teorie e le sue idee quando ero talmente piccola, quando la mia mente era talmente inesperta e inesplorata che nessun altro autore, per quanto amato, studiato, compreso, potrebbe prendere il suo posto. I suoi sono stati i primi libri per adulti che ho letto, è stata lei ad aprirmi il mondo della cultura, a insegnarmi il primato della vita intellettuale, a darmi un insostituibile esempio di libertà.
leggendola e rileggendola sono passata dall’interesse alla rapita ammirazione, dalla fase di ribellione a quella del ritorno pieno di pentimento fino al considerarla una presenza amica, una persona molto più reale di molte di quelle che conosco veramente. Capisco le sue debolezze, la malafede che spesso dissimula, il suo giustificato egocentrismo e la sua onestà nel senso più profondo di questa parola : la fedeltà a se stessi. E continuo a pensare al ruolo insostituibile che ha svolto nella cultura del novecento e nella causa femminista e ad ammirare quello strumento implacabile, lucido e preciso che era il suo straordinario cervello. Naturalmente la parte della sua vita che più mi ha interessata sono stati i suoi rapporti con Sartre, un genio ancora sottovalutato nello studio della filosofia moderna. Per questo ricordo che, quando lessi per la prima volta La forza delle cose, guardai con antipatia a questo Nelson Algren, a questo rozzo americano che era stato il primo ad intromettersi in maniera duratura nella “coppia maledetta”, che addirittura aveva osato proporre a Simone de Beauvoir di sposarlo, a ridurla al legame più borghese possibile : un matrimonio americano. La ragazzina che ero ne fu totalmente indignata e tirò un sospiro di sollievo quando, alla fine, la storia finì, e nella vita di Simone entrò l’intelligente e sensibile Lanzmann.
La Pivano invece è palesemente schierata dalla parte di Algren; ciò è un suo diritto ed è un bene, perché fa di lui uno splendido e coinvolgente ritratto…però mostra un’ostilità così grande, un’ironia così malevola e meschina verso la de Beauvoir da rendere la lettura, a volte, fastidiosa, e facendo inoltre un cattivo servigio a se stessa : con che serietà si può prendere una grande scrittrice, cosa che la Pivano è, se si mette a rimproverare all’autrice de Il secondo sesso di non cucinare ed occuparsi della casa, lasciando queste incombenze ad Algren, se accusa una delle promotrici del Manifesto delle 343 di non essere interessata ai problemi altrui?
Insomma, questo libro mi ha fatto apprezzare e amare Algren, mi ha fatto ritrovare con piacere Simone ma mi ha molto deluso per la malafede dell’autrice, che arriva perfino ad omettere ed alterare i fatti; per questo dopo la prima lettura sono andata a rivedermi La forza delle cose, che citerò spesso, forse più spesso de Lo scrittore americano e la ragazza perbene.
Algren passò l’infanzia e l’adolescenza nella Chicago di Al Capone, figlio di una famiglia proletaria; da bambino già lavorava : vendeva i giornali, aiutava il padre che faceva l’operaio, vendeva ghiaccio e nel tempo libero giocava a basket. Precoce lettore già a 11 anni fondò un giornale impegnato politicamente sul versante socialista. Fin da adolescente risentì delle conseguenze del vivere in un ambiente pericoloso, aggressivo e violento : si legò alle bande di giovani criminali e prese il vizio del poker, cominciando a giocare in case da gioco clandestine legate ad Al Capone durante gli anni del Proibizionismo. Nonostante la sua brillante ascesa nel mondo della malavita di Chicago, cominciò a studiare giornalismo e a scrivere articoli per il giornale del liceo. Una sua grande vittoria fu convincere la famiglia a mandarlo all’università, dove seguiva corsi di letteratura e giornalismo e si manteneva tagliando l’erba e lavorando come cameriere. Come reporter vide da vicino le conseguenze del crollo della Borsa del ’29 e cominciò a girare fra carceri e tribunali, venendo a contatto con una malavita diversa da quella che aveva conosciuto da adolescente, quella del mondo degli immigrati : è questo mondo che descrive nei suoi primi racconti. Il contatto con questa realtà lo avvicina alla sociologia, avvicinamento che si traduce in uno stile ispirato al naturalismo. Purtroppo risentì della generale crisi economica; non essendo riuscito a trovare lavoro a Chicago, comincia a girare l’America in autostop, fra bordelli, case da gioco e redazioni di giornali, continuando a scrivere soprattutto racconti ambientati in prigione e avvicinandosi alla sinistra radicale, avvicinamento che culminò nell’iscrizione alla Lega giovanile comunista. Intanto l’autostop lo aveva portato a New Orleans, dove dormì sulle panchine, fece il venditore porta a porta e frequentò i bordelli. Girovagando su treni merci, ove si mescolava ai barboni, arrivò poi in Texas e, lavorando come bracciante, nella valle del Rio Grande finché non trovò un distributore di benzina abbandonato che riparò in cambiò di vitto e alloggio e che conservò a lungo, rendendolo luogo di truffe e imbrogli prima di ripartire per i suoi vagabondaggi. Sempre vicino al mondo della malavita e del gioco d’azzardo, mangiava alle mense delle missioni, si faceva arrestare per vagabondaggio e vagava fra gli Usa e il Messico. Le esperienze di questi anni furono preziose : nonostante la sua sregolatezza, Algren agiva più da sociologo in cerca di materiale di studio che da vagabondo. Più sperimentava la miseria e più comprendeva che bisognava denunciarla. Tornato a Chicago proprio nel periodo delle sommosse e delle bombe anarchiche, trovò nella città un fermento intellettuale favorevole : il partito comunista si poneva come modello di coesione nel dissesto sociale e la vita letteraria della città si organizzava attorno a Richard Wright, protetto di Sartre. Anarchico e comunista, Algren continua comunque i suoi vagabondaggi, scrivendo contemporaneamente racconti. Considerando la sua vita semi-criminale, ai margini della legalità, è significativo e quasi divertente il motivo della sua condanna più seria : due anni per il furto di una macchina da scrivere. Passò vari mesi in carcere, dove conobbe violenze, soprusi, sofferenze e privazioni finché non ebbe la fortuna di trovare un giudice comprensivo che, definendolo «un giovane col cervello misterioso», lo assolse appellandosi all’antica legge inglese per la quale un lavoratore deve avere gli strumenti del suo mestiere. Probabilmente queste esperienze, unite al fallimento del romanzo per rispettare la consegna del quale aveva rubato la macchina da scrivere, lo frustrarono a tal punto da spingerlo a tentare il suicidio. Fu salvato da una sua ex ma la sua depressione si aggravò talmente che fu necessario mandarlo a distrarsi e riposare nella famosa colonia di Yaddo, da dove Algren fuggì facendo l’autostop. Per questo fu rinchiuso in una clinica psichiatrica, esperienza che Algren paragonò sempre a quella in carcere. A salvare la vita a lui come a molti altri scrittori fu il Writer’s Project di Roosvelt, dal quale fu però presto licenziato. Questo, unito al fallimento del suo matrimonio con una poetessa polacca, Amanda, lo riportò in pieno nel mondo criminale, del quale nei suoi romanzi descrive la violenza e l’ineluttabilità. Ricominciò a giocare ossessivamente a poker e a dedicarsi a furti e ricatti. Intanto portava avanti i suoi studi sociologici sulla prostituzione e la lettura della narrativa russa e lavorava come volontario in un’organizzazione contro le malattie veneree. Tutte le sue esperienze confluiscono nel suo romanzo di maggiore successo, Never Come Morning, definito da Hemingway «il più bel libro uscito su Chicago», Durante la seconda guerra mondiale, che lo vide in Francia, si scontrò prevedibilmente con i suoi superiori, continuò a giocare a poker con i commilitoni, evase di notte in cerca di alcol e si dedica al mercato nero a Marsiglia, vendendo articoli rubati al deposito militare…tornò così in patria nel 1946 con la reputazione di eroe di guerra.
L’anno successivo entra nella sua vita Simone de Beauvoir. La loro storia, nonostante fossero così diversi –lui avventuriero, piccolo criminale, geniale scrittore e comunista fanatico, lei parigina laureata alla Sorbona, filosofa e esistenzialista- cominciò fin dalla sera in cui si conobbero e continuò per anni, nonostante si trovassero per la maggior parte del tempo su continenti diversi.
A lei piacque subito, come racconta ne La forza delle cose : «lo dicevano instabile, scontroso, perfino nevrotico : mi piaceva essere la sola a conoscerlo veramente. Se, come sostenevano, era sgarbato di modi e brusco, si trattava soltanto di una difesa. Algren possedeva quel dono, il più raro fra tutti, che chiamerei bontà se questa parola non fosse così bistrattata : diciamo un sincera preoccupazione verso gli uomini».
Algren preme per ospitarla a Chicago, dove le mostra i bassifondi, e presenta i suoi amici ex-detenuti e tossicodipendenti e dove convivono a lungo; la Pivano non si sofferma su ciò che racconta nella sua autobiografia la “capricciosa francese” : «abitava in una baracca senza né bagno né frigorifero lungo un viale dove c’erano delle pattumiere fumanti e dei pezzi di vecchi giornali che vorticavano; questa povertà era stata per me come un soffio d’aria pura, dato che mal sopportavo il denso odore di dollari che si respirava nei grandi alberghi e nei ristoranti di lusso».
Dopo alcuni giorni insieme lei lo invita ad accompagnarla a New York; lui accetta, prendendo l’aereo per la prima volta nella sua vita. Fin dall’inizio però lei era stata chiara : il centro imprescindibile della sua vita era Parigi : «gli dissi, prima di lasciarlo, che la mia vita era in Francia per sempre. Mi credette, ma non capì». Anche quest’ultima frase l’ho presa da La forza delle cose : è evidente che la Pivano è dalla parte di Algren!!
Durante altri soggiorni Algren le fece conoscere bene Chicago, le prigioni, i commissariati di polizia, gli ospedali, i quartieri poveri…e compaiono i primi segni di disagio : «fra gli amici di Algren alcuni lavoravano per la radio o la televisione […] gli altri erano o dei drogati odei giocatori, o prostitute, ladri, pregiudicati, fuorilegge; essi sfuggivano al conformismo americano; per questo lui si trovava bene con loro : ma non erano molto accoglienti».
Nonostante ciò, compiono lunghi viaggi insieme in Messico e in Guatemala. Il viaggio doveva durare sei mesi, ma quando la de Beauvoir seppe che Sartre in quel periodo era libero decise di tornare in anticipo a Parigi, ritorno che Algren, che continuava a proporle di sposarlo, non le perdonò mai.
Tentò di dimenticarla convivendo con un’altra donna, ma il tentativo fallì e si decise a raggiungerla a Parigi. Dopo aver passato qualche mese frequentando l’ambiente letterario parigino i due si prendono una lunga vacanza in Italia e in Tunisia. Nell’autunno successivo fu lei a raggiungerlo a Chicago, dove intanto lui aveva raggiunto la fama con The Man with the Golden Arm, riguardo al quale Hemingway gli scrive : «Ok, ragazzo, hai battuto Dostoevskij. Non mi batterò mai con te a Chicago. Mai. Ma ti sfracellerò le cervella in altre città che io conosco e tu non conosci. Ma : devi battere un campione per vincere». Cominciano le trattative per trarre dal libro un film, ma intanto Algren entra nelle liste nere delle investigazioni contro il partito comunista e dell’FBI. I rapporti con la de Beauvoir riprendono in maniera agrodolce finché lui annuncia di voler risposare la sua ex moglie. Lei riparte, si rivedono ancora una volta e a lei che si rallegrava dell’amicizia che stava nascendo fra loro lui risponde : «Non è amicizia. Io non ti potrò mai offrire niente meno di amore». Continua però a non accettare che lei non riesca a separarsi da Parigi e da Sartre e così si lasciano, questa volta definitivamente. Una lettera entusiasta di lei gli annuncia poco dopo il suo nuovo amore con il giovane reporter e scrittore Lanzmann, l’autore di Shoah, uno dei migliori film-documentario sull’Olocausto mai realizzati. Per ripicca Algren risposa la sua prima moglie e la de Beauvoir li invita a fare il viaggio di nozze a Parigi. Questo matrimonio durò poco. Intanto Algren va incontro a problemi maggiori, la caccia alle streghe di McCarthy e le sue liste nere. Il primo effetto di questo nuovo clima di repressione è che gli viene negato per molti anni il passaporto. Nonostante il clima difficile e ostile, grazie al film tratto dal suo romanzo e alla pubblicazione di A Walk on the Wild Side, Algren raggiunge la fama : è riconosciuto, celebrato, richiesto e popolare…fino all’uscita de I Mandarini, romanzo in cui la de Beauvoir racconta la loro storia, o, meglio, la sua versione di essa, gettando in pasto ai giornalisti tutti i particolari e i dettagli più intimi della loro relazione. Questo colpo basso, unito agli imbrogli del regista del film e al fallimento del suo matrimonio, lo gettano una delle più cupe crisi depressive della sua vita. I ripetuti incidenti automobilistici di cui fu vittima fanno pensare a nuovi tentativi di suicidio. Il suo rifiuto di collaborare con l’establishment e di arrendersi alle direttive governative lo portano al più totale isolamento intellettuale e, con il racconto Goodbye to Old Rio, all’addio alla narrativa seria.
Nel 1960, quando finalmente gli fu concesso il passaporto, andò a Parigi, chiamato dalla de Beauvoir che desiderava che si rivedessero prima di morire.
Secondo la versione della Pivano, i rapporti si rivelarono più difficili del previsto : lei era all’apice della sua celebrità, lui si sentiva uno scrittore fallito, e inoltre lei gli fece capire che la sua permanenza disturbava il suo lavoro. Viaggiò per la Spagna, ritornò a Parigi, frequentò autori americani che vi risiedevano con i quali però non legò e, a quanto pare, infastidì a tal punto Simone de Beauvoir da spingerla a partire per una lunga vacanza con Sartre, abbandono che ferì Algren.
Ne La Forza delle cose invece leggiamo che a Parigi si divertirono, che in Spagna andarono insieme e che dopo andarono a Istanbul, viaggio al quale la Pivano non accenna.
Algren si ritrovò comunque in una situazione tristissima : senza amore in Europa, senza lavoro in America, solo, indesiderato, senza più niente. Riprese la sua vita di vagabondaggio ampliandone le mete : visitò l’India, dove visse per una settimana con una prostituta. Intanto continuavano a uscire biografie sue e di Simone de Beauvoir che lo descrivevano soltanto come un interludio nella sua vita con Sartre. Così nel 1964 tutto quello che per 17 anni c’era stato fra di loro finì per sempre. Parallelamente cominciò la decadenza irreversibile, umana e professionale, di Algren. Andò a insegnare all’Università dell’Iowa ma no rispettava gli orari, invece di fare lezione raccontava aneddoti sul suo passato criminale e cercava di convincere i suoi alunni del principio sul quale aveva basato la sua opera : non si può scrivere senza prima aver vissuto.
Gli ultimi anni della sua vita sono caratterizzati dall’impegno contro la guerra in Vietnam, da un breve matrimonio, da un viaggio in Giappone e a Saigon, dove si dedicò al mercato nero e dove restò talmente coinvolto nei traffici della criminalità cinese da essere picchiato fino a perdere tutti i denti e a dover fuggire a Hong Kong. Il libro sulle sue esperienze in Oriente gli fece ottenere il premio dell’Accademia americana, della quale in seguito fu nominato membro : fu solo allora, a 67 anni, che Algren cominciò a ritenersi scrittore, non giornalista free-lance. Questa consapevolezza non lo guarì dall’alcolismo. Le sue ultime parole furono quelle rivolte a un intervistatore che aveva invitato a casa : «Ho già comprato il liquori». Il giorno dopo fu trovato morto d’infarto, circondato dalle bottiglie chiuse.
A questo profilo biografico seguono, nel libro, alcune delle lettere di Simone de Beauvoir che gettano una luce più precisa sulla loro relazione e sul perché alla fine è fallita. Se c’è una cosa sulla quale la de Beauvoir è sempre stata molto chiara è il suo approccio alla vita : « Lo sai, per me l'esistenza non è facile, benché io sia stata sempre molto felice, forse perché voglio talmente essere felice. Amo con passione la vita, detesto l'idea di dover morire. Sono anche terribilmente avida, voglio tutto dalla vita, essere una donna e anche un uomo, avere molti amici e anche la solitudine, lavorare molto, scrivere buoni libri, e anche viaggiare, divertirmi, essere egoista, e anche generosa... lo vedi, non è facile avere tutto quel che voglio. E quando non ci riesco, questo mi rende pazza di collera». Volontà di essere felice, amore appassionato per la vita, avidità verso i piaceri e i doveri dell’esistenza, una totale avidità umana e intellettuale…ad una donna del genere sarebbe stato impossibile legarsi ad un solo uomo o ad un solo luogo, un luogo che per giunta era Chicago, un ambiente lontanissimo dai fermenti culturali e letterari di Parigi. Nelle lettere la de Beauvoir non ha remore ad esprimere il suo amore per Algren ma non gli nasconde che non potranno mai legare definitivamente le loro vite : «Noi ci amiamo attraverso ricordi e speranze, attraverso la distanza e delle lettere. Riusciremo a fare di questo amore un sentimento umano vivo e felice? Bisogna. Credo che ci riusciremo, ma non sarà facile. Nelson, io ti amo, ma merito il tuo amore se non ti do la mia vita? Ho cercato di spiegarti perché non posso dartela […] Se sono turbata dopo due mesi è perché una di queste domande assilla il mio cuore e mi fa soffrire : è giusto dare una parte di sé senza essere pronti a dare tutto? Posso amarlo e dirgli che lo amo sena avere l’intenzione di dargli tutta la mia vita se la chiede?». In seguito è ancora più chiara : «Voglio comunicare alla gente il modo di pensare che è mio e che credo vero. Potrei rinunciare ai viaggi, potrei lasciar perdere i miei amici e abbandonare le dolcezze di Parigi per restare per sempre con te; ma non potrei vivere solo d’amore e di felicità, non potrei rinunciare a scrivere e a lavorare nel solo posto al mondo dove i miei libri e il mio lavoro hanno un senso. La cosa è tanto più ardua perché, te l’ho detto, il nostro lavoro qui è disperato, mentre l’amore e la felicità sono delle realtà così tangibili. Eppure bisogna farlo. Contro le menzogne del comunismo e dell’anticomunismo, contro l’assenza di libertà che imperversa quasi dappertutto in Francia, è necessario che quelli che ne hanno la possibilità e il desiderio tentino di fare qualcosa».
Di fronte a parole così chiare e sincere, mi meraviglia molto, come ho detto, l’ironia, la vera e propria ostilità con la quale la Pivano tratta la de Beauvoir : la accusa di capricci, di frivolezza e di disonestà, soffermandosi sul fatto che lei avesse taciuto ad Algren la sua unione con Sartre; la Pivano descrive Algren «ferito a morte per la frivolezza con cui la bella amante sofisticata gli aveva tenuto nascosto il suo rapporto con Jean-Paul Sartre».
Queste accuse mi sembrano provenire da un sostrato culturale abbastanza retrogrado. Prima di tutto, Sartre e la de Beauvoir erano una coppia aperta fin da quando erano due studenti di filosofia ventenni. Fu Sarte a dire che il loro era un amore necessario ma che entrambi dovevano conoscere degli amori contingenti. Il sesso, l’amore, sono altrettanti strumenti di conoscenza della realtà : limitare queste esperienze a una sola persona rappresenta una mutilazione intellettuale, un restringimento di orizzonte che mina la libertà interiore. L’amore esclusivo, addirittura il matrimonio, per i quali premeva Algren, erano quindi improponibili, un affronto. Alla luce di ciò, la presenza o l’assenza di Sartre nella vita della de Beauvoir erano del tutto indifferenti rispetto al futuro della sua relazione con Algren ed è molto puritano e retrogrado da parte di Algren e della Pivano rimproverarla in pratica con queste parole : dovevi dirmelo che c’era un altro uomo!! Perché la presenza di un altro uomo lo ha fatto desistere e l’impegno intellettuale e politico della de Beauvoir no? Aver bisogno di sapere, per capire perché non poteva muoversi da Parigi, che aveva un altro, il non accontentarsi della spiegazione in fondo vera, che lei non poteva abbandonare il suo lavoro, non significa forse sminuire questo lavoro, sminuire l’impegno di una vita, non prendere sul serio nessun altro aspetto della vita di una donna che non sia “avere un altro uomo”?
La coppia Sartre/Simone non era nuova a questi problemi, come lei commenta nella sua autobiografia : «Sartre e io siamo stati più ambiziosi : abbiamo voluto conoscere degli amori contingenti; ma c’è un problema che, senza volerlo, abbiamo trascurato : il terzo come si sarebbe adattato all’intesa esistente fra noi due? A volte si piegava senza difficoltà : la nostra unione lasciava abbastanza spazio alle amicizie amorose, alle storie fugaci. Ma se il protagonista desiderava qualcosa di più, ovviamente i conflitti scoppiavano».
Inoltre fra loro due c’era un'altra enorme differenza : Simone de Beauvoir parlava a perfezione l’inglese, conosceva bene la letteratura americana, leggeva i libri di Algren e quelli dei suoi amici, entrava a pieno nel suo universo; Algren invece ignorava quasi tutto del mondo della donna che diceva di amare : non conosceva il francese, ignorava la letteratura francese moderna e non aveva letto niente di Sartre.
A parte questo, c’è un altro fatto che si impone con evidenza : la vita a Chicago, a parte i momenti emozionanti passati con prostitute e morfinomani, era noiosa. Nelle numerose migliaia di pagine della sua autobiografia Simone de Beauvoir per una sola volta racconta di aver guardata la televisione : a Chicago. A Parigi non ce n’era bisogno, c’era la città con i suoi caffè, le conversazioni con gli amici, gli incontri la redazione del giornale, i libri…L’America è stata in grado di ridurre Simone de Beauvoir a guardare la televisione. La vita americana era difficile e ostile all’Europa : «La ragazza che mi lavava i capelli mi chiese con voce vibrante : “Perché in Francia siete tutti comunisti?”. Una francese. Già questo significava persona sospetta, ingrata, quasi nemica». Nella sua autobiografia Simone è sempre molto chiara in proposito : «Anche se Sartre non fosse mai esistito, non mi sarei trasferita a Chicago : o anche se ci avessi provato, non avrei certamente sopportato più di un anno o due un esilio che distruggeva i miei motivi e le mie possibilità di scrivere. D’altra parte Algren, benché glielo avessi spesso suggerito, non poteva stabilirsi a Parigi, nemmeno sei mesi all’anno; per scrivere doveva restare radicato al suo paese, nella sua città, nell’ambiente che si era creato; le nostre vite erano già costruite, non si potevano trapiantare altrove». A Parigi Simone viveva molto meglio di come Algren stesso viveva a Chicago, ed è lui stesso a rendersene conto in una lettera che la Pivano non ha ritenuto opportuno includere nel libro : «Tu hai Sartre e anche un certo tipo di vita : degli amici, un vero interesse per le idee. Sei profondamente addentro nella vita culturale francese e ogni giorno trai soddisfazione dal tuo lavoro e dalla tua vita. Chicago invece è lontana da tutto […] Così la mia esistenza è sterile, centrata esclusivamente su me stesso, cosa alla quale non mi rassegno. Sono inchiodato qui perché, come ti ho detto e come hai ben capito, il mio lavoro è scrivere su questa città e non posso farlo che qui. Inutile ritornare su tutto ciò. Ma questo fa sì che io non abbia quasi nessuno con cui parlare […] Gli intellettuali, la gente che si occupa di politica, mi annoiano, mi sembrano fuori dalla realtà; la gente che frequento io mi sembra più vera : prostitute, ladri, drogati ecc. Ma proprio per questo la mia vita privata viene a trovarsi sacrificata».
Questo era il luogo, l’ambiente in cui Algren voleva portare la de Beauvoir; se davvero l’avesse amata non avrebbe neanche proposto una cosa del genere, si sarebbe reso conto che non poteva strappare una donna così al suo ambiente solo perché gli fosse da conforto nella sua solitudine e nella dura vita americana.
Riguardo alla de Beauvoir, per quanto io possa apprezzare e ammirare Algren, per quanto riconosca il suo fascino e provi pena per la sua solitudine, per il modo brutale in cui un infanzia difficile, la povertà e la vita in un mondo violento abbiano pervertito la sua intelligenza e la sua sensibilità, tutto sommato le mie opinioni restano quelle di quando ero ragazzina :
1 : non si lascia Parigi per Chicago
2 : non si lascia l’Europa per l’America
3 : non si lascia Sartre per nessuno al mondo.