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By Erri De Luca -
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"Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine" -
Questo libretto in un centinaio di pagine cela un preziosissimo tesoro di stile –la lingua di De Luca è musica, una sinfonia la cui armonia non annulla però tensione intellettuale e che ne sottolinea invece con grazie ironia e arguzia- e di immensa profondità e amarezza di contenuti. Un libro che pa ... (
continue ) Questo libretto in un centinaio di pagine cela un preziosissimo tesoro di stile –la lingua di De Luca è musica, una sinfonia la cui armonia non annulla però tensione intellettuale e che ne sottolinea invece con grazie ironia e arguzia- e di immensa profondità e amarezza di contenuti. Un libro che parla alla parte migliore di noi, che consola ma che nello stesso tempo ci fa sentire soli e alla fine che ci fa sorridere con dolcezza e rimpianto.
Il libro è composto da 27 brani -che i ricordi e i racconti personali non permettono di definire saggi- dagli argomenti vari, mostrati da un punto di vista che si colloca “al pianoterra “. Il titolo è infatti così spiegato dall’autore : “Pianoterra è il mio punto di vista sul mondo, uno fra gli altri che non chiede permesso per vedere più da vicino e che non può sollevarsi più in alto della punta delle proprie scarpe. È una mezza enciclica rivolta a una stanza di amici che mi ospitano tra loro come un nonno randagio”.
Nella sua “sbirciata non panoramica del mondo” l’autore affronta temi drammatici e scottanti. Commoventi e sentiti a i capitoli sulla guerra in Bosnia, quando Belgrado viene bombardata dalla Nato, guerra da lui vissuta in prima persona, perché vi si reca come conducente di convogli umanitari destinati alla popolazione bosniaca, cioè come fa chi davvero è interessato alla sorte di un’altra nazione, non come i soldati, che sono solo fanatici assassini. E a Belgrado scriveva nella città distrutta durante le notti di bombardamenti , senza falsi pietismi ma con interesse e affetto per una popolazione tanto provata dalla miseria e dalla rabbia.
Toccanti anche i capitoli sulle condizioni tragiche degli immigrati, dei quali diventiamo “persecutori e carcerieri”, senza renderci conto che vengono da luoghi in cui hanno visto cose che la nostra mente non può nemmeno concepire, che non riusciamo ad accogliere e a proteggere e ai quali non vogliamo e non siamo in grado di donare nemmeno la nostra lingua.
Sono affrontati anche i problemi del Meridione, gli anni della lotta politica, gli esperimenti sugli animali, la Guerra Fredda...
Questi capitoli trovano il filo conduttore nella critica a chi ha scelto di accontentarsi della versione ufficiale dei fatti, a chi si consola nelle confortanti certezze del mondo e nell’indifferenza a tutto ciò che increspa problematicamente questa artificiosa superficie di calma, a chi si nasconde nell’ipocrisia della falsa pietà. Una delle riflessioni più toccanti è infatti proprio sul concetto di pietà : “Mi capita regolarmente di essere spietato. Tutte le volte che vengo esortato da un imbonitore di pietà : il bambino malato, servito caldo di dolore nell’ora di massimo ascolto, la voce sobria ma accorata che guarnisce l’immagine : dietro fa capolino il compiaciuto cuoco del programma che fa della pietà una pietanza. All’intimazione di commuovermi oppongo un rifiuto intrattabile […] Non si può persuadere qualcuno a provare una pietà […] Pietà è un gesto accidentale non una virtù permanente. Ha bisogno di occasione e di prossimità : posso provarla per una bestia o per una creatura umana purché cada sotto i miei sensi poco vigili, nel mio minimo raggio. Riesco ad aver pietà solo per il prossimo, che non è la larga umanità remota che si intende oggi con questo termine, ma il suo contrario, il superlativo della parola “vicino”, il vicinissimo, l’estraneo che inciampa un passo avanti a me. Tentare un gesto di simpatia di soccorso diventa allora urgente e mi sento responsabile di colpa se non agisco da pronto. Pietà è rispondere presto a un affanno, è velocità di riflessi del cuore. La poca pietà che conosco sente e vede bene da vicino, male da lontano”.
La generica pietà della società non è invece altro che un voler chiudere gli occhi davanti alla realtà del mondo e dell’Italia moderna, retrograda e imbarazzante nella sua superficialità e ignoranza e ingiustizia, nei suoi triti luoghi comuni che altro non sono che espressione di una crudeltà che è figli di chiusura e indifferenza, un paese che è solo una tragicomica farsa in cui i politici sono marionette – “tutti vogliono compiacere il pubblico, riscuotere l’applauso. È la democrazia allo stato sonoro : il popolo siede in platea, valuta, soppesa chi sia colui che dice meglio la sua battuta chiave : “La gente è stufa, la gente non ne può più!”. La marionetta sbatte la sua spada di latta sullo scudo e in platea risuona il battimano, parente dei barattoli vuoti” – e gli uomini alberi sottoposti a una giustizia indegna di questo nome: “vanno presi a verso, secondo fibra, allora non si torcono, spaccano, ma durano e sono buoni all’uso. Se no, vanno bene per il fuoco. Le opere di giustizia, di magistratura, sono tagli. Spezzano la vita di un albero uomo […] Non vanno in verso di vena, non ne vogliono cavare un senso e un uso, vogliono tagliare e tagliano […] Non è distributiva la giustizia, è invece sorteggiata male, sempre nel fondovalle, dove è più facile il taglio”.
Perfino “il Paradiso, maiuscolo e ripetitivo, è un ergastolo di beatitudini. L'inconveniente maggiore è che sta confinato di là del tempo regolamentare, nei supplementari. Più pratico è riportarlo in terra, dentro l'esistenza”.
Particolarmente toccanti sono i capitoli dedicati a Napoli, dichiarata dall’Onu patrimonio mondiale dell’umanità, capitoli che descrivono l’anima e l’incomprensibile, l’inspiegabile orgoglio di una città che lotta ogni giorno per conservare la propria dignità, una città in apparenza aperta e allegra, ma nel suo intimo chiusa, segreta, presa dal suo rapporto privilegiato con la morte, che apre a pochi il proprio cuore e che oppone al mondo secoli di regale, disperata indifferenza e di mortale orgoglio : “Non sarà il tiepido onore dell’Onu a farcela entrare”. Patrimonio lo si è già oppure non ci sono proclamazioni che tengano, perché “l’umanità non si lascia affibbiare patrimoni non strettamente necessari, non è avida ma scialacquatrice e ha volentieri mandato alla malora intere civiltà, popoli, religioni, lingue e loro capitali, borghi, sobborghi e agglomerati affini […]Sono nato in quel posto: i monumenti sporchi, gli intonaci screpolati dei palazzi antichi, la piena di spazzatura che straripava raggiungendo qualche volta i primi piani: questo non ha indebolito nei cittadini la coscienza di essere in un posto miracoloso del mondo […] Una città che è lì da migliaia di anni, scrollata dai terremoti, fertilizzata dalle ceneri delle eruzioni, fondata dalle più alte civiltà del Mediterraneo, capitale di regni, dovrebbe lusingarsi della doverosa improvvisazione di riconoscimento da una specie di WWF delle Nazioni Unite? È vero il contrario : Napoli non ha ancora riconosciuto l’Onu e non si lascia mettere in bocca delle caramelle dagli sconosciuti”.
È invece con aperta amarezza che De Luca ricorda gli anni della lotta politica, quella “generazione che aveva imparato a battersi nella pubblica via”, quei giovani che consideravano una questione personale quello che accadeva nel mondo, l’Irlanda, il Cile e l’America Latina, il Vietnam, il Sudafrica… Anni sprecati, inutili, buttati, sangue di studenti e operai versato per niente, lotte che in qualunque altro paese avrebbero portato alla democrazia e che invece qui si sono conclusi nella più bieca delle dittature, in un incubo orwelliano. Quelle pagine avrei potuto averle scritte io tanto ne sono stata toccata. È per questo che personalmente, a parte gli autori napoletani, mi tengo lontana dalla storia e dalla letteratura italiana : so già come finiscono, è inutile interessarsene perché non hanno avuto nessun effetto positivo o vagamente interessante. Ed è anche per questo, non per una sorta di vuoto e sterile patriottismo, che mi sento vicina agli autori napoletani, alla folle città, “vecchia regina esilarante e spaventosa”, leopardiana “madre è di parto e di voler matrigna” che nelle sue particolarità, nella sua vita che altro non è che “ragionevole attesa di un’Apocalisse”, attraverso la sua crudeltà e la sua generosità, nei suoi inferni e nei suoi paradisi, ci ha fatto “avere un conto aperto con la sopravvivenza […] parte dell’educazione sentimentale di ogni nuova cucciolata della nostra specie”.
I giovani moderni tipici invece per lo più : “sono versati nel presente, infastiditi dal passato come dei nuovi ricchi che vogliono nascondere una povertà d’origine […] Nuotano in superficie e a vista della costa, indifferenti ai fondali, all’abisso che regge in controspinta la loro leggerezza. Seguono gli oroscopi e la meteorologia. A volte pensano che viaggiano meglio di me, altre volte penso che vanno come plancton in bocca alla balena”. Anche quelli che si spacciano per colti e impegnati a loro volta si limitano a “concentrarsi sul deterioramento dell'ambiente, sui grafici di contaminazione delle acque e della ionosfera, ma molti accidenti con diverse scadenze di collasso non fanno una catastrofe. Quando si lamentano di una certa mancanza di prospettive, sento che manca loro soprattutto la rispettabile aspettativa, degna della persona umana, di esser cancellata in blocco dalla faccia della terra”.
Un altro capitolo meraviglioso è quello intitolato Appigli, che parla di scalare una montagna in “solitaria integrale” come metafora dell’affrontare la vita : “La vetta non è lo scopo, solo un termine. Si guarda appena il giro d’orizzonte, poi via di nuovo nelle discese, a volte difficili quanto le salite. A sera si pensa agli appigli, agli strapiombi superati, non al panorama. Si scala solo per il desiderio di percorrere una linea verticale […] c’è un punto di non ritorno, lo si può sentire dopo averlo varcato. D’improvviso la libertà : slegamenti di nervi, briglia e morso caduto, non ero più legato alla partenza né promesso a un arrivo […] Sapevo di me che ero vivo, agile, attento. Quando la vista dell’ultimo passaggio comparve in alto con evidenza ebbi una scossa, un brivido di paura. L’arrivo incombeva e mi legava di nuovo a un termine, come la partenza. Lo capii e non potei farci niente, dovevo tenermi quella tensione […] Provai a fermarmi, riconciliarmi con il vuoto della parete, ma i piedi sui piccoli appoggi s’indolenzirono. Ripartii con furia e gli ultimi passaggi furono solo strappi e gesti bruschi, violenti […] Ora so che la partenza e l’arrivo sono due pretesti e un solo ingombro. Conta solo andare, stare nella corrente della propria solitudine”. La scalata solitaria, l’impossibilità di fermarsi, il desiderio di sfidarsi, di andare sempre più in alto, di non fermarsi ma portare le proprie forze allo stremo, sfinirsi di sfida e libertà, alla luce degli altri capitoli diventano metafora di un programma di vita umana e intellettuale, del desiderio di non lasciarsi vivere passivamente, di non lasciarsi andare alle comode lusinghe di un’esistenza vita facile, benché insulsa e vuota, ma di mantenere il coraggio delle proprie scelte, nonostante la durezza del compito che ci si è preposti -vivere, non di limitarsi a respirare- la lucidità del proprio impegno, la coerenza e l’onesta, la capacità di non accontentarsi delle illusioni in cui si cullano gli altri, la continua, dolorosa ricerca della verità di chi coscientemente sceglie di cercare soffrendo, di chi si vota all’inquietudine, al rifiuto delle verità precostituite, delle false certezze, delle panacee delle vita, in una continua sfida con il mondo e con se stessi, sfida che è libertà, ma anche solitudine. -
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Mar 14, 2010 |
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C’è un tempo e un luogo perché qualsiasi cosa abbia principio e fine… -
Ero ragazzina quella notte in cui, sul punto di andare a dormire, non spensi la televisione, attirata da una musica soave e misteriosa del flauto di Pan; affascinata, guardai il film che stava cominciando : Picnic a Hanging Rock. Da allora sono passati anni e quel film e il libro, che mi affrettai ... (
continue ) Ero ragazzina quella notte in cui, sul punto di andare a dormire, non spensi la televisione, attirata da una musica soave e misteriosa del flauto di Pan; affascinata, guardai il film che stava cominciando : Picnic a Hanging Rock. Da allora sono passati anni e quel film e il libro, che mi affrettai a procurarmi, mi restano ancora dentro con la loro atmosfera onirica, inquietante, surreale…è come se la storia narrata fosse rimasta sospesa nella mia immaginazione con la perentoria autorità della domanda : che è successo?
Il libro, ambientato nel 1900 in Australia, si presenta come il resoconto di fatti reali; l’autrice non ha mai rivelato quanto fosse vero e quanto fosse stato creato dalla sua fantasia e riporta vari articoli di giornale, frai quali questo, del 1913, che richiama la vicenda :
«Sebbene il giorno di San Valentino sia in genere dedicato allo scambio di regali e ad affari di cuore, sono trascorsi esattamente tredici anni da quel fatale sabato in cui un gruppo di circa venti allieve e due insegnanti partì dall'Appleyard College sulla strada di Bendigo per un picnic a Hanging Rock. Una delle insegnanti e tre ragazze scomparvero nel pomeriggio. Solo una venne poi ritrovata. La Hanging Rock è una struttura spettacolare di origine vulcanica che si eleva dalle pianure ai piedi del monte Macedon, di particolare interesse geologico per le sue uniche formazioni rocciose, tra le quali dei monoliti e buche e caverne presumibilmente senza fondo, fino a poco tempo fa inesplorate. Si pensò a quell'epoca che le persone scomparse avessero tentato di scalare le pericolose scarpate vicino alla cima, dove probabilmente erano perite; ma se per incidente, suicidio o assassinio volontario, non è stato accertato, poiché le salme non vennero mai rinvenute».
A grandi linee, la storia è questa, e non racconterò la dettagliatamente la trama; l’importante è la misteriosa scomparsa delle allieve e di un’ insegnante di un prestigioso collegio vittoriano, incongruo sullo sfondo della selvaggia, impenetrabile natura australiana, «un anacronismo architettonico nella macchia australiana, un irrimediabile sbaglio nel tempo e nello spazio» .
Quello che si deve notare è che, ancora prima che si verifichi l’evento che dà inizio alla storia, fin dalle prime pagine del libro è facile rendersi conto che c’era già “qualcosa”. Questo “qualcosa” si incarna in Miranda, la protagonista della storia e il personaggio chiave per l’interpretazione della vicenda, nonostante la sua presenza fisica nel romanzo venga presto meno : Miranda è infatti una delle alunne scomparse.
Sebbene simile alle altre manierate e romantiche adolescenti, perfetta figura di fanciulla vittoriana, fin dall’inizio Miranda appare sospesa in un’atmosfera incantata, onirica…soave, quasi angelica; per attimi quasi impercettibili fa percepire barlumi di una saggezza misteriosa, di una consapevolezza innata di cose preluse agli altri esseri umani. Bionda e solare, esercita con dolcezza e noncuranza un irresistibile carisma, il carisma di una sacerdotessa di culti dimenticati…anche se in apparenza è l’adolescente piena di vita che innalza un brindisi a San Valentino, quella che manomette il cancello permettendo alla comitiva di avvicinarsi alla roccia, quella che non porta il suo orologio di brillanti perché non sopporta di sentirselo battere vicino al cuore, quella che le altre consultano con la sguardo prima di una decisione, che esorta a non odiare la gente anche se è cattiva e che sa fin dall’inizio di non essere destinata a restare là a lungo…un angelo del Botticelli uscito dagli Uffizi, come la definisce l’insegnate di francese, preda di un’improvvisa illuminazione quando la ragazza si volta a salutarla in una scena che in seguito scopriamo determinante : quello è l’ultimo saluto di Miranda, che si volta e si avvia con le amiche verso la Roccia, l’altra protagonista del romanzo.
Il lettore vede per la prima volta la Hanging Rock insieme alle ragazze : «L’impressione suscitata da quei picchi elevati induceva a un silenzio così saturo della formidabile presenza della roccia […] Sulla ripida parete sud il gioco della luce dorata e della profonda ombra violetta metteva in risalto l’intricata struttura di lunghi lastroni verticali : alcuni lisci come gigantesche pietre tombali, altri scavati e scanalati dall’opera preistorica del vento, dell’acqua e del fuoco. Enormi massi, all’origine vomitati incandescenti dalle viscere ribollenti della terra, adesso si erano fermati, freddi e arrotondati nell’ombra della foresta». Ai suoi piedi, tutti gli orologi si fermano, forse per il magnetismo…
È verso questo imponente monolito di milioni di anni che Miranda si avvia insieme a Irma, Marion e Edith. Durante il tragitto le ragazze vedono altri campeggiatori : intravediamo così di sfuggita altri personaggi importanti della storia: il giovane Michael Fitzhubert, aristocratico inglese, e il cocchiere di suo zio e suo coetaneo, Albert; i due ragazzi vedono le ragazze scavalcare un torrente e avanzare verso la Roccia. La natura nella quale si inoltrano, prima accogliente e gioiosa, mostra presto il suo lato inquietante e minaccioso, un potere magnetico che agisce non solo sugli orologi.
Anche nell’atteggiamento verso la roccia l’autrice differenzia Miranda dalle altre : «E Miranda, i cui piedi sembrano scegliersi tra le felci mentre il capo si volge verso le cime scintillanti, sente già di essere qualcosa di più di uno spettatore estatico davanti a uno spettacolo eccezionale?» : domanda retorica con risposta positiva! È infatti Miranda a dire alle altre : «Ho l’impressione che ci debba essere un sentiero quassù da qualche parte», quando l’autrice poco prima era stata chiara : «Non ci sono sentieri su quel lato della Roccia. O se mai ci furono sentieri, si sono cancellati da tempo. È da molti molti secoli che nessuna creatura vivente, se non di quando in quando un coniglio o un cangurino, ha violato il suo arido petto».
Una forza misteriosa spinge le ragazze ad andare avanti in un’atmosfera sempre più irreale, onirica, misteriosa e quasi sospesa nello spazio e nel tempo, attraverso immagini di monoliti antropomorfici e suoni misteriosi, in uno stato d’animo sempre più alterato e irrazionale, quasi di trance, che impedisce alle ragazze di fermarsi, che le obbliga a proseguire come se qualcosa le chiamasse telepaticamente e che a un certo punto le fa cadere in un sonno profondo.
Al risveglio, non sono più in sé, qualcosa di definitivo è avvenuto. La prima a svegliarsi è Miranda, l’ultima Edith : quando apre gli occhi vede le altre sveglie e in piedi, «Miranda che la guardava in modo strano, quasi non la vedesse. Quando Edith ebbe ripetuto a voce più alta la domanda, volse risoluta la schiena e cominciò a salire per il monte, seguita a pochi passi dalle altre due. Ebbene, non camminavano, scivolavano a piedi nudi sulle pietre come se si trovassero sul tappeto di un salotto e non tra quegli orribili macigni millenari». Edith vede le compagne sparire dietro al monolito e «scorse come ultima cosa una manica bianca che scostava i cespugli davanti a sé […] Nessuna voce le rispose. Lo spaventoso silenzio l’avvolse».
Il ritorno al collegio è drammatico : oltre a Miranda, Marion e Irma è scomparsa anche l’insegnante di matematica, allontanatasi dal gruppo senza che nessuno se ne accorgesse. Edith invece era sbucata urlante dalla boscaglia, in preda a una crisi isterica e con i vestiti strappati; oltre al fatto di aver lasciato le compagne “lassù” non ricordava niente. Cominciano le indagini e la polizia raccoglie testimonianze. Il cocchiere accenna a tutti i buchi e i precipizi della Roccia e dichiara che sull’unico sentiero esistente non aveva trovato, durante le prime ricerche, tracce delle ragazze. In lui c’è la speranza che Miranda, nata e cresciuta nella boscaglia e capace di non perdere la calma, avesse guidato le altre al riparo per le notte. Edith viene interrogata da un dottore e poi dalla polizia, in quanto unica testimone di un non meglio precisato “evento”. Riportata sul posto, emergono in lei ricordi imprecisi : una misteriosa, strana nuvola rossa e l’insegnate di matematica che, mentre lei scendeva, saliva di corsa sulla Roccia senza la gonna.
Scomparsa Miranda, il punto di vista diventa quello di Michael : dopo averla vista quell’unica volta, Mike è ossessionato dall’immagine di Miranda, che rivede nella bellezza della natura, nei cigni che scivolano soavi sull’acqua, e alla quale non riesce a smettere di pensare : si crea così paradossalmente una coppia formata dalla protagonista femminile, scomparsa al terzo capitolo ma la cui presenza cresce di pagina in pagina, e quello che assume il ruolo di protagonista maschile.
Un aspetto molto tenero e solo apparentemente secondario del libro è la sorprendente amicizia che nasce fra Albert e Michael, un’amicizia commovente fra due esseri diversissimi : un servitore cresciuto in orfanotrofio, con un passato da piccolo delinquente, sfrontato e selvatico, e il giovane e raffinato lord inglese infantile, curioso e coraggioso. L’uno sviluppa per l’altro curiosità e affettuosa ammirazione. Michael è affascinato e incuriosito dalla vita che ha reso l’amico esperto, furbo e disincantato e Albert è sviluppa un affetto inaspettato per l’inglesino ingenuo dalla perfetta educazione, sognatore ed timido. L’uno arriva a considerare l’altro l’interlocutore privilegiato e frai due ragazzi nasce una fortissima fiducia reciproca che spinge Michael a confidare ad Albert il suo progetto : andare a cercare da solo le ragazze; più che un piano dichiara di avere una sensazione. Sebbene Albert sia convinto della morte delle ragazze, non lo lascia andare da solo. Durante le ricerche Michael si spinge lontano, forse più lontano della polizia e degli esploratori, e all’improvviso, giunto forse nel luogo in cui si erano fermate le ragazze, sente per due volte una specie di sussurro. In preda ad uno stato d’animo irrazionale ed esaltato, decide di trascorrere la notte sulla Roccia. La mattina dopo, dopo una notte insonne, si risveglia da un sonno improvviso con un taglio sanguinante sulla fronte e cade in una specie di delirio : «pareva giungergli da ogni parte all’intorno un sommesso mormorio senza parole, quasi come un brusio di voci in lontananza, intervallato ogni tanto da trilli che avrebbero potuto essere brevi scoppi di risa». Nonostante la sofferenza, la fame e la sete, ha un solo pensiero : andare avanti. E anche lui scompare dietro il monolito. Lo ritrova Albert, privo di sensi, senza nulla che spiegasse il taglio sulla fronte o e i graffi sul viso e sulle braccia; è sempre Albert a seguire le sue tracce sulla Roccia, a inoltrarsi dietro il monolito…e a ritrovare Irma, ancora viva dopo una settimana, con graffi sulle mani e sulle braccia, scalza ma con i piedi puliti e senza graffi, e con in fronte lo stesso taglio di Michael; in seguito emerge che non aveva il busto ma che era “intatta”. Ai fini della trama il ritrovamento di Irma è inutile : neanche lei ricorda nulla e tutti le serbano rancore perché era stata ritrovata lei e non Miranda.
Nonostante la sua scomparsa, la presenza di Miranda cresce, diventa così essenziale e profonda da arrivare a confondersi con quella, misteriosa e perentoria, della Roccia.
Nonostante la sua scomparsa, la presenza di Miranda cresce, diventa così essenziale e profonda da arrivare a confondersi con quella, misteriosa e perentoria, della Roccia.
Peter Weir, il regista del film, la descrive così : «Miranda si può descrivere con un’antica parola inglese, forse di origine scozzese, “fey”, che indica una persona in grado di vedere le fate. A posteriori, si può dire che, quel giorno, lei “sente” che sta per succederle qualcosa. E’ come se fosse la promessa sposa della morte e si stia preparando per quell’appuntamento. Lei non lo sa, questo è ovvio, ma tutto, dal modo in cui si spazzola i capelli all’inizio, canticchiando una canzoncina, trasmette calma, come se tutto fosse deciso e non dipendesse più da lei e dalle sue azioni, ma da un essere supremo. Lei ne è consapevole, è sensitiva».
Per questo è la figura più connessa alla Hanging Rock. Fin dall’inizio la Roccia è descritta come una sorta di entità senza tempo, di milioni di anni, accanto alla quale il tempo ordinario cessa di scorrere (gli orologi fermi). Ma anche Miranda è fuori dal tempo ed è questa l’improvvisa rivelazione di Mademoiselle : Miranda è una angelo, una creatura non umana, che proviene da un tempo e uno spazio diversi. Il suo è il nome della Miranda di Shakespeare, la figlia del mago esiliato cresciuta in un’isola deserta popolata di spiriti, alla quale forse si allude nei rarissimi accenni al “lussuoso isolamento” della sua casa, che restava separata dal mondo esterno per mesi e mesi; è lei infatti a consentire alla comitiva di arrivare alla Roccia manomettendo la serratura del cancello del parco, proprio come aveva imparato a fare nelle “proprietà paterna”. Il cancello che Miranda apre è quello della magia, dell’irrazionale, delle pulsioni nascoste e primordiali dell’animo umano, e solo lei può farlo perché lei è la bellezza eterna che ha sconfitto il tempo, che si colloca nella dimensione dell’eternità alla quale l’uomo aspira.
Chi la ama, chi ne ossessionato, chi la cerca, attraverso di lei cerca il mistero, la bellezza, l’eternità, la natura, l’amore. Per questo lei è una ninfa botticelliana rapita dalla natura, colei che fin dall’inizio era consapevole dell’ineluttabilità di ciò che stava per accadere, che si aggira nella realtà come un miraggio dai contorni sfumati e si avvia alla Roccia solenne come una vestale che entra nel tempio, che guida le altre procedendo sicura tra gli anfratti della roccia come se fosse sicura della strada da seguire, come se ci fosse già stata e come se stesse perseguendo un obiettivo di cui aveva già conoscenza molto prima che tutto avesse inizio, che prima della partenza preannuncia profeticamente alla sua compagna di stanza, Sara, che non sarebbe rimasta là ancora a lungo.
È per questo che ai piedi della Roccia il tempo non scorre, perché la bellezza non ha tempo, perché la natura ha una purezza primordiale e incomprensibile che non ha un prima o un dopo, un esserci e un non esserci, e che agli esseri umani appare terribile e minacciosa.
Anche il regista dà una spiegazione simile : «É chiaro che ho voluto descrivere un mondo naturale, un mondo australiano estremamente crudo e selvaggio, che non ha assistito a battaglie o a costruzioni di grandi Imperi con il loro alternarsi di glorie e fallimenti. É qualcosa che è fermo all’alba dei tempi, ed è come se quella scuola in pietra fosse una navicella spaziale arrivata da un altro pianeta. Tra le mura di quel collegio c’è il senso dell’ordine e la società, collanti che tengono insieme un mondo e le sue convinzioni, contrapposto agli aspetti ignoti della natura, alla sua crudeltà e alle sue stranezze. Il suo richiamo è irresistibile ed è parte integrante della storia. Se la terra ha ingoiato quelle ragazze è perché la terra opera in modo diverso dalla società».
L’ambientazione australiana risulta perciò molto significativa e la sottolinea anche Weir : «Almeno nei miei pensieri, ho affrontato la questione degli aborigeni, dei nativi australiani. Quello era senza dubbio uno dei loro luoghi segreti, e questo si percepiva. Credo che certe persone siano sensibili a queste cose. Nel mondo ci sono luoghi, sia naturali che creati dall’uomo, che possiedono un’energia particolare, positiva o negativa. Credo che Hanging Rock sia uno di quei luoghi».
Quello che si vuole rappresentare è insomma l’ambiguità dell’Australia e dei suoi misteriosi indigeni, che si materializzano attraverso la Roccia, e il rapporto fra il loro mondo, il mondo pagano e mistico delle divinità (anche questo richiamato dall’accenno a Botticelli) che si incarna nella natura inquietante e spaventosa, una civiltà che ha preceduto di millenni quella inglese, che rappresenta la cultura e tutte le ipocrisie e le costrizioni della società.
Il monolito nero infatti «pareva un uomo mostruoso appollaiato in cima a un precipizio a picco sulla natura», proprio come ne la Primavera di Botticelli un figura bluastra nascosta frai rami incombe sulle fanciulle. Da questo punto di vista il libro vuole anche mettere in scena la liberazione dalle costrizioni soprattutto sessuali che la “civiltà” impone all’individuo, costretto a reprimere gli impulsi che gli vengono dalla natura : per questo le ragazza sono attirare da monolitici dalla forma fallica e si liberano dei guanti, delle scarpe, delle calze e poi del corsetto.
Sul caso Hanging Rock Yvonne Rousseau ha raccolto le cinque spiegazioni più quotate e plausibili :
1 : le ragazze sono morte per cause naturali : sono arrivate in un punto dal quale non sono più riuscite a tornare indietro, condannate a morire di freddo, fame e sete, sono state schiacciate da una frana o sono scivolate in una delle insondabili gallerie della roccia, di quelle insondabili gallerie senza fondo. L’autrice, consapevole della sorte delle ragazze, avrebbe lasciato nel libro degli indizi : l’uso di aggettivi dispregiativi riferiti alle rocce e della similitudine tra gli essere umani e gli insetti, come gli scarafaggi o le formiche, soffermandosi sul fatto che gli scarafaggi siano protetti dalla loro corazza mentre le formiche siano molto più indifese e più soggette alla possibilità di essere involontariamente schiacciate e il sottolineare che le forme strane delle rocce sfidano la gravità.
2 : le ragazze sono semplicemente fuggite, da sole o con dei ragazzi, da un collegio austero e tirannico, caratterizzato da una fortissima repressione sessuale; il simbolismo del togliersi scarpe e calze o delle rocce antropomorfe e di forma vagamente fallica può essere interpretato anche in questo modo. Forse Miranda e Marion avevano già progettato la fuga in precedenza. Edith non era s’accordo e quindi sarebbe tornata indietro fingendo di non ricordare nulla e Irma si sarebbe opposta all’ultimo momento, spingendo le altre due a eliminarla per evitare che denunciasse la loro fuga.
3 : le ragazze vengono violentate e rapite. Può darsi che qualcuno avesse dato loro appuntamento fra le rocce o che si fossero imbattute in malintenzionati passanti; anche la direttrice a un certo punto commenta che ormai le ragazze dovevano essere in un bordello di Sidney.
In effetti anche io, quando vidi il film da bambina, come seconda spiegazione –la prima erano gli alieni!!!- pensai che i responsabili della sparizione fossero gli stessi Micheal e Albert, che avrebbero approfittato delle ragazze e le avrebbero lasciate a morire fra le rocce; la loro amicizia sarebbe nata dalla complicità in un crimine, e sarebbe stato il rimorso a far sì che Micheal se la prendesse a cuore tanto da stare male e a spingerlo a ritornare sulla roccia a recuperare le eventuali sopravvissute. Michael racconta inoltre alla polizia che dopo aver visto le ragazze scavalcare fiume e aver chiacchierato con Albert per una decina di minuti era andato a farsi un giretto verso la Hanging Rock, ai piedi della quale si era seduto pensando che la scalata era troppo pericolosa per delle ragazze.
4 : un serial killer che ha ucciso le tre ragazze che si erano allontanate e successivamente Sara e la direttrice. L’omicida potrebbe anche essere una delle ragazze del collegio o comunque qualunque dei personaggi.
5 : Hanging Rock non è altro che una porta per un’altra dimensione. Questa a quanto pare è la spiegazione che dà l’autrice stessa nel misterioso capitolo XVIII, per la storia editoriale del quale rimando a wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/Il_segreto_di_Hanging_Rock e a un forum della Sapienza in cui il capitolo è riassunto : http://www.studiorientali.it/forum/index.php?showtopic=…
Altre spiegazioni si riconducono a quella alla quale era pervenuta la mia ingenua mente di bambina
Il fascino di questo romanzo, l’elemento che cattura attenzione, immaginazione, intelletto, che turba e tormenta, non è, banalmente, il mistero irrisolto; è lo scandalo metafisico e intellettivo per eccellenza : un fatto senza spiegazione, un fenomeno senza ipotesi.
Per questo libro è un geniale colpo di grazia al fragile castello di carte delle certezze umane, certezze che altro non sono che la recente acquisizione di una società nella quale ogni cosa è stata in un modo o nell’altro schedata, catalogata, letteralmente “messa in riga” da una ferrea e disciplinata consequenzialità logica che impone a tutto una fine e un principio, una causa e un effetto, e che sottopone ogni evento alla violenza di una spiegazione. In questo universo non vi è elemento che non sia stato domato secondo principi sensati e razionali e disposto a comporre ciò che chiamiamo realtà. Anche al misterioso e al soprannaturale sono state date forme convenzionali e familiari e perfino i sentimenti che essi provocano sono scontati, già previsti. Ormai rientrano nella norma anche gli eccessi e le anomalie. Come afferma il regista del film, Peter Weir, ormai è rarissimo che qualcuno risponda a una domanda “Non lo so”. Questo dovrebbe essere il secolo illuminato per eccellenza, in cui la scienza ha totalmente dissipato l’oscurantismo e la barbarie e in cui l’uomo può proclamarsi “libero”. Apparentemente nulla di più diverso dall’epoca in cui il libro è ambientato, la fine dell’Età Vittoriana, nella quale la libertà era soffocata da obblighi, convenzioni, stereotipi e ipocrisie. Ma mentre prima erano le tenebre dell’ignoranza a rendere cieco l’uomo, ora è la luce della civiltà ad accecarlo. Un mondo che crediamo libero di manifestarsi nella molteplicità delle sue forme non è altro che una versione in scala maggiore di un collegio vittoriano –allegoria della società- con le sue repressioni sessuali e sociali, con i suoi pregiudizi e i suoi anacronistici rituali. Un mondo che giace nella realtà come il collegio giace nella misteriosa, selvaggia, millenaria natura australiana.
Ma all’improvviso qualcosa si ribella. Nel piccolo mondo chiuso, tranquillo e sicuro si insinua prepotentemente un elemento che rivela la presenza di pulsioni incontrollabili che ne incrinano l’equilibrio, pulsioni che non provengono da un non meglio definito “esterno”, ma da quanto di quel misterioso “esterno” è presente negli esseri umani. Nel caso di Picnic a Hanging Rock questo elemento è infatti magico, sovrannaturale e insieme umano. All’inizio l’elemento di perturbazione che sconvolge la realtà sembra provenire dalla natura, dal suo potere di affermare il proprio predominio su quello umano.
E se è la natura a rendersi complice dello scandalo di un fatto senza spiegazione, l’uomo crolla, ritorna alla notte dei tempi in cui era impotente e spiegava con la magia, con gli dei, l’intuizione del ribollire di qualcosa di incontrollabile sotto il velo familiare della realtà, è costretto a riconoscere che c’è un’essenza ancestrale che può insinuarsi in ogni suo opera e sconvolgerla.
Ma questo panico è ancora rassicurante, finché presenta l’antico, eterno binomio oppositivo uomo-natura.
Il fatto è, però, che Miranda ha deciso da sola di salire sulla Hanging Rock; il richiamo che ha sentito era dentro di lei. L’essenza ancestrale che può strappare l’uomo alle sue certezze è dentro di lui, ed è come avere dentro un metallo sconosciuto che in particolari “campi magnetici”, quando si allenta la presa sulla realtà e sugli elementi che la determinano, lo spazio e il tempo, è attirato da una misteriosa calamita.
La cultura non riesce a stracciare il velo che nasconde i principi governanti l'insondabile universo naturale e in ogni momento l’universo dell’irrazionale, dei sogni, può prendere il sopravvento.
Quello anni fa mi ha attirata verso questa storia, una storia che da allora mi porto dentro e che non mi abbandonerà mai, sulla quale continuerò ad interrogarmi, tormentarmi, che continuerà a meravigliarmi e, alla fine, a confortarmi, è il fascino esaltante e terrificante dell’ignoto, del mistero atavico e ancestrale che gli esseri umani si portano dentro.
Quella di Miranda, come suggerisce anche l’autrice nel capitolo non pubblicato, non è altro che una fuga dalla realtà e dal tempo che consente all’essere umano di raggiungere la parte più vera di sé. -
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Apr 18, 2010 |
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“Non è forse vero che il paradiso è un’immensa biblioteca?” - Bachelard -
Dedico questa recensione alla carissima amica che mi ha quasi commossa regalandomi questo libro :)
Un libro per me è sempre il regalo perfetto, ma questo in particolare ha soddisfatto il mio bisogno di lettura nella miglior maniera possibile in quanto è la realizzazione dei più rosei sogni di un bi ... (continue ) Dedico questa recensione alla carissima amica che mi ha quasi commossa regalandomi questo libro :)
Un libro per me è sempre il regalo perfetto, ma questo in particolare ha soddisfatto il mio bisogno di lettura nella miglior maniera possibile in quanto è la realizzazione dei più rosei sogni di un bibliomane : un libro che parla di altri libri. Come scrive Charles Nodier “Dopo il piacere di possedere i libri, nessun altro eguaglia quello di parlarne”. Partendo dalla constatazione che “una biblioteca che si sta formando è un essere vivente, non è mai la somma dei singoli libri” (Carlos Marìa Domìnguez), l'autore racconta che il progetto di questo libro è nato da una conversazione con Giuseppe Pontiggia : “Entrambi possedevamo un’enorme biblioteca con parecchie decine di migliaia di volumi. Non una biblioteca da bibliofilo, con libri così preziosi che il proprietario non li apre mai per paura di sciuparli, ma una biblioteca di lavoro dove si scrive sui libri e si legge in bagno senza pensarci due volte, dove si conserva tutto quello che si è letto o che si intende leggere più tardi”. Non c’è un che di familiare in queste parole? Non è infondo la situazione di tutti noi accaniti lettori? E questo libro è infatti il nostro ritratto e il ritratto delle nostre piccole, strane, amatissime biblioteche, una vera e propria appassionata dichiarazione d’amore ai libri e una descrizione delle vita che conduciamo in una comunione indissolubile con essi : “Evasione e conoscenza passarono attraverso il libri. Mi rimase un’eterna riconoscenza nei loro confronti, una specie di debito morale che non ho finito di pagare (…) di qui l’ambizione di dedicare la mia vita a leggere tutti i libri”. La lettura ci immerge perciò in recensioni di libri, aneddoti interessanti, eventi storici, descrizioni di quadri, di correnti letterarie ed artistiche, descrizioni di biblioteche vere e delle più suggestive e famose biblioteche dei romanzi, come quella de Il nome della rosa , quella di Des Esseintes , quella di Peter Kien in Autodafè e quella dei personaggi del “solo libro i cui personaggi sono quasi tutti bibliomani, La casa de papel di Carlos Marìa Domìnguez, il cui protagonista usa le sue migliaia di libri per costruire una casa su una spiaggia, casa che poi distrugge per cercare La linea d’ombra di Conrad; prima aveva affermato “i libri avanzano nella mia casa, silenziosi, innocenti. Non riesco a fermarli”. Il libro si compone quindi di trame di altri libri, di personaggi, di poesie, di citazioni : la lettura è piacevole e alla fine, dopo averlo chiuso, ci accorgiamo di aver imparato qualcosa, gettiamo l’occhio sul foglietto sul quale abbiamo ricopiato i nomi degli autori citati che non conoscevamo, dei libri raccontati e amati dall’autore che ora assolutamente dobbiamo leggere, di libri che ora assolutamente dobbiamo procurarci!!
Affascinante è la descrizione delle abitudini di lettura del vero lettore : si legge nelle biblioteche come nei treni, nei bus, per strada, nella confusione e nel frastuono, si legge ai tavolini dei bar, si legge perfino mentre si cammina, si scrive sui libri, si piegano gli angoli delle pagine, si ritrovano nei libri le stratificazioni di anni di sottolineature dalle quali si ricostruisce la storia del proprio rapporto con essi, i nostri ricordi ad essi legati …e poco importa che un libro sottolineato non valga più niente : è una parte di noi, “una mia estensione materiale e mentale, destinata a scomparire insieme a me”.
È facile riconoscersi anche nel capitolo sulla provenienza dei libri : cosa ci attira in un libro? Perché lo compriamo? Il fascino del titolo, un non so che nel nome dell’autore, perfino la copertina, il film, un aneddoto ad esso legato, le nostre abitudini da autodidatta, la mania di leggere tutte le opere di un autore scoperto per caso o di esplorare tutta una letteratura a partire da un autore, l’impulso a possedere collane complete, aprendo quindi la propria biblioteca personale a libri che esulano dai nostri interessi, il pallino di procurarsi tutti i libri in bibliografia… ognuno di essi rimanda ad altri libri, gli autori ad altri autori, le epoche si legano l’una all’altra…ed è attraverso queste infinite ramificazioni che a un certo punto si arriva a possedere sempre più libri. È analizzata perfino la mania di tutti i lettori : le liste di libri da leggere, tanto radicata che Queneau ha pubblicato Pour une bibliotèque idéale, un libro fatto solo di elenchi, e che Henry Miller, ne I libri della mia vita, alla fine compila la lista di quelli che ha letto e di quelli che ha intenzione di leggere. Si parla anche di un’altra mania dei lettori-collezionisti : quando si sono passati anni a cercare un’opera rara e introvabile e, subito dopo avervi messo su le mani, se ne trova un’altra copia, la si compra in nome dei lunghi anni di ricerca!! E così la biblioteca cresce : “possiamo solo guardarla invadere tutte le pareti della stanza, arrampicarsi fino al soffitto, annettere pian piano le altre stanze estromettendone tutto quello che la intralcia. Eliminati i quadri appesi alle pareti e gli oggetti che impediscono la consultazione, la biblioteca avanza col suo seguito di sgabelli e scale, oggetti indispensabili e ingombranti, e richiede continue risistemazioni perché la sua crescita non è lineare e impone di creare nuove sezioni. Essa è innegabilmente il riflesso del suo proprietario, il suo doppio”. La collezionite può tramutarsi facilmente in tendenza all’accumulo, ma infondo “una biblioteca che si sta formando è un essere vivente, non è mai la somma dei singoli libri” (Carlos Marìa Domìnguez).
Dopo aver analizzato il problema dello spazio l’autore passa poi a quello della catalogazione e dei criteri di schedatura, che vanno dai più classici e razionali – per autore, per lingua, per provenienza geografica, per genere, per forma, per colore – a quelli più fantasiosi : secondo il regolamento di una biblioteca vittoriana le opere degli uomini e quelle delle donne per decenza dovevano essere tenute su scaffali separati e lontani”. È confortante vedere come “il criterio di classificazione di una biblioteca possa costituire un segno premonitore dei disturbi mentali del proprietario”. Il protagonista de La casa de papel sistema i libri secondo i loro “rapporti affettivi” : alzi la mano chi non lo ha fatto!! Il criterio si basa sul mettere vicini gli autori che in vita erano amici, o quelli che si vorrebbe far conoscere e chiacchierare, oppure disporre un libro accanto ad altri “amici”, o pensando che i protagonisti andrebbero d’accordo…Un certo Henri Quentin-Bauchart aveva avuto addirittura l’idea di far sposare i libri!! Anche il principio di disposizione dei 100.000 libri della collezione Warburg è la “legge del buon vicinato”. Ed è quello che spesso faccio anche io, accostando libri ai quali voglio far fare amicizia, libri che possono tenersi compagnia, libri che anche se sono ambientati alle estremità opposte della terra e in epoche diverse nella mia mappa mentale sono affini e si completano, i cui personaggi se si incontrassero e parlassero andrebbero d’accordo!!
Il lettore passa quindi dalla lettura all’attaccamento per l’oggetto che l’ha resa possibile e finisce così per tramutarsi in collezionista, ma dai collezionisti si differenzia perché il suo vero movente è la voglia di leggere, la curiosità, curiosità intesa come fattore dominante delle azioni degli uomini, la “molla essenziale del divenire umano”, che non ha limiti né confini, che si nutre di se stessa e non si accontenta mai di ciò che trova. Il lettore compulsivo è un vero e proprio conquistatore di terre ricche e affascinanti. E nulla soddisfa la curiosità come la lettura, che supera le frontiere e i limiti della realtà, abbatte le barriere dello spazio e del tempo : come dice Borges “La lettura di un’opera di cervantes, di Flaubert, di Schopenhauer, di Melville, di Whitman, di Stevenson o di Spinoza è un’esperienza altrettanto forte di un viaggio o di un innamoramento”. Quello che cerchiamo nei libri non è altro che “tutto quello che possiamo sapere sulla condizione umana”.
Da qui nasce quell’amore, quella reverenza, quel senso di protezione che le biblioteche ispirano. Per l’autore “la biblioteca protegge dagli ambienti ostili, filtra i rumori del mondo e attenua il gelo circostante, ma nello stesso tempo comunica un senso di onnipotenza. Perché la biblioteca potenzia le povere capacità umane : è un concentrato di tempo e di spazio”.
Come afferma Jean Grenier : “Ma le biblioteche, come i musei, sono un rifugio contro l’invecchiamento, la malattia, la morte”. E per questo che nasce una sorta di percezione religiosa di esse, percezione che porta Eco a scrivere: “Se Dio esistesse sarebbe una biblioteca”.
Bonnet invece afferma : “la biblioteca è la cosa che più si avvicina al paradiso terrestre”.
Il bisogno di avere libri si identifica quindi con il bisogno di libertà interiore. Un’immagine che mi è rimasta impressa è quella di un condannato a morte che leggeva un libro sul carretto che lo portava alla ghigliottina e che, prima di salire al patibolo, mise un segno all’ultima pagina letta. La lettura si trasforma in libertà : e si trasforma in libertà : “La libertà era a portata di mano, per sperare di sfuggire al mio destino dovevo leggere, leggere e poi leggere ancora”. -
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Jan 10, 2010 |
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Sartre è il mio filosofo preferito, da sempre. Penso che l’ultima vera, grande svolta al pensiero occidentale l’abbia impressa lui. Dal momento che commentare le sue opere maggiori richiederebbe mesi di studio e la scrittura di una sorta di tesi di laurea, questa volta recensisco una sua breve opera teatrale alla quale sono particolarmente legata perché me ne sono occupata all'università e perché riprende un altro dei miei principali interessi, il teatro greco. Infatti Les Mouches sono la versione sartriana dell’Orestea di Eschilo, rilettura che porta a un interrogativo fondamentale : in un mondo in cui gli dei si rivelano non essere altro che la rappresentazione che gli uomini si fanno di loro, è legittimo interrogarsi su quale funzione e legittimità possa assumere il tragico. La risposta ci viene dallo stesso Sartre : «Non mi è parso impossibile che si potesse scrivere una tragedia della libertà, perché il fato antico è solo il contrario della libertà». Ed è proprio su questa contrapposizione fra libertà e fato che si basa il fascino di quest’opera.
continua qui : http://comnenacorner.blogspot.it/2013/01/les-mouches-je…