Il meno convincente dei tre romanzi di Kosinski che ho letto finora (gli altri due sono “L’uccello dipinto” e “Abitacolo”), tuttavia interessantissimo per approfondire questo eccentrico e originale “scrittore-filosofo”, i cui personaggi “sono manichini animati, funzioni, puri segni algebrici”, come
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Il meno convincente dei tre romanzi di Kosinski che ho letto finora (gli altri due sono “L’uccello dipinto” e “Abitacolo”), tuttavia interessantissimo per approfondire questo eccentrico e originale “scrittore-filosofo”, i cui personaggi “sono manichini animati, funzioni, puri segni algebrici”, come scrive Giovanni Raboni nella postfazione. Vale a dire simboli. Di che cosa esattamente? Delle pulsioni primitive (bisogno di potenza, di sicurezza, di realizzazione, di distinzione, di eccitazione, di evasione) e dei traumi che ogni essere umano subisce nel suo sviluppo personale (la scoperta del principio di realtà), ovvero di ciò che Freud chiamava Es (o Id). Che poi è l’oggetto nascosto delle fiabe, e infatti Kosinski gioca con il modello della fiaba: il bambino abbandonato dai genitori che deve superare terribili prove iniziatiche (“L’uccello dipinto”), l’eroe invisibile aiutato da oggetti magici (“Abitacolo”), il principe erede di un regno favoloso e la bella principessa (“L’albero del diavolo”). In tutti e tre i romanzi la narrazione in prima persona (in quest’ultimo bizzarramente alternata a parti in terza persona, senza grande efficacia, a mio parere) dà garanzia al lettore dell’incolumità del protagonista alla fine della storia. Che non ci sia da aspettarsi un classico lieto fine è inutile dirlo. Del resto, l’albero del diavolo è un albero a rovescio: radici verso il cielo, rami nella terra.
L’abitacolo del titolo (Cockpit) è la cabina di pilotaggio: uno spazio chiuso e protetto da cui si manovrano i comandi. Uno spazio simbolico, dato che il filo conduttore della narrazione (episodica e rapsodica) è il piacere infantile (e quindi sadico) del controllo sulle vite degli altri al fine esc
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L’abitacolo del titolo (Cockpit) è la cabina di pilotaggio: uno spazio chiuso e protetto da cui si manovrano i comandi. Uno spazio simbolico, dato che il filo conduttore della narrazione (episodica e rapsodica) è il piacere infantile (e quindi sadico) del controllo sulle vite degli altri al fine esclusivo di fare un bel gioco, tanto più divertente quanto più le catene causa-effetto innescate dal pilota sono complesse e studiate, micidiali nel loro effetto ultimo (lontanissimo e imprevedibile rispetto alla causa prima). L’apparizione di “abitacoli” reali in punti strategici (all’inizio, nella descrizione della nicchia segreta; nella scena cruciale del radar; infine in quella del contrappasso in ascensore) conferma la natura simbolica e profonda della scrittura di Kosinski. E compensativa: la vita solitaria, indipendente, libera, senza freni inibitori messa in scena dall’eroe di questo bizzarro romanzo è un canto dell’Es dolce come quello delle sirene.
“Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di
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“Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore...” Questo il proclama del Verismo scritto da Giovanni Verga nell’anno 1880. Anno 2013: in questo piccolo libro fanta-post-neo verista ritrovo precisamente coesione, armonia formale, sincerità, invisibilità dell’autore, naturalezza. Accostamento ardito? I Rovato come i Malavoglia? La Milano di un immaginario futuro prossimo come il paesello siculo di fine Ottocento? Mai temere di scomodare i mostri sacri, a loro fa piacere. Pensiamo anche a un’altra analogia: la coerenza, radicalità e funzionalità della scelta formale rispetto al contenuto, nei “Malavoglia” il discorso indiretto libero (quello in cui l’autore usa le voci del popolo e dei personaggi senza segnalarle, intessendo la scrittura di parole ed espressioni idiomatiche, interiezioni, anacoluti o errori grammaticali, proverbi, modi di dire formulari), nella “Casa dei normali” il discorso diretto puro (in cui rientrano anche le parole che provengono dalla tv). Discorso diretto usato con naturalezza e maestria: mai una volta sorge un dubbio su chi stia pronunciando la battuta (l’occhio è aiutato anche dall’uso di rientri grafici diversi a seconda del personaggio che parla). Questo libro è leggero e profondo, amaro e divertente, spassionato e coinvolgente. E nell’uso di una lingua inventata addirittura geniale. Senza forzature, senza spocchia. E poi c’è una storia che riesce ad appassionare manco fosse un giallo, con un finale strepitoso sul quale bisogna stare muti appèsce per non togliere il piacere di scoprire da soli l’effetto che fa. Io ci son rimasta di melma (suina). Insomma, ‘sto bùc a me m’è scucito un trip. E a chi non gli scuce, è Normale. Andestènd?
Incuriosita dalla lettura di un brano tratto dal romanzo “Toi, ma nuit” contenuto nella raccolta “Fantasesso” (in una società del futuro incentrata esclusivamente sugli stimoli sessuali, il protagonista passa un pomeriggio al cinema, dove prima assiste a un film fanta-erotic-splatter, poi ha un rapi
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Incuriosita dalla lettura di un brano tratto dal romanzo “Toi, ma nuit” contenuto nella raccolta “Fantasesso” (in una società del futuro incentrata esclusivamente sugli stimoli sessuali, il protagonista passa un pomeriggio al cinema, dove prima assiste a un film fanta-erotic-splatter, poi ha un rapido e soddisfacente rapporto con una delle sexy-maschere), ho voluto cercare qualcosa di Jacques Sternberg (1923-2006), di origine belga, che ha anche la particolarità di essere uno dei pochi scrittori di fantascienza in lingua francese. Amico di Jodorowski e di Topor, ha una produzione molto ampia che spazia tra racconto, romanzo, teatro, saggistica, ma nella lista delle sue opere compaiono anche un “Manuale del perfetto segretario commerciale”, “Il fascino della pubblicità” e una lettera aperta “Agli infelici che hanno tutte le ragioni di esserlo”. In italiano non si trova praticamente nulla, a parte qualche racconto sparso e “Il mondo senza sonno” (“La Sortie est au fond de l’espace”: “L’Uscita è in fondo allo spazio”, 1956). Il titolo italiano non suona altrettanto ironico, ambiguo e inquietante di quello originale e l’edizione Urania del 1957 suggerisce fin dalla copertina l’idea di trovarsi di fronte a una fantascienza classica. Impressione smentita dall’incipit: “La vita non era molto cambiata, dal 1955 in poi. Eppure parecchi anni erano trascorsi: quasi mezzo secolo. Nulla di ciò che era stato previsto s’era avverato, e nemmeno ciò che era stato preveduto, il che sta a dire che non era accaduto proprio nulla. Per lo meno niente di eccezionale: non era scoppiata nessuna guerra, e la Terra non aveva subìto cataclismi; né la vita né la morte avevano rivelato il proprio segreto. [...] No, la vita non era molto cambiata; nemmeno nel campo artistico. L’arte moderna s’era invecchiata molto presto; e se ne stava cercando un’altra in sostituzione, senza riuscire a trovarla. Le invenzioni nel campo degli apparecchi di uso domestico s’erano invece largamente perfezionate, come la televisione e qualche altra industria il cui scopo era di far dimenticare all’uomo che la sua vita diventava sempre più angosciosa e sempre meno accettabile.” Impressione, quella di trovarsi di fronte a una fantascienza classica, confermata però dallo sviluppo della trama: verificatasi un’imprevista, raccapricciante catastrofe, i superstiti partono alla ricerca di un nuovo pianeta guidati da un capo carismatico, uno che ama “le domande, la pubblicità, le chiacchiere, la folla, tutto ciò che dava la sensazione che la vita fosse una cosa da violare senza rimorsi dopo averla presa per i capelli sghignazzandole in faccia”. Proseguendo nella lettura, l’impressione viene più volte smentita, poi riconfermata, poi ancora smentita, fino al bellissimo, travolgente finale, in virtù del quale si perdona a questo libro il suo peggior difetto: una narrazione quasi esclusivamente descrittiva (nonostante sia condotta in prima persona), molto “Tell” e poco “Show”, una pecca grave, a mio avviso, che in parte soffoca la prospettiva onirica, la finezza di molti passaggi e l’indiscutibile qualità della scrittura. Pregevole invece che una chiave di lettura sia suggerita con garbo e leggerezza: il tema estetico, introdotto fin dall’inizio dal curioso riferimento all’arte moderna, trova uno sviluppo nella bizzarria dei paesaggi e negli inganni sensoriali di cui saranno vittime i sopravvissuti, per esplodere poi nel graffiante, sarcastico, disperato finale. Condivido appieno che Sternberg “non è autore che si possa bloccare o custodire in una gabbia generica; la sua scrittura è multipla e moltiplicatrice; onnivora e forse cannibale”, come detto qui: http://www.futureshock-online.info/pubblicati/fsk56/htm…
Eccessivo, bizzarro e cialtrone mette in scena il dramma burlesco della fine del mondo (nell’anno 199...), preceduta dal trionfo dell’Oriente sull’Occidente, dalla crocifissione di Pio XIII in cima alla Torre Eiffel e dall’abiura di Benedetto XVIII, apostata e sposo della Papessa del Diavolo. Tra or
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Eccessivo, bizzarro e cialtrone mette in scena il dramma burlesco della fine del mondo (nell’anno 199...), preceduta dal trionfo dell’Oriente sull’Occidente, dalla crocifissione di Pio XIII in cima alla Torre Eiffel e dall’abiura di Benedetto XVIII, apostata e sposo della Papessa del Diavolo. Tra orge, decapitazioni, torture, mandarini cinesi a capo della polizia di una Parigi dalla toponomastica stravolta, dove strade e piazze hanno preso il nome di scrittori surrealisti e dadaisti o di demoni orientali, non mancano nemmeno le navicelle spaziali. “La Papesse du diable” è (sembra) del 1931. Dietro gli pseudonimi di Jehan Sylvius e Pierre de Ruynes si celano (sembra) Ernest de Gengenbach (1903-1979), ex seminarista, satanista e scrittore surrealista (autore di titoli succulenti come “Giuda o il vampiro surrealista”, del 1930, e “L’esperienza demoniaca raccontata dal fratello Colombano di Jumièges”, del 1968) e Robert Desnos (1900-1945), seguace di Breton, poeta e pubblicitario, nonché autore di un radiodramma su Fantômas, morto tragicamente a Terezin.
L'albero del diavolo
Il meno convincente dei tre romanzi di Kosinski che ho letto finora (gli altri due sono “L’uccello dipinto” e “Abitacolo”), tuttavia interessantissimo per approfondire questo eccentrico e originale “scrittore-filosofo”, i cui personaggi “sono manichini animati, funzioni, puri segni algebrici”, come ... (continue)
Il meno convincente dei tre romanzi di Kosinski che ho letto finora (gli altri due sono “L’uccello dipinto” e “Abitacolo”), tuttavia interessantissimo per approfondire questo eccentrico e originale “scrittore-filosofo”, i cui personaggi “sono manichini animati, funzioni, puri segni algebrici”, come scrive Giovanni Raboni nella postfazione. Vale a dire simboli. Di che cosa esattamente? Delle pulsioni primitive (bisogno di potenza, di sicurezza, di realizzazione, di distinzione, di eccitazione, di evasione) e dei traumi che ogni essere umano subisce nel suo sviluppo personale (la scoperta del principio di realtà), ovvero di ciò che Freud chiamava Es (o Id). Che poi è l’oggetto nascosto delle fiabe, e infatti Kosinski gioca con il modello della fiaba: il bambino abbandonato dai genitori che deve superare terribili prove iniziatiche (“L’uccello dipinto”), l’eroe invisibile aiutato da oggetti magici (“Abitacolo”), il principe erede di un regno favoloso e la bella principessa (“L’albero del diavolo”). In tutti e tre i romanzi la narrazione in prima persona (in quest’ultimo bizzarramente alternata a parti in terza persona, senza grande efficacia, a mio parere) dà garanzia al lettore dell’incolumità del protagonista alla fine della storia. Che non ci sia da aspettarsi un classico lieto fine è inutile dirlo. Del resto, l’albero del diavolo è un albero a rovescio: radici verso il cielo, rami nella terra.
Abitacolo
L’abitacolo del titolo (Cockpit) è la cabina di pilotaggio: uno spazio chiuso e protetto da cui si manovrano i comandi. Uno spazio simbolico, dato che il filo conduttore della narrazione (episodica e rapsodica) è il piacere infantile (e quindi sadico) del controllo sulle vite degli altri al fine esc ... (continue)
L’abitacolo del titolo (Cockpit) è la cabina di pilotaggio: uno spazio chiuso e protetto da cui si manovrano i comandi. Uno spazio simbolico, dato che il filo conduttore della narrazione (episodica e rapsodica) è il piacere infantile (e quindi sadico) del controllo sulle vite degli altri al fine esclusivo di fare un bel gioco, tanto più divertente quanto più le catene causa-effetto innescate dal pilota sono complesse e studiate, micidiali nel loro effetto ultimo (lontanissimo e imprevedibile rispetto alla causa prima). L’apparizione di “abitacoli” reali in punti strategici (all’inizio, nella descrizione della nicchia segreta; nella scena cruciale del radar; infine in quella del contrappasso in ascensore) conferma la natura simbolica e profonda della scrittura di Kosinski. E compensativa: la vita solitaria, indipendente, libera, senza freni inibitori messa in scena dall’eroe di questo bizzarro romanzo è un canto dell’Es dolce come quello delle sirene.
La casa dei normali
“Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di ... (continue)
“Quando nel romanzo l’affinità e la coesione di ogni sua parte sarà così completa, che il processo della creazione rimarrà un mistero, come lo svolgersi delle passioni umane, e l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, allora avrà l’impronta dell’avvenimento reale, l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, aver maturato ed esser sorta spontanea come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore...”
Questo il proclama del Verismo scritto da Giovanni Verga nell’anno 1880.
Anno 2013: in questo piccolo libro fanta-post-neo verista ritrovo precisamente coesione, armonia formale, sincerità, invisibilità dell’autore, naturalezza. Accostamento ardito? I Rovato come i Malavoglia? La Milano di un immaginario futuro prossimo come il paesello siculo di fine Ottocento? Mai temere di scomodare i mostri sacri, a loro fa piacere. Pensiamo anche a un’altra analogia: la coerenza, radicalità e funzionalità della scelta formale rispetto al contenuto, nei “Malavoglia” il discorso indiretto libero (quello in cui l’autore usa le voci del popolo e dei personaggi senza segnalarle, intessendo la scrittura di parole ed espressioni idiomatiche, interiezioni, anacoluti o errori grammaticali, proverbi, modi di dire formulari), nella “Casa dei normali” il discorso diretto puro (in cui rientrano anche le parole che provengono dalla tv). Discorso diretto usato con naturalezza e maestria: mai una volta sorge un dubbio su chi stia pronunciando la battuta (l’occhio è aiutato anche dall’uso di rientri grafici diversi a seconda del personaggio che parla).
Questo libro è leggero e profondo, amaro e divertente, spassionato e coinvolgente. E nell’uso di una lingua inventata addirittura geniale. Senza forzature, senza spocchia. E poi c’è una storia che riesce ad appassionare manco fosse un giallo, con un finale strepitoso sul quale bisogna stare muti appèsce per non togliere il piacere di scoprire da soli l’effetto che fa. Io ci son rimasta di melma (suina). Insomma, ‘sto bùc a me m’è scucito un trip. E a chi non gli scuce, è Normale. Andestènd?
Il mondo senza sonno
Incuriosita dalla lettura di un brano tratto dal romanzo “Toi, ma nuit” contenuto nella raccolta “Fantasesso” (in una società del futuro incentrata esclusivamente sugli stimoli sessuali, il protagonista passa un pomeriggio al cinema, dove prima assiste a un film fanta-erotic-splatter, poi ha un rapi ... (continue)
Incuriosita dalla lettura di un brano tratto dal romanzo “Toi, ma nuit” contenuto nella raccolta “Fantasesso” (in una società del futuro incentrata esclusivamente sugli stimoli sessuali, il protagonista passa un pomeriggio al cinema, dove prima assiste a un film fanta-erotic-splatter, poi ha un rapido e soddisfacente rapporto con una delle sexy-maschere), ho voluto cercare qualcosa di Jacques Sternberg (1923-2006), di origine belga, che ha anche la particolarità di essere uno dei pochi scrittori di fantascienza in lingua francese. Amico di Jodorowski e di Topor, ha una produzione molto ampia che spazia tra racconto, romanzo, teatro, saggistica, ma nella lista delle sue opere compaiono anche un “Manuale del perfetto segretario commerciale”, “Il fascino della pubblicità” e una lettera aperta “Agli infelici che hanno tutte le ragioni di esserlo”. In italiano non si trova praticamente nulla, a parte qualche racconto sparso e “Il mondo senza sonno” (“La Sortie est au fond de l’espace”: “L’Uscita è in fondo allo spazio”, 1956).
Il titolo italiano non suona altrettanto ironico, ambiguo e inquietante di quello originale e l’edizione Urania del 1957 suggerisce fin dalla copertina l’idea di trovarsi di fronte a una fantascienza classica. Impressione smentita dall’incipit:
“La vita non era molto cambiata, dal 1955 in poi. Eppure parecchi anni erano trascorsi: quasi mezzo secolo. Nulla di ciò che era stato previsto s’era avverato, e nemmeno ciò che era stato preveduto, il che sta a dire che non era accaduto proprio nulla. Per lo meno niente di eccezionale: non era scoppiata nessuna guerra, e la Terra non aveva subìto cataclismi; né la vita né la morte avevano rivelato il proprio segreto. [...] No, la vita non era molto cambiata; nemmeno nel campo artistico. L’arte moderna s’era invecchiata molto presto; e se ne stava cercando un’altra in sostituzione, senza riuscire a trovarla. Le invenzioni nel campo degli apparecchi di uso domestico s’erano invece largamente perfezionate, come la televisione e qualche altra industria il cui scopo era di far dimenticare all’uomo che la sua vita diventava sempre più angosciosa e sempre meno accettabile.”
Impressione, quella di trovarsi di fronte a una fantascienza classica, confermata però dallo sviluppo della trama: verificatasi un’imprevista, raccapricciante catastrofe, i superstiti partono alla ricerca di un nuovo pianeta guidati da un capo carismatico, uno che ama “le domande, la pubblicità, le chiacchiere, la folla, tutto ciò che dava la sensazione che la vita fosse una cosa da violare senza rimorsi dopo averla presa per i capelli sghignazzandole in faccia”.
Proseguendo nella lettura, l’impressione viene più volte smentita, poi riconfermata, poi ancora smentita, fino al bellissimo, travolgente finale, in virtù del quale si perdona a questo libro il suo peggior difetto: una narrazione quasi esclusivamente descrittiva (nonostante sia condotta in prima persona), molto “Tell” e poco “Show”, una pecca grave, a mio avviso, che in parte soffoca la prospettiva onirica, la finezza di molti passaggi e l’indiscutibile qualità della scrittura. Pregevole invece che una chiave di lettura sia suggerita con garbo e leggerezza: il tema estetico, introdotto fin dall’inizio dal curioso riferimento all’arte moderna, trova uno sviluppo nella bizzarria dei paesaggi e negli inganni sensoriali di cui saranno vittime i sopravvissuti, per esplodere poi nel graffiante, sarcastico, disperato finale.
Condivido appieno che Sternberg “non è autore che si possa bloccare o custodire in una gabbia generica; la sua scrittura è multipla e moltiplicatrice; onnivora e forse cannibale”, come detto qui:
http://www.futureshock-online.info/pubblicati/fsk56/htm…
La papessa del diavolo
Eccessivo, bizzarro e cialtrone mette in scena il dramma burlesco della fine del mondo (nell’anno 199...), preceduta dal trionfo dell’Oriente sull’Occidente, dalla crocifissione di Pio XIII in cima alla Torre Eiffel e dall’abiura di Benedetto XVIII, apostata e sposo della Papessa del Diavolo. Tra or ... (continue)
Eccessivo, bizzarro e cialtrone mette in scena il dramma burlesco della fine del mondo (nell’anno 199...), preceduta dal trionfo dell’Oriente sull’Occidente, dalla crocifissione di Pio XIII in cima alla Torre Eiffel e dall’abiura di Benedetto XVIII, apostata e sposo della Papessa del Diavolo. Tra orge, decapitazioni, torture, mandarini cinesi a capo della polizia di una Parigi dalla toponomastica stravolta, dove strade e piazze hanno preso il nome di scrittori surrealisti e dadaisti o di demoni orientali, non mancano nemmeno le navicelle spaziali.
“La Papesse du diable” è (sembra) del 1931. Dietro gli pseudonimi di Jehan Sylvius e Pierre de Ruynes si celano (sembra) Ernest de Gengenbach (1903-1979), ex seminarista, satanista e scrittore surrealista (autore di titoli succulenti come “Giuda o il vampiro surrealista”, del 1930, e “L’esperienza demoniaca raccontata dal fratello Colombano di Jumièges”, del 1968) e Robert Desnos (1900-1945), seguace di Breton, poeta e pubblicitario, nonché autore di un radiodramma su Fantômas, morto tragicamente a Terezin.