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- Dizionario filosofico (48)
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By Fernando Savater -
Finished on Sep 30, 2012 




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- Papà Goriot (3550)
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By Honore de Balzac -
Finished on Aug 28, 2012 




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“Il segreto delle grandi ricchezze apparentemente inesplicabili è un delitto caduto nel dimenticatoio grazie al fatto che è stato perpetrato con eleganza”. (dall’introduzione)
“Egli non si priva di tutto e non muore per le figlie, ma per quelli che le fanno agire e lo privano di tutto attraverso lo ... (
continue ) “Il segreto delle grandi ricchezze apparentemente inesplicabili è un delitto caduto nel dimenticatoio grazie al fatto che è stato perpetrato con eleganza”. (dall’introduzione)
“Egli non si priva di tutto e non muore per le figlie, ma per quelli che le fanno agire e lo privano di tutto attraverso loro, grazie al suo affetto per loro: l’amante di una, il marito dell’altra.”(dall’introduzione)
“Chi deciderà quale visione è più orribile: dei cuore inariditi o dei crani vuoti?”
“Se il cuore umano ha degli attimi di riposo nel salire le punte dell’affetto, raramente si arresta sulla china veloce dei sentimenti malevoli.”
“Se c’è un sentimento innato nel cuore dell’uomo, quello non è l’orgoglio della protezione esercitata in ogni momento a favore di un essere debole? Aggiungetevi l’amore, quella viva riconoscenza di tutte le anime franche per la matrice dei loro piaceri, e comprenderete un mucchio di bizzarrie morali.”
“La mia giovinezza è ancora serena come un cielo senza nubi: volere essere grandi o ricchi non significa decidere di mentire, piegarsi, strisciare, rizzarsi, adulare, dissimulare? Non significa diventare servo di quelli che hanno mentito, strisciato o si sono curvati? Prima di essere loro complice, bisogna servirli. Ebbene, no. Io voglio lavorare dignitosamente e onestamente, giorno e notte e dovere la mia fortuna soltanto alla mia fatica. Sarà una fortuna lentissima, ma la mia testa riposerà tutti i giorni sul guanciale senza un pensiero cattivo. Che c’è di più bello del contemplare la propria vita e trovarla pura come un giglio? Io e la vita siamo come un giovane e la sua fidanzata.”
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Sep 4, 2012 |
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- Il giuoco delle perle di vetro (4138)
- Saggio biografico sul Magister Ludi Josef Knecht pubblicato insieme con i suoi scritti postumi
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By Hermann Hesse -
Finished on Aug 22, 2012 




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Il giuoco delle perle di vetro
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“Max Rychner riscontrò subito un altro contrappunto: non solo Hesse e Goethe, ma anche Hesse e Holderlin; la morte di Josef Knecht in un lago di montagna <<rispecchia il motivo di Empedocle che si getta nel cratere>>.” (dall’introduzione)
“Definito dallo stesso Hesse un Alterswerk, oper ... (
continue ) “Max Rychner riscontrò subito un altro contrappunto: non solo Hesse e Goethe, ma anche Hesse e Holderlin; la morte di Josef Knecht in un lago di montagna <<rispecchia il motivo di Empedocle che si getta nel cratere>>.” (dall’introduzione)
“Definito dallo stesso Hesse un Alterswerk, opera cioè della vecchiaia, sorta lentamente, quasi distillata goccia a goccia dopo <<il riflettere e meditare di mesi e mesi per scrivere una riga>>, Il giuoco delle perle di vetro ha rappresentato per l’autore il modo di misurarsi col nazismo e di dargli una risposta. L’elaborazione del romanza ha significato per Hesse <<procurarsi una boccata di aria respirabile in mezzo al gas velenoso>>. (dalle note al testo)
“per loro, e particolarmente per gli autori di quelle epoche che avevano un’espressa inclinazione alla biografia, pare, si direbbe, che l’essenza di una personalità andasse ricercata proprio in ciò che aveva di divergente, di anormale e di unico, spesso addirittura di patologico, mentre noi, oggi, parliamo di personalità importanti solo quando incontriamo uomini che al di là di ogni originalità e stranezza sono riusciti a inserirsi in maniera possibilmente perfetta nell’universale e a servire nel modo migliore ciò che sta al disopra della personalità”.
“Menti come Abelardo, Leibniz, Hegel hanno indubbiamente conosciuto il sogno di imprigionare l’universo spirituale in sistemi concentrici e di unire la vivente bellezza dello spirito e dell’arte alla magica potenza formulatrice delle discipline esatte. Nell’epoca in cui la musica e la matematica celebrarono quasi contemporaneamente un loro classicismo, i rapporti amichevoli e le reciproche fecondazioni fra le due discipline erano frequenti. Due secoli prima troviamo in Nicola Cusano frasi provenienti dalla medesima atmosfera, come per esempio queste: <<Lo spirito si adegua alla potenzialità per misurare ogni cosa al modo della potenzialità e della necessità assoluta, al fine di misurare ogni cosa al modo dell’unità e della semplicità, come fa Dio, e della necessità di collegamento, per misurare quindi ogni cosa in riguardo alla sua particolarità; infine si adegua alla potenzialità determinata per misurare ogni cosa in riguardo alla sua esistenza. Inoltre però lo spirito misura anche simbolicamente, mediante confronti, come quando si serve del numero e delle figure geometriche e ad esse si riferisce come a similitudini>>”.
“A quanto pare, l’evoluzione della vita spirituale in Europa dalla fine del Medio Evo ha seguito due grandi tendenze: liberare il pensiero e la fede da qualsiasi influsso autoritario, la lotta, dunque, dell’intelletto che si sentiva sovrano e maggiorenne contro il dominio della Chiesa romana; e, d’altra parte, cercare in segreto ma con fervore di legittimare questa sua libertà secondo una autorità nuova, emanante dall’intelletto e ad esso adeguata. Generalizzando si potrebbe dire che, tirate le somme, lo spirito ha vinto questa battaglia, stranamente contraddittoria, per due mete opposte. A noi non è lecito chiedere se la vittoria compensi il numero infinito delle vittime, se il nostro odierno ordinamento della vita spirituale sia sufficiente e debba durare abbastanza per giustificare tutti i dolori, le convulsioni e le follie dei processi contro gli eretici e dei roghi, fino al destino dei numerosi geni che finirono nella pazzia o nel suicidio. La storia si è avverata – non importa sapere se sia stata un bene, se sarebbe stato meglio che non ci fosse, se siamo disposti a riconoscerle un senso. Cosi ebbero luogo anche le battaglie per la libertà dello spirito, e proprio in quell’epoca tarda e appendicistica portarono lo spirito a godere effettivamente una libertà inaudita e addirittura insopportabile, in quanto esso aveva bensì superato per intero la tutela ecclesiastica, in parte quella statale, ma non aveva ancora trovato una legge sicura da esso formulata e rispettata, un’autentica e legittima autorità nuova. Infatti, gli esempi di avvilimento dello spirito, di venalità, di rinuncia a sé stesso sono davvero sbalorditivi.”
Infatti quegli uomini, coi loro indovinelli puerili e coi loro articoli culturali, non erano per nulla bambini innocenti o gaudenti Feaci, ma vivevano invece una vita angosciata in mezzo a fermenti e terremoti politici, economici e morali. Fecero parecchie spaventevoli guerre e sommosse civili, e quei loro giochetti intellettuali non erano soltanto bambinaggini dolci e insensate ma rispondevano a un profondo bisogno di chiudere gli occhi, di evitare problemi insoluti e angosciose previsioni apocalittiche e di rifugiarsi, se possibile, in un innocuo mondo apparente. Con tenacia imparavano a guidare l’automobile, a fare difficili giuochi con le carte e come in sogno si dedicavano a risolvere parole incrociate, perché erano quasi inermi di fronte alla morte, alla paura, al dolore, alla fame, le Chiese non davano loro alcuna consolazione, lo spirito non li consigliava più. Mentre leggevano tanti articoli e ascoltavano tanti discorsi, non si prendevano tempo e modo di fortificarsi contro la paura, di combattere dentro di loro la paura della morte, ma vivevano tremando senza alcuna fede in un domani.”
“Ma, come è facile assegnare ordinatamente un posto nella storia universale a qualunque settore del passato, così ogni presente è incapace di inquadrare sé stesso, e così allora si vide dilagare proprio fra gli intellettuali una paurosa incertezza e disperazione, mentre le esigenze e le prestazioni intellettuali declinavano a un libello assai modesto. Si era scoperto infatti (scoperta intuita qua e là dopo Nietzsche) che la giovinezza e l’età creativa della nostra civiltà erano trascorse, che si era giunti alla vecchiaia e al tramonto, e con questa intuizione, sentita a un tratto da tutti e da molti formulata con risolutezza, si spiegarono molti preoccupanti fenomeni di quel tempo: la desolata meccanizzazione della vita, la grave decadenza della morale, l’incredulità dei popoli, la falsità dell’arte. Era squillata, come nella meravigliosa fiaba cinese, la <<musica del tramonto>>; per decenni essa vibrò come un rombante basso d’organo, s’infilò corruttrice belle scuole, nei giornali, nelle accademie, investì in forma di malinconia e di turbamento mentale la maggior parte degli artisti e dei critici che ancora si potevano prendere sul serio, dilagò in tutte le arti sotto forma di sfrenata superproduzione da dilettanti.”
“Invece di molte altre parole dei vecchi autori citeremo alcuni passi dal capitolo sulla musica in Primavera e autunno di Lù Bu Ve: <<Le origini della musica risalgono molto lontano. Essa nasce dalla misura e ha le radici nel grande Uno. Il grande Uno genera i due poli, i due poli generano la forza del buio e del chiaro. La musica può attuarsi quando nel mondo regna la pace, quando tutte le cose stanno in riposo e tutte nei loro mutamenti seguono i superiori. La musica può perfezionarsi quando le brame e le passioni non procedono su vie false. La musica perfetta ha una sua causa. Essa nasce dall’equilibrio. L’equilibrio nasce dal giusto, il giusto dal senso del mondo. Perciò si può parlare di musica soltanto con chi ha compreso il senso del mondo.”
“Il mondo era cambiato. Si potrebbe paragonare la vita spirituale dell’epoca appendicistica con una pianta degenerata che si sprechi in esuberanze ipertrofiche, mentre le correzioni susseguenti sarebbero le potature della pianta fino alle radici. I giovani che volevano dedicarsi a studi spirituali non si mettevano più a spilluzzicare nelle università dove famosi e loquaci professori privi di autorità porgevano i resti della cultura superiore di una volta; ora dovevano invece studiare altrettanto o ancor più rigorosamente di quanto avevano dovuto un giorno studiare gli ingegneri politecnici.”
“Si sa o si intuisce che quando il pensiero non è puro e vigile, quando la venerazione dello spirito non è più valida, anche le navi e le automobili incominciano presto a non funzionare, anche il regolo calcolatore dell’ingegnere e la matematica delle banche e della borsa vacillano per mancanza di valore e di autorità, e si cade nel caos. Certo ci volle del tempo prima che si arrivasse a comprendere che anche il lato esteriore della civiltà anche la tecnica, l’industria, il commercio e via dicendo hanno bisogno del comune fondamento di una morale di un’onestà spirituali.”
“Quanto, alla fine di queste evoluzioni, l’alunno ebbe coscienza della sua situazione e della sua sorte, quando si vide trattato dagli insegnanti come un collega, ansi come un ospite del quale si aspetta la partenza da un momento all’altro, quando s’accorse che i compagni un po’ lo facevano oggetto d’ammirazione o d’invidia, un po’ di sospetto, e che alcuni avversari lo odiavano e schernivano, gli amici di prima sempre più si staccavano da lui e lo abbandonavano, questo medesimo processo di distacco e isolamento si era già compiuto da un pezzo dentro di lui; in fondo al suo sentimento i maestri più che superiori andavano diventando camerati, gli amici di un giorno compagni per un tratto di strada destinati a rimanere indietro; nella sua scuola e in città egli non si senta più tra suoi pari né al punto giusto, ma tutto ciò era ormai diventato una cosa provvisoria, un abito frusto e non più adatto alla persona. Questo uscire da una patria fino allora armoniosa e cara, questo staccarsi da una forma di vita non più sua e rispondente a lui, questa vita dell’uomo che prende congedo ed è chiamato altrove, interrotta da ore di suprema felicità e di luminosa coscienza di sé, gli divenne verso la fine un grande tormento, una pressione, una sofferenza quasi insopportabile, perché tutti lo abbandonavano senza che egli fosse sicuro di non esser lui ad abbandonare gli altri, di non aver provocato con quel morire e con quello straniarsi dal proprio mondo caro e solito una propria colpa per ambizione e presunzione, per superbia e infedeltà, per difetto d’amore. Questi sono i più acerbi fra i dolori che accompagnano una vera vocazione. Chi è chiamato non accetta soltanto un dono e un comando ma si addossa anche quasi una colpa, come il soldato che, tolto dalle file dei camerati e promosso ufficiale, risulta tanto più degno della promozione quanto più la sconta con un senso di colpa e di coscienza poco pulita verso i camerati.”“Per esseri bravi a tutto e non far torto a nulla, non occorre certamente un meno di slancio, di calore, di energia psichica, ma un più. Quella che tu chiami passione non è energia psichica, bensì attrito fra l’anima e il mondo esterno. Dove la passionalità è dominante non vi è un più di desiderio e di aspirazione, ma essa è diretta a una meta falsa e isolata, donde la tensione e la pesantezza dell’atmosfera. Chi dirige la suprema energia del desiderio verso il centro, verso il vero essere, verso la perfezione, appare più calmo dell’appassionato perché sempre si vede la fiamma del suo ardore, perché nel disputare non grida e non agita le braccia. Io però ti dico: egli deve infuocarsi e ardere!”
“E’ compito dell’insegnane e dell’erudito esplorare i mezzi e coltivare la tradizione, mantenere puri i metodi, anziché suscitare e accelerare quelle ineffabili esperienze che sono riservate agli eletti – i quali sono spesso anzi gli sconfitti e le vittime.”
“Perché appunto non aveva aspirato a tutto ciò, né l’aveva voluto, poiché il dominio non era per lui un bisogno, né il comando un divertimento, poiché amava assai più la contemplazione che l’azione e sarebbe stato ben felice di essere ancora per qualche anno, se non per tutta la vita, uno studioso nell’ombra, un curioso e devoto pellegrino attraverso i sacrari del passato, le cattedrali della musica, i giardini e le selve delle mitologie, delle lingue e delle idee. Ora, vedendosi spinto inesorabilmente ad agire, sentiva come non mai intorno a sé il teso turgore delle ambizioni, sentiva che la sua innocenza era minacciata e non più sostenibile.”
“Lo spirito della nostra Provincia e dell’Ordine è fondato su due principi: sull’oggettività e sull’amore del vero nello studio, e sul culto della sapienza meditativa e dell’armonia. Equilibrare i due principi significa per noi essere saggi e degni del nostro Ordine. Noi amiamo le scienze, ognuno la sua, ma sappiamo pure che la dedizione a una scienza non può proteggere interamente un uomo dall’egoismo, dal vizio e dal ridicolo: la storia delle scienze è piena di esempi, la figura del dottor Faust è la volgarizzazione letteraria di questo pericolo. Altri secoli hanno cercato rifugio nell’accoppiamento di spirito e di religione, di indagine e ascesi; nella loro Universitas Litterarum regnava la teologia. Da noi invece si cerca di scongiurare la nostra animalità e il diavolo che c’è in ogni scienza mediante la meditazione e la graduale prassi dello yoga. Ebbene, voi sapete quanto me che anche il Giuoco delle perle nasconde il suo diavolo, che esso può diventare il suo virtuosismo, godimento della propria vanità artistica, arrivismo, e può portare all’acquisizione di poteri sopra gli altri, e poi all’abuso di questi poteri. Perciò occorre anche un’altra educazione oltre a quella intellettuale, e noi ci siamo assoggettati alla morale dell’Ordine non per deviare la nostra attiva vita spirituale verso una vita si sogno vegetativa, bensì per essere capaci di dare il massimo rendimento spirituale. Non dobbiamo rifugiarci dalla vita attiva nella contemplativa, né viceversa, ma procedere alternando l’una all’altra, vivendo l’una e l’altra e partecipando ad entrambe.”
“Non era malato, e la sua morte non fu precisamente un morire, ma una progressiva smaterializzazione, uno scomparire della sostanza e delle funzioni corporali, mentre la vita si raccoglieva tutta nello sguardo e nella leggere irradiazione del biso sempre più scarnito.”
“Uno può essere per intelligenza, volontà e costanza un astro di prima grandezza ma centrato così bene da girare col sistema, del quale fa parte, senza alcun attrito o spreco di energia; un altro possiede le stessi doti o ne ha magari di più belle ma l’asse del sistema non lo attraversa esattamente ed egli spreca metà della sua energia in movimenti eccentrici che lo indeboliscono e turbano chi gli sta intorno.”
DOPO LA LETTURA DELLA <<Summa contra gentiles>>
“Un dì, ci par, la vita era più vera,
più fermo il cosmo e limpide le menti,
sapienza e scienza non ancora scisse.
Facean vita più intensa, più serena
gli antichi di cui narrano i cinesi,
Platone ed altri meraviglie e incanti…
Oh, sempre, entrando nel mirabil tempio
che Tomaso inalzò con la sua Somma,
ci venne incontro da lontano un mondo
di verità compiuta, dolce, pura:
ogni cosa era chiara, la natura
permeata di spirito, i mortali
nati da Dio protesi verso Dio,
le leggi in belle formule racchiuse
e tutto al Tutto unito in armonia.
Oggi ci sembra invece esser dannati
A lottare, a passar per i deserti,
e che soltanto dubbi ed ironie
ci sian concessi, ed ansie e nostalgie.
Ma i nostri discendenti un dì saranno
Come noi: ci vedranno aureolati,
savi, felici, ché del nostro pianto
e delle querimonie udran soltanto
l’eco armoniosa, delle nostre spente
miserie e lotte ben narrati miti.
E chi tra noi meno fiducia nutre
E più dubita e chiede, forse un giorno
Più potente sarà e miglior modello
ai giovani; e chi macera sé stesso
nel dubbio, allora sarà invidiato come
colui che non provò dolor, distretta,
con cui bello era vivere, in un’aura
beata come l’aura dei fanciulli.Ché pure in noi vive lo spirito eterno,
cui son fratelli tutti gli altri spirti:
non io né tu, ma Esso sopravvive.“Aveva però imparato che l’uomo intelligente e studioso non deve perdere l’amore, deve andare incontro senza superbia ai desideri e alle stoltezze degli uomini, ma senza lasciarsene dominare, che dal savio al ciarlatano, dal sacerdote all’imbroglione, dal fratello soccorrevole allo sfruttatore parassita non c’è che un passo e che la gente preferisce in fondo pagare un furfante, lasciarsi gabbare da un ciurmatore invece che accettare un aiuto gratuito e disinteressato. Gli uomini non amano pagare con affetto e fiducia, ma piuttosto con merce e denaro. Ingannando i propri simili e aspettano a vedere nell’uomo un essere debole, egoista e vile e bisogna intuire quanto anche noi partecipiamo di queste brutte qualità e inclinazioni, non senza però credere e nutrire la nostra mente della convinzione che l’uomo è anche spirito e amore ed è capace di reagire agli istinti e di nobilitarli.”
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Oct 31, 2012 |
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- Il castello (4555)
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By Franz Kafka -
Finished on Aug 13, 2012 




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“Il labirinto kafkiano è il labirinto ebraico. Dostoevskij è un riferimento fondamentale per Kafka, e anche per lui si è riconosciuto il profondo rapporto con la tradizione religiosa, nel caso cristiana-ortodossa, russa in particolare.” (dall’Introduzione)
“L’ebraismo di Kafka è un modo di essere, ... (
continue ) “Il labirinto kafkiano è il labirinto ebraico. Dostoevskij è un riferimento fondamentale per Kafka, e anche per lui si è riconosciuto il profondo rapporto con la tradizione religiosa, nel caso cristiana-ortodossa, russa in particolare.” (dall’Introduzione)
“L’ebraismo di Kafka è un modo di essere, una estrema sensibilità e tenerezza che lo fa sentire infelice e carico di colpa, in disperata attesa di qualcosa, di una salvezza che non può venire eppure non può non essere attesa: <<Il Messia verrà soltanto quando non ci sarà più bisogno di lui, arriverà solo un giorno dopo il proprio arrivo>>. Si tratta, se cosi possiamo dire, di una specie di calco negativo dell’ebraismo, del vuoto di assenza di quell’ebraismo che è l’unico orizzonte in cui Kafka potrebbe vivere. Kafka è un testimone ebreo che non testimonierebbe nulla di ebraico se non testimoniasse anzitutto il fallimento storico, l’impossibilità dell’ebraismo.” (dall’Introduzione)
“La psicoanalisi di Freud, in questo senso, non è molto lontana dallo scrivere di Kafka, ma entrambi sprofondano sempre di più nel senso di colpa e nell’angoscia. Lungo questo arduo percorso troviamo anche Wittgenstein, con il suo disperato avventarsi contro i limiti del linguaggio, i suicidi di Benjamin e di Celan che, sperimentando la perdita di senso delle cose sperimentano anche la perdita di senso delle parole. Incontriamo il pensiero negativo di Adorno e Horkheimer, l’ebreo osservante Andrè Neher che concepisce la creazione come pura “improvvisazione”, aperta perciò anche alla possibilità del più totale fallimento.” (dall’Introduzione)
“Non c’è godimento nella lettura, ma il fascino di un implacabile trascinamento nell’abisso.” (dall’Introduzione)
“Il Castello, l’ebraismo e il ghetto praghese sembrano sovrapporsi in un’unica immagine, che è un’unica realtà: tutti e tre i luoghi della memoria e del desiderio, del rimpianto e della nostalgia, meta sognata di un lungo e faticoso cammino.” (dall’Introduzione)
“Il rapporto diretto con le autorità non era troppo difficile, poiché le autorità, per quanto potessero essere bene organizzate, si trovavano a difendere cose invisibili e distanti in nome di invisibili e distanti signori, mentre K. Si batteva per un qualcosa d’immediatamente vitale, cioè per se stesso, e inoltre, almeno nei primissimi tempi, di sua volontà, perché era stato lui a prendere l’iniziativa, e non c’era solo lui a lottare per se stesso, lottavano evidentemente anche delle altre forze che non conosceva ma alla cui esistenza era indotto a credere dalle stesse misure prese dalle autorità.”
“Mi diverte, disse K., soltanto perché mi offre un’idea del ridicolo groviglio che, in certe circostanze, potrebbe decidere dell’esistenza d’un individuo.”
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Sep 4, 2012 |
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- La vita eterna (81)
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By Fernando Savater -
Finished on Aug 6, 2012 




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“Che idea ho delle cose?/ Quale opinione delle cause e degli effetti?/Cosa ho meditato su Dio e l’anima/ E sopra la creazione del mondo?/ Non so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi/ e non pensare. E’ chiudere le tende/ della mia finestra (ma non ha tende). (Alberto Caeiro, Fernando Pessoa, ... (
continue ) “Che idea ho delle cose?/ Quale opinione delle cause e degli effetti?/Cosa ho meditato su Dio e l’anima/ E sopra la creazione del mondo?/ Non so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi/ e non pensare. E’ chiudere le tende/ della mia finestra (ma non ha tende). (Alberto Caeiro, Fernando Pessoa, Metafisica).”
“Ormai sappiamo che, in una certa rilevante maniera, ciascuno << crea ciò in cui crede>> (come all’epoca aveva notato, naturalmente da un’altra sponda, Miguel de Unamuno).”
“La filosofia si concepisce sempre come una rottura con l’atteggiamento religioso, per il modo di affrontare e trattare le questioni che si pone; però, allo stesso tempo, conserva una continuità meno visibile, sebbene cruciale, con la religione, nel senso che da essa riceve gli interrogativi che assume solo quando sono già stati forgiati nello spazio religioso. Qualcosa di non troppo diverso sostiene Massimo Cacciari quando […] afferma che la figura che più detesta è quella dell’ateo, perché vive come se Dio non esistesse: <<Lo detesto perché ritengo che in questo esercizio mentale non posso smettere di pensare alle cose ultime, alla cosa ultima che il credente, e la nostra tradizione metafisica, filosofica, teologica, ha chiamato Dio. Come diceva Heidegger: <<Ateo è colui che non pensa>>. […] Si può essere molto intelligenti, ma pensare è in fin dei conti pensare alle cose ultime”.
“Scienza e religione risolvono, ciascuna a suo modo, le cose; la filosofia arriva al massimo ad alleviare in parte la nostra angoscia di risolvere a ogni costo quel che forse è (e non ha motivo per smettere d’essere) irresolubile. Perciò lo stesso Bertrand Russell scrisse da qualche parte che i filosofi si sistemano come possono nella scomoda zona mentale che separa lo stabile suolo della scienza dall’etero ed enigmatico cielo della religione…”
“Il bugiardo conosce o crede di conoscere la verità, e a partire da questa conoscenza falsifica ciò che considera vero. Al contrario, il ciarlatano si disinteressa completamente di quale sia la verità sull’argomento di cui parla.”
“forse, invece di avere la pretesa di comprendere le profondità recondite della realtà a partire da ciò che desideriamo, dovremmo provare a capire i reali meccanismi del nostro furore desiderante.”
“Senza dubbio, nella maggior parte dei casi la gente adotta la religione maggioritaria per pura mimesi sociale: è nostro che, in circostante normali e libere da pressioni eccezionali di qualunque tipo, l’essere umano spontaneamente fa, pensa e venera quel che vede gli altri fare, pensare e venerare. Però le società attuali sono eterogenee, la religione ormai non è cosi unanime come una volta, e l’offerta di fedi o di forme di pietà risulta sempre più articolata: cosi, i devoti e i credenti possono ben esserlo per scelta personale nella più intima coscienza.”
“Una volta nati, una volta rotto il vincolo con i nostri genitori che si sono presi cura di noi per un periodo psicologicamente lungo e decisivo (Freud lo descrisse molto bene, anche nel suo rapporto nevrotico co la religione), solo l’amore nella sfera privata e il riconoscimento pubblico nell’ambito sociale continuano a darci l’illusione che non siamo del tutto persi: in seguito arriva la morte e intuiamo che nessuno tornerò mai più a prenderci. Per quanto improbabile, per quanto inverosimile sia, Dio appare come una soluzione all’insolubile. Per Lui saremo qualcuno e continueremo a esserlo per tutta l’eternità, anche se precipitati nel fondo dell’inferno: non saremo accaduti invano”.
“Insomma, il nostro più grande sforzo, un nulla personalizzato com’è il nirvana dei buddisti: un nulla radioso, conquistato. Insomma, il nostro più grande e primordiale desiderio come mortali è evitare la perdizione, continuare a essere significativi e importanti per Qualcuno che comprenda ciò che suppone, ciò che impone e persino l’umiliazione che implica – mediante l’incarnazione, il grande successo teologico del cristianesimo – sapersi qualcuno. Che non ci si perda di vista, che non ci si confonda , che un’attenzione eterna ci distingua, anche se con la sua riprovazione.”
“Cosi, anche se creduta solo a metà, la promessa religiosa serve a molti come lenitivo del patimento anticipato della nostra perdizione mortale.”
“Ignoravamo ancora una volta che la credenza religiosa non dipende da quel che sappiamo né da quel pensiamo, ma da ciò che irrimediabilmente desideriamo. E da quel che temiamo, è ovvio, soprattutto da quel che temiamo, come notò Lucrezio tanto tempo fa.”
“Non tutte le preoccupazioni filosofiche producono la stessa angoscia . […] Tra queste ultime preoccupazioni la morte un posto particolarmente rilevante. E’ la preoccupazione per eccellenza, non solo da un punto di vista pratico (tutto quel che facciamo è finalizzato direttamente o indirettamente a evitarla), ma anche come sfida intellettuale.”
“Nessuno sembra pensare alla morte – soprattutto alla propria – con assoluta naturalezza. In questo la morte differisce radicalmente dalla nascita, che pone molti meno problemi e inquietudini, per quanto a pensarci bene dovrebbe risultarci più o meno ugualmente misteriosa. A quanto pare veniamo al mondo in maniera armoniosa e naturale, ma lo facciamo tra urla e proteste, come vittime di una qualche indebita aggressione. Diamo per scontato che ci spetti vivere, però ci costa un grande sforzo mitico riconciliarci con la morte…”
“Nel Simposio platonico (207a), l’esperta Diotima dice che l’amore è athanasias eros, desiderio di immortalità di chi amiamo, ansia che fa dimenticare la propria morte a colui o a colei che ama. E’ psicologicamente impossibile amare l’indistruttibile, l’imperituro, l’eterno: possiamo aver bisogno di Dio (o necessitare che Dio ci ami e ci protegga), ma non possiamo amarlo in senso stretto, cosi come non possiamo amare l’universo. Da qui la genialità dell’idea cristiana di proporre un Dio o una persona divina che si è fatto uomo, vittima di supplizi e soggetto alla morte, affinché ci potessimo innamorare di lui.”
“Perciò la scuola psicoanalitica ha potuto anche affermare l’asserzione che non c’è nessuno che in fondo creda alla propria morte, o, ciò che equivale, che nel suo inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità”.
“Come ha sottolineato con finezza Santayana: <<La convalescenza, l0inaspettata buona sorte u, un amore per lungo tempo rimandato, e persino lo splendore del sole d’aprile o dell’aria del mattino, portano all’uomo un certo ringiovanimento…profetico del fatto che non è idealmente impossibile la perennità e il costante rafforzamento dei suoi poteri vitali.”
“La disposizione a sognare ogni notte ci aiuta a familiarizzare con un’altra vita, simile a quella della veglia, che però sperimentiamo quando apparentemente corpo e sensi sono a riposo. Cosi, sono certo che se non sognassimo quando dormiamo non avremmo mai immaginato la possibilità di una vita perpetua, successiva al profondissimo sonno della morte.”
“L’obiettivo della cultura (come a suo modo quello della perversione erotica, che sottrae il sesso alla funzione riproduttiva) è di promuoverci a genitori di noi stessi, autogenerati dal nostro spirito, e non fabbricati in serie dalla natura: arrivare a essere – come il Dio di Spinoza - <<causa di noi stessi>>, originari e originali senza sottomissione al precedente disegno biologico…”
“Pensare che proprio io debba essere l’eccezione a questa regola generale, che meriti di esserlo…non presuppone qualcosa come un supremo peccato di vanità, uno smisurato narcisismo ontologico? La pensavano cosi tutti i saggi dell’antichità classica, che hanno insegnato ai loro discepoli l’inevitabilità della morte e anche che non bisogna temerla, che non si tratta realmente di un male. Come può essere un male, se è necessaria e inevitabile? I mali necessari e inevitabili sono esattamente quelli che dobbiamo razionalmente considerare beni. Il solo vero male è il contorto capriccio della volontà umana che si oppone all’ordinata armonia dell’universo. Perciò la morte sarà in realtà un bene o al più qualcosa di neutrale dal punto di vista della virtù e dell’eccellenza (Marco Aurelio sosteneva che dovremmo essere disposti a lasciare questo mondo quando l’aria diventa irrespirabile a causa delle ambizioni e delle ingiustizie, come si abbandona una stanza resa asfissiante dal fumo di un camino che tira male, dicendo: <<C’è fumo, me ne vado>>)”.
“Perché angustiarci fantasticando su cosa sarà di noi nel corso dell’eternità che seguirà la nostra scomparsa, se non ce ne frega niente di dove siamo stati negli eoni che hanno preceduto la nostra apparizione nel mondo?”
“Considerando bene le cose, come aveva compreso con la sua abituale e aspra lucidità Giacomo Leopardi, dobbiamo temere più la vecchia che la morte; perché la morte cancella tutti i mali che ci affliggono, cosi il desiderio e la consapevolezza dei bene e dei piaceri dei quali ormai non potremmo godere; invece la vecchiaia si porta via i piacerei, ma ci lascia tutti i loro appetiti insoddisfatti, facendoci per di più conoscere dolori e umiliazioni sconosciuti. E tuttavia, si meraviglia l’autore dello Zibaldone, in genere temiamo la morte e desideriamo la vecchiaia…”
“Se abbiamo tempo in eccesso, perdiamo qualunque residuo di senso e di autenticità in una vita che ormai ci sarebbe impossibile continuare a definire umana. E’ questa condanna alla frustrazione eterna che esprime la leggenda dell’Ebreo errante (tra le numerose varianti letterarie, mi soffermerei sul frammento romanzato da Leo Perutz nel Marchese di Bolibar) o, ancor meglio, il ritratto degli immortali degradati nel corso dei millenni a un’insensata bestialità nel racconto L’immortale di Jorge Luis Borges”.“Delle tre funzioni classiche che sono attribuite dagli studiosi alla religione (spiegare l’origine dell’universo e di ciò che siamo, confortarci dinanzi alla morte e fornire un vincolo morale alla comunità alla quale apparteniamo), oggi solo la seconda continua a non trovare un’alternativa accettabile neppure in quei contesti culturali dove il punto di vista scientifico e sociopolitico è maggiormente accettato. Senza troppo timore d’essere smentiti, potremmo affermare che, se non fossimo mortali, non esisterebbe nemmeno quasi nessuna delle nostre istituzioni, scienze o norme di condotta.
“Poco prima, Feuerbach aveva affermato che <<nella rappresentazione, nella dottrina, la teoria dell’immortalità è solo una conseguenza della fede in Dio. L’uomo non crede nell’immortalità perché crede in Dio, bensì crede in Dio perché crede nell’immortalità, perché senza la fede in Dio non può dare un fondamento alla fede nell’immortalità. Apparentemente, prima c’è la divinità e poi l’immortalità; ma in realtà prima viene l’immortalità, poi la divinità. Vale a dire che è il desiderio umano di immortalità a guidare le danze e a creare ciò che conviene credere per essere soddisfatti, per attenuare trascendentalmente la sua urgenza smisurata e soprannaturale.”
“Il bugiardo conosce o crede di conoscere la verità, e a partire da questa conoscenza falsifica ciò che considera vero. Al contrario, il ciarlatano si disinteressa completamente di quale sia la verità sull’argomento di cui parla”
“Forse, invece di avere la pretesa di comprendere le profondità recondite della realtà a partire da ciò che desideriamo, dovremmo provare a capire i reali meccanismi del nostro furore desiderante…”
“Senza dubbio, nella maggior parte dei casi la gente adotta la religione maggioritaria per pura mimesi sociale: è noto che, in circostanze normali e libere da pressioni eccezionali di qualunque tipo, l’essere umano spontaneamente fa, pensa e venera quel che vede gli altri fare, pensare e venerare. Però le società attuali sono eterogenee, la religione ormai non è cosi unanime come una volta, e l’offerta di fedi o forme di pietà risulta sempre più articolata: cosi i devoti e i credenti possono ben esserlo per scelta personale nella più intima coscienza.”
“Una volta nati, una volta rotto il vincolo con i nostri genitori che si sono presi cura di noi per un periodo psicologicamente lungo e decisivo (Freud lo descrisse molto bene, anche nel suo rapporto nevrotico con la religione), solo l’amore nella sfera privata e il riconoscimento pubblico nell’ambito sociale continuano a darci l’illusione che non siamo del tutto persi: in seguito arriva la morte e intuiamo che nessuno tornerà mai più a prenderci. Per quanto improbabile, per quanto inverosimile sia, Dio appare come una soluzione all’insolubile. Per Lui saremo qualcuno e continueremo a esserlo per tutta l’eternità, anche se precipitati nel fondo dell’inferno: non saremo accaduti invano. Diceva Georges Bataille nella sua Teoria della religione che gli animali stanno nella natura <<come acqua nell’acqua>>. Ossia senza estraneità né coscienza di alcuna distanza rispetto a quel che li costituisce e a quanto li circonda. Ma questo è possibile perché ignorano la fatalità della propria morte , fonte di tutta la straordinarietà umana.”
“Insomma, il nostro più grande e primordiale desiderio come mortali è evitare la perdizione, continuare a essere significativi e importanti per Qualcuno che comprenda ciò che suppone, ciò che impone e persino l’umiliazione che implica – mediante l’incarnazione, il grande successo teologico del cristianesimo – sapersi qualcuno”.
“Cosi, anche se creduta solo a metà, la promessa religiosa serve a molti come lenitivo del patimento anticipato della nostra perdizione mortale.”
“[…]la credenza religiosa non dipende da quel che sappiamo né da quel che pensiamo, ma da ciò che irrimediabilmente desideriamo. E da quel che temiamo, ovvio, soprattutto fa quel che temiamo, come notò Lucrezio tanto tempo fa.”
“Tra queste ultime preoccupazioni, la morte occupa un posto particolarmente rilevante. E’ la preoccupazione per eccellenza, non solo da un punto di vista pratico (tutto quel che facciamo è finalizzato direttamente o indirettamente a evitarla), ma anche come sfida intellettuale.”
“Nessuno sembra pensare alla morte – soprattutto alla propria – con assoluta naturalezza. In questo la morte differisce radicalmente dalla nascita, che pone molti meno problemi e inquietudini, per quanto a pensarci bene dovrebbe risultarci più o meno ugualmente misteriosa. A quanto pare veniamo al mondo in maniera armoniosa e naturale, ma lo lasciamo tra urla e proteste, come vittime di una qualche indebita aggressione. Diamo per scontato che ci spetti vivere, però ci costa un grande sforzo mitico riconciliarci con la morte…”
“Nel Simposio platonico (207°), l’esperta Diotima dice che l’amore è athanasias eros, desiderio di immortalità; ma soprattutto desiderio di immortalità di chi amiamo, ansia che fa dimenticare la propria morte a colui o a colei che ama. E’ psicologicamente impossibile amare l’indistruttibile, l’imperituro, l’eterno: possiamo aver bisogno di Dio (o necessitare che Dio ci ami e ci protegga), ma non possiamo amarlo in senso stretto, cosi come non possiamo amare l’universo. Da qui la genialità dell’idea cristiana di proporre un Dio o una persona divina che si è fatto uomo, vittima di supplizi e soggetto alla morte, affinché ci potessimo innamorare di lui.”
“Perciò la scuola psicoanalitica ha potuto anche affermare l’asserzione che non c’è nessuno che in fondo creda alla propria morte, o, ciò che equivale, che nel suo inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità.”
“…Come ha sottolineato con finezza Santayana: <<La convalescenza, l’inaspettata buona sorte, un amore per lungo tempo rimandato, e persino lo splendore del sole d’aprile o dell’aria del mattino, portano all’uomo un certo ringiovanimento…profetico del fatto che non è idealmente impossibile la perennità e il costante rafforzamento dei suoi poteri vitali>>.”
“La disposizione a sognare ogni notte ci aiuta a familiarizzare con un’altra vita, simile a quella della veglia, che però sperimentiamo quando apparentemente corpo e sensi sono a riposo. Cosi , sono certo che se non sognassimo quando dormiamo non avremmo mai immaginato la possibilità di una vita perpetua, successiva al profondissimo sonno della morte.”
“L’obiettivo della cultura (come a suo modo quello della perversione erotica, che sottrae il sesso alla funzione riproduttiva) è di promuoverci a genitori di noi stessi, autogenerati dal nostro spirito, e non fabbricati in serie dalla natura: arrivare a essere – come il Dio di Spinoza – causa di noi stessi, originari e originali senza sottomissione al precedente disegno biologico”
“Dato che tutti muoiono, dato che tutto muore…perché non dovrei morire anch’io come gli altri? Pensare che proprio io debba essere l’eccezione a questa regola generale, che meriti di esserlo…non presuppone qualcosa come un supremo peccato di vanità, uno smisurato narcisismo ontologico? La pensavano cosi tutti i saggi dell’antichità classica, che hanno insegnato ai loro discepoli l’inevitabilità della morte e anche che non bisogna temerla, che non si tratta realmente di un male. Come può essere un male, se è necessaria e inevitabile? I mali necessari e inevitabili sono esattamente quelli che dobbiamo razionalmente considerare beni. Il solo vero male è il contorto capriccio della volontà umana che si oppone all’ordinata armonia dell’universo. Perciò la morte sarà in realtà un bene o al più qualcosa di neutrale dal punto di vista della virtù e dell’eccellenza (Marco Aurelio sosteneva che dovremmo essere disposti a lasciare questo mondo quando l’aria diventa irrespirabile a causa delle ambizioni e delle ingiustizie, come si abbandona una stanza resa asfissiante dal fumo di un camino che tira male, dicendo: <<C’è fumo, me ne vado>>). Può darsi persino che la morte sia il nome di un fantasma che non è mai in grado di affliggerci se non per un vaneggiamento dell’immaginazione: come insegna Epicuro e ribadisce Lucrezio, la morte non ci raggiungerà mai, perché quando noi siamo essa non è, e quando arriva noi ormai non siamo più. Perché angustiarci fantasticando su cosa sarà di noi nel corso dell’eternità che seguirà la nostra scomparsa, se non ce ne frega niente di dove siamo stati negli eoni che hanno preceduto la nostra apparizione nel mondo? “
“Considerando bene le cose, come aveva compreso con la sua abituale e aspra lucidità Giacomo Leopardi, dobbiamo temere più la vecchiaia che la morte: perché la morte cancella tutti i mali che ci affliggono, cosi come il desiderio e la consapevolezza dei beni e dei piaceri dei quali ormai non potremmo godere; invece la vecchiaia ci lascia tutti i loro appetiti insoddisfatti, facendoci per di più conoscere dolori e umiliazioni sconosciuti.”
“La mancanza di tempo è l’autentico significato esistenziale della vita, come aveva affermato nel suo modo intricato ma solido, lo Heidegger di Essere e tempo. Se abbiamo tempo in eccesso, perdiamo qualunque residuo di senso e di autenticità in una vita che ormai ci sarebbe impossibile continuare a definire umana. E’ questa condanna alla frustrazione eterna che esprime ma leggendo dell’Ebreo errante, o ancor meglio, il ritratto degli immortali degradati nel corso dei millenni a un’insensata bestialità nel racconto L’immortale di Jorge Louis Borges.”
“Delle tre funzioni classiche sono attribuite dagli studiosi alla religione (spiegare l’origine dell’universo e di ciò che siamo, confortarci dinanzi alla morte e fornire un vincolo morale alla comunità alla quale apparteniamo), oggi solo la seconda continua a non trovare un’alternativa accettabile neppure in quei contesti culturali dove il punto di vista scientifico e sociopolitico è maggiormente accettato. Senza troppo timore d’essere smentiti, potremmo affermare che, se non fossimo mortali, non esisterebbero credenze religiose;”
“Feuerbach aveva affermato che << nella rappresentazione, nella dottrina, la teoria dell’immortalità è solo una conseguenza della fede in Dio; ma nella pratica, o nella verità, la fede dell’immortalità è la base della fede in Dio. L’uomo non crede nell’immortalità perché crede in Dio, bensì crede in Dio perché crede nell’immortalità, perché senza la fede in Dio non può dare un fondamento alla fede nell’immortalità. Apparentemente, prima c’è la divinità e poi l’immortalità; ma in realtà prima viene l’immortalità, poi la divinità>>. Vale a dire che è il desiderio umano di immortalità a guidare le danze e a creare ciò che conviene credere per essere soddisfatti, per attenuare trascendentalmente la sua urgenza smisurata e sovrannaturale.”
“Fintanto che l’umanità esiste, non avrà fine la contesa tra il dogma e il libero arbitrio, tra la religione e la filosofia, in una lotta accanita nella quale, temo, non trionferà la libertà del pensiero, perché la ragione non è gradita alle masse, e perché i suoi insegnamenti non sono compresi che da alcune intelligenze delle élites. E allo stesso tempo, la scienza, per quanto sia bella, non soddisferà del tutto un’umanità assetata di un ideale, e che preferisce rifugiarsi in oscuri e lontano luoghi che i filosofi e i saggi non possono percepire né esplorare. Gamal ad-Din al-Afgani, Lettera a M. Renan”
“In linea generale, sono solitamente gli atei i più restii a proclamarsi tali e a offendere in questo modo i credenti che non viceversa: nessun credente pensa neppure per un momento che sbandierare la propria fede possa ferire la sensibilità intellettuale di coloro che preferiscono l’evidenza del visibile all’invisibile, o le regole morali ai dogmi religiosi.”
“David Hume: <<La sola concezione teologica che raccoglie un consenso quasi universale è quella che afferma l’esistenza nel mondo di un potere invisibile e intelligente. Ma se questo potere sia supremo o subordinato, prerogativa di un solo essere o ripartito fra molti, e quali attributi, qualità, connessioni o principi di azioni debbano ascriversi a questi esseri: su tutti questi punti v’è gran differenza fra i vari sistemi di teologia.”
“Lo strumento fondamentale degli esseri umani per difendere e migliorare la loro vita è la società: la natura è inospitale e minacciosa perché non è socievole, perché è sottomessa a leggi di azione e reazione diverse dalle regole sociali della reciprocità. Però se il fondamento invisibile del visibile è un’intelligenza come la nostra (ovvero, tipica di un animale politico, secondo la definizione di Aristotele), allora il mondo intero diventa per noi più accogliente e propizio. Dovunque siamo, dovunque andiamo, potremo mantenere con ciò che ci circonda vincoli socialmente negoziabili e non saremo mai completamente soggetti all’arbitrio di elementi intrattabili, cioè incapaci di stabilire con noi accorsi reciproci, e che ignorano completamente il compromesso sociale.”
“L’evoluzione storica delle religioni rende gradualmente più sofisticate queste credenze, rinuncia ai metodi rozzamente coattivi (per quanto ancora sant’Agostino assicuri che si può assalire il Regno dei Cieli come si conquista una città fortificata), preferendo un compromesso di tipo etico, legale, tra la divinità e gli esseri umani. Il dio si trasforma in legislatore e garante della rettitudine morale, gli uomini accettano queste leggi e si aspettano un premio corrispondente o una sanzione proporzionata alla propria condotta nell’aldilà extramondano che è di pieno dominio divino.”
“[…] gli ortodossi si rifugiano nell’imperscrutabile mistero della volontà divina, <<questo rifugio di ogni ignoranza>>, come disse Spinoza.”
“Il primo dei tre atteggiamenti è quello dell’ateo, iniziato con Senofane di Colofone (il quale afferma che gli dei di ogni popolo assomigliano in modo sospetto agli umani che li venerano, fino al punto che sei buoi o i leoni avessero i loro dei, potremmo esser certi che nel primo caso ostenterebbero le corna, e nel secondo la criniera), e con il grande Lucrezio, appassionato pensatore poetico, il quale decretò che in origine è stata la paura – dell’ignoto, del rischio, della morte – a produrre la caterva di divinità. E’ interessante sottolineare che Lucrezio non crede agli dei come causa agente nel mondo o come entità sovrannaturali, ma li ritieni riferimenti culturali da invocare per licenza poetica in un poema come il De rerum natura, cosa che ha fatto in maniera ammirevole. E forse non c’è stato critico delle credenze religiose più acuto di David Hume, che tuttavia non fece mai professione di ateismo, ma espresse sempre il più ironico rispetto per le dottrine i cui rappresentanti terreni avrebbero potuto nuocergli. Nella sua Storia naturale della religione, Hume tenta una sorta di antropologia pioneristica dell’argomento, proponendo cause sociali e psicologicamente plausibili tanto per il paganesimo quanto per i monoteismi, molto lontana dalle giustificazioni sovrannaturali ortodosse.”
“Il fatto certo è che Hume si limita a polverizzare gli argomenti dei teisti senza però andare oltre: dimostra l’inconsistenza delle ragioni per le quali essi dicono di credere in quel che credono, ma non si avventura in spiegazioni sulle ragioni occulte per cui effettivamente credono in tali cose. Un’impresa avviata in modo esemplare da Feuerbach, il quale nelle sue opere sosterrà che la ragione psicologica della credenza in Dio sta nell’insieme insoddisfatto dei desideri umani. L’uomo proietta su un Essere ultramondano tutto quel che sogna per se stesso”
“Saranno poi autori come Marx, Nietzsche, Freud e una lunga schiera di epigoni fino a Jean-Paul Sartre a raccogliere e ad ampliare le conseguenze politiche, psicoanalitiche e persino ontologiche della prospettiva avviata da Feuerbach, per quanto, forse, senza aggiungervi elementi troppo innovativi.”
“Allora, cosa ci resta? Quella che D.H. Lawrence definì Fede in una delle sue ultime poesie: Per sempre senza nome/ per sempre sconosciuto/ per sempre inconcepito / per sempre irrappresentato/ ma per sempre sentito nell’anima.”
“L’uomo libero, il saggio secondo Spinoza, professa per Dio un amore intellettuale, la cui conseguenza attiva è vivere in accordo con quel che determina la nostra condizione razionale e sociale - << niente è più utile per un uomo di un altro uomo>> - rifiuta la tristezza, l’odio, l’invidia, il pentimento…e naturalmente non spera di essere corrisposto nel suo amore per la Natura o la Sostanza di cui è parte. La divinità concettuale di Spinoza – forse il più elegante monumento della storia della filosofia – è in parte chiara e accessibile, in parte definitivamente impenetrabile per noi come l’universo stesso.”
“Il dio incontrato dalla filosofia non è più quello della fede religiosa, per quante conseguenze morali il pensatore cerchi di far derivare da lui. La filosofia aiuta a comprendere, ma non apporta il rimedio salvifico per ogni rischio mortale a cui aspira il credente, e neppure il balsamo della redenzione al suo senso di colpa. Dal punto di vista filosofico, Dio può essere un nome alternativo e leggendario in maniera gratificante per la Realtà Assoluta, però sarà carente dei suoi attributi tradizionali come salvatore di anime e riparatore di torti.”
“<<Immagino sia anche piuttosto miscredente>>. <<Oh, per nulla. Attualmente la moda è di avere una disposizione d’animo cattolica insieme a una coscienza agnostica: cosi si può godere della stravaganza medievale della prima e delle comodità moderne della seconda>>.” (H.H. Munro (Saki), Reginald”
“[…] già nel 1777 Lessing scriveva: <<Basta che gli uomini si attengano all’amore cristiano; poco importa quel che succede alla religione cristiana>>.”
“Secondo Gray […] <<La secolarizzazione è come la castità, una condizione definita da quel che nega. Se l’ateismo ha un futuro, potrà essere solo come revival del cristianesimo. Ma di fatto il cristianesimo e l’ateismo decadranno insieme>>.”
“Tra i Greci, l’obiettivo della filosofia stava nella felicità o nella salvezza, non nella verità. Il culto della verità è un culto cristiano.”
“[…] gli dei sono privi di etica semplicemente perché sono immortali, perché non capiscono, né rispettano, né condividono la coscienza della morte sempre imminente che definisce gli umani.”
“Mortale non è chi muore, bensì chi vede arrivare la morte…incessantemente. Fino al punto che potremmo definire la morte umana come il momento in cui finalmente smettiamo di vederci morire.”
“Anche Epitteto ai suoi discepoli impartiva una lezione simile: <<Ti ricordi che il principio di tutti i mali dell’uomo, della bassezza, della codardia, non è la morte, ma la paura della morte?>>”
“Perciò possono essere proprio coloro che cercano l’Assoluto, quelli che disprezzano la morte in nome dell’aldilà, a incorrere anche nel nichilismo terrificante che disprezza la vita altrui come un ingenuo egoismo borghese, peccaminoso e fatuo.”
“Agire come immortali, vale a dire senza la paura e l’ansia imposti dalla morte, ma sapendo che siamo mortali e che per questo, e solo per questo, dobbiamo comportarci eticamente nei confronti dei nostri simili in tale destino. Kant disse che quanto è eticamente importante per i mortali non è riuscire a essere felici, ma meritare la felicità; Nietzsche raccomandò d’amare la fugacità del presente e in esso il nostro gesto, come se dovesse tornare più e più volte, eternamente. In tutti questi casi sembra venire proposto un ideale di vita rispetto alla morte che si sovrappone al nostro condizionamento biologico e transitoriamente lo confuta. E’ davvero possibile questa forma laica di rassegnata santità?”
“In primo luogo, le religioni funzionano come elementi di coesione verso l’interno delle società nelle quali sono egemoniche, ma invece, nel corso della storia, hanno provocato ostilità e scontri verso l’esterno, contro comunità di differenti fedi. Questo risulta particolarmente evidente nei monoteismi, che introducono un’esigenza escludente di verità, sconosciuta ai paganesimi politeisti.”
“Il Messaggio autentico del Vangelo, della Torah o dell’islam è, come Giano, bifronte: tollerante e intransigente, cordiale e scostante, fraterno e bellicoso, criminale e pacifico… Che la predicazione prenda una strada oppure l’altra dipende da circostanze storiche, dai diversi giochi politici di potere che si danno in ciascun caso e soprattutto dall’influenza degli stessi predicatori.”
“[…] sostiene Jean-Paul Gouteux: << Il successo evolutivo di qualunque sistema ideologico dipende dalla sua capacità si generale proselitismo, per combattere, escludere e rimpiazzare i sistemi antagonisti. La natura totalitaria dei sistemi religiosi e ideologici di maggior successo è vincolata a questa implacabile forma di selezione. Le religioni dolci, tolleranti, umaniste e pacifiche non hanno nessuna opportunità di alimentarsi.”
“E’ quel che sostiene Antonio Marina ne suo <<Perché sono cristiano>>. << A quanto mi risulta, le certezze religiose – come quelle estetiche – non possono essere universalizzate. Si basano su esperienze private, che possono essere assimilate o ripetute da altre persone, ma senza che si possano trovare criteri obiettivi che giustifichino la loro verità>>”.
“A mio parere, le caratteristiche fondamentali della laicità – condizione indispensabile di qualunque vero sistema democratico – sono due: primo, lo Stato deve vigilare che a nessun cittadino venga imposta un’affiliazione religiosa o venga impedito di professare quella che ha scelto; secondo, il rispetto delle leggi del paese deve precedere i particolari precetti di ogni religione. Le varie confessioni religiose possono rivolgere ai propri fedeli raccomandazioni morali, ma non esigerle dal resto della comunità, come a volte sembrano pretendere. Eppure, l’abuso non sempre viene dal clero, oggi abbondano anche politici che trasformano in programma pubblico quel che dovrebbe appartenere all’ambito della coscienza individuale.”
“E’ un abuso dare per scontato che i bambini, prima di poter scegliere, appartengano obbligatoriamente alla religione familiare. Gli antichi cristiani, che attendevano l’età adulta per impartire il battesimo, si comportavano in modo più liberale dei loro successori ecclesiastici dei nostri giorni.”
“Ed è proprio perché siano capaci di scegliere che bisogna educarli: come afferma Dawkins, non si tratta tanto di insegnare che cosa pensare ma come.”
“[…] Goethe disse <<chi manca di arte e di scienza, abbia la religione; chi possiede arte e scienza, già ha la religione>>. Le arti, la letteratura, la musica…sono spedizioni verso quelle dimensioni umane che non ci basta spiegare riduttivamente come strategie evolutive.”
“I miei favoriti erano i Neminiani, che praticavano la religione del Nessuno (nemini) perché nessuno ha mai visto Dio e a nessuno è concesso sfuggire alla morte” (Cyril Connolly, I nemici dei giovani talenti).”
“Perfino l’indifferenza è spesso superiore alla fede dogmatica. L’indifferente dice: non mi sforzo di sapere, ma aggiunge: non voglio credere; invece il credente vuole credere senza sapere. Il primo rimane almeno perfettamente sincero con se stesso.”
“Ma alla credulità per eccesso se ne contrappone anche un’altra, per difetto: quella dello scientismo riduzionista che liquida come superstizioni senza senso non solo le religioni, ma perfino le stesse inquietudini umane dalle quali esse derivano.”
“Ho definito qualche volta la verità come il mondo senza l’uomo (Sgalambro)”.
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Sep 6, 2012 |
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- Verità e menzogna (242)
- I classici del pensiero libero, 29
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By Friedrich Nietzsche -
Finished on Jan 1, 2012 




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“L’opera di Nietzsche si può considerare un capovolgimento della filosofia pessimistica di Schopenhauer”
“Tutto ciò che è ritenuto stabile e provvisto di senso si rivela fluido e insensato, ogni fondamento (Dio, anima, essere, sostanza, substrato) viene meno. Tutti i tentativi di redenzione della fi ... (continue ) “L’opera di Nietzsche si può considerare un capovolgimento della filosofia pessimistica di Schopenhauer”
“Tutto ciò che è ritenuto stabile e provvisto di senso si rivela fluido e insensato, ogni fondamento (Dio, anima, essere, sostanza, substrato) viene meno. Tutti i tentativi di redenzione della finitezza e limitatezza umana sfociano in altrettante negazioni della vita. Se si ama e si rispetta la vita, per Nietzsche bisogna amarla e rispettarla nella sua caducità (non nell’eternità), senza i calcoli dell’egoismo schopenhaueriano, ossia per leale e disinteressato amore di figlio.”
“Insofferente di ogni forma di falsità, ipocrisia e illusione, scatena un terremoto contro le religioni, le morali, le istituzioni, le tradizioni, le costumanze e le credenze ritenute fondate e indubitabili, che sono tutte mescolate di falsità, ipocrisia e illusione. Ma in primo luogo colpisce ciò a cui come pensatore era pià direttamente e personalmente interessato: i sistemi filosofici.”
“La realtà per Nietzsche non è pensabile perché non esiste una qualunque stabile costituzione delle cose.”
“Dice: [Nietzsche] Da Copernico in poi l’uomo rotola dal centro verso una x. Riduce cosi la filosofia – che ha come oggetto la realtà, e l’uomo in quanto parte della realtà – in moralismo, il quale ha come oggetto l’uomo, attorniato da ciò che è altro dall’uomo, ma per cui non c’è un nome (è una x).”
“E’ questo è il prospettivismo, secondo il quale la visione del mondo di ogni uomo non è che una prospettiva proveniente dall’interno, la quale è sempre anche un’abbreviazione del mondo. Il mondo dunque non ha un senso ma tutti gli innumerevoli sensi che scaturiscono dall’interno degli esseri viventi. Il risultato è per l’uomo un antropomorfismo insuperabile, che in Nietzsche diventa, sul piano gnoseologico, idealismo, e in base ad esso egli nega appunto la conoscenza: tra i concetti e le cose non c’è+ ponte, tutt’al più una vaga allusione.”
(Dall’introduzione)
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“In due diversi stati, in effetti, l’uomo raggiunge il sentimento estatico dell’esistenza: nel sogno e nell’ebbrezza.”
“In loro [negli Dei greci] parla una religione della vita, non del dovere o dell’ascesi o della spiritualità. Tutte queste figure respirano il trionfo dell’esistenza, il loro culto è accompagnato da un rigoglioso sentimento della vita. Esse non pretendono: in loro è divinizzato l’esistente, che sia buono o cattivo. Paragonata alla serietà, santità e severità delle altre religioni, quella greca corre il rischio di essere sottovalutata come uno scherzo della fantasia – se non si pone mente a un tratto di profonda sapienza spesso disconosciuto, per il quale tutto questo essere epicureo degli dei appare improvvisamente come una creazione di un incomparabile popolo di artisti e quasi come una creazione suprema. E’ la filosofia del popolo, quella che il dio silvano incatenato svela ai mortali: la cosa migliore è di non esistere, è la migliore dopo questa è di morire presto. “
“Con Prometeo si dà alla grecità un esempio di come il promuovere eccessivamente l’avanzamento della conoscenza umana abbia effetti rovinosi sia per chi promuove sia per chi è promosso.”
“Il Greco voleva una fuga da questo mondo della colpa e del destino. Non riusciva a consolarsi con un mondo dopo la morte; il suo desiderio si spingeva più in alto, al di sopra degli dei, negava l’esistenza con tutto il suo variopinto e splendente rispecchiamento negli dei. Nella lucidità del risveglio dall’ebbrezza, egli vede dappertutto l’atrocità o l’assurdità dell’esistenza umana e gliene viene nausea. Adesso capisce la sapienza del dio silvano.”
“Il problema di Sofocle è la mancanza di conoscenza dell’uomo su se stesso, quello di Eschilo la mancanza di conoscenza dell’uomo sugli dei.”
“Niente sarebbe più stolto che attribuire ai Greci una cultura autoctona; al contrario, essi risucchiarono ogni cultura fiorente presso altri popoli; e fecero tanta strada proprio per aver saputo scagliare la lancia più lontano dal punto in cui essa era stata abbandonata da un altro popolo. I Greci sono ammirevoli nell’arte di imparare e mettere a frutto, e cosi come hanno fatto loro, anche noi dobbiamo imparare a fare dai nostri visini, per la vita e non per la conoscenza erudita, sfruttando ogni cosa imparata come un appoggio su cui sollevarci e salire più in alto dei vicini.”
“Subito la prima esperienza della filosofia in terra greca, la sanzione dei sette sapienti, segna nell’immagine della grecità un lineamento chiaro e indimenticabile. Altri popoli hanno i santi, i Greci hanno i sapienti. A ragione è stato detto che un popolo non è caratterizzato tanto sai suoi grandi uomini quanto dalla maniera in cui li riconosce e li onora. Nelle altre epoche il filosofo è un viandante casuale e solitario che, in un ambiente quanto mai ostile, cerca di scivolar via furtivamente o di aprirsi un varco stringendo i pugni. Solo presso i Greci il filosofo non è casuale. Quando, nel sesto e nel quinto secolo, egli appare tra gli enormi pericoli e allettamenti della mondanizzazione e passa, per cosi dire, dalla caverna di Trofonio alla sontuosità, alla felicità delle scoperte, alla ricchezza e alla sensualità delle colonie greche, allora sentiamo che egli viene come un nobile ammonitore, per lo stesso scopo per cui nacque in quei secoli la tragedia, e che i misteri orfici fanno capire coi grotteschi geroglifici delle loro costumanze. Il giudizio di quei filosofi sulla vita e sull’esistenza in genere dice molto più di un giudizio moderno, perché essi avevano di fronte a sé la vita in una rigogliosa compiutezza e perché per essi il sentimento del pensatore non si confondeva, come per noi, nel dissidio tra il desiderio di libertà bellezza e grandezza di vita e l’impulso verso la verità che chiede soltanto: che valore ha la vita?”
“I Greci, fra i quali Talete venne improvvisamente in tanta notorietà, erano in questo il contrario di tutti i realisti, in quanto credevano veramente solo alla realtà di uomini e dei e consideravano tutta la natura quasi soltanto come travestimento, mascherata e metamorfosi di questi uomini-dei. L’uomo era per loro la verità e il nocciolo delle cose, ogni altra cosa solo apparenza e gioco illusorio. Proprio perciò avevano un’incredibile difficoltà a concepire i concetti come concetti; e contrariamente ai moderni, per i quali anche ciò che è più personale si sublima in astrazioni, per loro anche le cose più astratte concorrevano sempre di nuovo a formare una persona. Ma Talete diceva: <<non l’uomo, bensì l’acqua è la realtà delle cose>>, e con ciò comincia a credere nella natura, in quanto crede per lo meno nell’acqua.”
“Questo trascegliere e sceverare l’inusitato, lo stupefacente, il difficile e il divino, stabilisce il confine tra la filosofia e la scienza allo stesso modo che l’importanza data all’inutile lo stabilisce tra la filosofia e l’accortezza. Senza una tale scelta e un tale gusto raffinato, la scienza di precipita su tutto lo scibile, nel cieco desiderio di conoscere ogni cosa a ogni costo; il pensiero filosofico invece è sempre sulle tracce delle cose più meritevoli di essere sapute, delle conoscenze grandi e importanti.”
“Questa unità ultima nel suddetto Indeterminato, grembo materno di tutte le cose, piò certo essere indicata dall’uomo solo negativamente, come qualcosa a cui non si può attribuire nessun predicato attinto dal mondo effettuale del divenire, e può pertanto essere considerata alla stessa stregua della cosa in sé kantiana.”
“Con forza maggiore di Anassimandro, Eraclito esclamò: <<Non vedo nient’altro che divenire. Non fatevi ingannare! Dipende dalla brevità della vostra vita, non dall0essenza delle cose, che voi crediate di scorgere da qualche parte una terraferma nel mare del nascere e del perire. Voi date nomi alle cose come se queste durassero eternamente; ma anche il fiume in cui vi bagnate la seconda volta, non è lo stesso in cui vi siete bagnati la prima.”
“Aristotele racconta che Anassagora, alla domanda: perché mai attribuisse valore all’esistenza, abbia risposto: <<Per contemplare il cielo e tutto l’ordine del cosmo>>. Egli trattava le cose fisiche con la stessa devozione e la stessa arcana riverenza con cui noi ci poniamo davanti a un tempio antico.”
“In un simile senso limitato, l’uomo vuole anche soltanto la verità. Desidera le conseguenze piacevoli della verità che conservano la vita; nei confronti della conoscenza pura, priva di conseguenze, è indifferente, mentre nei confronti delle verità forse nocive e distruttive, assume addirittura un atteggiamento ostile.” -
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Apr 2, 2012 |
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- La grande storia - vol. 2 - L'antichità (23)
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Finished on Dec 8, 2011 




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By Leonardo Vittorio Arena -
Finished on Dec 6, 2011 




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- Spazio, tempo, realtà
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By Brian Greene -
Finished on Dec 5, 2011 




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“L’intera nostra esistenza, tutto ciò che facciamo, pensiamo e proviamo, si verifica in una determinata regione dello spazio in un determinato intervallo di tempo; eppure la scienza non è ancora riuscita a svelare che cosa siano con esattezza spazio e tempo: sono due entità fisiche reali o semplicem ... (
continue ) “L’intera nostra esistenza, tutto ciò che facciamo, pensiamo e proviamo, si verifica in una determinata regione dello spazio in un determinato intervallo di tempo; eppure la scienza non è ancora riuscita a svelare che cosa siano con esattezza spazio e tempo: sono due entità fisiche reali o semplicemente utili semplificazioni concettuali?”
“L’uomo ha accesso unicamente alle sue esperienze interiori della percezione e del pensiero: come può essere certo che queste rispecchino con precisione la realtà del mondo esterno?”
“Esistono però dei casi che rientrano, per così dire, nella zona demilitarizzata e richiedono l’uso combinatorio di relatività generale e meccanica quantistica: situazioni fisiche estreme in cui vi sono corpi molto pesanti e molto piccoli. […] Non riuscire a combinare con successo relatività generale e meccanica quantistica significa non poter svelare che fine fanno le stelle che collassano o l’origine dell’universo.”“Invece delle tre dimensioni spaziali e di quella temporale dell’esperienza comune, tale teoria prevede nove dimensioni spaziali e una temporale; in una sua versione ancor più estrema, conosciuta come M-teoria, l’unificazione richiede addirittura dieci dimensioni spaziali e una temporale, ovvero un cosmo composto in totale da undici dimensioni spaziotemporali. Dato che non vediamo queste dimensioni extra, la teoria delle stringhe ci dice, in sostanza, che finora abbiamo osservato solo una piccola fetta della realtà.”
L’universo in un secchio
“Newton era un uomo amante della verità in un modo fanatico: arrivò a conficcarsi un ago spuntato tra l’occhio e l’osso orbitale per studiare la percezione dei colori; e quando divenne direttore della Zecca perseguitò in modo particolarmente accanito i falsari, mandandone più di cento sulla forca. Non tollerava ragionamenti erronei e incompleti, e perciò decise di chiarire la situazione. Fu così che ideò l’esperimento del secchio.”
“Ovunque ci troviamo, esiste sempre un sistema di riferimento, un contenitore di tutto quanto: lo spazio in sé. Secondo Newton il palcoscenico vuoto e trasparente, in cui tutti ci troviamo e in cui ogni moto si verifica, era un’entità fisica reale, che egli definì spazio assoluto.”
“Newton ci lascia, dunque, in una posizione scomoda: conferisce allo spazio assoluto un ruolo primario, riguardo all’elemento basilare della fisica, il moto, ma ne fornisce una definizione vaga […] sentendosi a disagio lui per primo di fronte a questa situazione.”
“Mach fu il primo in più di due secoli a presentare una seria sfida alle teorie di Newton, e le sue idee ebbero un vasto eco nella comunità scientifica.”
“Di conseguenza, dal punto di vista machiano solo il moto relativo e l’accelerazione relativa contano: noi percepiamo l’accelerazione solo quando acceleriamo rispetto alla distribuzione media del resto della materia presente nel cosmo. Senza quest’ultima, per Mach non possiamo avvertire alcunché.”
“Nella visione machiana lo spazio è, come immaginava Leibniz, il linguaggio che esprime la relazione tra la posizione di un oggetto e quella di un altro ma non ha esistenza propria, proprio come un alfabeto privo di lettere.”
“Quando affermiamo che la velocità del suono a temperatura ambiente è di 340 metri al secondo (detta anche Mach I, in onore proprio di Ernst Mach), intendiamo dire che le onde sonore viaggiano nell’aria altrimenti immobile a questa velocità. I contemporanei di Maxwell, ovviamente, ipotizzarono che anche le onde luminose ed elettromagnetiche in genere viaggiassero attraverso un mezzo specifico, invisibile ma reale, cui diedero l’altisonante nome di etere luminifero, o più in breve di etere.”
“Come noterete, tra l’etere luminifero e lo spazio assoluto newtoniano c’è un’affinità sorprendente: entrambi sono stati concepiti nel tentativo di trovare un parametro di riferimento per valutare il moto.”
Il relativo e l’assoluto
“In base all’affermazione ormai ben nota secondo cui la velocità della luce è costante, abbiamo concluso che spazio e tempo stanno nell’occhio di chi guarda.”
“La velocità massima nello spazio si raggiunge quando il moto attraverso il tempo viene tutto trasferito al moto attraverso lo spazio, il che ci consente di capire perché sia impossibile viaggiare a una velocità superiore a quella della luce. La luce, che viaggia sempre alla stessa velocità massima, è speciale perché è l’unica che riesce, costantemente, a utilizzare tutto il suo capitale di velocità per il moto attraverso lo spazio.”
“Malgrado il nome, la teoria einsteiniana non afferma che tutto è relativo. Alcune cose lo sono: le velocità, le distanze nello spazio, la durata del tempo trascorso; esiste però un concetto nuovo, importante, chiaramente non relativo: lo spazio-tempo. Esso è assoluto per la relatività ristretta come lo spazio e il tempo lo erano per Newton, ed è in parte per questo che la locuzione <teoria della relatività> non fu suggerita da Einstein, che non la trovava particolarmente adeguata. Egli propose di chiamarla teoria dell’invarianza, perché so basa su un qualcosa su cui tutti concordano che quindi non è relativo.”
“[…] apprendiamo quindi che le forme geometriche delle traiettorie nello spaziotempo sono il criterio assoluto per stabilire se qualcosa sta accelerando o no.”
“Tale idea fa spostare di nuovo l’ago della bilancia: da Leibniz il relazionista a Newton l’assolutista, e poi da Mach il relazionista ed Einstein, la cui relatività ristretta dimostrò ancora una volta che esiste un ente, lo spaziotempo e non il solo spazio, che può rappresentare la pietra di paragone per tutti i moti dell’universo.”
[Riassunto delle diverse posizioni in merito alla natura dello spazio e del tempo:
Newton: “Lo spazio è un entità; il moto accelerato non è relativo;” posizione assolutista
Leibniz: “Lo spazio non è un’entità; tutti gli aspetti del moto sono relativi;” posizione relazionista
Mach: “Lo spazio non è un’entità; il moto accelerato è relativo alla distribuzione media della massa nell’universo;” posizione relazionista
Einstein (relatività ristretta): “Spazio e tempo, considerati singolarmente, sono relativi; lo spaziotempo è un entità assoluta.”]“Dato che gravità e accelerazione sono equivalenti, se sentiamo l’influenza della gravità, dobbiamo per forza stare accelerando.”
“[…]in assenza di materia o di energia (ossia in mancanza del Sole, della Terra, delle stelle) lo spaziotempo non ha distorsioni né curve, ma è piatto.”
Legami nello spazio
“La meccanica quantistica infrange questa tradizione. Questa strana teoria afferma che non saremmo mai in grado di conoscere l’esatta localizzazione e l’esatta velocità nemmeno di una singola particella né di prevedere con totale certezza l’esito dell’esperimento più semplice, per non parlare del cosmo intero. Nella migliora delle ipotesi, possiamo solo prevedere la probabilità che un esperimento produca questo o quel risultato. E il fatto è che la validità della meccanica quantistica è stata comprovata da anni di grandi successi sperimentali.”
“[…] in fisica tale caratteristica dell’universo è nota come principio di località, e formalizza il fatto che possiamo influenzare direttamente solo le cose che ci stanno vicine, che sono possibili solo azioni locali.”
“Secondo la teoria quantistica, e numerosi esperimenti hanno dimostrato la validità delle sue previsioni, la connessione tra due particelle può permanere anche se queste si trovano agli estremi opposti dell’universo.”
“Nel mondo quantistico, dunque, tutto ha una natura doppia, sia corpuscolare sia ondulatoria.”
“In effetti, quando più accuratamente intendiamo localizzare la posizione dell’elettrone, tanto più localizzato e carico d’energia deve essere il fascio luminoso, e quindi tanto maggiore sarà l’effetto sul moto dell’elettrone.”
“L’indeterminazione è sempre presente, ma diviene significativa solo su scala microscopica.”
“In poche parole, EPR (Einstein, Podolsky e Rosen) sostengono che un oggetto A non risente per nulla di ciò che facciamo a un altro oggetto B spazialmente da A.”
“EPR si erano riproposti di provare che la meccanica quantistica forniva un quadro incompleto dell’universo. Mezzo secolo dopo le ricerche teoriche e i dati sperimentali ci costringono a rivedere la loro analisi e a concludere che l’elemento sostanziale su cui essa si fonda è errato: l’universo è non locale. L’ipotesi intuitivamente affascinante di EPR, secondo cui tali connessioni a lunga distanza esistono solo perché le particelle hanno proprietà correlate preesistenti, viene dunque smentita dai dati.”
“Se questa fosse la descrizione giusta delle interrelazioni tra i due fotoni, la relatività ristrette si troverebbe in serie difficoltà. Gli esperimenti dimostrano che, dal punto di vista dei ricercatori in laboratorio, nel momento esatto in cui viene misurato lo spin di un fotone, l’altro fotone assume la stessa proprietà di spin. Se un misterioso messaggero si spostasse dal fotone di sinistra al fotone di destra, informando quest’ultimo che lo spin del primo è stato determinato mediante misurazione, dovrebbe farlo in modo istantaneo, il che contrasterebbe con il limite di velocità stabilito dalla relatività ristretta.”
“Nell’universo di Einstein, inoltre, i corpi possiedono valori definiti per tutte le loro proprietà fisiche, che non si trovano in una sorta di limbo, in attesa che uno scienziato le misure per farle esistere. Oggi gran parte dei fisici pensa che Einstein si sbagliasse anche su questo punto. Le proprietà delle particelle hanno un’esistenza effettiva solo quando la misurazione le costringe a farlo.[…] I sostenitori più estremisti di tale visione arrivano ad affermare che la Luna non splende nel cielo se nessuno la osserva.”
“In virtù del loro passato gli oggetti che oggi si trovano in regioni molto distanti dell’universo possono far parte di un tutt’uno quantistico, essere cioè entangled”
Il fiume ghiacciato
“La lista delle cose presenti nel mio adesso, ossia nella realtà, presenta un aspetto singolare, perché nulla di quello che vediamo adesso appartiene a tale lista, dato che la luce impiega un certo tempo a raggiungere i nostri occhi. Tutto ciò che vedete è già accaduto. Non vedete le parole su questa pagina così come sono ora ma, quando tenete in mano il libro, le osservate così com’erano un miliardesimo di secondo fa.”
“Per noi, fisici credenti, la separazione tra passato, presente e futuro ha solo il significato di un’illusione, per quanto tenace>, disse in un’occasione Einstein. L’unica cosa reale è la totalità dello spaziotempo.”
Il caso e la freccia
“Il punto fondamentale resta che le leggi note non solo non ci spiegano perché vediamo gli eventi svolgersi unicamente in un senso, ma ci rivelano che in teoria questi potrebbero svolgersi in quello contrario.”
“L’insegnamento più importante della seconda legge della termodinamica è che i sistemi fisici hanno una tendenza molto marcata a trovarsi in configurazioni di alta entropia, perché esistono molti modi in cui tali stati possono verificarsi. Una volta acquisite queste configurazioni, essi presentano una tendenza molto marcata a mantenerle. L’entropia elevata è la condizione naturale dell’essere.”
“La tendenza preponderante al disordine non significa che strutture ordinate quali stelle e pianeti, o forme di vita ordinate quali piante e animali, non possano formarsi: lo fanno, e lo vediamo di continuo. Ciò che la seconda legge della termodinamica implica è che nella formazione di ordine si ha in genere una produzione di disordine che la compensa ampiamente.”
“Il futuro è la direzione in cui l’entropia aumenta. La freccia temporale è stata scoccata nello stato molto ordinato, di bassa entropia, dell’universo primordiale.”
Fiocchi di neve e spaziotempo
“[…]anche se siamo confinati su un piccolo pianeta e nei suoi dintorni, grazie alla simmetria traslazionale siamo in grado di conoscere le leggi fondamentali dell’universo intero.”
“Anche senza una risposta definitiva circa la forma del cosmo, è ormai chiarissimo che la simmetria è la chiave di volta che, se applicata all’universo nel suo complesso, ci fa comprendere cosa siano lo spazio e il tempo. Senza la simmetria, saremmo al punto di partenza.”
Decostruzione di un’esplosione
“Il big bang è una teoria che spiega l’evoluzione del cosmo a partire da una frazione di secondo dopo il misterioso evento che ha portato l’universo ad avere un inizio, m che non dice nulla su ciò che è successo al tempo zero.”
“Nelle situazioni in cui la pressione è negativa, la normale attrazione gravitazionale, originata dalla massa e dall’energia, e quella esotica, generata dalla pressione, sono in competizione tra loro. Se quest’ultima è maggiore della prima, allora la gravità in quel luogo sarà di tipo repulsivo e tenderà a far allontanare non avvicinare, i corpi gli uni dagli altri. Ecco dove interviene la costante cosmologica. Il termine aggiunto da Einstein alle sue equazioni implica l’esistenza di un’energia diffusa in modo uniforme in tutto l’universo che, e questo è il punto, ha costantemente pressione negativa. Di più: la repulsione gravitazionale dovuta a questa pressione è tale da superare l’attrazione dovuta all’energia, e quindi la costante cosmologica implica l’esistenza di una forza gravitazionale repulsiva diffusa in modo uniforme nell’universo.”
“Guth e Tye sospettarono infatti che l’energia di un campo di Higgs super raffreddato (che non è zero) avrebbe potuto avere degli effetti importanti sull’espansione dell’universo. Un campo di Higgs super raffreddato non solo dà un contributo addizionale di energia, ma fornisce anche allo spazio un valore uniforme di pressione negativa. In pratica, dal punto di vista dell’energia e della pressione, un simile campo di Higgs ha le stesse proprietà della costante cosmologica.”
“A causa della sua pressione negativa, l’inflatone generò una enorme repulsione gravitazionale che spinse tutte le regioni del cosmo ad allontanarsi violentemente l’una dall’altra: per usare il linguaggio di Guth, l’inflatone causò un’inflazione. La spinta repulsiva durò solo 10-35 secondi, ma fu così forte che l’universo ebbe modo di ingrandirsi moltissimi. I calcoli cambiano a seconda del tipo di potenziale dell’inflatone, ma mostrano che l’espansione può essere stata pari a un fattore 1030, 1050 o addirittura 10100 o forse anche di più. Sono cifre sbalorditive. Seconda la stima più prudente, quella di un fattore 1030, è come se una molecola di DNA si fosse gonfiata fino a diventare grande come la Via Lattea in un intervallo molto più piccolo di un miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo del tempo di un battito di ciglia. Si tratta di un’espansione miliardi e miliardi di volte più consistente di quella prevista dalla teoria standard del bis bang, e assai maggiore dell’espansione totale dell’universo nei successivi 14 miliardi di anni!”
“Secondo queste versioni, la luce emessa dalla maggioranza dell’universo non ci è ancora arrivata, e molta non arriverà prima della scomparsa del Sole e della Terra. Se il cosmo fosse grande come il nostro pianeta, la parte a noi accessibile sarebbe più piccola di un granello di sabbia.”“Il problema della piattezza mostra, dunque, come il modello standard sia troppo dipendente dalle condizioni iniziali dell’universo in un remoto passato di cui sappiamo assai poco: smaschera una teoria che impone che l’universo sia iniziato esattamente cosi come vuole lei.”
“Se queste ipotesi fossero giuste, la rivoluzione copernicana prenderebbe strade sempre più clamorose: non solo non saremmo più al centro dell’universo, ma la materia di cui siamo fatti non sarebbe che un’impurità poco diffusa nel cosmo. Se nel progetto generale dell’universo si fossero lasciati da parte protoni, neutroni ed elettroni, la sua massa totale sarebbe diminuita di poco.”
Quanta in the Sky with Diamonds…
“L’energia totale delle particelle e della radiazione ordinaria viene ceduta alla gravità man mano che l’universo si espande. Mentre l’universo si espande, materia e radiazione cedono energia alla gravità, mentre l’inflatone acquista energia dalla gravità stessa.”
“Nel modello standard, la massa/energia portata dalla materia ordinaria decresce continuamente con l’espandersi dell’universo, e quindi agli inizi della storia doveva essere in quantità molto maggiore di quella che osserviamo oggi. Il modello inflazionario, invece, ha in un certo senso il problema opposto. Secondo questa teoria la materia e la radiazione si sono originate alla fine della fase inflazionaria, grazie all’energia rilasciata dall’inflatone nel passaggio alla sua configurazione di minimo potenziale. In questo caso dobbiamo chiederci se davvero l’inflatone sia riuscito a immagazzinare tutta l’energia necessaria a creare la colossale quantità di materia e radiazione oggi presente nell’universo.”
“La gravità attrattiva tende ad amplificare le imperfezioni, mentre quella repulsiva, all’opposto, le fa diminuire e contribuisce a creare un universo ancora più regolare e uniforme.”
“Secondo Andreij Linde, anzi, possono essere esistiti molti punti, sparsi qua e là, in cui l’espansione inflazionaria è iniziata. Se le cose fossero andate davvero così il nostro universo sarebbe uno tra i tanti nati in passato (ma nulla vieta di pensare che continuino a nascere anche adesso) nei punti in cui le fluttuazioni casuali facevano assumere al campo il valore necessario per l’espansione.”
“A causa di una fluttuazione casuale, rara ma di tanto in tanto possibile, all’interno di un ambiente senza speciali caratteristiche, caotico e ad alta entropia, un piccolo frammento di spazio, pesante non più di dieci chili, si trova in particolari condizioni fisiche che lo fanno espandere rapidamente fino a dimensioni colossali. Questa spinta enorme verso l’esterno fa sì che lo spazio diventi regolare e omogeneo. Alla fine dell’espansione inflazionaria, l’inflatone rilascia la sua notevole quantità di energia (aumentata dall’espansione) sotto forma di materia e radiazione ordinaria, distribuita in modo pressoché uniforme. Diminuisce allora la gravità repulsiva e diventa dominante quella attrattiva. Le piccole disomogeneità presenti nello spazio, causate dalle fluttuazioni quantistiche, sono amplificate dall’attrazione gravitazionale e dànno origine ad ammassi di materia, che alla fine formano galassie, stelle e pianeti, tra cui il sistema solare e la Terra. (Circa 7 miliardi di anni dopo il big bang la gravità repulsiva ritorna a prevalere, ma questo fatto ha conseguenze solo a scala cosmica e non a scala locale, quindi non influenza i corpi astrali come le stelle o le singole galassie). Il Sole fornisce un’energia con un livello si entropia relativamente bassa, che viene utilizzata da piante e animali terrestri a bassa entropia per produrre altre forme di vita, innalzando però l’entropia totale per via del calore e dei rifiuti metabolici.”
Il mondo su un filo
“L’idea intuitiva di vuoto, di nulla, è quindi incompatibile con la meccanica quantistica: il valore di un campo può oscillare attorno al valore zero, ma non può essere zero per più di un breve istante. I fisici chiamano questo fenomeno una fluttuazione del vuoto. La natura casuale delle fluttuazioni del vuoto ci assicura che nelle regioni di spazio non troppo microscopiche gli scostamenti dallo zero in alto e quelli in basso sono in media uguali, e quindi il campo in media sembra avere valore nullo.”
“Oggi ci sono pochi dubbi sul fatto che l’idea intuitiva che associa al vuoto una porzione di spazio statica e priva di elementi sia del tutto sbagliata. L’indeterminazione quantistica riempie lo spazio di attività frenetiche.”“Arriva un momento in cui tutte le dimensioni dell’universo sono all’incirca pari alla lunghezza di Planck, quel milionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di centimetro sotto il quale relatività generale e meccanica quantistica entrano in conflitto. In questo istante, tutta la massa e l’energia che daranno vita all’universo osservabile sono concentrate in una regione pari a un centesimo di miliardesimo di miliardesimo delle dimensioni di un atomo.”
“Se ipotizziamo che l’interazione forte tra due particelle sia dovuta a una minuscola striscia elastica che la connette, allora la descrizione matematica della forza che le unisce è proprio data dalla funzione beta di Eulero. I piccoli elastici furono battezzati stringhe e quello fu l’atto di nascita ufficiale della teoria delle stringhe.”
“Il modello standard, confortato da molte e sofisticate prove sperimentali, considera gli elettroni e i quark come oggetti puntiformi privi di estensione spaziale. Sono dunque il punto d’arrivo del processo di divisione della materia, la matrioska più piccola dentro la quale più nullo è contenuto. Proprio su questo la teoria delle stringe ha qualcosa da obiettare. Secondo il nuovo modello, elettroni e quark non sono punti di dimensione zero: questa è solo un’approssimazione perché a ben guardare sono piccoli filamenti di massa/energia in perenne oscillazione detti, appunto stringhe. Questi anellini non hanno spessore ma solo una lunghezza e sono quindi oggetti unidimensionali. Si manifestano come punti, anche nei più sofisticati esperimenti, perché sono davvero microscopici: un centinaio di miliardi di miliardi di volte più piccoli del raggio di un nucleo atomico.”
“I differenti modi di vibrazione delle stringhe corrispondono alle diverse specie di particelle. […] non esiste una stringa-elettrone che genera l’elettrone o una stringa quark up che genera il quark up e via dicendo, ma è lo stesso tipo di stringa che, vibrando in uno dei molti modi che le sono possibili, riesce a produrre tutta la varietà di particelle note.”
“A livello microscopico, l’universo sarebbe una sinfonia di suoni che dànno vita a tutta la materia.”
“[…] perché le particelle elementari hanno esattamente le proprietà richieste per permettere l’innesco dei processi nucleari, la nascita delle stelle, la formazione dei pianeti e (almeno in un caso) la comparsa della vita? Il modello standard non può dirci nulla al proposito, perché si serve di questi dati solamente come input per calcolarne altri. La teoria delle stringhe invece sì. Nel suo modello, le proprietà delle particelle sono determinate dai modi di vibrazione delle stringhe e ci sono dunque le potenzialità per arrivare a una soluzione.”
“Mai nella storia della fisica si era prodotto un risultato di questo tipo. Nessuna teoria precedente aveva mai posto vincoli al numero di dimensioni spaziali dell’universo. Da Newton a Maxwell a Einstein tutti davano per scontato che lo spazio fosse tridimensionale, proprio come l’umanità dà per scontato che ogni mattina sorga il sole. Kaluza e Klein provarono a sfidare il senso comune suggerendo l’esistenza di una quarta dimensione, ma si trattava comunque di un’ipotesi di fondo, di un assioma. Per la prima volta, invece, la teoria delle stringhe prevede le dimensioni dello spazio, che sono il risultato di un calcolo, non di un’ipotesi o di una congettura o di una divinazione. Il risultato di questo calcolo, con grande sorpresa di tutti, non è tre ma nove. La teoria delle stringhe, in modo inevitabile, ci conduce a un universo in cui esistono sei dimensioni spaziali extra e in cui si possono cercare di applicare, dunque le idee di Kaluza e Klein.”
“La forma è l’estensione delle dimensioni extra hanno un’influenza decisiva nel determinare i modi di vibrazione delle stringhe, e quindi le proprietà della particelle elementari. E poiché la struttura di fondo dell’universo (e quindi la possibilità che le stelle si formino e che la vita compaia su un pianeta) dipende in modo essenziale dal fatto che le particelle elementari abbiano proprio quelle proprietà e non altre, è possibile che leggi fondamentali del cosmo si trovino scritte nella geometria di uno spazio di Calabi-Yau”.
“Al passaggio, rispettivamente, della cresta e del ventre di un’onda gravitazionale lo spazio (e tutto ciò che contiene) viene prima dilatato in una direzione e poi in quella perpendicolare[…]”
In cielo e in terra
“Un’onda gravitazionale può essere vista come un folto gruppo di gravitoni in moto coordinato, allo stesso modo in cui un’onda elettromagnetica è costituita da un gran numero di fotoni; questo ci fa un’idea di quanto sia spaventosamente difficile misurare l’effetto di un singolo gravitone.”
Il futuro di un’allusione
“I buchi neri sono gli oggetti più impenetrabili dell’universo. Dall’esterno sono l’epitome della semplicità: bastano tre numeri per descriverli completamente, e cioè la loro massa (che determina la loro estensione, cioè la distanza del centro dall’orizzonte degli eventi), la carica elettrica e la velocità di rotazione. Fine, null’altro si può ricavare dall’esame diretto di un buco nero.”
“Dietro la loro apparenza austera, i buchi neri nascondono il più grande caos che l’universo abbia mai visto. Tra tutti, ma proprio tutti i sistemi fisici di una data dimensione, qualunque sia la loro composizione, i buchi neri sono quelli che contengono la maggiore quantità di entropia. […] L’entropia, in soldoni, è una misura del numero di cambiamenti delle configurazioni microscopiche di un sistema che non alterano le sue proprietà macroscopiche. Anche se non sappiamo nulla sugli stati microscopici di un buco nero, perché non sappiamo cosa succede alla materia schiacciata nel suo centro, siamo certi che un loro cambiamento di configurazione non ha influenza sulla massa, sulla carica e sulla rotazione.”
“La massima entropia che può essere presente in una regione spaziale, ovunque e in ogni tempo, è uguale a quella contenuta in un buco nero delle stesse dimensioni.”
“Per dimostrare la validità di certe ardite e profonde teorie forse è necessaria la potenza selvaggia di un acceleratore di particelle. In grado di ricreare le condizioni estreme, sperimentate dall’universo nei suoi primi istati di vita. Ma penso che il più poetico, elegante e completo dei successi sarebbe quello di vedere confermate le nostre teorie dell’infinitamente piccolo con una semplice, quieta osservazione del cielo da parte del nostro più potente telescopio.”
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Dec 9, 2011 |
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- Fuga senza fine (1827)
- I grandi della narrativa, 5
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By Joseph Roth -
Finished on Nov 23, 2011 




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[Franz Tunda]"è in balia degli eventi e agli eventi non oppone resistenza, ma, al contrario, da essi si lascia trasformare, rinunciando cosi alla meschina unicità che definisce il principium individuationis."[...]"in una progressiva spoliazione che alla fine sembra appunto aver fato evaporare la sua ... (
continue ) [Franz Tunda]"è in balia degli eventi e agli eventi non oppone resistenza, ma, al contrario, da essi si lascia trasformare, rinunciando cosi alla meschina unicità che definisce il principium individuationis."[...]"in una progressiva spoliazione che alla fine sembra appunto aver fato evaporare la sua personalitò, averla trasformata in aria, in pioggia, in vento[...] Attorno a lui, del resto, Roth dipinge la sinistra e ben poco attraente borghesia europea degli anni Venti in procinto d'essere conquistata dal nazifascismo. Non c'è nulla sa salvare, in effetti, in quella borghesia - e nulla si salverà." (dall'introduzione).
"Cosi è la rivoluzione. Non ha corpo, il suo corpo è la fiamma se è fuoco, o l'onda se è acqua. Noi non siamo che gocce nell'acqua o scintille nel fuoco, non possiamo uscirne"
"Vivevo negli ultimi mesi in uno stato per il quale non c'è un nome, né in russo né in tedesco, probabilmente in nessuna lingua del mondo, in uno stato tra la rassegnazione e l'attesa. Immagino che i morti si trovino per un istante in questa situazione, quando hanno abbandonato la vita terrena e non hanno ancora iniziato quell'altra"
"Questa vecchia cultura ha ormai mille buchi. Voi li rattoppate con prestiti dall'Asia, dall'Africa, dall'America. I buchi si fanno sempre più grossi. Ma voi mantenete l'uniforme europea, lo smoking e la carnagione bianca e abitate in moschee e templi indiani. Se io fossi in te, porterei un burnous"
"Tutti, nelle ore solenni , parlavano di una comunità culturale europea. Una volta Tunda domandò:
<<Credete di essere in grado di dirmi in che cosa consista precisamente questa cultura che voi asserite di difendere, benché non venga affatto attaccata dall'esterno?>>
<<Nella religione!>> disse il presidente, che non andava mai in chiesa.
<<Nei buoni costumi!>> la signora, di cui tutti quanti conoscevano la relazione illegittima.
<<Nell'arte>> il diplomatico, che non vedeva più un quadro dai tempi della scuola.""Talvolta a Tunda pareva di trovarsi lui stesso là sotto, gli pareva che fossimo tutti là sotto, noi che lasciammo una patria, cademmo, fummo sepolti o anche ritornammo, ma non più a casa nostra - perché non importa se siamo sepolti o ancora vivi. Siamo stranieri in questo mondo, veniamo dal regno delle ombre."
"A quell'ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c''era nessuno al mondo."
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Nov 23, 2011 |
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- Autorità e individuo (410)
- I classici del pensiero libero, 22
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By Bertrand Russell -
Finished on Nov 9, 2011 




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“Eppure Russell è altrettanto sicuro che non può non esistere un’autorità in qualunque organizzazione sociale: tant’è vero che non usa mezzi termini, né cautele (o ipocrisie) linguistiche, là dove si sente in diritto di precisare che si tratta di un problema di equilibrio: troppa poca libertà porta ... (
continue ) “Eppure Russell è altrettanto sicuro che non può non esistere un’autorità in qualunque organizzazione sociale: tant’è vero che non usa mezzi termini, né cautele (o ipocrisie) linguistiche, là dove si sente in diritto di precisare che si tratta di un problema di equilibrio: troppa poca libertà porta al ristagno e troppa libertà porta al caos.”
“[…] dal quindicesimo secolo al tempo presente, il potere dello stato nei confronti degli individui è andato crescendo di continuo.”
“Se l’umanità non raggiungerà la sicurezza di un unico governo del mondo, ogni altra cosa che abbia un valore, e non importa di quale specie sia, sarà sempre precaria, e in qualunque momento potrà essere distrutta dalla guerra.”
“In tutti gli animali sociali, compreso l’uomo, la collaborazione e l’unità di un gruppo hanno qualche fondamento nell’istinto. Questo si presenta nelle sue forme più complete tra le formiche e le api, che, a quanto sembra, non si sentono mai tentate di compiere azioni antisociali, e non deflettono mai dalla loro devozione indefessa al dovere pubblico, ma riconosceremo che essa ha i suoi inconvenienti: le formiche e le api non producono grandi opere d’arte, né fanno scoperte scientifiche, né fondano dottrine religione, secondo le quali tutte le formiche sarebbero sorelle. In realtà, la loro vita sociale è meccanica, precisa e statica. Siamo disposti ad ammettere che nella vita umana si contenga un elemento di turbolenza, se in tal modo possiamo sfuggire a un simile ristagno evolutivo.”
“E’ evidente che i nostri antenati lontani, e quasi non umani, non possono aver agito sulla base di una politica premeditata e deliberata ma debbono esser stati mossi da un meccanismo istintivo: il meccanismo duplice della solidarietà entro la tribù e dell’ostilità verso tutti gli altri. Poiché la tribù primitiva era così piccola, ogni suo componente doveva conoscere intimamente ogni altro individuo, quindi il sentimento dell’amicizia doveva estendersi a tutte le persone che ognuno di essi conosceva.”
“La famiglia è resa necessaria tra gli esseri umani dalla lunga durata dell’infanzia dei nati, e dal fatto che la madre degli infanti piccoli si trova in uno stato di grave inferiorità nel lavoro occorrente per raccogliere il cibo.”
“Sempre, quando passiamo oltre i confini della famiglia, è il nemico esterno che fornisce la forza coesiva. In tempo sicuri possiamo permetterci il lusso di odiare il nostro vicino, ma in tempi di pericolo dobbiamo amarlo. Quasi mai la gente ama le persone che si trova sedute accanto in un autobus, ma le ha amate quando era sotto la diretta minaccia delle offese aeree tedesche.”
“Uno stato mondiale, quando fosse saldamente stabilito, non avrebbe da temere nessun nemico e perciò correrebbe il pericolo di disgregarsi per la mancanza di una forza coesiva.”
“Abbiamo i noi ogni specie di impulsi aggressivi, nonché di impulsi creativi, ai quali la società ci impedisce di abbandonarci, e le alternative che essa ci fornisce, sotto forma di partite calcio o di incontri di lotta libera, non sono davvero sufficienti. Chiunque speri che, col tempo, sia possibile abolire la guerra, dovrebbe preoccuparsi seriamente del problema di soddisfare in modo innocuo quegli istinti che ereditiamo da lunghe generazioni di selvaggi.”
“L’introduzione della schiavitù diede inizio al divorzio tra lo scopo del lavoro e gli scopi del lavoratore.”
“C’è uguaglianza dove tutti sono schiavi, come là dove tutti sono liberi. Questo dimostra che l’eguaglianza, di per se stessa, non basta a fare una società buona. Forse il problema più importante in una società industriale, e certo uno dei problemi più difficili, è quello di rendere interessante il lavoro, nel senso di far sì che esso non sia più semplicemente un mezzo per ottenere un salario.”
“Una società sana e progressiva ha bisogno tanto di un controllo centrale quanto dell’iniziativa degli individui e dei gruppi: senza controllo c’è anarchia e senza iniziativa c’è ristagno.”
“Parlando molto all’ingrosso, possiamo attenderci che le qualità statiche siano quelle adatte al controllo governativo, mentre le qualità dinamiche dovrebbero essere promosse dall’iniziativa degli individui o dei gruppi”
“Gli scopi primari del governo, direi, dovrebbero essere tre: sicurezza, giustizia e conservazione.”
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Dec 9, 2011 |
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- La grande storia - vol. 1 - L'antichità (51)
- Le civiltà del Vicino Oriente - Storia politica, economica e sociale
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Finished on Nov 3, 2011 




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- I Buddenbrook (6279)
- Decadenza di una famiglia
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By Thomas Mann -
Finished on Sep 21, 2011 




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Inizia la famiglia Buddenbrook. E finisce. Come tante. Un mondo.
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Sep 23, 2011 |
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Essenziale. Lettura immensa e imprescindibile.
“M’è accaduto qualcosa, non posso più dubitarne. E’ sorta in me come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza. S’è insinuata subdolamente, a poco a poco; mi sono sentito un po’ strano, un po’ impacciato, ecco tutto. Una volt ... (
continue ) Essenziale. Lettura immensa e imprescindibile.
“M’è accaduto qualcosa, non posso più dubitarne. E’ sorta in me come una malattia, non come una certezza ordinaria, non come un’evidenza. S’è insinuata subdolamente, a poco a poco; mi sono sentito un po’ strano, un po’ impacciato, ecco tutto. Una volta installata non s’è più mossa, è rimasta cheta, ed io ho potuto persuadermi che non avevo nulla, ch’era un falso allarme. Ma ecco che ora si espande.”
“[…]perciò si accumula in me una piccola folla di metamorfosi senza ch’io ci badi, poi un bel giorno avviene una vera rivoluzione”
“Anche loro, per esistere, han bisogno di riunirsi”
"[...] solo note, una miriade di piccole scosse. Non hanno sosta, un ordine inflessibile le fa nascere e le distrugge, senza mai lasciar loro l'agio di riprendersi, di esistere per se stesse. Corrono, s'inseguono, passando mi colpiscono con un urto secco, e s'annullano. Mi piacerebbe trattenerle, ma so che se arrivassi ad afferrarne una, tra le dita non mi resterebbe che un suono volgare e languido. Devo accettare la loro morte; devo perfino volerla: conosco poche impressioni più aspre e più forti."
“Questa bella voce mi piace non per la sua pienezza o per la sua tristezza, ma specialmente perchè è l' avvenimento che tante note hanno preparato, tanto in anticipo..., morendo per farla nascere. E tuttavia sono inquieto; basterebbe così poco perché il disco s' arrestasse : che si spezzasse una molla, che il cugino Adolfo avesse un capriccio. Com'è strano, com'è emozionante che questa durezza sia così fragile. Nulla può interromperla e tutto può spezzarla.”
“Era più varia della mattina. Sembrava che tutti questi uomini non avessero più la forza di sostenere la bella gerarchia sociale di cui, prima di pranzo, erano cosi fieri. I commercianti e i funzionari camminavano fianco a fianco; si lasciavano dar di gomito, addirittura urtare e spostare da impiegatucci dall’aria meschina. Le aristocrazie, le notabilità, le categorie professionali s’erano fuse in questa folla tiepida. Restavano quasi semplicemente uomini, che non rappresentavano più altro.”
“Il signor Rollebon era mio socio: per esistere aveva bisogno di me, e io avevo bisogno di lui per non sentire la mia esistenza. Io fornivo la materia bruta; di questa ne avevo da vendere e non sapevo che farne: l’esistenza, la mia esistenza. Lui, invece, la sua parte era di rappresentare. Mi stava di fronte e s’era impadronito della mia ita per rappresentarmi la sua. Non m’accorgevo più che esistevo: non esistevo più in me, ma in lui: era per lui che mangiavo, per lui che respiravo, ognuno dei miei movimenti trovava la sua giustificazione al di fuori, là, di fronte a me, in lui; non vedevo più la mia mano che tracciava le parole sulla carta, e nemmeno la frase che avevo scritta – ma dietro, al di là della carta, vedevo il marchese, che aveva reclamato questo gesto e del quale questo gesto prolungava e consolidava l’esistenza. Io non ero che un mezzo di farlo vivere, lui era la mia ragion d’essere, mi aveva liberato da me stesso. Cos’avrei fatto, ora?”
“Io non ho guai, vivo di rendita, non ho superiori, non ho moglie, nè figlioli; esisto, nient'altro. ed è così vago, così metafisico questo guaio, che me ne vergogno.”
“Ciascuno ha la sua piccola fissazione personale che gli impedisce di accorgersi che esiste; non ce n’è uno che non si creda indispensabile a qualcuno o a qualche cosa”
“Voglio dire che non mi sento più solo. Ma naturalmente, signore, non è necessario ch0io sia con qualcuno.”
“Signore, - dice con un’arietta maliziosa, - si è proprio obbligati a farsi deli amici in senso cosi stretto? I miei amici sono tutti gli uomini. Quando vado all’ufficio, al mattino, davanti a me, dietro di me ci sono altri uomini che vanno al loro lavoro. Li vedo, se osassi gli sorriderei, penso che io sono socialista, e che essi sono tutto lo scopo della mia vita, dei miei sforzi, e che non lo sanno ancora. E’ una festa, per me, signore.”
“L’umanitario radicale è in modo particolarissimo l’amico dei funzionari. L’umanitario cosiddetto “di sinistra” ha, come sua cura principale, di salvaguardare i valori umani; non appartiene ad alcun partito, poiché non vuole tradire l’umano ma le sue simpatie sono per gli umili; agli umili consacra la sua bella cultura classica. In generale è un vedovo che ha l’occhio bello e sempre appannato di lacrime: piange agli anniversari. Ama anche il gatto, il cane, e tutti i mammiferi superiori. Lo scrittore comunista ama gli uomini dal secondo piano quinquennale; castiga perché ama. Pudico, come tutti i forti, sa nascondere i suoi sentimenti, ma sa anche, con uno sguardo, un’inflessione di voce, far presentire, dietro le sue rudi parole di giustiziere, la sua passione aspra e dolce per i suoi fratelli. L’umanitario cattolico, l’ultimo arrivato, il beniamino, parla degli uomini con un’aria meravigliosa. Che bel racconto di fate, dice, è la più umile delle vite, quella d'un facchino londinese, d'una cucitrice di scarpe! Lui ha scelto l'umanitarismo degli angeli; scrive per la edificazione degli angeli lunghi romanzi tristi e belli, che spesso ottengono il premio Fémina. Queste sono le parti principali. Ma ve n'è altre, moltissime altre; il filosofo umanitario che si china sui fratelli come un fratello maggiore e che ha le sue responsabilità; l'umanitario che ama gli uomini così come sono, quello che li ama come dovrebbero essere, quello che vuol salvarli col loro consenso e quello che li salverà a malgrado di loro, quello che vuol creare nuovi miti e quello che si contenta dei vecchi, quello che nell'uomo ama la sua morte, e quello che nell'uomo ama la sua vita, l'umanitario allegro, che trova sempre la parola per far ridere e l'umanitario triste, che si incontra specialmente alle veglie funebri. Tutti costoro si odiano tra loro: in quanto individui, naturalmente - non tanto come uomini.”
“Anche la misantropia ha il suo posto in questo concerto: non è altro che una dissonanza necessaria all'armonia dell'insieme. Il misantropo è uomo: dunque bisogna pure che anche l'umanitario sia anche lui misantropo in una certa misura. Ma è un misantropo scientifico,che ha saputo dosare il suo odio, che odia gli uomini in principio solo per poterli amare meglio in seguito.”
“Lei è troppo modesto, signore. Per sopportare la sua condizione, la condizione umana, lei ha bisogno, come tutti, di molto coraggio. Signore, l'istante che viene può esser quello della sua morte, lei lo sa, e può sorridere: via! non è ammirevole? Nella sua azione più insignificante, v'è un'immensità d'eroismo.”
“Ma il mio posto non è in nessun luogo; sono io di troppo”
“Dunque, poco fa ero al giardino pubblico. La radice del castagno s'affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un pochino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura. E poi ho avuto questo lampo di illuminazione.
Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai, prima di questi ultimi giorni, avevo presentito ciò che vuol dire esistere. Ero come gli altri, come quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili. dicevo come loro " il mare è verde; quel punto bianco lassù, è un gabbiano" ma non sentivo che ciò esisteva, che il gabbiano era un "gabbiano esistente"; di solito l'esistenza si nasconde. E' lì, attorno a noi, è noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca. Quando credevo di pensare ad essa, evidentemente non pensavo a nulla, avevo la testa vuota, o soltanto una parola, in testa, la parola " essere ". Oppure pensavo...come dire? Pensavo all'appartenenza, mi dicevo che il mare apparteneva alla classe degli oggetti verdi o che il verde faceva parte delle qualità del mare. Anche quando guardavo le cose, ero a cento miglia dal pensare che esistevano: m'apparivano come un ornamento. Le prendevo in mano, mi apparivano come utensili, prevedevo la loro resistenza ma tutto ciò accadeva alla superficie. Se mi avessero domandato cosa era l'esistenza, avrei risposto in buona fede che non era niente, semplicemente una forma vuota che veniva ad aggiungersi alle cose dal di fuori, senza nulla cambiare alla loro natura. E poi ecco : d'un tratto era lì, chiaro come il giorno: l'esistenza s'era improvvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto inoffensivo di categoria astratta, era la materia stessa delle cose, quella radice era impastata dell'esistenza. O piuttosto, la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s’era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine – nude, d0una spaventosa e oscena nudità.”“Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s'isolava, traboccava. Di queste relazioni (che m’ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantità, delle direzioni) sentivo l’arbitrarietà;”
"Esistere è essere lì, semplicemente. Gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. Orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza: la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso.”
“L’esistenza non è qualcosa che si lasci pensare da lontano: bisogna che v’invada bruscamente, che si fermi su di voi che vi pesi greve sullo stomaco come una grossa bestia immobile - altrimenti non c’e assolutamente più nulla.”
“Non mi dispiaceva veder muoversi qualcosa, ciò rappresentava una variante di tutte quelle esistenze immobili che mi guardavano come occhi fissi. Seguendo con lo sguardo il dondolio dei rami mi dicevo: i movimenti non esistono mai del tutto, sono passaggi, sono intermediari tra due esistenze, intervalli. Mi preparavo a vederli uscire dal nulla, maturare progressivamente, svilupparsi: stavo finalmente per sorprendere delle esistenze in procinto di nascere. In meno di tre secondi tutte le mie speranze sono state spazzate via. Su quei rami esitanti che brancolavano ciecamente all’intorno, non sono riuscito ad afferrare alcun <<passaggio>> all’esistenza. Quest’idea di passaggio era un’altra invenzione degli uomini. Un’idea troppo chiara.”“Non avevano voglia di esistere, solo che non potevano esimersene, ecco. E allora facevano tutte le loro piccole funzioni, pianamente, senza slancio. Ma ad ogni momento sembravano sul punto di piantar tutto lì e annullarsi. Stanchi e vecchi, continuavano ad esistere, di malavoglia, semplicemente perché erano troppo deboli per morire, perché la morte poteva venir loro solo dall’esterno: solo le arie musicali sanno portare fieramente la propria morte in sé come una necessità interna; soltanto che esse non esistono. Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.”
“Lo sai, non hai niente di particolarmente gradevole per gli occhi. Io ho bisogno che tu esista, che non cambi. Tu sei come quel metro di platino che si conserva non so dove, a Parigi o nei dintorni. Non credo che nessuno abbia mai voglia di vederlo.”
“So benissimo che non voglio far niente: far qualcosa è creare dell’esistenza – e di esistenza ce n’è già abbastanza.”
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Oct 16, 2011 |
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- Resurrezione (1969)
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By Lev Nikolaevič Tolstoj -
Finished on Aug 7, 2011 




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L'unica resurrezione coincide con un rinascimento etico. Capolavoro assoluto che nasce dalle domande della coscienza di Tolstoj, ma in generale di ogni Uomo, e per questo universale.
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“Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona causa, adesso era un corrotto, raffin ... (
continue ) L'unica resurrezione coincide con un rinascimento etico. Capolavoro assoluto che nasce dalle domande della coscienza di Tolstoj, ma in generale di ogni Uomo, e per questo universale.
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“Allora era un giovane onesto, altruista, pronto a dedicarsi a ogni buona causa, adesso era un corrotto, raffinato egoista, amante solo del suo piacere. Allora il mondo di Dio gli appariva un mistero che con gioia ed entusiasmo cercava di decifrare, adesso tutto in questa vita era semplice e chiaro e determinato dalle condizioni materiali in cui si trovava. Allora necessaria e importante era la comunione con la natura e gli uomini che avevano vissuto, pensato e sentito prima di lui (la filosofia, la poesia), adesso necessari e importanti erano le istituzioni umane e i rapporti con i compagni. Allora la donna appariva un essere misterioso e affascinante, affascinante proprio per il suo mistero, adesso il significato della donna, di qualunque donna tranne quelle della sua famiglia e le mogli degli amici, era molto preciso: la donna era uno dei migliori strumenti di un piacere già sperimentato. Allora non aveva bisogno di denaro, e poteva accontentarsi di meno di un terzo di quello che gli dava la madre, poteva rinunciare alla proprietà del padre e cederla ai contadini, adesso invece non gli bastavano i millecinquecento rubli al mese che gli passava la madre, e con lei c'erano già spiacevoli discussioni a causa del denaro. Allora egli considerava suo autentico io il suo essere spirituale, adesso considerava se stesso il suo sano, forte io animale.
E tutto questo terribile mutamento si era compiuto in lui solo perché aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri. E aveva cessato di credere a se stesso e aveva cominciato a credere agli altri perché vivere credendo a se stesso era troppo difficile: credendo a se stesso, doveva risolvere ogni questione non in favore del proprio io animale, che cercava gioie facili, ma quasi sempre contro di esso; credendo invece agli altri, non c'era nulla da risolvere, tutto era già risolto e risolto sempre contro l'io spirituale e a favore di quello animale. Non solo: credendo a se stesso si esponeva sempre alle critiche della gente, credendo agli altri riceveva l'approvazione di coloro che lo circondavano.
Così, quando Nechljudov pensava, leggeva, parlava di Dio, della verità, della ricchezza, della povertà, tutti coloro che lo circondavano lo giudicavano fuori luogo e in parte ridicolo, e la madre e la zia con benevola ironia lo chiamavano notre cher philosophe, mentre quando leggeva romanzi, raccontava aneddoti piccanti, andava a vedere vaudevilles comici al teatro francese e poi li riportava allegramente, tutti lo lodavano e incoraggiavano. Quando credeva necessario limitare le sue esigenze e portava un vecchio cappotto e non beveva vino, tutti la consideravano una stranezza, una posa eccentrica, mentre quando spendeva grosse somme per la caccia o per l'arredamento di uno studio straordinariamente sfarzoso tutti lodavano il suo buon gusto e gli facevano regali costosi. Quando era vergine e voleva restarlo fino al matrimonio, i parenti temevano per la sua salute, e persino la madre non si rattristò, anzi si compiacque, quando seppe che era diventato un vero uomo e aveva soffiato una certa dama francese a un compagno. Mentre all'episodio di Katjuša, che gli potesse venire in mente di sposarla, la principessa madre non poteva pensare senza orrore.
Ugualmente quando Nechljudov, raggiunta la maggiore età, cedette ai contadini la piccola proprietà che aveva ereditato dal padre, perché riteneva ingiusto il possesso della terra, questo suo gesto fece inorridire la madre e i familiari, e fu per lui costante motivo di biasimo e derisione da parte di tutti i suoi parenti. Non si stancavano di ripetergli che i contadini che avevano ricevuto la terra non solo non si erano arricchiti, ma anzi si erano impoveriti, poiché avevano aperto tre bettole nel villaggio e smesso completamente di lavorare. Quando invece Nechljudov, entrato nella guardia, con i suoi compagni altolocati spese e perse al gioco tanto denaro che Elena Ivanovna dovette prelevarne dal capitale, essa quasi non se ne rammaricò, stimando fosse naturale e perfino un bene vaccinarsi così in gioventù e in buona compagnia.
Sulle prime Nechljudov lottò, ma lottare era troppo difficile, perché tutto quello che riteneva buono credendo a se stesso era ritenuto cattivo dagli altri, e al contrario tutto quello che riteneva cattivo credendo a se stesso era ritenuto buono da quanti lo circondavano. E Nechljudov finì per arrendersi, cessò di credere a sé e credette agli altri. E in un primo tempo questo rinnegare se stesso gli dispiacque, ma la sensazione spiacevole durò pochissimo, e ben presto Nechljudov, che nel frattempo aveva cominciato a fumare e bere, smise di provarla e anzi avvertì un gran senso di sollievo.
E Nechljudov, con la passionalità della sua natura, si diede tutto a questa nuova vita, approvata da quanti lo circondavano, e soffocò completamente in sé la voce che esigeva qualcosa di diverso. E ciò che era cominciato dopo il trasferimento a Pietroburgo si compì col suo ingresso nell'esercito.
Il servizio militare in genere corrompe gli uomini, mettendo coloro che vi accedono in condizioni di ozio assoluto, cioè di assenza di un lavoro ragionevole e utile, ed esonerandoli dai comuni obblighi umani, in cambio dei quali propone soltanto l'onore convenzionale del reggimento, dell'uniforme, della bandiera e, da un lato, un potere illimitato sul prossimo, e dall'altro una sottomissione servile ai superiori di grado.
Ma quando a questa corruzione del servizio militare in genere, col suo onore dell'uniforme e della bandiera, con la sua autorizzazione alla violenza e all'omicidio, si unisce anche la corruzione della ricchezza e della vicinanza alla famiglia imperiale, come accade nell'ambiente dei reggimenti scelti della guardia, in cui prestano servizio soltanto ufficiali ricchi e nobili, allora la corruzione raggiunge, nelle persone che vi soggiacciono, uno stato di completa follia egoistica. E in tale follia egoistica si trovava Nechljudov da quando era entrato nell'esercito e aveva cominciato a vivere come vivevano i suoi compagni.
Non c'era nulla da fare se non andare alle esercitazioni o alla rivista con gente uguale a lui, in un'uniforme magnificamente cucita e spazzolata non da lui stesso, ma da altri, con un elmo e un'arma che pure era stata fatta, e lucidata, e presentata da altri, su un magnifico cavallo, pure addestrato, e scozzonato, e nutrito da altri, e galoppare, e tirar di sciabola, sparare e insegnare le stesse cose ad altri. Questa era l'unica occupazione, e le persone più altolocate, giovani, vecchi, lo zar e la sua cerchia non solo l'approvavano, ma la compensavano con lodi e ringraziamenti. Poi, dopo queste occupazioni, si riteneva buono e importante, sperperando denaro ricevuto da fonti invisibili, riunirsi per mangiare, e soprattutto bere, nei circoli degli ufficiali o nei ristoranti più costosi, e poi teatri, balli, donne, e poi di nuovo cavalcare, tirar di sciabola, galoppare e di nuovo sperperare denaro, e vino, carte, donne.
Questa vita ha un effetto particolarmente corruttore sui militari, perché se un civile conduce una vita del genere, nel profondo dell'anima non può non vergognarsene. I militari invece ritengono che così debba essere, si vantano, sono fieri di tale vita, soprattutto in tempo di guerra, come accadde a Nechljudov, che entrò nell'esercito dopo la dichiarazione di guerra alla Turchia. «Siamo pronti a sacrificare la vita in guerra, e perciò questa esistenza spensierata e allegra non solo è perdonabile, ma anche necessaria per noi. Dunque noi la conduciamo».
Così pensava confusamente Nechljudov in quel periodo della sua vita; sentiva poi in tutto quel tempo l'entusiasmo della liberazione da tutte le barriere morali che si era posto prima, e si trovava continuamente in uno stato cronico di follia egoistica.”
__“Quando poi, ammalato e corrotto da un lavoro malsano, dal bere e dal vizio, inebetito e sventato, come in sogno, bighellonando senza meta per la città va a introdursi stupidamente in una rimessa e ne ruba delle stuoie che non servono a nessuno, allora noi tutti, uomini agiati, ricchi, colti, che non ci siamo affatto preoccupati di eliminare le cause che hanno condotto quel ragazzo alla sua attuale situazione, pretendiamo per giunta di rimediare punendo il ragazzo.”
____“E a nessuno dei presenti, a cominciare dal sacerdote e dal direttore per finire con la Maslova, venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto fischiando un tale infinito numero di volte, lodandolo con ogni sorta di strane parole, aveva proibito appunto tutto ciò che si faceva lì; aveva proibito non solo quella assurda stregoneria verbosa e sacrilega dei sacerdoti-maestri sul pane e il vino, ma aveva esplicitamente proibito che alcuni uomini chiamassero maestri altri uomini, aveva proibito le preghiere nei templi, e aveva comandato a ognuno di pregare in solitudine, aveva proibito i templi stessi, dicendo che era venuto per distruggerli e che bisognava pregare non nei templi, ma in spirito e verità; e soprattutto aveva proibito non solo di giudicare gli uomini e di tenerli reclusi, torturarli, disonorarli, giustiziarli, come si faceva lì, ma aveva proibito qualsiasi violenza sugli uomini, dicendo che era venuto per dare ai prigionieri la libertà.
A nessuno dei presenti venne in mente che tutto ciò che si compiva lì era la più grande profanazione e derisione di quello stesso Cristo in nome del quale si faceva tutto ciò. A nessuno venne in mente che la croce dorata con i piccoli medaglioni di smalto alle estremità che il sacerdote aveva portato fuori e dato da baciare alla gente non era nient'altro che la raffigurazione della forca su cui era stato giustiziato Cristo proprio per aver proibito ciò che adesso si faceva lì nel suo nome. A nessuno venne in mente che i sacerdoti che s'immaginano di mangiare il corpo e bere il sangue di Cristo nella forma del pane e del vino, mangiano davvero il suo corpo e bevono il suo sangue, ma non nei pezzetti di pane e nel vino, bensì perché scandalizzano quei «piccoli» con cui Cristo si era identificato, non solo, ma li privano del bene più grande e li sottopongono ai più crudeli tormenti, celando agli uomini la buona novella che egli era venuto a portare.
Il sacerdote faceva tutto ciò con la coscienza tranquilla, perché sin dall'infanzia era stato educato a pensare che quella era l'unica vera fede, in cui avevano creduto tutti i santi vissuti prima e credevano ora le autorità religiose e civili. Egli non credeva che il pane si trasformasse in corpo, che fosse utile per l'anima pronunciare tante parole o che quello che aveva mangiato fosse davvero un pezzetto di Dio, - a questo è impossibile credere, - ma credeva che bisognava credere in quella fede. E soprattutto lo confermava in questa fede il fatto che per celebrarne i riti guadagnava ormai da diciott'anni dei redditi con cui manteneva la famiglia, il figlio al ginnasio, la figlia in un istituto religioso. E così credeva anche il chierico, e ancor più fermamente del sacerdote, perché aveva del tutto dimenticato l'essenza del dogmi di quella fede, e sapeva soltanto che per la comunione, per la commemorazione dei defunti, per le ore, per il Te Deum semplice e per quello con le lodi, per tutto c'era una determinata tariffa, che i buoni cristiani pagavano volentieri, e perciò gridava i suoi «ab' pietà, ab' pietà», e cantava, e leggeva ciò che doveva con la stessa tranquilla certezza di far cosa necessaria con cui la gente vende legna, farina, patate. Quanto al direttore della prigione e ai carcerieri, benché non avessero mai saputo né approfondito in cosa consistessero i dogmi di quella fede e cosa significasse quanto si compiva in chiesa, - credevano che bisognava assolutamente credere in quella fede, perché i superiori e lo zar stesso ci credevano. Inoltre, sebbene confusamente (non avrebbero mai saputo spiegare in che modo accadeva), sentivano che quella fede giustificava il loro crudele lavoro. Se non ci fosse stata quella fede, per loro sarebbe stato più difficile, se non addirittura impossibile, impiegare tutte le proprie forze per torturare il prossimo, come ora facevano con la coscienza perfettamente tranquilla.”
__“Gli uomini che il destino e i loro peccati o errori hanno posto in una determinata condizione, per quanto sbagliata sia, si creano una visione della vita in genere alla luce della quale questa condizione possa apparir loro buona e rispettabile. Per sostenere poi tale visione gli uomini si appoggiano istintivamente a una cerchia di persone in cui venga riconosciuto il concetto che si sono creati della vita e del loro posto in essa. La cosa ci sorprende quando i ladri si vantano della loro destrezza, le prostitute della loro depravazione, gli assassini della loro crudeltà. Ma ci sorprende solo perché la cerchia, l'ambiente di queste persone è circoscritto, e soprattutto perché noi ne siamo al di fuori. Ma non capita forse lo stesso fenomeno fra i ricchi che si vantano delle loro ricchezze, cioè di ladrocinio, fra i capi militari che si vantano delle loro vittorie, cioè di omicidio, fra i sovrani che si vantano della loro potenza, cioè di sopraffazione? Noi non vediamo in queste persone un concetto distorto della vita, del bene e del male, volto a giustificare la loro condizione, solo perché la cerchia di persone con tali concetti distorti è più vasta, e noi stessi vi apparteniamo.”
___“Ora si pose le stesse domande e si stupì di quanto tutto fosse semplice. Era semplice perché adesso non pensava a cosa sarebbe stato di lui, e neppure gli interessava, ma pensava solo a ciò che doveva fare. E, stranamente, non riusciva proprio a decidere che cosa fosse necessario per sé, mentre che cosa doveva fare per gli altri lo sapeva con certezza.”
__“Assistendo a quelle funzioni bisognava o fingere (cosa che non aveva mai potuto fare col suo carattere sincero) di credere in ciò che non credeva, oppure, giudicando menzogna tutte quelle forme esteriori, organizzarsi la vita in modo da non essere costretto a partecipare a ciò che riteneva menzogna. Ma per fare questo passo apparentemente poco importante erano necessari molti presupposti: oltre a essere in perpetuo conflitto con tutti i suoi cari, doveva anche mutare la sua posizione, lasciare il servizio e sacrificare tutto il bene che per mezzo suo pensava di fare al prossimo già allora e sperava di fare ancor più in futuro. E per far questo bisognava essere fermamente convinti della propria ragione, come non può non esser convinto della ragione del buon senso qualsiasi uomo istruito del nostro tempo, che conosca un po' di storia, conosca l'origine della religione in generale e in particolare l'origine e la decadenza della religione cristiana predicata dalla chiesa. Non poteva ignorare di avere ragione, quando non riconosceva veridica la dottrina della chiesa.
Ma sotto la pressione delle condizioni di vita lui, un uomo sincero, si permise una piccola menzogna: disse a se stesso che per affermare l'insensatezza di ciò che è insensato bisogna prima studiarlo. Era una piccola menzogna, ma lo condusse a quella grande menzogna in cui era invischiato adesso.”
__“C'è una ripugnante bestialità nell'uomo, - pensava, - ma quando è allo stato puro la vedi dall'alto della tua vita spirituale e la disprezzi, e sia che tu cada o resista, rimani quello di prima; ma quando questa stessa animalità si dissimula sotto una copertura pseudo-estetica, poetica, e pretende considerazione, allora, divinizzando l'animalità, ti perdi in essa, e non distingui più il bene dal male. Allora è terribile”.
__“Se si può ammettere che qualcosa sia più importante dell'amore del prossimo, anche per un'ora solo o per un caso eccezionale, non c'è delitto che non si possa commettere contro gli uomini senza ritenersi colpevoli.”
__“Non si preoccupava del problema di come si fosse originato il mondo, proprio perché aveva sempre presente il problema di come vivervi meglio. Anche alla vita futura non pensava mai, poiché portava nel profondo dell'anima la salda, serena convinzione, ereditata dagli avi e comune a tutti gli agricoltori, che come nel mondo degli animali e delle piante nulla finisce, ma perpetuamente si trasmuta da una forma all'altra - il letame in grano, il grano in gallina, il girino in rana, il bruco in farfalla, la ghianda in quercia, - così anche l'uomo non si annulla, ma si trasforma soltanto. Credeva in questo e perciò guardava sempre la morte negli occhi coraggiosamente, perfino allegramente, e sopportava con fermezza le sofferenze che vi conducono, ma non gli piaceva e non sapeva parlare di queste cose.”
__“Più di una volta in quei tre mesi si era chiesto: «Sono pazzo io, che vedo ciò che gli altri non vedono, o sono pazzi coloro che fanno quello che vedo?» Ma gli uomini (ed erano un esercito) facevano ciò che tanto lo meravigliava e inorridiva con così tranquilla sicurezza di compiere un'opera non solo necessaria, ma importantissima e utilissima, che era difficile ammettere che fossero tutti pazzi; quanto a se stesso, non poteva riconoscersi pazzo, perché era cosciente della chiarezza del suo pensiero. E per questo si trovava perennemente in dubbio.”
__“Ci sono diverse religioni perché si crede agli altri, ma non si crede a se stessi. Anch'io credevo agli altri ed erravo, come nella tajga; mi ero così smarrito che disperavo di uscirne fuori. E vecchi credenti e nuovi credenti, e sabbatisti e flagellanti, e popovcy e bezpopovcy, e austriaci, e molokane, e skopcy. Ogni fede pretende di essere l'unica. E tutti si sono dispersi come cuccioli ciechi. Le fedi sono tante, ma uno solo è lo spirito. In te, e in me, e in lui. Dunque ciascuno creda al suo spirito, e tutti saranno uniti. Ognuno basti a se stesso, e tutti saranno uno solo.”
__“Mi prendono e poi mi portano davanti ai tribunali, ai preti, - agli scribi e ai farisei, mi hanno rinchiuso in manicomio. Ma non possono farmi nulla, perché io sono libero. «Come ti chiami?», dicono. Pensano che mi dia qualche titolo. Ma io non me ne do nessuno. Io ho rinunciato a tutto: non ho né nome né dimora né patria: nulla. Basto a me stesso. Come ti chiami? Uomo. «E quanti anni hai?» - Io, dico, non li conto, e non si possono contare, perché sono sempre stato e sempre sarò. «Chi sono, dicono, tuo padre, tua madre?» - No, dico, io non ho né padre né madre, tranne Dio e la terra. Dio è il padre, la terra la madre. - «E lo zar, dicono, lo riconosci?» - Perché non dovrei riconoscerlo? lui è zar per sé, e io sono zar per me. - «Be', dicono, con te non si può parlare». - E io dico: non te l'ho chiesto io di parlare con me. E così mi tormentano.”
__“Così gli si chiarì l'idea che l'unica e sicura via di salvezza da quel terribile male di cui soffrivano gli uomini era che essi si riconoscessero sempre colpevoli dinanzi a Dio e perciò incapaci tanto di punire, quanto di correggere il prossimo. Gli era chiaro adesso che tutto il male spaventoso di cui era stato testimone nelle prigioni e nelle carceri, e la tranquilla sicurezza dei responsabili di quel male derivavano solo dal fatto che gli uomini volevano fare una cosa impossibile: essendo malvagi, correggere il male. Uomini viziosi volevano correggere uomini viziosi e pensavano di ottenerlo in modo meccanico. Ma il risultato di tutto ciò era soltanto che uomini bisognosi e avidi, facendosi una professione di questo presunto castigo e correzione del prossimo, si erano corrotti essi stessi al massimo grado e corrompevano ininterrottamente anche coloro che tormentavano.”
__“Da secoli punite quelli che giudicate delinquenti. E allora, sono forse stati eliminati? Non sono stati eliminati, anzi il loro numero è accresciuto sia dai delinquenti che sono corrotti dalle pene, sia da quei criminali magistrati, procuratori, giudici istruttori, aguzzini, che giudicano e puniscono la gente.”
__“Questi comandamenti erano cinque.
Primo comandamento (Matteo V, 21-26): l'uomo non solo non deve uccidere, ma non deve andare in collera col fratello, non deve considerare nessuno spregevole, «raca», e se litigherà con qualcuno, dovrà riconciliarsi prima di presentare offerte a Dio, cioè di pregare.
Secondo comandamento (Matteo V, 27-32): l'uomo non solo non deve commettere adulterio, ma deve evitare di godere della bellezza femminile, e una volta unitosi con una donna, non deve tradirla mai.
Terzo comandamento (Matteo V, 33-37): l'uomo non deve impegnarsi mai col giuramento.
Quarto comandamento (Matteo V, 38-42): l'uomo non solo non deve rendere occhio per occhio, ma deve porgere l'altra guancia, quando lo percuotono sulla prima, deve perdonare le offese e sopportarle con rassegnazione e non rifiutare nulla di quel che il prossimo gli chiede.
Quinto comandamento (Matteo V, 43-48): l'uomo non solo non deve odiare i nemici, non deve combattere contro di loro, ma deve amarli, aiutarli, servirli.
Nechljudov fissò la luce della lampada accesa e restò incantato. Ricordando tutta la bruttura della nostra vita, si immaginò con chiarezza come avrebbe potuto essere quella vita, se gli uomini si fossero educati a queste regole, e un entusiasmo che non provava da tempo gli invase l'anima.”
__“La stessa cosa facciamo noi, - pensava Nechljudov, - vivendo nell'insensata convinzione di essere padroni della nostra vita, e che essa ci sia data per il nostro piacere. Mentre è evidentemente un'assurdità. Perché se siamo stati mandati qui è per volontà di qualcuno e per qualcosa. Noi invece abbiamo deciso che viviamo solo per la nostra gioia, ed è chiaro che stiamo male, come starà male il lavoratore che non compie la volontà del padrone. E la volontà del padrone è espressa in questi comandamenti.”
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Oct 17, 2011 |
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Dizionario filosofico
Tutto è più semplice di quanto non si pensi, e nello stesso tempo più complicato di quanto non sia possibile comprendere (Goethe)
Non so da dove vengo / Non so chi sono / Non so quando morirò / Non so dove vado : / Mi sorprendo di essere cosi allegro (Martinus Von Biberach)
“Va sottolineata l’impor ... (continue)
Tutto è più semplice di quanto non si pensi, e nello stesso tempo più complicato di quanto non sia possibile comprendere (Goethe)
Non so da dove vengo / Non so chi sono / Non so quando morirò / Non so dove vado : / Mi sorprendo di essere cosi allegro (Martinus Von Biberach)
“Va sottolineata l’importanza del viaggio nella configurazione intellettuale dei primi filosofi (cioè, i più antichi fra coloro che qualsiasi elenco annovera come tali): ci risulta che Pitagora stesso viaggiò molto e che furono grandi viaggiatori anche Talete, Anassimandro, Anassimene, Senofane di Colofone e Democrito. Aristotele giunse ad Atene da Stagira, in Macedonia, e sempre che Pirrone, che poi divenne uno dei maestri più rispettati della scuola degli scettici, fece un viaggio in India in compagnia di un discepolo di Democrito e lì conobbe i gimnosofisti, i sapienti nudi dell’induismo (dei quali avevano già dato notizia coloro che erano tornati dalle campagne orientali di Alessandro), la cui imperturbabilità provocatoria precedette e indubbiamente ispirò l’istrionismo di Diogene.”
“[…] l’attuale e prioritario compito del filosofo è schierarsi intellettualmente dalla parte dell’unica civiltà umana esistente di fronte a quegli elementi presenti in ogni cultura che si oppongono a essa”.
“E non voglio dimenticare quel motto di Emerson: <<Per il poeta e per il saggio tutte le cose sono amiche e benedette, ogni esperienza è utile, ogni giorno sacro, ogni uomo divino>>. “
“Amo troppo il mio paese per essere nazionalista” (Camus).
“Ricordiamoci che oggi la maggior parte dei cittadini, per quanto riguarda la possibilità di istruirsi, ha alla sua portata musica, spettacoli o letteratura, e anche quando si riposa, divertimenti che un tempo erano riservati agli aristocratici come Lorenzo de’ Medici. Tuttavia, la maggior parte opta per scartare il più possibile queste offerte squisite e propende per ciò che esige meno sforzo intellettuale, o che più si avvicina ai lepidi postulati della brutalità.”
“Le decisioni democratiche sono maggioritarie, ma non tutte le decisioni maggioritarie sono democratiche”
“L’autonomia dell’individuo, che è la base del progetto democratico, esige che nessuno sia identificato irreversibilmente con le sue azioni, b o cattive che siano: nello stesso modo in cui consideriamo possibile che un cittadino irreprensibile possa commettere dei crimini, dobbiamo anche rispettare, nel criminale effettivo, la sua possibilità di essere irreprensibile. Senza dubbio i delitti vanno combattuti, ma sopprimere il delitto non consente di abolire chi lo ha commesso come se ne fosse una semplice circostanza casuale e immodificabile.”
“Dunque l’aspetto più rivoluzionario della democrazia non consiste in ciò che si può fare grazie a essa, anche se è molto, bensì in ciò che essa fa con gli uomini quando viene instaurata.”
“Sesso, intelligenza, denaro: mezzi che si levano contro la propria strumentalizzazione e si assolutizzano in fini; mezzi inquietantemente appetibili, più desiderabili in se stessi di quanto si suppone possa essere raggiunto attraverso di loro; mezzi che non si rassegnano a servire la routine della vita quotidiana, ma che si offrono come modi speciali di vivere, totalizzanti in modo devastante, deliziosi e distruttivi fino alla perdizione eterna di chi li abbraccia senza pudore… o per lo meno questo è quanto pensa, vendicativo, l’iracondo puritano che li accusa.”
“In una certa occasione Andrè Gide disse: <<Gli estremi mi toccano>>. Questo sarebbe potuto essere anche il motto di Diderot, che fu un razionalista come Voltaire e un sentimentale come Rousseau, disciplinatamente laborioso e bizzarro fantasista, stoico ed edonista, moralista, a volte, fino al puritanesimo, ma creatore di un personaggio letterario il cui cinismo tiene in scacco ogni tensione morale; un artigiano del sapere assolutamente rispettabile, ma anche sfacciato autore di plagi, il plebeo che attraversò tuta l’Europa per diventare l’unico consigliere di una grande imperatrice, uno scettico puro che affrontò il carcere in nome della verità e fu sul punto di subire il martirio a causa sua…Se qualcuno meritò di essere chiamato enciclopedista, allora non c’è dubbio che questi fu lui: non solo perché sappiamo che l’Enciclopedia, opera di tanti, fu portata a buon fine esclusivamente grazie alla sua ostinazione, ma anche perché il suo genio ha qualche cosa di indubbiamente enciclopedico, è un amalgama in cui tutto ciò che muove intelletto, passioni e sensi trova il suo scomodo accomodamento. Diderot, Proteo enciclopedico.”
“Tuttavia, tutti i filosofi (o chiunque di noi, quando facciamo i filosofi) decidono, a un certo punto, di aver toccato terra: decidiamo, cioè, di essere arrivati in fondo e che ormai ci sono rocce fin sotto. Quando insistono troppo, le domande si fanno asfissianti, viene a mancare l’aria delle certezze temporaneamente indiscusse che consente agli uomini di sopravvivere: chi fa domande si immerge sempre più in profondità, trattenendo il respiro, fino a che il suo istinto di sopravvivenza gli dice che è ora di tornare in superficie per respirare, altrimenti gli scoppieranno i polmoni del pensiero; allora ritorna a galla e dichiara di aver toccato il fondo, ma non è vero. La verità è che non ce la faceva più. Ad alcuni fa difetto questo spirito di conservazione e subiscono l’intossicazione della profondità, che consiste nel continuare a scendere sempre di più, fino a perdersi definitivamente. O fino a perdere il contatto con gli altri. Forse fu il caso di Nietzsche.”
“I dogmi non sono indiscutibili, ma occlusivi: impediscono il libero gioco dei nostri sensi e la libertà della nostra ragione. Il dogma non si dà quando si afferma: <<Questa è la roccia limite su cui posso spingermi, non mi porrò altre domande (in ciò consiste, prima o poi, l’equilibrio mentale), ma quando si pretende di imporre pubblicamente qualche cosa come roccia limite e non si permette di porre altre domande. In tale situazione diventa necessaria la sfida della domanda perché la certezza indiscutibile decretata dall’autorità, a cui non siamo giunti grazie al nostro sforzo, è più asfissiante della serie asfissiante dei dubbi.”
“L’imitazione consente la formazione del gruppo, rendendo prevedibili i comportamenti, omogeneizzando collettivamente i giudizi che li legittimano e, soprattutto, incanalando i desideri.”
“La mimesi interpersonale non funziona più in maniera semplice: lo specchio offertomi dal prossimo non mi restituisce l’immagine che ho interiorizzato come l’unica corrispondente all’essere che condivido con gli altri, bensì qualche cosa di inquietantemente diverso, una possibilità differente e ancora inesplorata. Ed ecco sorgere l’angosciosa domanda: <<Se essi possono vivere con noi senza essere come noi, perché noi dobbiamo essere come siamo?>>"
“Non c’è nulla di tanto contagioso come le idee: essere immuni alla loro seduzione non è sintomo di purezza ma di cretinismo, degenerazione e sterilità.”
“La spiegazione ultima di ciò che vogliamo proviene da ciò che siamo senza volerlo.”
“Per l’esattezza, non esistono etiche rinunciatarie, poiché quando si sacrificano dei valori lo si fa solo per aumentare quelli dell’area opposta o persino della stessa, per ampliare e ancorare meglio i risultati ottenuti.”
“In questo modo di solito si confonde l’egoismo, l’interesse per la propria pienezza esistenziale, che è indice di equilibrio mentale, con l’egotismo, l’allucinante convinzione che nulla è reale salvo il nostro io, orribile sintomo delle peggiori pazzie individuali e collettive.”
“Notiamo anche che la potenza di mimesi ipnotica è attribuita solo alle finzioni distruttive e atroci, mentre nessuno sembra credere seriamente che la proiezione ripetuta frequentemente di Gandhi, Il miracolo di Lourdes o Molokai sia in grado di inibire i comportamenti aggressivi degli individui, né tanto meno, di stimolare gesti di eroica abnegazione.”
“Lo afferma uno dei miei pensatori preferiti, Robert Louis Stevenson: <<Parlando con proprietà, non è la vita che amiamo, ma il vivere>>. Forse era questo quel che voleva dire quella anziana russa deliziosamente assurda di cui parla Herzen nelle sue memorie, quando dice: <<Si, è brutto tempo, ma è meglio che il tempo sia brutto piuttosto che non ci sia affatto>>."
“Gli stessi cui pensava Borges quando disse, parlando dei suoi antenati: <<Ebbero in sorte, come tutti gli uomini, di vivere in tempi difficili>>. La verità è che quando si decide di elogiare il mondo, è ben poco quel che possiamo dire d’intelligente o di sincero. I tentativi di alleggerire un simile lutto di solito sono pateticamente fragili e, soprattutto, frivoli.”
“[…] la gioia ha trovato così pochi sostenitori fra i filosofi, a parte questo si, i migliori: Democrito, Epicuro, Spinoza, Nietzsche. Gli altri l’hanno considerata un elemento di disturbo puerile, una dimostrazione di mancanza di profondità, uno stordimento episodico da cui la filosofia ci allontana (Colui che aggiunge conoscenza, aggiunge dolore, dichiara l’Ecclesiaste), un peccato volontario o involontario contro la gravitas filosofica.”
“Questa inesplicabile capacità di ottenere dalla vita una specie di supplemento soggettivo che la rende notoriamente desiderabile si è sempre guadagnata le invettive di coloro che, per motivi teorici o fisiologici, non possono godere di tale beneficio, ricostituente quanto gratuito. L’accusa contro la gioia è quella di essere empia e impietosa. In primo luogo è empia perché non venera nessuno dei rimedi religiosi e laici che ci sono offerti per compensare ciò che manca alla realtà, in base a ciò che abbiamo visto precedentemente.”
“Ma la gioia è tacciata di essere impietosa perché dimostra mancanza di pietà e di compassione per le sofferenze dei nostri simili (Shopenhauer avrebbe detto nei confronti di tutti gli esseri viventi). Gli avvocati di questa causa ritengono che la felicità, per essere lecita, debba essere giustificata dalla celebrazione di fatti positivi e concreti: in mancanza di questi, o nel caso che si accumulino troppe disgrazie, essa si trasforma in burla sinistra del dolore altrui. Tuttavia risulta che i tratti caratteristici della gioia è che essa si manifesta malgrado tutti i mali, personali o altrui. Non perché li ignori, ma perché li vince; o meglio, perché la sua stessa radice non ha nulla a che vedere con essi: perché li disconosce, sebbene li conosca sin troppo bene.”
“Altri maestri dell’etica, tuttavia, videro la questione in termini più convincenti e meno strumentali. Non collocarono la gioia alla fine del percorso morale, come ricompensa per averlo seguito, ma al principio, in quanto sua necessaria origine. La felicità non corona né soccorre la virtù, piuttosto la crea come uno dei suoi modi di perpetuarsi. Le indicazioni morali di Democrito, per esempio, sono sempre incentrate sulla forma più appropriata di conservare l’eutimia, l’animo gentile, equilibrato e sorridente. Coloro che non ci riescono dimostrano di avere poco talento: <<Gli stolti vivono senza godere la vita>>. Per Spinoza sentir crescere razionalmente la nostra gioia è il miglio sintomo morale e, insieme, il contenuto più preciso che possiamo dare alla parola virtù, tante volte riferita superstiziosamente alle lacrime e alle autoflagellazioni. Nietzsche, dal canto suo, lega necessariamente la gioia alla bontà autentica e, benché non la consideri indice attendibile della somma sapienza, dice che la sapienza stessa non può aspirar a miglior conquista: <<La persona che possiede molta gioia è necessariamente buona: forse non è la più furba, ma riesce a ottenere proprio ciò che i più furbi cercano di ottenere con tutta la loro furbizia>>. C’è nella gioia una gratuità che la distingue dai successi della riflessione e anche dell’intelligenza vitale, ma né l’una né l’altra possono ottenere niente di meglio: la gioia non si trova alla fine delle nostre ricerche, spesso le precede o si disinteressa a esse; tuttavia nessuna delle nostre ricerche intellettuali può disinteressarsi alla gioia né aspirare a un esito più elevato. Secondo Nietzsche si può immaginare la gioia senza la gioia profonda, ma la scienza più profonda deve essere gioia, deve essere Gaia Scienza. E naturalmente la bontà e la virtù non possono essere altro che tecniche di comportamento per confermare, prolungare o recuperare quella pienezza euforica che i momenti di gioia ci hanno rivelato. Per il puritanesimo morale la gioia è un mezzo per intensificare la tensione della virtù; per la gaia scienza la vera virtù è il mezzo per conservare e aumentare la gioia. Si può dare una definizione della gioia? Spinoza ci provò con il suo particolare stile geometrico, caratterizzandola come <<una passione che l’anima attraversa per giungere a una maggior perfezione>>, dato che aumenta o favorisce la nostra capacità di operare, ossia ci aiuta a essere migliori, secondo quanto ci corrisponde.”
“Stiamo sempre peggio, al punto che Sege Moscovici, nell’Invenzione della società, sostiene che le culture antiche tentarono si istituzionalizzare la mania, vale a dire di ritualizzare e di incanalare le esplosioni deliranti di gioia collettiva, trasgressiva e crudele (per mezzo di feste, orge, circo e gladiatori, carnevali e cosi via), mentre l’epoca moderna tenta di istituzionalizzare la malinconia, ossia il calcolo di interessi, la produttività, la sicurezza organizzata, la logica egocentrica.”
“Nella cultura indù, per esempio, l’immagine conta più della parola: il devoto si reca al tempio per vedere l’immagine del dio e da questa diretta contemplazione ricava il contenuto religioso più elevato. La nostra cultura e quelle che si sono spiritualmente più vicine si fondano, invece, sul Verbo e ancor più concretamente sul verbo scritto, sul Libro. Libri sono la Bibbia e il Corano, il codice giustinianeo e l’Enciclopedia di Diderot, gli intimi saggi di Montaigne e la grande denuncia collettivistica del Capitale. Falseremo la realtà se dicessimo solo che i libri sono il prodotto più rilevante della nostra civiltà, poiché è più giusto dire che noi, quelli che si considerano civilizzati, siamo innanzitutto il prodotto di molti libri.”
“Anche nel peggiore dei casi, leggere è già un modo di pensare, mentre le immagini da sole si limitano a stimolare tumultuosamente modi di sentire e di soffrire.”
“In una bella conferenza, pacata ma saggiamente anacronistica, in onore della lettura tenuta da John Ruskin nel secolo scorso, questi propose di sostituire il servizio militare obbligatorio con una specie di servizio di lettura, cosa che ancora oggi mi sembra chiaramente opportuna quando disperatamente lontana da poter essere realizzata. Dice Ruskin: <<Pensate quanto sarebbe sorprendente, visto lo stato attuale della saggezza pubblica, addestrare i nostri contadini all’uso del libro invece che a quello della baionetta! Reclutare, istruire, mantenere con uno stipendio agli ordini di un comando intelligente eserciti di pensatori anziché di assassini! Sarebbe l’unico servizio obbligatorio, ma nient’affatto militare, contro il quale, noi che scriviamo e leggiamo, non avremmo il diritto a invocare alcuna obiezione di coscienza.”
“Per tanto riconosco la mia infanzia e la mia adolescenza in ciò che dice in modo eccellente Manlio Sgalambro sull’antica passione della lettura: <<Non si trattava, a quel tempo, di leggere come se ciò fosse un mezzo per formarsi, detestabile uso del libro. No, era solo un modo di esistere. Ciò che fu un modo di leggere, oggi è solo un comportamento: si leggono libri, ecco tutto>>.”
“Essere con i libri, per i libri, attraverso i libri. Perdonare all’esistenza il suo male di fondo, visto che in essa ci sono anche i libri. Non concepire la ribellione politica né la perversione erotica senza relativa bibliografia. Trema fra le righe, scatenare i fantasmi pagina dopo pagina. Intraprendere lungi viaggi per trovare luoghi che abbiamo già conosciuto a bordo del vascello dei romanzi: tralasciare gli angoli senza letteratura, diffidare dalle piazze e dei modi di vivere che non hanno ancora meritato alcuna poesia. Uscire dall’angoscia leggendo; tornarvi attraverso la stessa porta. Non accettare emozioni analfabete. E’ in cose come queste che consiste la perdizione della lettura. Chi l’ha provata, lo sa.”
“I libri funzionano a scapito della nostra energia; siamo il loro unico motore, a differenza di quanto succede con i televisori, i video e i giradischi. Nella stanza vuota il televisore può restare acceso o la musica continuare a suonare, ma il libro è inerte senza il lettore. Di qui la peculiare eccitazione e la fatica anticipata che proviamo quando entriamo in una biblioteca ( e non in un magazzino di video): ci viene proposto un compito, non ci vengono offerti vari spettacoli. Per questo quando promuoviamo la lettura tacciamo pudicamente il rischio dei suoi eccessi, di cui siamo cultori. Siamo? Forse non più. Ciò che sembra essere andato perduto non è la diligente abitudine della lettura, bensì l’irrequieta perdizione di un tempo. Di fronte agli allievi si ripetono le virtù formative e informative dei libri, per non spaventarli. Ma si tace la cosa più importante, la confidenza di Manlio Sgalambro:<<Ma pure cosi vale la pena di esistere, solo per leggere un libro, per vedere gli immensi orizzonti di una pagina. La terra, il cielo? No, solo un libro. Per esso, si può ben vivere>>.”
“Anni dopo, nella sua Memoria sulla libertà di stampa, Malesherbes volle spiegarsi: non era affatto un libera, ma qualcuno che credeva che gli uomini di lettere svolgano la funzione degli antichi oratori greci e romani: a volte devono essere censurati, ma solo in casi estremi, perché <<un uomo che avesse letto unicamente i libri pubblicati con espressa autorizzazione del governo si troverebbe in ritardo di un secolo rispetto ai suoi contemporanei>>.”
“Avere spirito significa essere coscienti del fatto che non possiamo considerare il nostro corpo assicurato (come fanno gli altri animali, che per questo motivo diventano estremamente abili, senza tuttavia raggiungere mai la spiritualità); avere spirito è dare il corpo per perso e amarlo così, nel suo funzionamento e nella sua debolezza. Lo spirito è la celebrazione del corpo perché intrepidamente continua a vivere nel suo certo avanzare verso la morte. Dunque lo spirito non è ciò che non muore mai, bensì ciò che sa sempre di dover morire. L’animalità è dare per scontato il corpo e la divinità consiste nel considerarlo inutile, situazioni, queste, in cui non c’è bisogno di supporre alcuna spiritualità.”
“E’ forse possibile concepire un dio nobile? Quando lo si vuole spiritualizzare e, per tanto, ingentilire, come nel cristianesimo, non c’è altro rimedio che costringerlo ad assumere la carne mortale, e attribuirli l’angoscia contraddittoria di perderla. Senza quest’espediente paradossale, qualsiasi venerazione divina non indica altro che l’abiezione dello spirito rispetto al non-spirituale, la rinunzia dello spirito davanti a ciò che lo nega. In ciò che della religione è moto spirituale, non è possibile immaginare niente di più perfettamente anti-religioso dell’adorazione dello spirito puro e dell’aspirazione a entrare a far parte del suo clan. Di qui la profondità del pensiero di Elias Canetti quando afferma che <<il più religioso è colui che non si lascia persuadere della morte>> (Il supplizio delle mosche)”.
“L’ingenua domanda: <<dove andremo dopo la vita?>> non può ottenere che l’unica risposta sensata di Seneca e di tanti altri: ex quo natus es duceris sarai condotto là da dove sei venuto. Hai conosciuto presenze orribili o benevole, prima di nascere, sei stato punito o premiato, hai sentito la mancanza di qualche cosa o di qualcuno durante la precedente eternità in cui ancora non eri? Dunque, questo è ciò che ti aspetta- vale a dire che non ti aspetta – quando cesserai di essere. Ciò che ci resta da fare è seguire il consiglio del giovane Borges: <<Morire è la legge delle razze e degli individui. Bisogna morire bene, senza troppo lamentarsi, senza pretendere che il mondo perda, per questo, la sua linfa e con qualche bello scherzo sulle labbra>>(Inquisiciones)”.
“Uno dei tratti principali della prospettiva materialista, applicabile attraverso una qualunque delle prime accezioni date della voce natura, consiste nello stabilire una certa continuità fra gli artifici umani e il resto delle produzioni naturali del cosmo. Le creazioni umane non sono diverse dal resto delle cose dell’universo, né per la loro origine (derivano dalle necessità e dai desideri di esseri immanenti come tutti gli altri), né per il meccanismo che seleziona fra essere quelle che devono morire e quelle destinate a durare: come in tutti gli altri casi, vanno avanti quelle che risultano essere più convenienti in una determinata congiunzione di circostanze. Se nell’ordine cosmico prevalgono i successi dell’adattamento fisico, anche nel sistema artificiale prevalgono i successi dell’adeguamento sociale, sia che si tratti di istituzioni politiche, di leggi giuridiche, di metodi scientifici o di riuscite artistiche. Le acacie, il tirannosauro o la fotosintesi si sono guadagnati il loro posto, sempre minacciato e perituro, nella realtà esattamente come il suffragio universale, la teoria della relatività, l’impero romano o le tragedie di Shakespeare.”
“Come fa notare Clèment Rosset nell’Anti-natura <<l’ideologia naturalista può essere così considerata come l’ideologia religiosa giunta alla maturità, che nell’idea della natura trova conferma e consolidamento dei suoi presupposti fondamentali. Come la divinità – soprattutto nell’invocazione incarnata del cristianesimo – la natura suscita rispetto, timore, venerazione e anche tenerezza: è onnipotente e fragile a un tempo, potente e minacciata, previdente e ingenua, madre e matrigna, ciò che abbiamo perduto e ciò che ancora non meritiamo di godere completamente e cosi via. Si dice che la natura è molto saggia, come si dice che non si può ingannare Dio o, più comunemente, che i poliziotti non sono scemi.”
“Nella maggior parte dei casi, da Aristotele fino a Voltaire e a Rousseau, la natura è una divinità benevola e razionale, le cui leggi permettono agli uomini di condurre una vita più sana, più giusta e più libera Tuttavia per altri, che pur non la considerano meno divina, è maligna e distruttrice. La placida dea della fecondità, incoronata di fiori e con il corno dell’abbondanza fra le mani, può essere anche la dea Kalì, coperta di sangue e dalle molteplici braccia armate di accette. Per esempio, il reazionario Joseph de Maitre dice brutalmente: <<Nel vasto dominio della natura vivente regna una violenza manifesta, una specie di rabbia predestinata che arma tutti gli essere in mutua funera; appena usciamo dal regno insensibile, troviamo il decreto della morte violenta scritto sulle frontiere stesse della vita>> (Le serate di Pietroburgo).”
“Mostrare le radici terrestri degli ideali apparentemente più celesti, ma suggerire anche la vacuità della distinzione fra celeste e terrestre; interpretare i valori come segni di forze sotterranee, ma anche rifiutare qualsiasi interpretazione che pretenda di essere l’unica; rivelare gli interessi nascosti nei proclami edificanti, ma anche mettere in discussione qualunque rivelazione che si presenti come definitiva; svelare le cause dissimulate dalle nostre certezze, ma rifuggire da qualunque causa presumibilmente prima. Tale è la doppia via che Nietzsche non cessa di seguire: da un lato, demistificare e dunque, a questo scopo, mostrare, dimostrare, smontare, spiegare, rivelare e, dall’altro, indissolubilmente, rendere manifesta un’assenza di fondamento, una fondamentale incomprensibilità del mondo, l’abisso sul quale si affaccia ogni valutazione.”
“In una delle sue lettere, Marx si dichiarò non marxista; in diversi punti della sua opera, ma soprattutto in Ecce Homo, Nietzsche ci previene in modo convincente dalla tentazione di diventare nietzscheani…egli, sempre defilato, non incoraggiò mai, con l’esempio, tale vocazione e non avrebbe permesso, in vita, l’esistenza di seguaci illustri. <<Ora che mi hai trovato, ti tocca la parte più difficile: dimenticarmi, allontanarti da me…>>. Per questo motivo i suoi lettori migliori hanno dato per scontato che proprio l’apprezzamento dei suoi insegnamenti vietava loro di essere nietzscheani. Per esempio Karl Jaspers, che disse che <<filosofare secondo Nietzsche significa dichiararsi sempre contro di lui>>; o Andrè Gide, per il quale era evidente che <<per comprendere a fondo Nietzsche, bisogna allontanarsi da lui>>.”
“In modo tale che la beatitudine nietzscheana, la gioia tragica, non è uno stato d’animo favorevole che si ottiene come risultato del sapere (come l’atarassia degli antichi o la felicità di Spinoza), né, tanto meno, una sorta di estasi gioiosa che dispensa dallo sforzo e dal rischio del sapere, bensì il punto di partenza sperimentale da cui ha inizio l’avventura della conoscenza: ciò che sappiamo, lo raggiungiamo partendo da lì, approfondendo proprio in quel punto, restando – nel piacere – fedeli a quel medesimo punto. E sempre da qui si negano, si combattono, si rifiutano le calunniose insidie di coloro che sostengono l’esistenza di un mondo ultraterreno e la gravità asinina dei professori che confondono il libero pensiero con il commento al testo.”
“Non c’è campo più propizio dell’etica per verificare il funzionamento metodologico della beatitudine secondo Nietzsche (quella affermazione gaudente e incondizionata della vita e del mondo, il si senza ma al suo fascino e al suo orrore). Chi non considera la vita incondizionatamente buona, non dovrebbe azzardarsi a dire niente sulla vita buona: il che lascia notevolmente sguarnite le file dei moralisti contemporanei… L’opinione di Nietzsche in proposito, che dovrebbe continuare a essere cantus firmus in qualsiasi riflessione attuale, che non sia penitenziale o rinunciataria, sull’arte di vivere, è esplicata in molte pagine della sua opera (soprattutto nella sua insuperabile Genealogia della morale), ma può essere enucleata in queste poche righe di uno dei suoi frammenti postumi: <<I virtuosi vogliono far credere a noi (e talvolta anche a se stessi) che essi avrebbero inventato la felicità. La verità è che la virtù è stata inventata da coloro che erano felici (autunno 1884). E qui risiede il nucleo a partire dal quale si può iniziare a riflettere a fondo sull’etica, senza incorrere in versioni laiche delle censure teologiche, molto diffuse tra i professori della nostra pietosa Spagna. Il movimento di pienezza esistenziale e umana non è il punto di arrivo della disciplina etica, bensì il punto di partenza dal quale possiamo inventare le virtù affermative di cui abbiamo bisogno.”
“In che cosa consiste la predica? Nel declamare l’esecrazione del mondo e la vergogna della vita. Montaigne mise in guardia contro di essa, dicendo che <<delle nostre malattie la più devastante è il disprezzo del nostro essere>>. Chiamo predicatore colui che ci intristisce, ci mette in ridicolo e ci infastidisce per il fatto di appartenere, rei confessi, al regno di questo mondo. I predicatori possono appartenere a tre categorie differenti (anche se sospetto che le ultime due siano, in fin dei conti, varianti moderne della prima, quella tradizionale). In primo luogo, i predicatori propriamente ecclesiastici, che ci esortano a rinunciare al fasto, alla pompa e alla concupiscenza terrenti per ottenere il godimento della gloria nell’aldilà, ultraterreno ed eterno. I loro motti sono la fede in ciò che non vediamo e in cui speriamo (accompagnata da scettico sdegno nei confronti di ciò che è sensibile e sperimentabile) e l’obbedienza ai profeti che rappresentano Dio in terra (completata molte volte dalla più irriducibile ribellione nei confronti delle autorità secolari). In secondo luogo, i predicatori metafisici – alcuni illustri come Schopenhauer, Leopardi e Cioran – che proclamano l’intrinseca cattiveria della necessaria materia di cui siamo fatti, senza però promettere salvezza alcuna al di fuori dell’annichilimento rinunciatario e del sarcasmo. I loro lemmi sono la disillusione di fronte a qualunque giustificazione di ciò che considerato utile o piacevole, e la rassegnazione disperata alle coercizioni stabilite come palliativi degli effetti della nostra pessima indole. Infine, i predicatori sociopolitici che condannano il sistema generale dell’ordine stabilito in cui viviamo come un ostacolo al godimento della vita autentica come potrebbe essere, una vita che non è più di questo mondo o che non lo è ancora. I loro lemmi sono la denuncia radicale delle istituzioni vigenti e l’utopia della perfetta fratellanza sociale, sempre ostacolata dalla cospirazione dei malvagi. A volte i predicatori sostengono che la vita autentica e i suoi valori armoniosi non siano più possibili a partire da un determinato avvenimento storico: Auschwitz, l’arcipelago Gulag, la guerra del Golfo o l’invenzione della televisione. Tre categorie di predicatori, abbiamo detto: i primi conoscono qualche cosa di meglio di questo mondo, i secondi non conoscono niente di peggiore e i terzi sanno solo che è il volto peggiore del mondo a separarci da un mondo senza macchia. Forse la novità di questa fine di secolo è che i membri della terza categoria sono stati contagiati dal fatalismo appartenenti alla seconda e si dilettano a tal punto descrivendo l’ineluttabilità della nostra perdizione che a malapena hanno un po’ di fiato o di convinzione per parlare di un mondo migliore, da cui ci mantiene separati l’ingiustizia sistematica, cioè l’ingiustizia implicita nel sistema e causata dal sistema.”
“Spettò proprio a Freud dire che le tre grandi umiliazioni inflitte all’uomo dalla scienza sono quella copernicana, che ci rimosse dal centro del sistema solare (poi siamo stati cacciati anche dal centro della nostra galassia e relegati alla periferia dell’universo), quella darwiniana, che declassò il nostro lignaggio e ci ridusse discendenti ipernervosi di antropoidi più bestiali, ma anche indubbiamente più sereni, e quella psicoanalitica, che degradò la nostra coscienza di razza a sintomo non sempre attendibile di appetiti e di conflitti inconsci. In tutti e tre i casi, a soffrire è il nostro orgoglio di figli di Dio.”
“Come è stato ben riassunto da Freud, <<l’ignoranza è l’ignoranza, non ne deriva alcun diritto a credere a qualcosa. In altre cose nessuno uomo ragionevole di comporterebbe con tanta leggerezza e si accontenterebbe di giustificazioni cosi povere delle proprie opinioni e delle proprie prese di posizione; soltanto nelle cose più alte e più sacre se lo permette>>.
“Il fatto è che, a quanto pare, i risultati della religione come elemento di coesione sociale e argomento a favore dell’adesione ai valori fondamentali non hanno ancora trovato un sostituto completamente affidabile. Inoltre l’impulso religioso non mantiene solo il controllo della società, ma promuove anche il desiderio di ribellione e la ricerca di un mondo migliore: l’utopia ha sempre una componente religiosa (o la religione una componente utopistica, come ha voluto dimostrare Ernst Bloch) e il millenarismo è rivoluzionario anche quando ha perduto la fede nei dogmi tradizionali.”
“Litchenberg era convinto del fatto che se l’umanità dovesse durare abbastanza, la vera religione universale sarebbe uno spinozismo radicale. Egli infatti diceva:<<In fin dei conti non c’è altro modo di adorare Dio se non rispettando azioni e doveri secondo le leggi dettate dalla ragione. Dal mio punto di vista, c’è un Dio non significa che questo: ‘Nel pieno esercizio del mio libero arbitrio sento la necessità di fare il bene’ Per che cos’altro abbiamo bisogno di Dio?>>”.
“Spinoza sostiene che di tutte le realtà dell’universo l’unica che conosciamo da dentro e da fuori, cioè come spirito e non solo come estensione, è la nostra, quella umana. Anche per lui sarà l’uomo, in certo modo, la misura di tutte le cose, e di qui proverrà la conoscenza spesso ostacolata, naturalmente, dai nostri errori antropocentrici. Quel che sta dentro di noi, la nostra energia spirituale, è il desiderio, l’appetito permanente e immutabile di essere ciò che siamo (anche Schopenhauer confermerà questo punto, ma lo denominerà volontà, un termine che Spinoza rifiuta in tale contesto perché ingiustificatamente intenzionale e deliberato). Dunque abbiamo necessariamente coscienza anche del nostro necessario desiderio di essere – il conatus -, sebbene ciò non basti a configurarlo necessariamente come conoscenza. Lì interviene la libertà o, per meglio dire, la liberazione che consiste nel trasformare la coscienza del nostro desiderio nella conoscenza di ciò che desideriamo autenticamente. Il desiderio di essere non è libero – nel senso che non è arbitrario né capriccioso e non dipende dall’arbitrio incondizionato del nostro io – ma piò giungere a essere libero, sovrapponendosi con la forza della ragione alle fantasie che lo vorrebbero vedere soggiogato a influenze esterne modificabili, e dunque trasformandosi in saggezza. Alla fine della sua etica, Spinoza denomina questa saggezza <<amore intellettuale di Dio>>, ma, come dice acutamente Rober Misrahi, noi potremmo anche chiamarla semplicemente filosofia. Il conatus, il desiderio violento di essere e di continuare a essere, è ciò che noi esseri umani abbiamo in comune, sia i cosiddetti buoni sia quelli che sono definiti cattivi. Quando crediamo che il nostro desiderio sia sazio e il nostro essere rafforzato ci rallegriamo: quando riteniamo che il nostro desiderio sia frustato e che per questo il nostro essere sia minacciato, sperimentiamo la tristezza. La gioia e la tristezza sono gli effetti dell’amore che ognuno nutre per se stesso, dimostrato dall’instancabile desiderio di essere che tutti hanno. E’ questo il punto fondamentale dell’etica di Spinoza: il male e il bene morali, i vizi e le virtù, provengono da uno stesso impulso che nessuno, finché vive, cessa di avvertire con la massima urgenza.”
“Quando Spinoza dice che non è <<piccola la differenza fra la contentezza dell’ubriaco e quella di cui gode il filosofo>>, si riferisce alla durevolezza della seconda rispetto alla fugacità casuale e propensa al mal di testa della prima.”
“Tutti i perché riferiti alle opzioni del nostro comportamento conducono alla stessa risposta: allo scopo di essere nel modo più pieno e forte possibile, esaudendo quel desiderio che non possediamo, ma che ci possiede continuamente. Ma alla domanda perché vogliamo essere? Non c’è risposta razionale, perché non si tratta di una vera domanda, ma dell’illusione fantasiosa che pretende di sostenere la realtà in quanto tale con un’altra realtà ancor più reale, e cosi all’infinito. L’unica cosa certa è che <<nessuno si sforza di conservare il proprio essere a causa di un’altra cosa>>. Per questo la prima funzione della nostra intelligenza è quella di distinguere ciò che in noi è passivo e condizionato dall’esterno da ciò che è invece attivo e libero. Poiché non siamo altro che una parte del grande tutto della Natura, una parte che non può essere concepita da sola, ma che si comprende solo in relazione con il resto della realtà, dobbiamo accettarci come passivi. Non imponiamo le nostre decisioni alla natura, ma subiamo quelle che essa ci impone e dalle quali deriva la nostra conformazione. Tuttavia, nella misura in cui sviluppiamo la nostra particolare essenza fino al punto di condizionare la necessità del Tutto a cui apparteniamo, possiamo e dobbiamo considerarci attivi, e cioè liberi. L’attività o la libertà non sono un impulso che agisce per magia, senza cause determinanti, ma quello che interviene a partire da un’intrinseca casualità: quando ciò che facciamo può essere compreso in base alle decisioni della nostra natura, esso è azione e non passione, autonomia e non sottomissione all’imposizione altrui.”
“A Hobbes, che aveva detto che l’uomo è lupo l’uomo, Spinoza risponde che l’uomo è Dio per l’uomo: vale a dire, ciò che meglio corrisponde alla sua natura e che permette di aumentarne il potere al massimo grado. In modo tale che le virtù principali dell’etica di Spinoza sono la fermezza, intesa come il desiderio di conservare il proprio essere attivamente, ossia sotto la guida della ragione, e la generosità, vale a dire il desiderio dell’individuo guidato dalla ragione di sforzarsi di assecondare il prossimo e di unirsi a lui con vincoli di amicizia. Il problema è che la maggior parte degli uomini è più passiva che attiva ed è governata dall’immaginazione, che crea irriducibili divergenze e feroci conflitti di interesse, piuttosto che guidata dalla ragione umana che riconcilia e collabora. L’uomo non vuole essere padrone di se stesso nella misura in cui glielo consente la complessità della natura, ma vuole essere padrone delle cose e degli altri uomini, ovvero nutre un’illusione impossibile destinata a sfociare nella triste impotenza dell’odio e dell’invidia. Per questo motivo, dal punto di vista collettivo, l’etica, che è sempre la via individuale verso la saggezza, non è sufficiente, ma si rende necessaria anche una politica che supplisca collettivamente con mezzi passionali, come il timore delle leggi e della coercizione armata, alle operazioni armonizzanti che la ragione compie in chi la mette in pratica attraverso la gioia e l’amore.”
“Spinoza distingue molto bene fra etica e politica, senza mai supporre che la semplice invocazione della prima possa sostituire le istituzioni della seconda. Naturalmente il saggio è sempre libero, personalmente, anche sotto le peggiori tirannie: ma proprio perché è saggio e desidera ciò che più gli conviene, si sforza più che può di imporre la saggezza etica alla moltitudine, poiché è un percorso difficile che possono seguire solo quelli in grado di compiere tale sforzo; ma almeno si può organizzare per gli altri una sorta di protesi istituzionale che aiuti colui che non è razionale a comportarsi esteriormente come se lo fosse, anche, naturalmente, a motivarlo non sarà mai quella libertà d’animo che tanto gli converrebbe. Nello stesso modo, anche per quanto riguarda l’obbedienza alla legge, c’è una grande differenza fra l’obbedienza del pusillanime e quella del saggio…una differenza simile a quella che passa fra l’allegria dell’ubriaco e quella del filosofo. Coloro che pretendono di risolvere i mali e la corruzione della politica a forza di etica non sembrano in grado di capire che l’autorità politica è necessaria proprio perché la maggior parte dei membri della società non sa essere etica nel modo giusto. Se l’etica fosse generalizzata e la società umana diventasse una comunità di saggi, la politica non migliorerebbe, piuttosto sparirebbe. In tal modo il saggio non aspetta, per essere buono che anche gli altri decidano di esserlo: le persone forti e libere sono sempre state in evidente minoranza, in ogni tempo e in ogni luogo. Tuttavia, la caratteristica dei saggi è ricercare la compagnia dei loro simili, con prudenza, ma anche senza assumere un atteggiamento di scontrosa chiusura: si noti che Spinoza è un saggio urbano, a differenza dei saggi orientali che si rifugiano in luoghi appartati e solitari. Gli ingenui credono che l’atteggiamento orientale dimostri un maggior apprezzamento della natura, ma Spinoza sa che gli uomini sono natura quanto gli animali e le foreste, che essi sono precisamente quella parte di natura che naturalmente ci è più vicina: anti-naturale e artificiale sarebbe che preferissimo altre forme naturali incompatibili con la nostra condizione o estranee a essa. Posto che l’amicizia umana è il bene che più corrisponde alla nostra natura e dato che ci troviamo sempre meglio nella città più ingiusta piuttosto che inselvatichiti fra gli animali, il saggio si occuperà di far in modo che lo Stato in cui vive sia il meno cattivo e il più efficace che si possa storicamente conseguire. Ovviamente, perfino nel migliore dei sistemi politici, il saggio conserverà un margine d’indipendenza e non abdicherà mai completamente ai suoi poteri a favore dell’autorità, come invece voleva Hobbes con la sua dottrina assolutistica: <<Nessuno infatti potrà mai trasferire ad un altro ogni suo potere e di conseguenza ogni suo diritto, fino al punto di rinunciare alla propria qualità di uomo; né mai esisterà un potere sovrano capace di eseguire ogni cosa così come ad esso piace>>”.
“La competizione sportiva nasce nella società greca a causa della scomparsa delle antiche gerarchie genealogiche che rese necessario inventare altre forme di distinzione sociale. In una società democratica gli individui giungono a essere uguali (politicamente e giuridicamente), ma non devono mai essere intercambiabili; saranno uguali, ma scomparirebbero come individui (e la democrazia con loro) se fossero la stessa cosa.”
“Per incominciare, afferma [Stevenson] di intendere l’educazione morale non come enumerazione di un codice formato da regole, ma piuttosto come la proposta di uno spirito regolatore: <<ciò che deve essere insegnato è un atteggiamento mentale>>. La moralità non ha nulla a che vedere con il rispetto delle leggi vigenti nella società, alle quali, talvolta, sarebbe giusto opporsi per cause superiori: <<E’ molto scomodo, ma nient’affatto vergognoso, essere condannati dalla legge>>. Perfino i dieci comandamenti devono essere costantemente ridefiniti da ognuno, se non li si vuole accettare in maniera superficiale e ingannevole. <<Non uccidere?>> Talvolta si può adempiere all’autentica intenzione e al proposito di questo divieto solo uccidendo. Le questioni morali non possono essere estrapolate dalla sfera personale senza perdere il proprio valore né sopportano la codificazione in aride sentenze che annullino ogni perplessità con precetti assoluti. <<Perché la morale è una questione personale; nella guerra di ciò che è giusto ogni uomo lotta con le proprie forze; i seicento precetti della Mishna non possono scuotere il mio giudizio personale; la mia magistratura di me stesso è una carica indeclinabile, e le mie decisioni risultano assolute in ogni momento e situazione. Il moralista non è giudice in corte d’appello, ma un avvocato che conciona al cospetto del mio tribunale>>. Il motivo è proprio la mutevolezza delle situazioni, che si adattano a tutti ma confermano abbondantemente l’assolutezza della massima:<<Nessun precetto definito può essere più di un’illustrazione, sebbene la sua verità risplenda come il sole e sia annunciata dall’alto dei cieli dalla stessa voce di Dio. E la vita è talmente intricata e mutevole che esso giunge a incontrare il docile concorso di circostanze cui applicarsi forse neppure venti volte, o neanche due, nel corso di tutti i tempi>>.”
“Nietzsche commenta, con ragione: <<Più che essere felici, gli esseri umani vogliono essere occupati. Tutti quelli che li tengono occupati sono, per tanto, dei benefattori. La fuga dalla noia! In Oriente la saggezza si adatta alla noia, impresa che agli europei risulta difficile a tal punto da sospettare che la saggezza sia impossibile>>. Non c’è bisogno di ricordare che fra questi benefattori che hanno alleviato il tedio dei popoli si contano i più celebri macellai dell’umanità, santi patroni grazie all’avanzamento di categoria di modesti serial killer privati intorno ai cui crimini un po’ scarni si è soliti armare un gran chiasso”.
“Il professore italiano [Carlo Cipolla] dice che gli evidenti e numerosi mali che ci affliggono sono causati dall’attività incessante del clan composto da coloro che spontaneamente cospirano più di ogni altro ai danni della felicità umana: cioè, gli stupidi. Non bisogna confondere gli stupidi con gli scemi, con le persone con scarsa luce intellettuale: possono essere anche stupide, ma il fatto di essere poco brillanta le salva quasi del tutto dal pericolo. Invece ciò che è veramente allarmante è che un premio Nobel o un ingegnere di spicco possano essere stupidi fino al midollo, a prescindere dalla loro competenza professionale. La stupidità è una categoria morale, non una qualifica intellettuale: si riferisce dunque alle condizioni dell’azione umana. Partiamo dal presupposto che ogni azione umana abbia lo scopo di ottenere qualche cosa di vantaggioso per chi la compie. Secondo Cipolla, si possono stabilire quattro categorie morali: prima ci sono i buoni (o, se si preferisce, i saggi, gli unici che possono aspirare a una qualifica così elevata), le cui azioni procurano vantaggi a loro stessi e anche agli altri; poi vengono gli incauti, che pretendono di ottenere vantaggi per sé, ma che in realtà non fanno che procurarne agli altri; più giù ci sono i cattivi, che ottengono benefici per sé ai danni degli altri; e per ultimi vengono gli stupidi che, a prescindere dal fatto se vogliano essere buoni o cattivi, in fin dei conti ottengono solo di pregiudicare se stessi e gli altri. L’opinione di Cipolla è che ci siano molti più stupidi che buoni, incauti e cattivi. E che, oltre tutto, siano più pericolosi: primo, perché non riescono a ottenere niente di buono nemmeno per se stessi, e poi per il motivo che già tanti anni fa aveva addotto l’acuto Anatole France: lo stupido è peggiore del cattivo, perché quest’ultimo, talvolta, si riposa, mentre il primo non riposa mai. Peggio ancora, perché la caratteristica dello stupido è la passione di intervenire, di riparare, di correggere, di aiutare chi non chiede aiuto, di curare chi gode di qualche cosa che lo stupido considera una malattia e via dicendo; quanto meno riesce a far quadrare la propria vita, tanto più si ostina nel tentativo di emendare quella degli altri. Lenin disse che il comunismo erano i soviet più l’elettricità; qui potremmo dire che la stupidità è la condizione di imbecille sommata alla passione dell’attività.”
“[…] chiederci sinceramente se possiamo ancora rispondere a chi ci interroghi su che cosa abbiamo fatto rispetto ai terribili mali del mondo con saggia modestia di Albert Camus:<< Per incominciare, non li ho aggravati>>. Brutto sintomo, se questo dovesse sembrarci poco.”
“la coscienza è l’interiorizzazione della realtà come ciò che ci resiste indipendentemente dai nostri desideri e, contemporaneamente, come l’unica cosa capace di soddisfarli, una volta che li ha suscitati.”
“[…] ciò che ha detto Nietzsche: <<L’amore per la vita è praticamente l’opposto dell’amore per la longevità. L’amore pensa sempre all’istante e all’eternità, ma non pensa mai alla durata>>.”
“Carlos Pujol, nel suo libro stupendo su Voltaire, lo ha detto in modo assolutamente perfetto:<<In fin dei conti è un autore imbarazzante, non facile da attaccare frontalmente se non abbassandosi fin quasi al livello del brutto, ma che neppure è facile da accettare in blocco, nemmeno in linea generale, perché contraddice sempre qualche cosa cui non siamo disposti a rinunciare. Per gli agnostici e gli atei è troppo timido, è troppo attaccato ad alcuni principi che possono apparire vaghi, ma che per lui erano solidi; per i credenti, compresi quelli armati di tutta la buona volontà post-conciliare possibile, va evidentemente troppo lontano nel suo razionalismo; per i marxisti è troppo borghese, troppo conservatore, ma per i borghesi possiede un’acidità critica, assai tipica della borghesia militante del diciottesimo secolo, che oggi può sembrare intollerabile; per gli scettici è troppo credulo e per coloro che hanno delle certezze è troppo corrosivo. Tutti lo guardano di traverso e fanno il possibile per abbandonarlo in un ambito del passato da cui nessuno lo reclama>>”.