Di solito quando si pensa all'Esquilino, vengono in mente immagini particolari: i negozi cinesi, indiani che giocano a cricket, bangladesi agli angoli di strada, i primi immigrati nordafricani. Pensi a quei libri o film che hanno veicolato quest'immagine: l'Esquilino, incrocio di mondi lontani tra d
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Di solito quando si pensa all'Esquilino, vengono in mente immagini particolari: i negozi cinesi, indiani che giocano a cricket, bangladesi agli angoli di strada, i primi immigrati nordafricani. Pensi a quei libri o film che hanno veicolato quest'immagine: l'Esquilino, incrocio di mondi lontani tra di loro, spazio conflittuale, laboratorio multietnico. E pensi allo scontro di civiltà in un ascensore di piazza Vittorio oppure all'Orchestra di piazza VIttorio, dimenticandoci che alla fine sono stati pretesti per parlare di altro, di quel magico mix che scocca come una scintilla nell'incontro tra persone di origine diverse (come nel caso della formazione di una orchestra) o di quei conflitti che possono nascere nella condivisione di spazi comuni molto piccoli (come può essere un ascensore) al limite del sudaticcio. E il quartiere sta lì sullo sfondo, contenitore non caratterizzato. E poi inizi a fare una ricerca nel rione e scopri che il 97% degli abitanti sono italiani e che ti raccontano trame di una storia del quartiere che è molto complessa e stratificata. E ascolti storie che connettono fatti, li appiccicano alla propria vita e al sentito dire e a quello che hanno visto coi propri occhi. E poi le storie raccontate si intrecciano e costruiscono un plot narrativo denso e ti dicono che l'Esquilino è un rione incompiuto. Perché, pur facendo parte del centro storico di Roma, sembra simile alle periferie per la morfologia del suo territorio e per la forma e lo stile dei palazzi. E l'Esquilino ha seguito una riqualificazione non compiuta, ma per due terzi: riqualificata la parte di piazza Vittorio che da verso il centro, depauperata e abbandonata a se stessa quella che da verso la stazione Termini, praticamente un salotto la parte che da verso san Giovanni. Tre Esquilini in uno, ma insieme, la somma non fa il totale.
Lo chiamavano Farfallina, Gigi Meroni. Andava in giro a Torino con una gallina al collare. Giocava a destra e faceva tutto con la sinistra. Il mondo è dei mancini.
che cos'è un marciapiede su mappa se non un'astrazione?
Che cos'è in fondo un marciapiede su una cartografia se non un'astrazione? eppure, se poi ci spostiamo su strada, quell'astrazione si trasforma in socialità, in senso dei luoghi, in storie di vita
Il mondo va veloce, dicono. Corre, dicono. Corrono le persone da un posto all'altro del pianeta, navigano merci, trasmigrano finanze, volano notizie e informazioni, ci spostiamo con i nostri pezzetti di ricordi. Ci spostiamo, ci costringiamo a stare vicini, incollati, per strada, a lavoro, sui tram,
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Il mondo va veloce, dicono. Corre, dicono. Corrono le persone da un posto all'altro del pianeta, navigano merci, trasmigrano finanze, volano notizie e informazioni, ci spostiamo con i nostri pezzetti di ricordi. Ci spostiamo, ci costringiamo a stare vicini, incollati, per strada, a lavoro, sui tram, nella metro. E di questi incontri/scontri ci portiamo spesso a casa l'odore. E' la globalizzazione, dicono. Che si sconta in luoghi sovraffollati, sulla propria pelle. E poi c'è la società in cui viviamo, coi modelli di vita che esprime, con i suoi parametri che misurano il successo, la qualità, la riuscita nella vita. La famiglia ti dice di comportarti in un certo modo, a lavoro ti dicono di essere in un certo modo, in palestra ti dicono di avere una determinata postura, i rotocalchi ti raccontano per immagini i modelli di successo. Devi correre, devi rispettare i tempi, devi essere brillante, devi avere un sorriso a 34 denti, devi avere un obiettivo, devi essere sorridente, devi essere efficace, devi essere anche un pò stronzo. Chi non ce la fa, ti racconta poi la storia della sua fuga dal vortice globale. Ha lasciato il suo ruolo da manager bancario, ha preso i remi e li ha messi su una barca, ha preso il pennello e ha cominciato a pitturare la baita acquistata in montagna, ha comprato migliaia di libri e ha scoperto il piacere della lettura davanti al caminetto, fuori dal mondo, giovani Walden cittadini nei boschi. Storie di una fuga. Storie di successo di una fuga. E poi fioriscono le tecniche e le filosofie orientali prestate all'occidente per trovare il vero sé perduto nella babele sovieticamente organizzata che sono le nostre città, o quanto meno per non perderlo o per non lasciare spazio a quel buco nero che è la depressione. Ma anche in questo caso, la ricerca del vero io perduto serve a ritornare in carreggiata e a ritrovare la brillantezza che la carriera ci richiede. Le paure diventano certezze, le debolezze punti di forza, per un nuovo io tirato a lucido e luccicante. Eppure i fantasmi sono stati solo nascosti sotto il tappetino all'ingresso. Sono lì, pronti a fare capolino, al primo momento critico.
Il protagonista di "Una perfetta giornata perfetta", invece, non nasconde i fantasmi che produciamo nel nostro tempo interiore, li materializza e li porta a spasso con sé: porta in giro i sensi di colpa, le ansie, le ulcere, i mal di testa. Si suicida più volte al giorno, già da quando suona la sveglia. Quando non ce la fa ha tanti alter ego da mandare al suo posto. E quando inizia a boccheggiare ha una cabina telefonica dove ricaricarsi e tornare a respirare quell'aria salubre che si respira sott'acqua e tra gli interstizi, tra le sfumature dei chiaroscuri, come solo sanno fare gli uomini nati con le branchie. Perché questo siamo.
Bastano gli arresti per fermare l'emorragia chiamata camorra? Non di certo, se non cerchiamo di capire il senso dei luoghi dove la camorra semina e germoglia, recluta e si perpetua. Perché la camorra è il senso di un luogo, è densa di significati, è intima ed evidente. Evidente negli arresti e perch
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Bastano gli arresti per fermare l'emorragia chiamata camorra? Non di certo, se non cerchiamo di capire il senso dei luoghi dove la camorra semina e germoglia, recluta e si perpetua. Perché la camorra è il senso di un luogo, è densa di significati, è intima ed evidente. Evidente negli arresti e perché tutti lo sanno, ma intima perché non si sondano i suoi interstizi, perché ha uno spazio privato e personale del quale non si deve parlare. La camorra è una struttura di sentimento. Saviano lo sa e cerca di derubricare questa struttura di sentimento, questo senso del luogo, questa intimità culturale tenendo insieme il più possibile i piani della cognizione, della colorazione emotiva e dell’azione sociale. L'attenzione si sposta dai camorristi al luogo, che Saviano ci presenta attraverso i suoi odori, i colori, le posture, i gesti, gli sguardi, i linguaggi verbali e non verbali. In un gioco di specchi e di rimandi, lo scrittore campano deframmenta il linguaggio camorristico, spoglia i corpi intrisi di camorra, svela le modalità ritualizzate dell'alternarsi di onore e vergogna, in cui anche il pianto è disciplinato ed è messaggio. E sui quotidiani, ogni parola ha il suo peso, ogni parola è ridondante e significa più del suo significato strettamente letterale. Se vogliamo combattere la camorra, dobbiamo conoscere e poi smantellare il suo sistema simbolico e di valori, entrare nella sua intimità culturale, sostituendolo con una nuova religione civile. E' questo lo sforzo della parola. Ma forse non basta.
Il rione incompiuto. Antropologia urbana dell'Esquilino
Di solito quando si pensa all'Esquilino, vengono in mente immagini particolari: i negozi cinesi, indiani che giocano a cricket, bangladesi agli angoli di strada, i primi immigrati nordafricani. Pensi a quei libri o film che hanno veicolato quest'immagine: l'Esquilino, incrocio di mondi lontani tra d ... (continue)
Di solito quando si pensa all'Esquilino, vengono in mente immagini particolari: i negozi cinesi, indiani che giocano a cricket, bangladesi agli angoli di strada, i primi immigrati nordafricani. Pensi a quei libri o film che hanno veicolato quest'immagine: l'Esquilino, incrocio di mondi lontani tra di loro, spazio conflittuale, laboratorio multietnico. E pensi allo scontro di civiltà in un ascensore di piazza Vittorio oppure all'Orchestra di piazza VIttorio, dimenticandoci che alla fine sono stati pretesti per parlare di altro, di quel magico mix che scocca come una scintilla nell'incontro tra persone di origine diverse (come nel caso della formazione di una orchestra) o di quei conflitti che possono nascere nella condivisione di spazi comuni molto piccoli (come può essere un ascensore) al limite del sudaticcio. E il quartiere sta lì sullo sfondo, contenitore non caratterizzato.
E poi inizi a fare una ricerca nel rione e scopri che il 97% degli abitanti sono italiani e che ti raccontano trame di una storia del quartiere che è molto complessa e stratificata. E ascolti storie che connettono fatti, li appiccicano alla propria vita e al sentito dire e a quello che hanno visto coi propri occhi. E poi le storie raccontate si intrecciano e costruiscono un plot narrativo denso e ti dicono che l'Esquilino è un rione incompiuto. Perché, pur facendo parte del centro storico di Roma, sembra simile alle periferie per la morfologia del suo territorio e per la forma e lo stile dei palazzi. E l'Esquilino ha seguito una riqualificazione non compiuta, ma per due terzi: riqualificata la parte di piazza Vittorio che da verso il centro, depauperata e abbandonata a se stessa quella che da verso la stazione Termini, praticamente un salotto la parte che da verso san Giovanni. Tre Esquilini in uno, ma insieme, la somma non fa il totale.
Gigi Meroni. Il ribelle granata
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FarfallinaLo chiamavano Farfallina, Gigi Meroni. Andava in giro a Torino con una gallina al collare. Giocava a destra e faceva tutto con la sinistra. Il mondo è dei mancini.
Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane
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che cos'è un marciapiede su mappa se non un'astrazione?Che cos'è in fondo un marciapiede su una cartografia se non un'astrazione? eppure, se poi ci spostiamo su strada, quell'astrazione si trasforma in socialità, in senso dei luoghi, in storie di vita
Una perfetta giornata perfetta
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Siamo uomini con le branchieIl mondo va veloce, dicono. Corre, dicono. Corrono le persone da un posto all'altro del pianeta, navigano merci, trasmigrano finanze, volano notizie e informazioni, ci spostiamo con i nostri pezzetti di ricordi. Ci spostiamo, ci costringiamo a stare vicini, incollati, per strada, a lavoro, sui tram, ... (continue)
Il mondo va veloce, dicono. Corre, dicono. Corrono le persone da un posto all'altro del pianeta, navigano merci, trasmigrano finanze, volano notizie e informazioni, ci spostiamo con i nostri pezzetti di ricordi. Ci spostiamo, ci costringiamo a stare vicini, incollati, per strada, a lavoro, sui tram, nella metro. E di questi incontri/scontri ci portiamo spesso a casa l'odore. E' la globalizzazione, dicono. Che si sconta in luoghi sovraffollati, sulla propria pelle. E poi c'è la società in cui viviamo, coi modelli di vita che esprime, con i suoi parametri che misurano il successo, la qualità, la riuscita nella vita. La famiglia ti dice di comportarti in un certo modo, a lavoro ti dicono di essere in un certo modo, in palestra ti dicono di avere una determinata postura, i rotocalchi ti raccontano per immagini i modelli di successo. Devi correre, devi rispettare i tempi, devi essere brillante, devi avere un sorriso a 34 denti, devi avere un obiettivo, devi essere sorridente, devi essere efficace, devi essere anche un pò stronzo. Chi non ce la fa, ti racconta poi la storia della sua fuga dal vortice globale. Ha lasciato il suo ruolo da manager bancario, ha preso i remi e li ha messi su una barca, ha preso il pennello e ha cominciato a pitturare la baita acquistata in montagna, ha comprato migliaia di libri e ha scoperto il piacere della lettura davanti al caminetto, fuori dal mondo, giovani Walden cittadini nei boschi. Storie di una fuga. Storie di successo di una fuga. E poi fioriscono le tecniche e le filosofie orientali prestate all'occidente per trovare il vero sé perduto nella babele sovieticamente organizzata che sono le nostre città, o quanto meno per non perderlo o per non lasciare spazio a quel buco nero che è la depressione. Ma anche in questo caso, la ricerca del vero io perduto serve a ritornare in carreggiata e a ritrovare la brillantezza che la carriera ci richiede. Le paure diventano certezze, le debolezze punti di forza, per un nuovo io tirato a lucido e luccicante. Eppure i fantasmi sono stati solo nascosti sotto il tappetino all'ingresso. Sono lì, pronti a fare capolino, al primo momento critico.
Il protagonista di "Una perfetta giornata perfetta", invece, non nasconde i fantasmi che produciamo nel nostro tempo interiore, li materializza e li porta a spasso con sé: porta in giro i sensi di colpa, le ansie, le ulcere, i mal di testa. Si suicida più volte al giorno, già da quando suona la sveglia. Quando non ce la fa ha tanti alter ego da mandare al suo posto. E quando inizia a boccheggiare ha una cabina telefonica dove ricaricarsi e tornare a respirare quell'aria salubre che si respira sott'acqua e tra gli interstizi, tra le sfumature dei chiaroscuri, come solo sanno fare gli uomini nati con le branchie. Perché questo siamo.
La parola contro la camorra
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Frammenti di un discorso mafiosoBastano gli arresti per fermare l'emorragia chiamata camorra? Non di certo, se non cerchiamo di capire il senso dei luoghi dove la camorra semina e germoglia, recluta e si perpetua. Perché la camorra è il senso di un luogo, è densa di significati, è intima ed evidente. Evidente negli arresti e perch ... (continue)
Bastano gli arresti per fermare l'emorragia chiamata camorra? Non di certo, se non cerchiamo di capire il senso dei luoghi dove la camorra semina e germoglia, recluta e si perpetua. Perché la camorra è il senso di un luogo, è densa di significati, è intima ed evidente. Evidente negli arresti e perché tutti lo sanno, ma intima perché non si sondano i suoi interstizi, perché ha uno spazio privato e personale del quale non si deve parlare. La camorra è una struttura di sentimento. Saviano lo sa e cerca di derubricare questa struttura di sentimento, questo senso del luogo, questa intimità culturale tenendo insieme il più possibile i piani della cognizione, della colorazione emotiva e dell’azione sociale.
L'attenzione si sposta dai camorristi al luogo, che Saviano ci presenta attraverso i suoi odori, i colori, le posture, i gesti, gli sguardi, i linguaggi verbali e non verbali. In un gioco di specchi e di rimandi, lo scrittore campano deframmenta il linguaggio camorristico, spoglia i corpi intrisi di camorra, svela le modalità ritualizzate dell'alternarsi di onore e vergogna, in cui anche il pianto è disciplinato ed è messaggio. E sui quotidiani, ogni parola ha il suo peso, ogni parola è ridondante e significa più del suo significato strettamente letterale. Se vogliamo combattere la camorra, dobbiamo conoscere e poi smantellare il suo sistema simbolico e di valori, entrare nella sua intimità culturale, sostituendolo con una nuova religione civile. E' questo lo sforzo della parola. Ma forse non basta.