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Arpagoniana
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Tra tutti i personaggi che affollano questo smilzo libretto, Harpagon è l’unico a non figurare mai. Incontriamo mercanti, collezionisti, zingare, signorine ben educate e altre un po’ meno, ma mai qualcuno che si richiami in maniera diretta alla figura teatrale indicata da Vaginov nel titolo. ... (continue)
Tra tutti i personaggi che affollano questo smilzo libretto, Harpagon è l’unico a non figurare mai. Incontriamo mercanti, collezionisti, zingare, signorine ben educate e altre un po’ meno, ma mai qualcuno che si richiami in maniera diretta alla figura teatrale indicata da Vaginov nel titolo. La trama stessa di questo romanzo così squisitamente pietroburghese (colmo di rimandi a Puškin, Lermontov, Gogol’) è come l’immagine che viene proposta al primo capitolo: un pavimento pieno di crepe in cui dettagli, oggetti e stili letterari scompaiono, per poi mescolarsi non visti, lontani dai nostri occhi.
Vaginov fu il membro più borderline dell’ultimissima avanguardia russa, il gruppo OBERJU. Come scrive Serena Vitale ‘lo stesso nome OBERJU può introdurre alla zona di silenzio, ipotesi e leggende che avvolge la breve storia dell’ultima formazione d’avanguardia russa degli anni Venti, a Leningrado’: parlare di un oberiuta implica quindi un tipo di ricerca basata su memorie private, diari e pochissimi scritti dati alle stampe. Tra questi il manifesto-dichiarazione pubblicato nel 1928 è l’unico documento ufficiale e l’unico nucleo stabile attorno a cui si possa ricostruire una storiografia più o meno fedele di quella che venne conosciuta come Associazione dell’Arte Reale.
Vaginov non frequenta gli studi in cui il gruppo va formandosi, né contribuisce particolarmente alle serate futuriste: lavora ai suoi libri con solerzia, per poi ammalarsi della malattia che lo porterà alla morte a soli 35 anni. Sarà considerato dalla critica un personaggio secondario di OBERJU, una figura marginale, forse la più ordinaria in quella compagine così bizzarra.
Colpisce che in lui l’unico eccesso riguardi il suo interesse quasi infantile per ogni persona. È lontano dagli estremismi (non solo letterari) di un Charms e il suo alogismo non impone immediatamente il contatto diretto con la parola trasformata in oggetto concreto. C’è qualcosa di femminile e aggraziato nel modo in cui l’autore pietroburghese decide non solo di descrivere la morte di Pietroburgo in quanto capitale culturale, ma anche di accompagnare il lettore nello slittamento da una realtà di per sé poco credibile, ad una sognante e fantastica, ma non per questo meno logica e sensata.
La caratteristica per la quale OBERJU viene particolarmente ricordato sarà proprio quella di esser riuscito a catturare lo spirito di una Russia che si avviava verso l’arbitrio staliniano. Arpagoniana infatti riflette e riporta esattamente il momento più sottile del passaggio, lasciando percepire, attraverso i suoi protagonisti, tutta la tensione meditativa dietro l’assurdo. Per questo Lokonov è così libero di aggirarsi per le strade chiedendo di acquistare sogni con naturalezza e spontaneità, perché lui, in qualità di collezionista, sa che l’accumulo di ricordi sarà l’unica forza da opporre al controllo politico. È consapevole del fatto che il suo commercio è fatto di una materia che ‘adesso non ha valore, ma in futuro avrà enorme pregio. [...]commercio in tutto ciò che non ha peso e sembra non avere nessun pregio nella vita di oggi.’.
Il mercante di sogni comprende dunque che tutto sta finendo e forse anche Vaginov aveva presagito, in qualche modo, la fine del gruppo di cui faceva parte: Daniil Charms venne arrestato nel 1941, idem Aleksandr Vvedenskij, e Zabolockij venne rilasciato solo nel 1946. Alla fine del 1935 la stagione culturale futurista poteva dichiararsi ormai conclusa, restava solo da spazzarne via la memoria e non fu poi difficile, considerata la natura così effimera delle pubblicazioni oberiute. Dice Rosanna Giaquinta: ‘gli oberiuti è come se non fossero esistiti affatto. Non ebbero la possibilità di pubblicare, tennero solo pochissime serate e letture pubbliche; scrivevano per sé, per il loro ristretto gruppo di amici, per il cassetto. Sono arrivati troppo tardi’.
E probabilmente Vaginov aveva intuito come OBERJU si sarebbe spento, ma corre in Arpagoniana anche una diversa consapevolezza, una diversa scelta: ‘a che scopo pensare a quello che avremmo potuto essere e a quello che siamo diventati. Siamo diventati quello che potevamo diventare.’ Nella conclusione de L’avaro, Harpagon decide di tenere per sé i suoi soldi lasciando andare Marianne, che eppure ama. Lokonov, invece, preferirà tenere i suoi sogni per lasciar andare la sua vita.
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