Una cara amica di Torino, grande lettrice e anche lei aNobiiana, mi consiglia di leggere questo libro dello scrittore parigino Laurent Binet. La sua motivazione è convincente: poiché io sono un appassionato di storia e di letteratura e mi sono cimentato in un'opera di questo tipo (i cui esiti, ovvia
... (continue)
Una cara amica di Torino, grande lettrice e anche lei aNobiiana, mi consiglia di leggere questo libro dello scrittore parigino Laurent Binet. La sua motivazione è convincente: poiché io sono un appassionato di storia e di letteratura e mi sono cimentato in un'opera di questo tipo (i cui esiti, ovviamente, io lascio a voi decidere, se avete tempo e voglia) il libro mi piacerà. Anche per una sua certa propensione metanarrativa. Certo, lei lo ha letto in francese (grande lettrice, dicevo), e chissà se la traduzione italiana riporta il tono e lo stile dell'originale.
Vedrò, mi dico. Intanto appena posso compro il libro e mi dedico alla ritualità che precede l'inizio della lettura. Sfogliare le pagine, odorarle, carezzare la copertina, concentrarmi sulla sua grafica, leggerne i risvolti. Vengo così a sapere due cose. La prima conferma il potenziale interesse per questo libro; la seconda mi getta un po' nello sconforto, e mi fa pensare che forse dovrei imparare l'arte di intrecciare canestri di vimini e ritirarmi da qualche parte sull'Appennino.
Ma procediamo con ordine.Vengo dunque a sapere che la storia raccontata è una storia nota. Ma io non la conosco. Cominciamo bene. Proseguo nella lettura: apparentemente nota. Ah, volevo dire. E la cosa mi rincuora un po'. Trattasi dell'attentato a Heydrich del 27 maggio 1942. Vabbè, dico, capirò. Comunque, capisco, Heydrich è tra gli ideatori (l'ideatore?) della Soluzione finale. Il macellaio di Praga, la bestia bionda. Occhei, i soprannomi mi paiono all'altezza. Romanzo storico, dunque. Che si fa guidare da una intenzione biografica.
Bene, mi dico, è nelle mie corde. Ma lo dico tra me e me ché, confesso, usare un'espressione del genere in presenza di qualcuno mi costringe, poi, a ingurgitare chili di antistaminici.
E vediamo, vediamo, chi è mai questo Binet. E qui quella faccenda dei canestri di vimini balza in primo piano. Nato a Parigi nel 1972. 1972. Ma tu guarda, mi dico. Un ragazzino. Tra una pagina e l'altra poi scopro che questo libro lui se lo porta dietro addirittura da anni. Insomma, tutto questo giro di parole per non usare quella più appropriata. Rispetto? Bè, sì, anche. Stima? Mmhhh, sì, potrebbe andare...Potrebbe andare ma non è quella giusta. E allora? E allora invidia, signore e signori. Invidia per l'età. L'ho detta. Poi magari è anche bravo. E allora come la mettiamo?
Essì essì, è anche bravo. Gioca a voler dire che il romanzo è morto (lo aiuta il Mandel'stam in epigrafe) ma poi semina la sua narrazione di "suppongo", "non so se", "forse", "le mie visioni si mescolano talvolta ai fatti assodati" e via di questo passo. Scrive quasi tutta la prima pagina alternando affermazioni incontrovertibili, del tipo "è un personaggio realmente esistito", a slanci di fervida ricostruzione personale della realtà: "posso immaginare il numero del tram (ma forse è cambiato), il suo percorso...". Per cui già al primo paragrafo, smentendo e confermando (ah, il romanzo!) candidamente apre il suo cuore: "Spero solo che sotto la spessa patina d'idealizzazione che stenderò su questa storia leggendaria sia ancora possibile guardare attraverso il vetro trasparente della realtà storica".
Niente da fare. Questo libro devo leggerlo. E dunque eccoci dentro. Dentro alla Storia, dentro alla Narrazione, dentro al Romanzo che, udite udite, è vivo e lotta insieme a noi.
P.S.: La familiare voce di mia moglie, più lucida di me circa le questioni relative al tempo e all'età, mi costringe a fare due conti due. Mi accorgo così che chi è nato nel 1972 ha giusto giusto quarant'anni "ormai" (eh, la saggezza femminile!). E che un uomo di quarant'anni non può essere definito "ragazzino". Mi rendo conto. Devo un po' regolare questa faccenda del rapporto con il mio tempo.
Benissimo, mi dice dall'altra stanza quella voce amata, ma non ora. Che ora ci sono i panni da stendere e la lavastoviglie da svuotare.
A me pare che l'inghippo sia nelle ultime 40-50 pagine, proprio lì dove, forse, andava diluito più che concentrato il nucleo narrativo, la tensione della storia.
Dico questo perché in diverse occasioni ho letto che Ross Macdonald (pseudonimo di Kenneth Millar) è da considerare la terza punta di dia
... (continue)
A me pare che l'inghippo sia nelle ultime 40-50 pagine, proprio lì dove, forse, andava diluito più che concentrato il nucleo narrativo, la tensione della storia.
Dico questo perché in diverse occasioni ho letto che Ross Macdonald (pseudonimo di Kenneth Millar) è da considerare la terza punta di diamante, insieme a Raymond Chandler e insieme a Dashiell Hammett, dell'hardboiled. Non dico che non sia vero, anche perché per duecentocinquanta pagine siamo nel cuore del genere. Ma è probabile che almeno in questo romanzo (gli altri non li conosco ancora), Macdonald/Millar sia stato condizionato più dalla struttura pura del giallo che non, per dire, dalla tensione narrativa, tipica invece dell'hardboiled, più rude e meno preoccupata dai codici della suspense d'occasione.
Ovviamente non anticipo alcunché riguardo alle pagine finali e allo svelamento affannoso dell'intricata vicenda. Ci mancherebbe altro. Però mi preme dire che proprio questo finale svilisce lo spessore della storia e della narrazione dove il racconto è sostenuto e accompagnato da un tono sommesso, a tratti malinconico e spesso disilluso. Che significa, ora sì, fare di questo libro un romanzo che trova il delitto nelle pieghe della vita. Senza aver bisogno di costruirne fittiziamente motivazioni, occasioni, atmosfere.
Al centro di tutto una realistica vicenda di irrisolti rapporti generazionali, intergenerazionali e familiari. Cose della vita di tutti i giorni. Ovviamente si aggiunge a questa capacità di sondare l'animo umano la facilità di descrivere il sentimento della quotidianità americana tra l'immediato dopoguerra e i primi anni sessanta. Che poi è il periodo che ha reso celebre l'America presso il nostro immaginario.
L'America, dico, non la letteratura americana canonica (anche se necessaria) che da noi ha fatto capolino nei primissimi anni Quaranta (del '41 è l'antologia "Americana" di Vittorini, per esempio). E quindi anche quel fondo spirituale che si confronta, chissà quanto consapevolmente, con i decenni compresi tra la crisi del '29 e la fine della Seconda guerra mondiale.
Un periodo in cui quella nazione ricostruiva se stessa al proprio interno e riusciva, chissà come e perché (dovrei pensarci un po' per trovare la risposta giusta), a creare all'esterno il mito di sè.
Forse qui è l'importanza dei romanzi che hanno dato vita a questo importante genere che guarda al delitto come alla principale possibilità di raccontare le incertezze, le difficoltà, le incongruenze in cui incespicano personaggi che sono specchio di un Paese. E di farsi quindi narrazioni capaci di raccontare anche qualcosa di noi e di qui.
Anche per questo sono romanzi che, sembra strano ma a me pare che sia proprio così, si affidano a una concezione tradizionale del racconto. Cercando di trovare una difficile mediazione tra il fluire della narrazione con cui portare in primo piano la profonda umanità dei suoi protagonisti, e una scrittura agile e veloce. Necessaria, quest'ultima, per conservare uno degli elementi fondamentali del genere: l'incalzare e l'infittirsi del dramma e del mistero che gli ruota intorno.
Ecco, in estrema sintesi - e per alleggerire la lunghezza forse spropositata di questa nota - "Il passato si sconta sempre" vi riesce egregiamente, ma solo fino allo scioglimento finale. Confuso e disordinato. A me pare.
Forse è un romanzo strano, per quel suo vezzo di confondere un po' i piani della narrazione: chi racconta ora? E' Harry Lesser che parla del suo libro o che racconta il suo presente? Oppure è Willie Spearmint? Vabbè, che poi basta poco e i fili si ritrovano subito.
Forse è un romanzo strano, per quel suo vezzo di confondere un po' i piani della narrazione: chi racconta ora? E' Harry Lesser che parla del suo libro o che racconta il suo presente? Oppure è Willie Spearmint? Vabbè, che poi basta poco e i fili si ritrovano subito.
Però, per un altro verso, è davvero un romanzo notevole. Altro che. Ci sono due scrittori che a un certo punto si contendono un amore dando così una svolta alla storia. Ma che prima si sono confrontati a brutto muso su cosa sia scrivere e su cosa voglia dire farsi riempire la vita dal proprio libro.
Harry è da dieci anni alle prese con il suo terzo romanzo (buono il primo, scadente il secondo) e dipende in maniera pressoché assoluta dalla consuetudine. Tanto che è convinto di poter finire il proprio libro solo nell'appartamento in cui abita e che non vuole assolutamente lasciare, nonostante le lusinghiere offerte economiche del padrone di casa.
Nulla di strano, se non fosse che quell'appartamento è in un edificio in demolizione e che Harry è l'unico inquilino. Almeno fino a quando non arriva, di soppiatto (tomo tomo...), Willie.
Anche lui quasi annientato dalla brama di scrivere e, in particolare, di scrivere "nero".
E allora: la forma o il contenuto? I due, che per un po' fanno buon viso a cattivo gioco nel sopportarsi, discutono proprio su questo.
Ma poi, come dire, qualcosa si rompe perché Eros - come sempre - non si fa gli affari suoi.
Il libro ha anche momenti di notevole carica violenta in pagine che sono da gustare perché scivolano via veloci, e raccontano un dramma che va oltre le botte da orbi e le crudeli vendette messe sul piatto: al centro di ogni dolore e disperazione c'è sempre il rapporto dello scrittore con il suo lavoro. Tutto il resto ha un valore secondario.
Dicevo che la lettura è agevole e veloce, e tutti i personaggi con le loro idiosincrasie, i loro terrori e i loro bisogni si accasano facilmente nella memoria del lettore.
Una cosa però mi ha colpito al punto da ricorrere alla sottolineatura ed è questa: "Così Lesser scrive il suo libro e il suo libro scrive Lesser. E' per questo che ci vuole tanto tempo".
Ecco, l'idea che non sia lo scrittore a scrivere il suo libro, ma il contrario, forse non è originale. Così come, si sa, scrivere costa tempo e fatica. Ma a me (c'entra qualcosa l'ossessione della scrittura?) è sembrata una conferma. E dunque un'autentica epifania. Come quell'altra considerazione buttata poche pagine dopo: "Come si fa a scrivere due volte la stessa cosa? E' come cercare di tornare a forza nella giornata di ieri".
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso p
... (continue)
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso proitettato in una situazione geo-socio-economica che fino ad allora gli era estranea.
E' il momento del flusso di emigrazione che porta migliaia di meridionali nel Nord industrializzato e ammaliato dai ritmi inesausti della produttività.
Attraverso la voce di uno di questi nuovi operai Nanni Balestrini traccia con sicurezza due situazioni. Una soggettiva e una collettiva. Tutte e due dinamiche.
La prima rappresenta una progressiva presa di coscienza che porta il protagonista da un atteggiamento di qualunquismo soggettivista alla consapevolezza della necessità politica con cui vivere la propria esistenza. La seconda coglie le lotte operaie nel loro momento di massima autonomia da partiti e dai sindacati della sinistra tradizionale e, dunque, di massima spontaneità (sponteneismo, per alcuni) e creatività.
Un romanzo-saggio, dunque, che si lascia attrarre da una particolare forma di sperimentalismo linguistico che cerca di aderire alla sostanziale mutazione del protagonista.
Nella prima parte il linguaggio ricalca in maniera evidente le formule sintattiche del parlato d'uso quotidiano; nella seconda parte si lega maggiormente a formule concettuali tipiche del "parlare" politico. E dunque concede maggiore attenzione a un periodare da intervento assembleare e da parole d'ordine programmatiche.
Sia nella prima che nella seconda parte la punteggiatura è meno che essenziale. Il punto è l'unico segno di pausa tra lunghi periodi. Il che richiede al lettore il compito di introiettare il giusto ritmo di lettura che va adeguato non solo al tono del parlato, ma alle mutevoli concitazioni del periodare. A lui, dunque, il compito di dare il giusto respiro alla frase, ai concetti, al senso politico dell'intera storia.
Un lavoro forse a tratti ostico. Spesso, però, affascinante.
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è
... (continue)
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è nell'agio che il lettore avverte, e che consiste proprio nel sentirsi lettore e non studioso - o studente - obbligato a compiere audaci acrobazie per destreggiarsi tra teorie, scuole storiografiche, lunghe citazioni virgolettate, fitti apparati di note, richiami, allusioni a documenti testi fonti inaccessibili a chi storico di professione non è.
Detto questo, il libro di Preston è un'ottima lettura per chi voglia avvicinarsi alla guerra civile spagnola cercando di comprenderne, in maniera chiara, motivazioni, protagonisti, esiti. Come sempre capita, del resto, per ogni argomento storico.
Solo che la guerra civile spagnola ha messo in campo, per noi europei, pressoché ogni questione su cui si è giocato - e si gioca - il nostro destino.
Non solo la lotta senza esclusione di colpi tra fascismo e comunismo con tutto quello che ha comportato. Ma l'intera gamma delle tensioni ideologiche, delle paure di classe, fondate o meno che siano state, dei grandi valori della democrazia e di quelli utopici del socialismo libertario.
Condizionanti, poi, gli atteggiamenti e le decisioni che i grandi governi e le democrazie europee hanno preso rispetto a quello che è accaduto in Spagna tra il 1936 e il 1939. E poi, ancora, il ruolo della Chiesa e le laceranti divisioni della Sinistra.
Di tutto questo Preston cerca di dare conto. Lo fa non perdendo mai di vista un proprio punto di vista valoriale. Il che, oltre a essere una lezione di metodo è anche, se si vuole, il tentativo di confermare che un'ermeneutica dei fatti storici esiste ed è auspicabile. Cioè a dire: ciò che accade cerca sempre una spiegazione. E dare una spiegazione ai fatti storici significa scoprire e capire l'universo economico sociale politico nel quale è accaduto ciò che è accaduto. Si capisce bene come il valore dell'ideologia (avere un'idea precisa di ciò in cui si crede o di ciò in cui non si crede) sia ancora - e per fortuna - fondamentale.
Manca qualcosa in questo libro? Forse una maggiore e più puntuale attenzione (se si esclude, a tratti, l'ultima parte) al complesso universo del movimento anarchico spagnolo di quegli anni. Ma non mi sbilancio troppo e dico: forse.
HHhH
Una cara amica di Torino, grande lettrice e anche lei aNobiiana, mi consiglia di leggere questo libro dello scrittore parigino Laurent Binet. La sua motivazione è convincente: poiché io sono un appassionato di storia e di letteratura e mi sono cimentato in un'opera di questo tipo (i cui esiti, ovvia ... (continue)
Una cara amica di Torino, grande lettrice e anche lei aNobiiana, mi consiglia di leggere questo libro dello scrittore parigino Laurent Binet. La sua motivazione è convincente: poiché io sono un appassionato di storia e di letteratura e mi sono cimentato in un'opera di questo tipo (i cui esiti, ovviamente, io lascio a voi decidere, se avete tempo e voglia) il libro mi piacerà. Anche per una sua certa propensione metanarrativa. Certo, lei lo ha letto in francese (grande lettrice, dicevo), e chissà se la traduzione italiana riporta il tono e lo stile dell'originale.
Vedrò, mi dico. Intanto appena posso compro il libro e mi dedico alla ritualità che precede l'inizio della lettura. Sfogliare le pagine, odorarle, carezzare la copertina, concentrarmi sulla sua grafica, leggerne i risvolti. Vengo così a sapere due cose. La prima conferma il potenziale interesse per questo libro; la seconda mi getta un po' nello sconforto, e mi fa pensare che forse dovrei imparare l'arte di intrecciare canestri di vimini e ritirarmi da qualche parte sull'Appennino.
Ma procediamo con ordine.Vengo dunque a sapere che la storia raccontata è una storia nota. Ma io non la conosco. Cominciamo bene. Proseguo nella lettura: apparentemente nota. Ah, volevo dire. E la cosa mi rincuora un po'. Trattasi dell'attentato a Heydrich del 27 maggio 1942. Vabbè, dico, capirò. Comunque, capisco, Heydrich è tra gli ideatori (l'ideatore?) della Soluzione finale. Il macellaio di Praga, la bestia bionda. Occhei, i soprannomi mi paiono all'altezza. Romanzo storico, dunque. Che si fa guidare da una intenzione biografica.
Bene, mi dico, è nelle mie corde. Ma lo dico tra me e me ché, confesso, usare un'espressione del genere in presenza di qualcuno mi costringe, poi, a ingurgitare chili di antistaminici.
E vediamo, vediamo, chi è mai questo Binet. E qui quella faccenda dei canestri di vimini balza in primo piano. Nato a Parigi nel 1972. 1972. Ma tu guarda, mi dico. Un ragazzino. Tra una pagina e l'altra poi scopro che questo libro lui se lo porta dietro addirittura da anni. Insomma, tutto questo giro di parole per non usare quella più appropriata. Rispetto? Bè, sì, anche. Stima? Mmhhh, sì, potrebbe andare...Potrebbe andare ma non è quella giusta. E allora? E allora invidia, signore e signori. Invidia per l'età. L'ho detta. Poi magari è anche bravo. E allora come la mettiamo?
Essì essì, è anche bravo. Gioca a voler dire che il romanzo è morto (lo aiuta il Mandel'stam in epigrafe) ma poi semina la sua narrazione di "suppongo", "non so se", "forse", "le mie visioni si mescolano talvolta ai fatti assodati" e via di questo passo. Scrive quasi tutta la prima pagina alternando affermazioni incontrovertibili, del tipo "è un personaggio realmente esistito", a slanci di fervida ricostruzione personale della realtà: "posso immaginare il numero del tram (ma forse è cambiato), il suo percorso...". Per cui già al primo paragrafo, smentendo e confermando (ah, il romanzo!) candidamente apre il suo cuore: "Spero solo che sotto la spessa patina d'idealizzazione che stenderò su questa storia leggendaria sia ancora possibile guardare attraverso il vetro trasparente della realtà storica".
Niente da fare. Questo libro devo leggerlo. E dunque eccoci dentro. Dentro alla Storia, dentro alla Narrazione, dentro al Romanzo che, udite udite, è vivo e lotta insieme a noi.
P.S.: La familiare voce di mia moglie, più lucida di me circa le questioni relative al tempo e all'età, mi costringe a fare due conti due. Mi accorgo così che chi è nato nel 1972 ha giusto giusto quarant'anni "ormai" (eh, la saggezza femminile!). E che un uomo di quarant'anni non può essere definito "ragazzino". Mi rendo conto. Devo un po' regolare questa faccenda del rapporto con il mio tempo.
Benissimo, mi dice dall'altra stanza quella voce amata, ma non ora. Che ora ci sono i panni da stendere e la lavastoviglie da svuotare.
Il passato si sconta sempre
A me pare che l'inghippo sia nelle ultime 40-50 pagine, proprio lì dove, forse, andava diluito più che concentrato il nucleo narrativo, la tensione della storia.
Dico questo perché in diverse occasioni ho letto che Ross Macdonald (pseudonimo di Kenneth Millar) è da considerare la terza punta di dia ... (continue)
A me pare che l'inghippo sia nelle ultime 40-50 pagine, proprio lì dove, forse, andava diluito più che concentrato il nucleo narrativo, la tensione della storia.
Dico questo perché in diverse occasioni ho letto che Ross Macdonald (pseudonimo di Kenneth Millar) è da considerare la terza punta di diamante, insieme a Raymond Chandler e insieme a Dashiell Hammett, dell'hardboiled. Non dico che non sia vero, anche perché per duecentocinquanta pagine siamo nel cuore del genere. Ma è probabile che almeno in questo romanzo (gli altri non li conosco ancora), Macdonald/Millar sia stato condizionato più dalla struttura pura del giallo che non, per dire, dalla tensione narrativa, tipica invece dell'hardboiled, più rude e meno preoccupata dai codici della suspense d'occasione.
Ovviamente non anticipo alcunché riguardo alle pagine finali e allo svelamento affannoso dell'intricata vicenda. Ci mancherebbe altro. Però mi preme dire che proprio questo finale svilisce lo spessore della storia e della narrazione dove il racconto è sostenuto e accompagnato da un tono sommesso, a tratti malinconico e spesso disilluso. Che significa, ora sì, fare di questo libro un romanzo che trova il delitto nelle pieghe della vita. Senza aver bisogno di costruirne fittiziamente motivazioni, occasioni, atmosfere.
Al centro di tutto una realistica vicenda di irrisolti rapporti generazionali, intergenerazionali e familiari. Cose della vita di tutti i giorni. Ovviamente si aggiunge a questa capacità di sondare l'animo umano la facilità di descrivere il sentimento della quotidianità americana tra l'immediato dopoguerra e i primi anni sessanta. Che poi è il periodo che ha reso celebre l'America presso il nostro immaginario.
L'America, dico, non la letteratura americana canonica (anche se necessaria) che da noi ha fatto capolino nei primissimi anni Quaranta (del '41 è l'antologia "Americana" di Vittorini, per esempio). E quindi anche quel fondo spirituale che si confronta, chissà quanto consapevolmente, con i decenni compresi tra la crisi del '29 e la fine della Seconda guerra mondiale.
Un periodo in cui quella nazione ricostruiva se stessa al proprio interno e riusciva, chissà come e perché (dovrei pensarci un po' per trovare la risposta giusta), a creare all'esterno il mito di sè.
Forse qui è l'importanza dei romanzi che hanno dato vita a questo importante genere che guarda al delitto come alla principale possibilità di raccontare le incertezze, le difficoltà, le incongruenze in cui incespicano personaggi che sono specchio di un Paese. E di farsi quindi narrazioni capaci di raccontare anche qualcosa di noi e di qui.
Anche per questo sono romanzi che, sembra strano ma a me pare che sia proprio così, si affidano a una concezione tradizionale del racconto. Cercando di trovare una difficile mediazione tra il fluire della narrazione con cui portare in primo piano la profonda umanità dei suoi protagonisti, e una scrittura agile e veloce. Necessaria, quest'ultima, per conservare uno degli elementi fondamentali del genere: l'incalzare e l'infittirsi del dramma e del mistero che gli ruota intorno.
Ecco, in estrema sintesi - e per alleggerire la lunghezza forse spropositata di questa nota - "Il passato si sconta sempre" vi riesce egregiamente, ma solo fino allo scioglimento finale. Confuso e disordinato. A me pare.
Gli inquilini
Forse è un romanzo strano, per quel suo vezzo di confondere un po' i piani della narrazione: chi racconta ora? E' Harry Lesser che parla del suo libro o che racconta il suo presente? Oppure è Willie Spearmint? Vabbè, che poi basta poco e i fili si ritrovano subito.
Però, per un altro verso, è davve ... (continue)
Forse è un romanzo strano, per quel suo vezzo di confondere un po' i piani della narrazione: chi racconta ora? E' Harry Lesser che parla del suo libro o che racconta il suo presente? Oppure è Willie Spearmint? Vabbè, che poi basta poco e i fili si ritrovano subito.
Però, per un altro verso, è davvero un romanzo notevole. Altro che. Ci sono due scrittori che a un certo punto si contendono un amore dando così una svolta alla storia. Ma che prima si sono confrontati a brutto muso su cosa sia scrivere e su cosa voglia dire farsi riempire la vita dal proprio libro.
Harry è da dieci anni alle prese con il suo terzo romanzo (buono il primo, scadente il secondo) e dipende in maniera pressoché assoluta dalla consuetudine. Tanto che è convinto di poter finire il proprio libro solo nell'appartamento in cui abita e che non vuole assolutamente lasciare, nonostante le lusinghiere offerte economiche del padrone di casa.
Nulla di strano, se non fosse che quell'appartamento è in un edificio in demolizione e che Harry è l'unico inquilino. Almeno fino a quando non arriva, di soppiatto (tomo tomo...), Willie.
Anche lui quasi annientato dalla brama di scrivere e, in particolare, di scrivere "nero".
E allora: la forma o il contenuto? I due, che per un po' fanno buon viso a cattivo gioco nel sopportarsi, discutono proprio su questo.
Ma poi, come dire, qualcosa si rompe perché Eros - come sempre - non si fa gli affari suoi.
Il libro ha anche momenti di notevole carica violenta in pagine che sono da gustare perché scivolano via veloci, e raccontano un dramma che va oltre le botte da orbi e le crudeli vendette messe sul piatto: al centro di ogni dolore e disperazione c'è sempre il rapporto dello scrittore con il suo lavoro. Tutto il resto ha un valore secondario.
Dicevo che la lettura è agevole e veloce, e tutti i personaggi con le loro idiosincrasie, i loro terrori e i loro bisogni si accasano facilmente nella memoria del lettore.
Una cosa però mi ha colpito al punto da ricorrere alla sottolineatura ed è questa:
"Così Lesser scrive il suo libro e il suo libro scrive Lesser. E' per questo che ci vuole tanto tempo".
Ecco, l'idea che non sia lo scrittore a scrivere il suo libro, ma il contrario, forse non è originale. Così come, si sa, scrivere costa tempo e fatica. Ma a me (c'entra qualcosa l'ossessione della scrittura?) è sembrata una conferma. E dunque un'autentica epifania. Come quell'altra considerazione buttata poche pagine dopo: "Come si fa a scrivere due volte la stessa cosa? E' come cercare di tornare a forza nella giornata di ieri".
Poi fatemi sapere.
Vogliamo tutto
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso p ... (continue)
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso proitettato in una situazione geo-socio-economica che fino ad allora gli era estranea.
E' il momento del flusso di emigrazione che porta migliaia di meridionali nel Nord industrializzato e ammaliato dai ritmi inesausti della produttività.
Attraverso la voce di uno di questi nuovi operai Nanni Balestrini traccia con sicurezza due situazioni. Una soggettiva e una collettiva. Tutte e due dinamiche.
La prima rappresenta una progressiva presa di coscienza che porta il protagonista da un atteggiamento di qualunquismo soggettivista alla consapevolezza della necessità politica con cui vivere la propria esistenza. La seconda coglie le lotte operaie nel loro momento di massima autonomia da partiti e dai sindacati della sinistra tradizionale e, dunque, di massima spontaneità (sponteneismo, per alcuni) e creatività.
Un romanzo-saggio, dunque, che si lascia attrarre da una particolare forma di sperimentalismo linguistico che cerca di aderire alla sostanziale mutazione del protagonista.
Nella prima parte il linguaggio ricalca in maniera evidente le formule sintattiche del parlato d'uso quotidiano; nella seconda parte si lega maggiormente a formule concettuali tipiche del "parlare" politico. E dunque concede maggiore attenzione a un periodare da intervento assembleare e da parole d'ordine programmatiche.
Sia nella prima che nella seconda parte la punteggiatura è meno che essenziale. Il punto è l'unico segno di pausa tra lunghi periodi. Il che richiede al lettore il compito di introiettare il giusto ritmo di lettura che va adeguato non solo al tono del parlato, ma alle mutevoli concitazioni del periodare. A lui, dunque, il compito di dare il giusto respiro alla frase, ai concetti, al senso politico dell'intera storia.
Un lavoro forse a tratti ostico. Spesso, però, affascinante.
La guerra civile spagnola
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è ... (continue)
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è nell'agio che il lettore avverte, e che consiste proprio nel sentirsi lettore e non studioso - o studente - obbligato a compiere audaci acrobazie per destreggiarsi tra teorie, scuole storiografiche, lunghe citazioni virgolettate, fitti apparati di note, richiami, allusioni a documenti testi fonti inaccessibili a chi storico di professione non è.
Detto questo, il libro di Preston è un'ottima lettura per chi voglia avvicinarsi alla guerra civile spagnola cercando di comprenderne, in maniera chiara, motivazioni, protagonisti, esiti.
Come sempre capita, del resto, per ogni argomento storico.
Solo che la guerra civile spagnola ha messo in campo, per noi europei, pressoché ogni questione su cui si è giocato - e si gioca - il nostro destino.
Non solo la lotta senza esclusione di colpi tra fascismo e comunismo con tutto quello che ha comportato. Ma l'intera gamma delle tensioni ideologiche, delle paure di classe, fondate o meno che siano state, dei grandi valori della democrazia e di quelli utopici del socialismo libertario.
Condizionanti, poi, gli atteggiamenti e le decisioni che i grandi governi e le democrazie europee hanno preso rispetto a quello che è accaduto in Spagna tra il 1936 e il 1939. E poi, ancora, il ruolo della Chiesa e le laceranti divisioni della Sinistra.
Di tutto questo Preston cerca di dare conto. Lo fa non perdendo mai di vista un proprio punto di vista valoriale. Il che, oltre a essere una lezione di metodo è anche, se si vuole, il tentativo di confermare che un'ermeneutica dei fatti storici esiste ed è auspicabile. Cioè a dire: ciò che accade cerca sempre una spiegazione. E dare una spiegazione ai fatti storici significa scoprire e capire l'universo economico sociale politico nel quale è accaduto ciò che è accaduto. Si capisce bene come il valore dell'ideologia (avere un'idea precisa di ciò in cui si crede o di ciò in cui non si crede) sia ancora - e per fortuna - fondamentale.
Manca qualcosa in questo libro? Forse una maggiore e più puntuale attenzione (se si esclude, a tratti, l'ultima parte) al complesso universo del movimento anarchico spagnolo di quegli anni. Ma non mi sbilancio troppo e dico: forse.