Non c'è progressione in questo viaggio di discesa negli inferi. Ci si trova immediatamente nel centro dell'abisso.
La scrittura graffiante, tesa, che non concede nessuna pausa e che spinge a una lettura febbrile, quasi intossicata, affronta di petto e senza alibi il nemico.
Non c'è progressione in questo viaggio di discesa negli inferi. Ci si trova immediatamente nel centro dell'abisso.
La scrittura graffiante, tesa, che non concede nessuna pausa e che spinge a una lettura febbrile, quasi intossicata, affronta di petto e senza alibi il nemico.
Chi poi questo nemico sia - o possa essere - in realtà, spetta a ogni singolo lettore definirlo. Questa è la grande e inaspettata libertà che il romanzo di Emanuele Tonon concede.
Per quel che mi riguarda, dopo la lettura di Bianciardi e della sua "Vita agra" avevo trovato davvero poco di così lucido. In particolare mi riferisco alla prima parte, "Sotto il sole di Lucifero", dove il rapporto lavoro-persona si struttura come annientamento, annichilimento, distruzione, vera e propria macellazione.
Mi fermo qui perché la mia nota non può dare il tono, il senso, la passione (anche e forse soprattutto in senso teologico) della scrittura di Tonon.
Che va solamente affrontata e da cui, questo sì lo posso dire, se ne esce lacerati, stravolti, ingigantiti.
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è
... (continue)
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è nell'agio che il lettore avverte, e che consiste proprio nel sentirsi lettore e non studioso - o studente - obbligato a compiere audaci acrobazie per destreggiarsi tra teorie, scuole storiografiche, lunghe citazioni virgolettate, fitti apparati di note, richiami, allusioni a documenti testi fonti inaccessibili a chi storico di professione non è.
Detto questo, il libro di Preston è un'ottima lettura per chi voglia avvicinarsi alla guerra civile spagnola cercando di comprenderne, in maniera chiara, motivazioni, protagonisti, esiti. Come sempre capita, del resto, per ogni argomento storico.
Solo che la guerra civile spagnola ha messo in campo, per noi europei, pressoché ogni questione su cui si è giocato - e si gioca - il nostro destino.
Non solo la lotta senza esclusione di colpi tra fascismo e comunismo con tutto quello che ha comportato. Ma l'intera gamma delle tensioni ideologiche, delle paure di classe, fondate o meno che siano state, dei grandi valori della democrazia e di quelli utopici del socialismo libertario.
Condizionanti, poi, gli atteggiamenti e le decisioni che i grandi governi e le democrazie europee hanno preso rispetto a quello che è accaduto in Spagna tra il 1936 e il 1939. E poi, ancora, il ruolo della Chiesa e le laceranti divisioni della Sinistra.
Di tutto questo Preston cerca di dare conto. Lo fa non perdendo mai di vista un proprio punto di vista valoriale. Il che, oltre a essere una lezione di metodo è anche, se si vuole, il tentativo di confermare che un'ermeneutica dei fatti storici esiste ed è auspicabile. Cioè a dire: ciò che accade cerca sempre una spiegazione. E dare una spiegazione ai fatti storici significa scoprire e capire l'universo economico sociale politico nel quale è accaduto ciò che è accaduto. Si capisce bene come il valore dell'ideologia (avere un'idea precisa di ciò in cui si crede o di ciò in cui non si crede) sia ancora - e per fortuna - fondamentale.
Manca qualcosa in questo libro? Forse una maggiore e più puntuale attenzione (se si esclude, a tratti, l'ultima parte) al complesso universo del movimento anarchico spagnolo di quegli anni. Ma non mi sbilancio troppo e dico: forse.
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Voglio dire che l'analisi è condotta cercando per quanto possibile un approccio obiettivo. Senza però mai rinunciare alla necessità di proporre una interpretazione dei fatti presi in esame.
Mi pare che questo dia al libro un tono che va da quello della serrata analisi storica a quello del racconto giornalistico. Lo stile, avvolgente e vivace, invita a una lettura che pagina dopo pagina diventa appassionata.
Difficile dire, subito dopo averlo letto, quale sia la parte più interessante e quali le conclusioni più condivisibili a cui giungono i due autori.
Per quel che mi riguarda posso dire che il libro tenta di fare chiarezza - riuscendoci pienamente - in tutto il torbido che ha investito l'Italia dalla fine degli anni Sessanta a oggi.
Una però mi sento di poterla evidenziare. E riguarda una riflessione, fatta quasi sottovoce nell'affronatre l'oceano di persone accadimenti tragedie insensatezze e coperture che hanno concorso a fare "il caso Moro" e che caratterizzano quel fatto e quegli anni. Una riflessione che per me è dichiarazione di metodo ma anche valutazione circa la patina (o un banco di fitta nebbia?) che avvolge ancora oggi la coscienza del nostro paese:
"Oggi, tranne due, tutti i brigatisti che hanno partecipato all'agguato di via Fani, in cui morirono cinque uomini della scorta di Aldo Moro, e poi alla 'gestione' dei cinquantacinque giorni del suo sequestro hanno saldato i loro conti con la giustizia o sono in procinto di farlo. Il caso Moro, quindi, dovrebbe essere una vicenda chiusa della storia italiana. Dura e violenta, sanguinosa e sanguinante, ma pur sempre una pagina chiusa: scritta e leggibile, da studiare e analizzare. Comunque sia, una pagina di storia. E invece non è così. Il caso Moro, oltre trent'anni dopo, è ancora una drammatica pagina di cronaca fitta di punti interrogativi, della quale siamo capaci di leggere solo una parte esigua: i dubbi, i sospetti, i lati oscuri superano di gran lunga le certezze".
Un appunto. Forse solo uno, ma di poca importanza. L'ultimissima parte del libro, e in particolare quella che tocca anche i fatti di Genova del 2001, va via troppo in fretta. Ma è pure logico che sia così. Perché davvero quella è ancora cronaca. Stringente, vicina. Che ancora alita sul nostro collo.
Ecco, quanto bisogna aspettare perché diventi storia e, quindi, questione limpida? Anche questo è fondamentale: che la cronaca diventi storia. Non solo perché è in gioco la giustizia, cosa di per sé già fondamentale. Ma perché laddove ci sono ombre sparse c'è sembra un'ombra più cupa che grava su tutti.
Senza abdicare alla dietrologia, quell'ombra è il segno che ad essere malata è la democrazia. E che a vacillare è la libertà. In primo luogo, la libertà di conoscere. In diretta relazione con questa, la libertà di essere cittadini consapevoli.
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso p
... (continue)
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso proitettato in una situazione geo-socio-economica che fino ad allora gli era estranea.
E' il momento del flusso di emigrazione che porta migliaia di meridionali nel Nord industrializzato e ammaliato dai ritmi inesausti della produttività.
Attraverso la voce di uno di questi nuovi operai Nanni Balestrini traccia con sicurezza due situazioni. Una soggettiva e una collettiva. Tutte e due dinamiche.
La prima rappresenta una progressiva presa di coscienza che porta il protagonista da un atteggiamento di qualunquismo soggettivista alla consapevolezza della necessità politica con cui vivere la propria esistenza. La seconda coglie le lotte operaie nel loro momento di massima autonomia da partiti e dai sindacati della sinistra tradizionale e, dunque, di massima spontaneità (sponteneismo, per alcuni) e creatività.
Un romanzo-saggio, dunque, che si lascia attrarre da una particolare forma di sperimentalismo linguistico che cerca di aderire alla sostanziale mutazione del protagonista.
Nella prima parte il linguaggio ricalca in maniera evidente le formule sintattiche del parlato d'uso quotidiano; nella seconda parte si lega maggiormente a formule concettuali tipiche del "parlare" politico. E dunque concede maggiore attenzione a un periodare da intervento assembleare e da parole d'ordine programmatiche.
Sia nella prima che nella seconda parte la punteggiatura è meno che essenziale. Il punto è l'unico segno di pausa tra lunghi periodi. Il che richiede al lettore il compito di introiettare il giusto ritmo di lettura che va adeguato non solo al tono del parlato, ma alle mutevoli concitazioni del periodare. A lui, dunque, il compito di dare il giusto respiro alla frase, ai concetti, al senso politico dell'intera storia.
Un lavoro forse a tratti ostico. Spesso, però, affascinante.
Avevo sfogliato pigramente questo straordinario romanzo di Nanni Balestrini. Buttando un occhio (brutta espressione, ma rende l'idea) qua e là, avevo notato la totale assenza di punteggiatura. La turpitudine accademica che ancora persisteva (che ancora persiste?) in me, mi aveva portanto a recuperar
... (continue)
Avevo sfogliato pigramente questo straordinario romanzo di Nanni Balestrini. Buttando un occhio (brutta espressione, ma rende l'idea) qua e là, avevo notato la totale assenza di punteggiatura. La turpitudine accademica che ancora persisteva (che ancora persiste?) in me, mi aveva portanto a recuperare alla memoria un nome e un concetto. Joyce e il flusso di coscienza. Come ben si comprende, non mi ero costretto ad alcuno sforzo di originalità.
La conclusione era stata immediata: non avevo alcuna voglia di buttarmi in un flusso senza argini e di impegnarmi in una faticosa lettura di un testo - così mi pareva - "sperimentale".
Ma poi. Ma poi accade che, per un motivo o per un altro, io mi immerga nella lettura di tutto quello che riguarda gli anni Settanta. E allora, per obbligo riprendo, titubante, questo libro. Ripeto: straordinario.
E cominciamo con la fatica, mi dico. La lettura procede spedita, le pause sono quelle giuste, le intonazioni pure. Tutto fila via liscio per pagine e pagine e pagine. Solo alla prima pausa caffè, mi rendo conto che la punteggiatura non c'è ma c'è. Ed è perfetta. Lo stile è impeccabile; il ritmo quello di una narrazione avvolgente e fascinosa.
Prima scoperta: il ritmo di questo romanzo è nella sua anima. Impalpabile all'apparenza (l'assenza), ma imprescindibile nella realtà del racconto (il ritmo e, non esagero, la musicalità che io, il lettore, non ho fatto altro che trovare tra quelle righe).
Seconda scoperta: eccolo finalmente, il romanzo degli anni Settanta. E poco importa se l'occasione narrativa è - hanno detto - l'educazione sentimentale di uno dei tanti ragazzi del tempo. Tutto intorno c'è la Storia e c'è la passione; c'è un pezzo della vita di quegli anni che è un pezzo della vita dell'Italia.
Detto questo, non voglio dire altro (se pure sono riuscito a dire qualcosa). Solo una piccola appendice (ah, l'accademia!): chi ha cinquant'anni o poco più vi ritroverà il sapore, la luce, i suoni della propria epoca; chi, beato lui, è più giovane, percorrerà un ampio territorio - e non periferico - del paese in cui vive.
Ora vi chiedo scusa per la lunghezza e, plaudendo alla bravura grazie alla quale Balestrini ha raccontato proprio tutto quello che c'era da raccontare, mi concedo un intermezzo. Rosso, corposo, e adeguatamente tannico. Alla salute!
Il nemico
Non c'è progressione in questo viaggio di discesa negli inferi. Ci si trova immediatamente nel centro dell'abisso.
La scrittura graffiante, tesa, che non concede nessuna pausa e che spinge a una lettura febbrile, quasi intossicata, affronta di petto e senza alibi il nemico.
Chi poi questo nemico s ... (continue)
Non c'è progressione in questo viaggio di discesa negli inferi. Ci si trova immediatamente nel centro dell'abisso.
La scrittura graffiante, tesa, che non concede nessuna pausa e che spinge a una lettura febbrile, quasi intossicata, affronta di petto e senza alibi il nemico.
Chi poi questo nemico sia - o possa essere - in realtà, spetta a ogni singolo lettore definirlo. Questa è la grande e inaspettata libertà che il romanzo di Emanuele Tonon concede.
Per quel che mi riguarda, dopo la lettura di Bianciardi e della sua "Vita agra" avevo trovato davvero poco di così lucido. In particolare mi riferisco alla prima parte, "Sotto il sole di Lucifero", dove il rapporto lavoro-persona si struttura come annientamento, annichilimento, distruzione, vera e propria macellazione.
Mi fermo qui perché la mia nota non può dare il tono, il senso, la passione (anche e forse soprattutto in senso teologico) della scrittura di Tonon.
Che va solamente affrontata e da cui, questo sì lo posso dire, se ne esce lacerati, stravolti, ingigantiti.
La guerra civile spagnola
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è ... (continue)
Lo stile e l'impostazione sono quelli tipici della storiografia anglosassone. Per cui, accanto alla necessità di un puntuale - e apprezzabile - utilizzo di fonti variegate c'è la tensione verso una esposizione a tratti quasi narrativa.
Il pregio evidente di questo modo di indagare i fatti storici è nell'agio che il lettore avverte, e che consiste proprio nel sentirsi lettore e non studioso - o studente - obbligato a compiere audaci acrobazie per destreggiarsi tra teorie, scuole storiografiche, lunghe citazioni virgolettate, fitti apparati di note, richiami, allusioni a documenti testi fonti inaccessibili a chi storico di professione non è.
Detto questo, il libro di Preston è un'ottima lettura per chi voglia avvicinarsi alla guerra civile spagnola cercando di comprenderne, in maniera chiara, motivazioni, protagonisti, esiti.
Come sempre capita, del resto, per ogni argomento storico.
Solo che la guerra civile spagnola ha messo in campo, per noi europei, pressoché ogni questione su cui si è giocato - e si gioca - il nostro destino.
Non solo la lotta senza esclusione di colpi tra fascismo e comunismo con tutto quello che ha comportato. Ma l'intera gamma delle tensioni ideologiche, delle paure di classe, fondate o meno che siano state, dei grandi valori della democrazia e di quelli utopici del socialismo libertario.
Condizionanti, poi, gli atteggiamenti e le decisioni che i grandi governi e le democrazie europee hanno preso rispetto a quello che è accaduto in Spagna tra il 1936 e il 1939. E poi, ancora, il ruolo della Chiesa e le laceranti divisioni della Sinistra.
Di tutto questo Preston cerca di dare conto. Lo fa non perdendo mai di vista un proprio punto di vista valoriale. Il che, oltre a essere una lezione di metodo è anche, se si vuole, il tentativo di confermare che un'ermeneutica dei fatti storici esiste ed è auspicabile. Cioè a dire: ciò che accade cerca sempre una spiegazione. E dare una spiegazione ai fatti storici significa scoprire e capire l'universo economico sociale politico nel quale è accaduto ciò che è accaduto. Si capisce bene come il valore dell'ideologia (avere un'idea precisa di ciò in cui si crede o di ciò in cui non si crede) sia ancora - e per fortuna - fondamentale.
Manca qualcosa in questo libro? Forse una maggiore e più puntuale attenzione (se si esclude, a tratti, l'ultima parte) al complesso universo del movimento anarchico spagnolo di quegli anni. Ma non mi sbilancio troppo e dico: forse.
Anni di piombo
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Voglio dire che l'analisi è ... (continue)
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Voglio dire che l'analisi è condotta cercando per quanto possibile un approccio obiettivo. Senza però mai rinunciare alla necessità di proporre una interpretazione dei fatti presi in esame.
Mi pare che questo dia al libro un tono che va da quello della serrata analisi storica a quello del racconto giornalistico.
Lo stile, avvolgente e vivace, invita a una lettura che pagina dopo pagina diventa appassionata.
Difficile dire, subito dopo averlo letto, quale sia la parte più interessante e quali le conclusioni più condivisibili a cui giungono i due autori.
Per quel che mi riguarda posso dire che il libro tenta di fare chiarezza - riuscendoci pienamente - in tutto il torbido che ha investito l'Italia dalla fine degli anni Sessanta a oggi.
Una però mi sento di poterla evidenziare. E riguarda una riflessione, fatta quasi sottovoce nell'affronatre l'oceano di persone accadimenti tragedie insensatezze e coperture che hanno concorso a fare "il caso Moro" e che caratterizzano quel fatto e quegli anni. Una riflessione che per me è dichiarazione di metodo ma anche valutazione circa la patina (o un banco di fitta nebbia?) che avvolge ancora oggi la coscienza del nostro paese:
"Oggi, tranne due, tutti i brigatisti che hanno partecipato all'agguato di via Fani, in cui morirono cinque uomini della scorta di Aldo Moro, e poi alla 'gestione' dei cinquantacinque giorni del suo sequestro hanno saldato i loro conti con la giustizia o sono in procinto di farlo.
Il caso Moro, quindi, dovrebbe essere una vicenda chiusa della storia italiana. Dura e violenta, sanguinosa e sanguinante, ma pur sempre una pagina chiusa: scritta e leggibile, da studiare e analizzare. Comunque sia, una pagina di storia.
E invece non è così. Il caso Moro, oltre trent'anni dopo, è ancora una drammatica pagina di cronaca fitta di punti interrogativi, della quale siamo capaci di leggere solo una parte esigua: i dubbi, i sospetti, i lati oscuri superano di gran lunga le certezze".
Un appunto. Forse solo uno, ma di poca importanza. L'ultimissima parte del libro, e in particolare quella che tocca anche i fatti di Genova del 2001, va via troppo in fretta. Ma è pure logico che sia così. Perché davvero quella è ancora cronaca. Stringente, vicina. Che ancora alita sul nostro collo.
Ecco, quanto bisogna aspettare perché diventi storia e, quindi, questione limpida? Anche questo è fondamentale: che la cronaca diventi storia. Non solo perché è in gioco la giustizia, cosa di per sé già fondamentale. Ma perché laddove ci sono ombre sparse c'è sembra un'ombra più cupa che grava su tutti.
Senza abdicare alla dietrologia, quell'ombra è il segno che ad essere malata è la democrazia. E che a vacillare è la libertà. In primo luogo, la libertà di conoscere. In diretta relazione con questa, la libertà di essere cittadini consapevoli.
Vogliamo tutto
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso p ... (continue)
La prima edizione è del 1971. Il libro esce quindi quasi a ridosso degli avvenimenti che ne sono alla base: le lotte di fabbrica e, più in generale, il racconto della progressiva presa di coscienza politica da parte dell' "operaio massa". Di quella categoria di lavoratore che si trova d'improvviso proitettato in una situazione geo-socio-economica che fino ad allora gli era estranea.
E' il momento del flusso di emigrazione che porta migliaia di meridionali nel Nord industrializzato e ammaliato dai ritmi inesausti della produttività.
Attraverso la voce di uno di questi nuovi operai Nanni Balestrini traccia con sicurezza due situazioni. Una soggettiva e una collettiva. Tutte e due dinamiche.
La prima rappresenta una progressiva presa di coscienza che porta il protagonista da un atteggiamento di qualunquismo soggettivista alla consapevolezza della necessità politica con cui vivere la propria esistenza. La seconda coglie le lotte operaie nel loro momento di massima autonomia da partiti e dai sindacati della sinistra tradizionale e, dunque, di massima spontaneità (sponteneismo, per alcuni) e creatività.
Un romanzo-saggio, dunque, che si lascia attrarre da una particolare forma di sperimentalismo linguistico che cerca di aderire alla sostanziale mutazione del protagonista.
Nella prima parte il linguaggio ricalca in maniera evidente le formule sintattiche del parlato d'uso quotidiano; nella seconda parte si lega maggiormente a formule concettuali tipiche del "parlare" politico. E dunque concede maggiore attenzione a un periodare da intervento assembleare e da parole d'ordine programmatiche.
Sia nella prima che nella seconda parte la punteggiatura è meno che essenziale. Il punto è l'unico segno di pausa tra lunghi periodi. Il che richiede al lettore il compito di introiettare il giusto ritmo di lettura che va adeguato non solo al tono del parlato, ma alle mutevoli concitazioni del periodare. A lui, dunque, il compito di dare il giusto respiro alla frase, ai concetti, al senso politico dell'intera storia.
Un lavoro forse a tratti ostico. Spesso, però, affascinante.
Gli invisibili
Avevo sfogliato pigramente questo straordinario romanzo di Nanni Balestrini. Buttando un occhio (brutta espressione, ma rende l'idea) qua e là, avevo notato la totale assenza di punteggiatura. La turpitudine accademica che ancora persisteva (che ancora persiste?) in me, mi aveva portanto a recuperar ... (continue)
Avevo sfogliato pigramente questo straordinario romanzo di Nanni Balestrini. Buttando un occhio (brutta espressione, ma rende l'idea) qua e là, avevo notato la totale assenza di punteggiatura. La turpitudine accademica che ancora persisteva (che ancora persiste?) in me, mi aveva portanto a recuperare alla memoria un nome e un concetto. Joyce e il flusso di coscienza. Come ben si comprende, non mi ero costretto ad alcuno sforzo di originalità.
La conclusione era stata immediata: non avevo alcuna voglia di buttarmi in un flusso senza argini e di impegnarmi in una faticosa lettura di un testo - così mi pareva - "sperimentale".
Ma poi. Ma poi accade che, per un motivo o per un altro, io mi immerga nella lettura di tutto quello che riguarda gli anni Settanta. E allora, per obbligo riprendo, titubante, questo libro. Ripeto: straordinario.
E cominciamo con la fatica, mi dico. La lettura procede spedita, le pause sono quelle giuste, le intonazioni pure. Tutto fila via liscio per pagine e pagine e pagine. Solo alla prima pausa caffè, mi rendo conto che la punteggiatura non c'è ma c'è. Ed è perfetta. Lo stile è impeccabile; il ritmo quello di una narrazione avvolgente e fascinosa.
Prima scoperta: il ritmo di questo romanzo è nella sua anima. Impalpabile all'apparenza (l'assenza), ma imprescindibile nella realtà del racconto (il ritmo e, non esagero, la musicalità che io, il lettore, non ho fatto altro che trovare tra quelle righe).
Seconda scoperta: eccolo finalmente, il romanzo degli anni Settanta. E poco importa se l'occasione narrativa è - hanno detto - l'educazione sentimentale di uno dei tanti ragazzi del tempo. Tutto intorno c'è la Storia e c'è la passione; c'è un pezzo della vita di quegli anni che è un pezzo della vita dell'Italia.
Detto questo, non voglio dire altro (se pure sono riuscito a dire qualcosa). Solo una piccola appendice (ah, l'accademia!):
chi ha cinquant'anni o poco più vi ritroverà il sapore, la luce, i suoni della propria epoca;
chi, beato lui, è più giovane, percorrerà un ampio territorio - e non periferico - del paese in cui vive.
Ora vi chiedo scusa per la lunghezza e, plaudendo alla bravura grazie alla quale Balestrini ha raccontato proprio tutto quello che c'era da raccontare, mi concedo un intermezzo. Rosso, corposo, e adeguatamente tannico. Alla salute!