C'è qualcosa di inarrivabile nella prosa saggistica di Claudio Magris. Qualcosa capace di approdare in quel territorio non ben delimitato dove letteratura e vita si incontrano per guardarsi in faccia senza preoccuparsi di alzare difese.
Magari solo per un momento; magari sempre con quella carica d
... (continue)
C'è qualcosa di inarrivabile nella prosa saggistica di Claudio Magris. Qualcosa capace di approdare in quel territorio non ben delimitato dove letteratura e vita si incontrano per guardarsi in faccia senza preoccuparsi di alzare difese.
Magari solo per un momento; magari sempre con quella carica di disillusione (e disincanto) per cui letteratura e vita sono irriducibili e per cui la prima riesce (quando riesce) a essere solo un pallido riflesso della seconda. Un tentativo di chiarire, di spiegare, di semplificare forse mai del tutto raggiunto ma sempre inseguito. E per questo eroico.
Ci sono dei momenti nei quali un lettore inesausto cerca quei brandelli di esistenza, che magari sente sfuggirgli, tra le pagine di un libro. E si interroga su cosa sia la Letteratura, e dove possa mai condurre la passione e l'ossessione per la lettura.
Non verso la vita, ovvio. Ma verso la comprensione della vita? O, ancora forse, verso la nostalgia della vita?
Questo libro è in tal senso un ottimo compagno di viaggio. Perché è un immenso contenitore di libri letti, pensati, amati. E perché si lascia guidare, con invidiabile acribia, da un'ansia di ordine e nello stesso tempo da una serena accettazione del caotico che, sole, possono suggerire il senso dell'unità dell'esistenza.
E' un ripercorrere il piacere e l'emozione di libri letti nel corso di una intera vita; l'abbandonarsi alla ossessiva curiosità per sempre nuove e sconosciute letture (e ogni anobiano sa cosa questo possa significare). E vi è, forse più di ogni altra cosa, anche l'idea che una letteratura (intesa pure come storia della letteratura) sia "ricostruzione - o costruzione - di un'identità nazionale".
Si leggano i primi tre o quattro saggi. Bastano a riscoprire l'importanza insostituibile che i libri hanno e hanno avuto per qualsiasi lettore. Perché in quelle migliaia e migliaia di pagine c'è sempre qualcosa che, neanche troppo in fondo, è sempre per chi legge una rivelazione di sé. Ed è lì che si ritorna, di tanto in tanto, per ritrovarsi. Siano esse le pagine del "Don Chisciotte" o della "Divina Commedia" o delle avventurose gesta di Sandokan o di tutto quello che ognuno vuole.
Notazione ultima. Il fluire chiaro della prosa di Magris riscalda il cuore.
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Voglio dire che l'analisi è condotta cercando per quanto possibile un approccio obiettivo. Senza però mai rinunciare alla necessità di proporre una interpretazione dei fatti presi in esame.
Mi pare che questo dia al libro un tono che va da quello della serrata analisi storica a quello del racconto giornalistico. Lo stile, avvolgente e vivace, invita a una lettura che pagina dopo pagina diventa appassionata.
Difficile dire, subito dopo averlo letto, quale sia la parte più interessante e quali le conclusioni più condivisibili a cui giungono i due autori.
Per quel che mi riguarda posso dire che il libro tenta di fare chiarezza - riuscendoci pienamente - in tutto il torbido che ha investito l'Italia dalla fine degli anni Sessanta a oggi.
Una però mi sento di poterla evidenziare. E riguarda una riflessione, fatta quasi sottovoce nell'affronatre l'oceano di persone accadimenti tragedie insensatezze e coperture che hanno concorso a fare "il caso Moro" e che caratterizzano quel fatto e quegli anni. Una riflessione che per me è dichiarazione di metodo ma anche valutazione circa la patina (o un banco di fitta nebbia?) che avvolge ancora oggi la coscienza del nostro paese:
"Oggi, tranne due, tutti i brigatisti che hanno partecipato all'agguato di via Fani, in cui morirono cinque uomini della scorta di Aldo Moro, e poi alla 'gestione' dei cinquantacinque giorni del suo sequestro hanno saldato i loro conti con la giustizia o sono in procinto di farlo. Il caso Moro, quindi, dovrebbe essere una vicenda chiusa della storia italiana. Dura e violenta, sanguinosa e sanguinante, ma pur sempre una pagina chiusa: scritta e leggibile, da studiare e analizzare. Comunque sia, una pagina di storia. E invece non è così. Il caso Moro, oltre trent'anni dopo, è ancora una drammatica pagina di cronaca fitta di punti interrogativi, della quale siamo capaci di leggere solo una parte esigua: i dubbi, i sospetti, i lati oscuri superano di gran lunga le certezze".
Un appunto. Forse solo uno, ma di poca importanza. L'ultimissima parte del libro, e in particolare quella che tocca anche i fatti di Genova del 2001, va via troppo in fretta. Ma è pure logico che sia così. Perché davvero quella è ancora cronaca. Stringente, vicina. Che ancora alita sul nostro collo.
Ecco, quanto bisogna aspettare perché diventi storia e, quindi, questione limpida? Anche questo è fondamentale: che la cronaca diventi storia. Non solo perché è in gioco la giustizia, cosa di per sé già fondamentale. Ma perché laddove ci sono ombre sparse c'è sembra un'ombra più cupa che grava su tutti.
Senza abdicare alla dietrologia, quell'ombra è il segno che ad essere malata è la democrazia. E che a vacillare è la libertà. In primo luogo, la libertà di conoscere. In diretta relazione con questa, la libertà di essere cittadini consapevoli.
Che dire: un noir che è un contenitore di tante cose.
Molte sono parte integrante del genere. Altre sono il bagaglio, meglio se dico l'officina, di Massimo Carlotto. Cioè a dire un'esperienza di luoghi fatti persone qui unita alla capacità di guardare in faccia a una fetta geo-socio-economica preci
... (continue)
Che dire: un noir che è un contenitore di tante cose.
Molte sono parte integrante del genere. Altre sono il bagaglio, meglio se dico l'officina, di Massimo Carlotto. Cioè a dire un'esperienza di luoghi fatti persone qui unita alla capacità di guardare in faccia a una fetta geo-socio-economica precisa d'Italia. Un pezzo di Veneto, per essere precisi.
Questa capacità di guardare è sorniona. E come tale in grado di tracciare, in breve e con massima precisione, il quadro della realtà.
Poiché è un noir, non mi pare sia cosa simpatica raccontare tutte le peripezie di Giorgio Pellegrini che da un passato di militanza armata se ne va a combattere, senza troppa convinzione, tra i rivoluzionari del Centroamerica.
Ritorna in Italia con l'intenzione di vivere alla grande. Ripensamenti morali zero. Scrupoli zero. Solo l'ansia di riabilitarsi ufficialmente, ricorrendo all'aiuto di persone e ambienti puliti di fuori, e chissà cosa di dentro.
Morti ammazzati, donne, soldi, poliziotti corrotti, guardie carcerarie non da meno, puttane, ex terroristi. Tutti elementi principali del vortice nel quale il protagonista si trascina coscientemente.
E poi, proprio a poche righe dalla fine di "Arrivederci amore, ciao", quella considerazione che riporto: "Il presente e il futuro erano rappresentati da una comunità che aveva il senso dell'amicizia e della solidarietà. E degli affari. Sarei stato considerato uno stimato e onesto cittadino, impegnato solo a guadagnarsi il pane. E a godersi i soldi".
Cosa c'è di strano? Niente. Ma ora leggete tutto il romanzo (peraltro scritto con il solito stile piano e avvolgente) dall'inizio. Quando all'ultima pagina ritroverete il periodo citato, un brivido vi inchioderà.
Le ragioni della crisi in cui da anni versa la Sinistra sono affrontate in maniera limpida e sincera. Il che vuol dire che questa raccolta di "note" ha un'utilità che va oltre la pura e semplice analisi.
Le soluzioni alla situazione di stallo (quando non di vero e proprio arretramento) sono cercate
... (continue)
Le ragioni della crisi in cui da anni versa la Sinistra sono affrontate in maniera limpida e sincera. Il che vuol dire che questa raccolta di "note" ha un'utilità che va oltre la pura e semplice analisi.
Le soluzioni alla situazione di stallo (quando non di vero e proprio arretramento) sono cercate in ciò che è essenziale. In un modo di essere e di pensare; in un'idea della vita e del mondo; del lavoro e del tempo libero; della cultura, della solidarietà, dell'accoglienza. In una parola, in tutto ciò che ha rappresentato e deve rappresentare il dirsi e l'essere di Sinistra.
La scrittura di Gianni Cuperlo è appassionata e quindi travolgente. Conserva il fascino delle narrazioni fatte a un gruppo di amici, nelle occasioni serene dove è più facile dirsi tutto. Anche quello che avremmo dovuto essere e non siamo stati.
Mi è sembrato un libro fondamentale, prima ancora che necessario. Necessario per la chiarezza di analisi supportata dalla finissima cultura dell'autore; fondamentale perché traccia con saggezza le coordinate di un agire politico che viene da lontano per andare lontano. Lo so, è una frase fatta e antica. Ma nel libro di Cuperlo si afferma in maniera chiara che una sana ed equilibrata consapevolezza di sè e delle proprie origini è un saldo punto di riferimento. E di affidamento.
Il libro di esordio, a più di ottant'anni, di una straordinaria narratrice. Pubblicato per la prima volta nel 1980 in una versione non completa, questo fascinoso romanzo contiene già tutta la capacità affabulatoria che Dolores Prato riverserà nel suo capolavoro "Giù la piazza non c'è nessuno". Roman
... (continue)
Il libro di esordio, a più di ottant'anni, di una straordinaria narratrice. Pubblicato per la prima volta nel 1980 in una versione non completa, questo fascinoso romanzo contiene già tutta la capacità affabulatoria che Dolores Prato riverserà nel suo capolavoro "Giù la piazza non c'è nessuno". Romanzo di formazione e al tempo stesso di sguardo disincantato su una piccola comunità e sul mondo. Una storia quasi d'altri tempi, fatta di gesti, odori, pensieri, sguardi. Un nugolo di personaggi a cui affezionarsi e uno, don Pacì, da amare visceralmente.
Alfabeti
C'è qualcosa di inarrivabile nella prosa saggistica di Claudio Magris. Qualcosa capace di approdare in quel territorio non ben delimitato dove letteratura e vita si incontrano per guardarsi in faccia senza preoccuparsi di alzare difese.
Magari solo per un momento; magari sempre con quella carica d ... (continue)
C'è qualcosa di inarrivabile nella prosa saggistica di Claudio Magris. Qualcosa capace di approdare in quel territorio non ben delimitato dove letteratura e vita si incontrano per guardarsi in faccia senza preoccuparsi di alzare difese.
Magari solo per un momento; magari sempre con quella carica di disillusione (e disincanto) per cui letteratura e vita sono irriducibili e per cui la prima riesce (quando riesce) a essere solo un pallido riflesso della seconda. Un tentativo di chiarire, di spiegare, di semplificare forse mai del tutto raggiunto ma sempre inseguito. E per questo eroico.
Ci sono dei momenti nei quali un lettore inesausto cerca quei brandelli di esistenza, che magari sente sfuggirgli, tra le pagine di un libro. E si interroga su cosa sia la Letteratura, e dove possa mai condurre la passione e l'ossessione per la lettura.
Non verso la vita, ovvio. Ma verso la comprensione della vita? O, ancora forse, verso la nostalgia della vita?
Questo libro è in tal senso un ottimo compagno di viaggio. Perché è un immenso contenitore di libri letti, pensati, amati. E perché si lascia guidare, con invidiabile acribia, da un'ansia di ordine e nello stesso tempo da una serena accettazione del caotico che, sole, possono suggerire il senso dell'unità dell'esistenza.
E' un ripercorrere il piacere e l'emozione di libri letti nel corso di una intera vita; l'abbandonarsi alla ossessiva curiosità per sempre nuove e sconosciute letture (e ogni anobiano sa cosa questo possa significare). E vi è, forse più di ogni altra cosa, anche l'idea che una letteratura (intesa pure come storia della letteratura) sia "ricostruzione - o costruzione - di un'identità nazionale".
Si leggano i primi tre o quattro saggi. Bastano a riscoprire l'importanza insostituibile che i libri hanno e hanno avuto per qualsiasi lettore. Perché in quelle migliaia e migliaia di pagine c'è sempre qualcosa che, neanche troppo in fondo, è sempre per chi legge una rivelazione di sé. Ed è lì che si ritorna, di tanto in tanto, per ritrovarsi.
Siano esse le pagine del "Don Chisciotte" o della "Divina Commedia" o delle avventurose gesta di Sandokan o di tutto quello che ognuno vuole.
Notazione ultima. Il fluire chiaro della prosa di Magris riscalda il cuore.
Anni di piombo
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Voglio dire che l'analisi è ... (continue)
Una sintesi, vasta accurata e chiara, che ripercorre per intero gli "anni di piombo". Per quanto possibile, gli autori affrontano la complessità di fatti e interpretazioni cercando di mettere il lettore in condizione di capire e, se ne sente il bisogno, di approfondire.
Voglio dire che l'analisi è condotta cercando per quanto possibile un approccio obiettivo. Senza però mai rinunciare alla necessità di proporre una interpretazione dei fatti presi in esame.
Mi pare che questo dia al libro un tono che va da quello della serrata analisi storica a quello del racconto giornalistico.
Lo stile, avvolgente e vivace, invita a una lettura che pagina dopo pagina diventa appassionata.
Difficile dire, subito dopo averlo letto, quale sia la parte più interessante e quali le conclusioni più condivisibili a cui giungono i due autori.
Per quel che mi riguarda posso dire che il libro tenta di fare chiarezza - riuscendoci pienamente - in tutto il torbido che ha investito l'Italia dalla fine degli anni Sessanta a oggi.
Una però mi sento di poterla evidenziare. E riguarda una riflessione, fatta quasi sottovoce nell'affronatre l'oceano di persone accadimenti tragedie insensatezze e coperture che hanno concorso a fare "il caso Moro" e che caratterizzano quel fatto e quegli anni. Una riflessione che per me è dichiarazione di metodo ma anche valutazione circa la patina (o un banco di fitta nebbia?) che avvolge ancora oggi la coscienza del nostro paese:
"Oggi, tranne due, tutti i brigatisti che hanno partecipato all'agguato di via Fani, in cui morirono cinque uomini della scorta di Aldo Moro, e poi alla 'gestione' dei cinquantacinque giorni del suo sequestro hanno saldato i loro conti con la giustizia o sono in procinto di farlo.
Il caso Moro, quindi, dovrebbe essere una vicenda chiusa della storia italiana. Dura e violenta, sanguinosa e sanguinante, ma pur sempre una pagina chiusa: scritta e leggibile, da studiare e analizzare. Comunque sia, una pagina di storia.
E invece non è così. Il caso Moro, oltre trent'anni dopo, è ancora una drammatica pagina di cronaca fitta di punti interrogativi, della quale siamo capaci di leggere solo una parte esigua: i dubbi, i sospetti, i lati oscuri superano di gran lunga le certezze".
Un appunto. Forse solo uno, ma di poca importanza. L'ultimissima parte del libro, e in particolare quella che tocca anche i fatti di Genova del 2001, va via troppo in fretta. Ma è pure logico che sia così. Perché davvero quella è ancora cronaca. Stringente, vicina. Che ancora alita sul nostro collo.
Ecco, quanto bisogna aspettare perché diventi storia e, quindi, questione limpida? Anche questo è fondamentale: che la cronaca diventi storia. Non solo perché è in gioco la giustizia, cosa di per sé già fondamentale. Ma perché laddove ci sono ombre sparse c'è sembra un'ombra più cupa che grava su tutti.
Senza abdicare alla dietrologia, quell'ombra è il segno che ad essere malata è la democrazia. E che a vacillare è la libertà. In primo luogo, la libertà di conoscere. In diretta relazione con questa, la libertà di essere cittadini consapevoli.
Arrivederci amore, ciao
Che dire: un noir che è un contenitore di tante cose.
Molte sono parte integrante del genere. Altre sono il bagaglio, meglio se dico l'officina, di Massimo Carlotto. Cioè a dire un'esperienza di luoghi fatti persone qui unita alla capacità di guardare in faccia a una fetta geo-socio-economica preci ... (continue)
Che dire: un noir che è un contenitore di tante cose.
Molte sono parte integrante del genere. Altre sono il bagaglio, meglio se dico l'officina, di Massimo Carlotto. Cioè a dire un'esperienza di luoghi fatti persone qui unita alla capacità di guardare in faccia a una fetta geo-socio-economica precisa d'Italia. Un pezzo di Veneto, per essere precisi.
Questa capacità di guardare è sorniona. E come tale in grado di tracciare, in breve e con massima precisione, il quadro della realtà.
Poiché è un noir, non mi pare sia cosa simpatica raccontare tutte le peripezie di Giorgio Pellegrini che da un passato di militanza armata se ne va a combattere, senza troppa convinzione, tra i rivoluzionari del Centroamerica.
Ritorna in Italia con l'intenzione di vivere alla grande. Ripensamenti morali zero. Scrupoli zero. Solo l'ansia di riabilitarsi ufficialmente, ricorrendo all'aiuto di persone e ambienti puliti di fuori, e chissà cosa di dentro.
Morti ammazzati, donne, soldi, poliziotti corrotti, guardie carcerarie non da meno, puttane, ex terroristi. Tutti elementi principali del vortice nel quale il protagonista si trascina coscientemente.
E poi, proprio a poche righe dalla fine di "Arrivederci amore, ciao", quella considerazione che riporto:
"Il presente e il futuro erano rappresentati da una comunità che aveva il senso dell'amicizia e della solidarietà. E degli affari. Sarei stato considerato uno stimato e onesto cittadino, impegnato solo a guadagnarsi il pane. E a godersi i soldi".
Cosa c'è di strano? Niente. Ma ora leggete tutto il romanzo (peraltro scritto con il solito stile piano e avvolgente) dall'inizio. Quando all'ultima pagina ritroverete il periodo citato, un brivido vi inchioderà.
Basta zercar. Sinistra, traslochi, Partito Democratico
Le ragioni della crisi in cui da anni versa la Sinistra sono affrontate in maniera limpida e sincera. Il che vuol dire che questa raccolta di "note" ha un'utilità che va oltre la pura e semplice analisi.
Le soluzioni alla situazione di stallo (quando non di vero e proprio arretramento) sono cercate ... (continue)
Le ragioni della crisi in cui da anni versa la Sinistra sono affrontate in maniera limpida e sincera. Il che vuol dire che questa raccolta di "note" ha un'utilità che va oltre la pura e semplice analisi.
Le soluzioni alla situazione di stallo (quando non di vero e proprio arretramento) sono cercate in ciò che è essenziale. In un modo di essere e di pensare; in un'idea della vita e del mondo; del lavoro e del tempo libero; della cultura, della solidarietà, dell'accoglienza. In una parola, in tutto ciò che ha rappresentato e deve rappresentare il dirsi e l'essere di Sinistra.
La scrittura di Gianni Cuperlo è appassionata e quindi travolgente. Conserva il fascino delle narrazioni fatte a un gruppo di amici, nelle occasioni serene dove è più facile dirsi tutto. Anche quello che avremmo dovuto essere e non siamo stati.
Mi è sembrato un libro fondamentale, prima ancora che necessario. Necessario per la chiarezza di analisi supportata dalla finissima cultura dell'autore; fondamentale perché traccia con saggezza le coordinate di un agire politico che viene da lontano per andare lontano. Lo so, è una frase fatta e antica. Ma nel libro di Cuperlo si afferma in maniera chiara che una sana ed equilibrata consapevolezza di sè e delle proprie origini è un saldo punto di riferimento. E di affidamento.
Campane a Sangiocondo
Il libro di esordio, a più di ottant'anni, di una straordinaria narratrice. Pubblicato per la prima volta nel 1980 in una versione non completa, questo fascinoso romanzo contiene già tutta la capacità affabulatoria che Dolores Prato riverserà nel suo capolavoro "Giù la piazza non c'è nessuno". Roman ... (continue)
Il libro di esordio, a più di ottant'anni, di una straordinaria narratrice. Pubblicato per la prima volta nel 1980 in una versione non completa, questo fascinoso romanzo contiene già tutta la capacità affabulatoria che Dolores Prato riverserà nel suo capolavoro "Giù la piazza non c'è nessuno". Romanzo di formazione e al tempo stesso di sguardo disincantato su una piccola comunità e sul mondo. Una storia quasi d'altri tempi, fatta di gesti, odori, pensieri, sguardi. Un nugolo di personaggi a cui affezionarsi e uno, don Pacì, da amare visceralmente.