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Remix
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Le prescrizioni sul diritto d’autore si plasmano, fin dal principio della loro storia, sul rapporto fra l’evoluzione della tecnologia della riproduzione (da cui nasce il termine copyright, letteralmente il “diritto di copiare”) e la posizione del fruitore rispetto all’opera – finora passiva, secondo ... (continue)
Le prescrizioni sul diritto d’autore si plasmano, fin dal principio della loro storia, sul rapporto fra l’evoluzione della tecnologia della riproduzione (da cui nasce il termine copyright, letteralmente il “diritto di copiare”) e la posizione del fruitore rispetto all’opera – finora passiva, secondo quella che Lessig chiama “old read-only culture”, che ha dato vita all’industria della cultura e dell’intrattenimento così come le conosciamo, e che oggi è in fase di inevitabile rivoluzione. Con tutte le resistenze del caso: basta pensare a casi al limite del ridicolo, come quello in cui una major discografica ha chiesto un risarcimento danni a sei cifre a una mamma che su YouTube aveva caricato il video amatoriale del suo bambino che ballava sulle note di una canzone “di loro proprietà”. Il mutamento dei mezzi, insomma, impone una rivisitazione della tutela – e questo porta alla nuova “remix culture”, che implica una posizione attiva del fruitore rispetto all’opera – concepita in maniera innovativa, come un potenziale contributo a un’ingegnosità open source (che sulla sua base arricchisca, modifichi, mescoli, campioni: insomma, remixi) tanto quanto viene vista come una creazione indipendente e finita. Quest’evoluzione non compromette, come si continua a temere, il sacrosanto diritto alla paternità e allo sfruttamento economico di un’opera, ma in un contesto di riconoscimento e protezione garantiti dalla flessibilità delle licenze Creative Commons obbliga piuttosto a uno slittamento dai modelli di monopolio commerciale della stessa (che agli autori, in realtà, non ha mai certo giovato) a un’economia ibrida – e prospera.
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