Una favola urbana, che della favola ha la delicatezza, la semplicità e la piacevolezza, ma che, letta un po' più a fondo, diventa qualcosa di più profondo, che fa scaturire anche qualche pensiero nuovo, il che non è poco.
Le stagioni qui vanno e vengono, cinque volte, ma dalla città e da tutto quel
... (continue)
Una favola urbana, che della favola ha la delicatezza, la semplicità e la piacevolezza, ma che, letta un po' più a fondo, diventa qualcosa di più profondo, che fa scaturire anche qualche pensiero nuovo, il che non è poco.
Le stagioni qui vanno e vengono, cinque volte, ma dalla città e da tutto quello che rappresenta non si scappa mai. Una favola col retrogusto di smog.
Le cicatrici si sono serrate e non hanno lasciato che un'espressione fredda, gelida. Hanno sigillato ogni emozione e ogni rimorso nel fondo dell'anima; hanno indurito la pelle fino a renderla rigida come cuoio, insensibile al dolore, alle botte, agli insulti, agli sputi.
Le cicatrici si sono serrate e non hanno lasciato che un'espressione fredda, gelida. Hanno sigillato ogni emozione e ogni rimorso nel fondo dell'anima; hanno indurito la pelle fino a renderla rigida come cuoio, insensibile al dolore, alle botte, agli insulti, agli sputi.
Non possono essere due bambini quelli che ci parlano. La loro lucidità e la loro freddezza è un qualcosa di insano, di innaturale, di spaventoso. Sono due fantocci gemelli, senza nome. Senza volto. Nulla li può toccare, né ferire. Autodidatti, imparano da loro ad evitare il dolore, diventandone la causa e/o le vittime, senza sentire più nulla.
"Non fa male."
"Non fa male."
Non piangono più. Parlano contemporaneamente. Scrivono tutto sul loro "Grande Quaderno". Sfoltiscono, portano tutto all'essenziale; salvano solo quello che deve essere ricordato. Sono due solitudini che si completano perfettamente: un organismo impenetrabile perfino a chi l'ha generato. Marionette omicide, scrivono per il futuro.
..E il futuro verrà loro addosso. Spariglierà i fatti, annebbierà la vista: la visione si sostituirà al sogno, la menzogna intorpidirà la lingua, ciò che prima era vero si scoprirà farsa. Oppure no.
"La Trilogia Della Città Di K." è una storia s-pietata, narrata con la luce appena necessaria ad illuminare i pochi tratti essenziali. La Seconda Guerra Mondiale; un qualche paese dell'est Europa, forse. I personaggi sono appena delineati con poche parole, crude e secche. Sono mossi da un odio che sembra ancestrale, greve, eterno. Tutto è pervaso da una calma catatonica, assordante. Non ci sono dettagli, non c'è tensione: la frustata arriva in silenzio, imprevedibile, e, in silenzio, dopo poche righe, scompare.
Secca, essenziale, ritmata: la prosa della Kristof è lo scheletro traballante su cui si regge la storia, l'impalcatura di un palazzo in miniatura costruito col fil di ferro. È una goccia, che cade da un cielo gonfio di presagi. Poi un'altra, un'altra ancora, un'altra ancora.. Uno scroscio sfibrante e muto di fatti. Corrosivo. Le frasi si tirano l'una con l'altra, diventano i rami su cui si muove questa manciata di disgrazie.
"Bisogna essersi lasciati alle spalle le bugie della letteratura e scegliere le parole nella loro povera sincerità."
C'è un'elettricità sottile fra le pagine di questo racconto, appena palpabile. È una sciarpa di lana, elettrizzata, pronta a dare la sua piccola scossa; così inaspettata da far sobbalzare. È una lenta discesa verso la fine di tutto.
Si sta silenziosi, prima sgomenti, poi inerti, ad osservare.
Non è un cinque oggettivo: non lo si è mai, oggettivi. Però con questo libro io mi sono innamorato del modo di scrivere, di raccontare e di raccontarsi, di Nori.
Marcovaldo, ovvero le stagioni in città
Una favola urbana, che della favola ha la delicatezza, la semplicità e la piacevolezza, ma che, letta un po' più a fondo, diventa qualcosa di più profondo, che fa scaturire anche qualche pensiero nuovo, il che non è poco.
Le stagioni qui vanno e vengono, cinque volte, ma dalla città e da tutto quel ... (continue)
Una favola urbana, che della favola ha la delicatezza, la semplicità e la piacevolezza, ma che, letta un po' più a fondo, diventa qualcosa di più profondo, che fa scaturire anche qualche pensiero nuovo, il che non è poco.
Le stagioni qui vanno e vengono, cinque volte, ma dalla città e da tutto quello che rappresenta non si scappa mai. Una favola col retrogusto di smog.
Trilogia della città di K.
Le cicatrici si sono serrate e non hanno lasciato che un'espressione fredda, gelida. Hanno sigillato ogni emozione e ogni rimorso nel fondo dell'anima; hanno indurito la pelle fino a renderla rigida come cuoio, insensibile al dolore, alle botte, agli insulti, agli sputi.
Non possono essere due bamb ... (continue)
Le cicatrici si sono serrate e non hanno lasciato che un'espressione fredda, gelida. Hanno sigillato ogni emozione e ogni rimorso nel fondo dell'anima; hanno indurito la pelle fino a renderla rigida come cuoio, insensibile al dolore, alle botte, agli insulti, agli sputi.
Non possono essere due bambini quelli che ci parlano. La loro lucidità e la loro freddezza è un qualcosa di insano, di innaturale, di spaventoso. Sono due fantocci gemelli, senza nome. Senza volto. Nulla li può toccare, né ferire. Autodidatti, imparano da loro ad evitare il dolore, diventandone la causa e/o le vittime, senza sentire più nulla.
"Non fa male."
"Non fa male."
Non piangono più. Parlano contemporaneamente. Scrivono tutto sul loro "Grande Quaderno". Sfoltiscono, portano tutto all'essenziale; salvano solo quello che deve essere ricordato. Sono due solitudini che si completano perfettamente: un organismo impenetrabile perfino a chi l'ha generato. Marionette omicide, scrivono per il futuro.
..E il futuro verrà loro addosso. Spariglierà i fatti, annebbierà la vista: la visione si sostituirà al sogno, la menzogna intorpidirà la lingua, ciò che prima era vero si scoprirà farsa. Oppure no.
"La Trilogia Della Città Di K." è una storia s-pietata, narrata con la luce appena necessaria ad illuminare i pochi tratti essenziali. La Seconda Guerra Mondiale; un qualche paese dell'est Europa, forse. I personaggi sono appena delineati con poche parole, crude e secche. Sono mossi da un odio che sembra ancestrale, greve, eterno. Tutto è pervaso da una calma catatonica, assordante. Non ci sono dettagli, non c'è tensione: la frustata arriva in silenzio, imprevedibile, e, in silenzio, dopo poche righe, scompare.
Secca, essenziale, ritmata: la prosa della Kristof è lo scheletro traballante su cui si regge la storia, l'impalcatura di un palazzo in miniatura costruito col fil di ferro. È una goccia, che cade da un cielo gonfio di presagi. Poi un'altra, un'altra ancora, un'altra ancora.. Uno scroscio sfibrante e muto di fatti. Corrosivo. Le frasi si tirano l'una con l'altra, diventano i rami su cui si muove questa manciata di disgrazie.
"Bisogna essersi lasciati alle spalle le bugie della letteratura e scegliere le parole nella loro povera sincerità."
C'è un'elettricità sottile fra le pagine di questo racconto, appena palpabile. È una sciarpa di lana, elettrizzata, pronta a dare la sua piccola scossa; così inaspettata da far sobbalzare. È una lenta discesa verso la fine di tutto.
Si sta silenziosi, prima sgomenti, poi inerti, ad osservare.
Tratta da Debaser.it
Ieri
"è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori". Appena 96 paginette che sono un pugno. sordo. in petto.
Bassotuba non c'è
Non è un cinque oggettivo: non lo si è mai, oggettivi. Però con questo libro io mi sono innamorato del modo di scrivere, di raccontare e di raccontarsi, di Nori.
La casa del sonno
Peccato per un finale davvero troppo improbabile e campato in aria. Non fosse per quelle ultime venti pagine...