写作这回事

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Publisher: 上海译文出版社

4.1
(2524)

Language: 简体中文 | Number of Pages: 289 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) German , English , Chi traditional , Italian , Spanish , French , Swedish , Dutch , Thai , Greek , Polish , Czech

Isbn-10: 7532748448 | Isbn-13: 9787532748440 | Publish date: 

Translator: 张坤

Category: Biography , Non-fiction , Textbook

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Book Description
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  • 0

    dal blog Giramenti

    Ho atteso a lungo prima di trovare il coraggio di leggere questo “manuale/non-manuale”. Temevo di scoprire di non aver mai capito una mazza di roba scritta.
    Per prima cosa occorre ribadire il sottotit ...continue

    Ho atteso a lungo prima di trovare il coraggio di leggere questo “manuale/non-manuale”. Temevo di scoprire di non aver mai capito una mazza di roba scritta.
    Per prima cosa occorre ribadire il sottotitolo – devono averlo messo lì per tacitare i rompicoglioni come me –, trattasi della scrittura vista e proposta da King, tenendo presente le fortune e le sfortune in cui è incappato crescendo. E occorre anche precisare che si tratta di fatti – e scritture – domiciliate in Ammerega in un tempo ormai morto e sepolto.

    SEGUE su https://gaialodovica.wordpress.com/2016/01/18/on-writing-autobiografia-di-un-mestiere-di-stephen-king-trad-tullio-dobner/

    said on 

  • 5

    Perfetto. Semplicemente perfetto (scusa Steve, ho usato un avverbio). King è un grandissimo narratore e si vede, si sente sopratutto, sempre. Uno di quei libri da rileggere ogni volta che si ha quella ...continue

    Perfetto. Semplicemente perfetto (scusa Steve, ho usato un avverbio). King è un grandissimo narratore e si vede, si sente sopratutto, sempre. Uno di quei libri da rileggere ogni volta che si ha quella brutta stretta allo stomaco. E non per avere qualche consiglio sulla buona scrittura, o meglio, non solo per questo. Sopratutto per capire, andare a fondo alle cose, scandagliare le infinite possibilità e accorgersi che in fondo è tutto quanto nelle nostre mani. Non lo so spiegare bene come Stephen, quindi procuratevi questo libro e custoditelo preziosamente.
    Ah, prima volta in vita mia in cui sono stata tentata di deturpare un libro con sottolineature e segni vari. Ho resistito, ma è stata dura.

    said on 

  • 4

    Sii onesto, elimina senza pietà gli avverbi, taglia il superfluo, rifuggi dalla forma passiva, lavora sodo, con passione e costanza. Leggi e scrivi moltissimo.
    Sono tanti i consigli che King ci regala ...continue

    Sii onesto, elimina senza pietà gli avverbi, taglia il superfluo, rifuggi dalla forma passiva, lavora sodo, con passione e costanza. Leggi e scrivi moltissimo.
    Sono tanti i consigli che King ci regala in questa "Autobiografia di un mestiere", in cui si intrecciano frammenti di vita dell'autore e suggerimenti per l'aspirante scrittore.
    Ne ho apprezzato soprattutto l'essenzialità e la franchezza: non ci sono fronzoli o minestre pronte; bisogna tirarsi su le maniche e lavorare duro, se si vogliono ottenere dei risultati. Poche storie.
    Eppure c'è molto di più: la gioia dello scrivere, l'ebbrezza di riportare alla luce fossili sepolti, la magia che nasce dalla narrazione. Ha un suo ritmo, che tiene incollati alla pagina (e in un libro di saggistica non è poco).
    Un libro che è stata una piccola rivelazione, e che consiglio a tutti.

    said on 

  • 5

    "La scrittura non è la vita, ma talvolta può essere una specie di resurrezione."

    http://diariodiunadipendenza.blogspot.it/2015/12/on-writing-autobiografia-di-un-mestiere.html

    said on 

  • 4

    On writing: autobiografia, saggio, diario, confessione. Avvincente come un romanzo, racconta con disarmante naturalezza cosa significhi essere uno scrittore. Senza troppe menate intellettuali.

    Recensione pubblicata su Sugarpulp.it: http://sugarpulp.it/on-writing-ovvero-quando-il-re-si-mise-nudo/

    Non capita spesso di leggere un libro sulla scrittura che contenga qualcosa di furbo. Sarà che l ...continue

    Recensione pubblicata su Sugarpulp.it: http://sugarpulp.it/on-writing-ovvero-quando-il-re-si-mise-nudo/

    Non capita spesso di leggere un libro sulla scrittura che contenga qualcosa di furbo. Sarà che la maggior parte di coloro che hanno la pretesa di scrivere sullo scrivere non sono solitamente veri scrittori, bensì critici letterari, professori frustrati, ciarlatani e saltimbanco. Certo, capita di tanto in tanto di imbattersi in qualcosa di interessante, ma si tratta di merce rara quanto un pinguino ai Caraibi in un pomeriggio di agosto.

    C’è da farsi venire il mal di testa solo a pensare al numero di presunti manuali e compendi sulla scrittura creativa che ogni anno si ammucchiano sugli scaffali delle librerie. Opere troppo spesso scritte dai personaggi di cui sopra, che dall’alto di una presunta conoscenza della materia propinano consigli quando non veri e propri dogmi, opinioni ed ammonimenti quanto meno discutibili.

    Quello che accade con “On writing” è qualcosa di totalmente diverso. Primo perché il libro è tutto fuorché un saggio canonico. Secondo perché a scriverlo è stato sua maestà Stephen King. L’uomo best-seller per eccellenza. Mister 400 milioni di copie. Il romanziere che forse più di chiunque altro ha sdoganato la letteratura di genere dando vita a storie e personaggi entrati prepotentemente nell’immaginario collettivo.

    Quanto si legge nella prefazione è sufficiente per avvicinare anche il lettore più scettico:

    “Questo libro è breve perché la maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. I romanzieri, sottoscritto compreso, non capiscono molto di quel che fanno, non sanno perché funziona quando va bene, non sanno perché non funziona quando va male. Ho pensato che più corto fosse stato il libro, meno sarebbero state le scemenze”.

    E via, una partenza che migliore non si potrebbe immaginare. Con buona pace di tutti coloro che si aspettavano l’ennesimo autore pronto ad elencare una serie di noiose regole da seguire per scrivere il romanzo perfetto. A King però questa premessa, benché cristallina, sembra non bastare. Così rincara la dose :

    “Non volevo scrivere un libro (…) che mi lasciasse la sensazione di avere fatto la figura di un pallone gonfio di letteratura e di un coglione planetario. Di libri di quel tipo – e scrittori di quel tipo – ce ne sono già a iosa, grazie”.

    A questo punto, oltre all’innamoramento istantaneo per quest’uomo, sorge spontanea una domanda: quali sono i motivi che hanno spinto il più celebre story-teller del 900′ a parlaci di scrittura?

    King fuga ogni dubbio con un’altra uscita da applausi. Constatando (senza mai affermarlo esplicitamente) come spesso la critica più ottusa consideri i suoi romanzi letteratura di serie B spiega:

    “Nessuno chiede mai del linguaggio. Lo chiedono ai Delillo e agli Updike (…), ma non lo chiedono agli autori popolari. Eppure anche noi proletari ci prendiamo a cuore il linguaggio, nei nostri modesti limiti, e ci preoccupiamo con passione dell’arte e delle tecniche con cui raccontare storie su carta”.

    Il testo si divide in quattro parti principali. Ognuna delle quali spiega qualcosa di estremamente interessante sul mestiere dello scrittore. La prima “Curriculum vitae” racconta di quando King non era ancora il Re. Dall’infanzia ai primi goffi tentativi letterari, dai lavori spesso massacranti per mantenersi al college al matrimonio, sino all’inizio di un sudatissimo e stupefacente successo. I retroscena della carriera del “re del brivido” sono senz’altro succosi ed i suoi lettori più fedeli non potranno non apprezzare questa parte biografica indispensabile per comprendere meglio la genesi di tanti capolavori.

    “La cassetta degli attrezzi” (titolo da 10 e lode) è il capitolo più squisitamente tecnico in cui l’autore disquisisce come in una lunga chiacchierata circa l’utilizzo di avverbi, aggettivi e forme verbali. Di grammatica e stili narrativi, con tanto di esempi tratti da diversi scrittori contemporanei. E, per l’appunto, del linguaggio. A tal proposito voglio riportare un passaggio illuminante:

    “Il linguaggio non deve indossare sempre giacca e cravatta. Il fine della fiction non è la correttezza grammaticale ma mettere il lettore a proprio agio e poi raccontargli una storia…fargli dimenticare, se è possibile, che è lui o lei che sta leggendo la storia”.

    “Sullo scrivere” analizza i vari processi che caratterizzano la vita di un romanzo. Dalla fase creativa sino alla revisione finale. E passa in rassegna una serie di aspetti fondamentali per chiunque abbia come obbiettivo quello di diventare scrittore. Costanza, abnegazione, talento ( o sì, serve soprattutto questo!) sono tra gli ingredienti principali che il mago King inserisce nella pozione.

    “Sul vivere” è un altro capitolo biografico in cui l’autore racconta principalmente del terribile incidente in cui è stato coinvolto nel 1999 (un minivan lo investì durante la consueta passeggiata quotidiana, costringendolo ad una serie di delicati interventi e ad una lunghissima riabilitazione), periodo in cui stava lavorando a “On writing”.

    L’opera si conclude con un sorprendente elenco di romanzi che King consigliava all’epoca della pubblicazione, indicandoli come favoriti tra quelli da lui letti negli ultimi anni. E’ questa un’ ultima occasione per ribadire la sua Regola principe: “Scrivere molto e leggere molto”.

    “On writing” è in definitiva un libro di Stephen King su Stephen King e sulla cosa che più ama fare (e che gli riesce maledettamente bene), ossia scrivere. King si rivela ancora una volta un fuoriclasse tirando fuori dal cilindro un libro fresco, a suo modo innovativo e sicuramente molto coraggioso.

    Ciò che più stupisce è l’onestà intellettuale e la grande umiltà con la quale spiega, in definitiva, la sua personale visione: la scrittura narrativa come una sorta di processo telepatico che si instaura tra autore e lettore. La totale assenza di regole, scalette e paletti che potrebbero in qualche modo ostacolare la sua debordante fantasia.

    Al termine della lettura si ha l’impressione di avere passato alcune piacevoli ore con un vecchio amico che non vedevamo da tempo e che aveva un sacco di cose interessanti da raccontarci. Su di lui, sulla sua vita e sul mestiere della sua vita. Senza la fastidiosa pretesa che le sue idee siano le più giuste.

    King ci offre una serie di stimolanti spunti di riflessione costruendo un ponte ideale tra quello che la scrittura è a livello tecnico e ciò in cui si trasforma quando la si rapportata alla vita quotidiana. Quando lo scrivere diventa una sfida, un’ ambizione, un sogno. In questo senso ritengo doveroso chiudere con un pensiero semplice ed allo stesso tempo molto profondo dello scrittore del Maine:

    “Avere qualcuno che crede in te fa la differenza. Non c’è bisogno che si lancino in orazioni. Di solito credere è già sufficiente”.

    Chiunque si sia mai avvicinato alla scrittura sa bene quanto questa affermazione sia una piccola grande verità.

    said on 

  • 4

    Il momento che fa più paura è sempre quello prima dell'inizio

    Per cercare di inquadrare King rispetto al romanzo che avevo appena letto, cercai sue notizie in rete. Ben presto mi accorsi che ciò che era noto, lo aveva divulgato lui stesso e l'aveva fatto con un ...continue

    Per cercare di inquadrare King rispetto al romanzo che avevo appena letto, cercai sue notizie in rete. Ben presto mi accorsi che ciò che era noto, lo aveva divulgato lui stesso e l'aveva fatto con un libro. Fu un particolare che mi spinse a ricercare On Writing:
    Bryan Smith, quarantaduenne con precedenti in una dozzina di incidenti stradali, alla guida di un minivan Dodge blu, distratto dal suo rottweiler Bullet, saltato sul sedile posteriore attratto da un frigo portatile che contiene della carne, travolge in pieno lo scrittore che sta camminando sul ciglio della strada.
    Quando si dice che camminare è salutare, che il cane è il migliore amico dell'uomo, che la fortuna è cieca (ma la sfiga..), che in genere non leggo auto/bio/grafie.
    La lettura del manuale On Writing è molto scorrevole, sembra di essere sul trenino all'interno di un parco giochi; seduti e rilassati osserviamo le attrazioni che ci aspettano in qualità di lettori. Si sprecano le citazioni di autori e romanzi, il King lettore scrive cose che potrebbe scrivere ciascuno di noi sulla passione che ci accomuna. Potrete divertirvi a trovare il vostro riferimento preferito, io metto quello al bastardaccio:
    E poi tutte quelle frasi semplici per Hemingway hanno funzionato, no? Anche quando era ubriaco da sbatter via, era e rimaneva un bastardaccio di un genio.
    Il King che parla di scrittura è un po' più pesante, specie quando oltre alle tecniche ed ai consigli per attuarle, si addentra nel mondo dell'editoria americana disquisendo sull'importanza degli agenti e sulla differenza fra le riviste di settore.
    Quella che emerge fra i consigli e i ricordi è una persona persona normale, non priva di debolezze, che dice cose sensate e condivisibili. Gli spunti di riflessione sono molteplici

    Ma Amy aveva ragione: nessuno chiede mai del linguaggio. Lo chiedono ai Delillo e agli Updike e alle Styron, ma non lo chiedono agli autori popolari. Eppure anche noi proletari ci prendiamo a cuore il linguaggio, nei nostri modesti limiti, e ci preoccupiamo con passione dell'arte e delle tecniche con cui raccontare storie sulla carta.
    King che soffre dell'etichetta COMMERCIALE che hanno appiccicato sopra i suoi libri

    L'uso della similitudine e di altre tecniche di linguaggio figurativo è uno dei principali piaceri dello scrivere fiction. Scriverla e anche leggerla. Quando è riuscita, una similitudine ci riempie di piacere quanto ritrovare un vecchio amico in una folla di sconosciuti.
    King che mette nero su bianco il piacere che lega lettura e scrittura (quanto meno il mio)

    Potrei andare avanti con le decine di sottolineature che ho effettuato, ma preferisco limitarmi a consigliare il libro; l'ho apprezzato pur avendo letto poco del RE, pur non potendo godermi i passi in cui contestualizzava alcuni personaggi dei suoi romanzi più famosi.
    La colonna sonora l'ha scelta lui
    THE STANDELLS - "DIRTY WATER”
    http://www.youtube.com/watch?v=4JLNnXgQeqU

    said on 

  • 5

    Writing is about getting happy. Writing isn’t about making money, getting famous, getting dates, getting laid or making friends. Writing is magic, as much as the water of life as any other creative ar ...continue

    Writing is about getting happy. Writing isn’t about making money, getting famous, getting dates, getting laid or making friends. Writing is magic, as much as the water of life as any other creative art. The water is free. So drink.

    said on 

  • 4

    SULLA SCRITTURA E LA VITA DEL RE

    LETTO IN EBOOK
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    Quella che segue, più che una recensione, sono alcune riflessioni e appunti sui consigli di lettura inseriti nel volume di quello che considero uno dei migliori scrittori ...continue

    LETTO IN EBOOK
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    Quella che segue, più che una recensione, sono alcune riflessioni e appunti sui consigli di lettura inseriti nel volume di quello che considero uno dei migliori scrittori viventi, forse il migliore. Parlo di quello strano testo che è un misto di autobiografia e manuale di scrittura scritto da Stephen King e intitolato, anche nella versione italiana “On writing”. L’illuminante sotto titolo è “Autobiografia di un mestiere”. King è uno di quei rari fortunati che di mestiere fa lo scrittore e che guadagna abbastanza da non doverne fare altri, a parte, magari sceneggiare qualcuno dei numerosi film tratti dai suoi best-seller mondiali.

    La prima parte di “On writing” è una sorta di autobiografia di Stephen King, particolarmente concentrata sugli anni dell’infanzia e, in secondo luogo, sulle prime esperienze di scrittura.
    All’inizio non aveva fatto caso al sottotitolo del libro “Autobiografia di un mestiere”, per cui questa parte mi aveva lasciato un po’ interdetto, aspettandomi qualcosa di più simile a un manuale di scrittura. In effetti, disapprovo l’idea di mescolare due oggetti tanto diversi come un autobiografia e un manuale, anche se entrambi possono essere utili allo scopo di capire come scrive un grande autore. Nelle prime pagine, dunque, troviamo ben pochi suggerimenti diretti di scrittura, a parte forse i seguenti:

    “Non esiste un Deposito delle Idee, non c'è una Centrale delle Storie, un'Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d'incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano.”
    Altrove King scrive che le storie sono sepolte e che tocca a noi, come archeologi tirarle fuori con cura, evitando di rovinarle.

    “Il giorno in cui andai da lui a consegnare i miei primi due articoli, Gould mi disse qualcos'altro di molto interessante: scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla.”
    Questo è un concetto che ripete più volte nel volume: la prima stesura si fa in solitudine, ma poi occorre accettare le critiche altrui e prenderne atto, adattando la nostra creatura.
    La sensazione che ho avuto nel leggere queste prime pagine è stata che King volesse dirci: la tua scrittura dipende dalla tua vita. Credo che questo sia in parte vero: quel che scriviamo, anche se non è per nulla autobiografico, in qualche modo riflette quel che siamo e noi siamo così perché abbiamo vissuto in un certo modo, in un certo posto e in un certo momento.
    Ne deriva la considerazione scoraggiante “non potrò mai diventare un grande scrittore come Stephen King, perché la mia vita è stata molto più semplice e meno drammatica della sua”. È però un impressione errata. Provate a riscrivere la vostra infanzia allo stesso modo di King e vedrete che non meno emozioni importanti della sua.
    Un’altra cosa che emerge dall’autobiografia di King è il suo amore infantile per le storie horror. Non per nulla è noto come il Re del Brivido, anche se questa definizione è ingenerosa, essendo molto di più.
    Ne deriva allora che da adulti scriveremo storie simili a quelle che amavamo da bambini?
    Pensando a me stesso, la risposta parrebbe affermativa: da bambino amavo le storie di avventura (Salgari, Verne, London) e da adulto scrivo romanzi che hanno spesso una forte componente avventurosa (solo una componente, però, eh!). Da ragazzino amavo la fantascienza e da adulto scrivo storie fantastiche ma razionali (come dovrebbe essere la buona fantascienza).
    Il corollario potrebbe essere che chi non amava leggere da bambino, non potrà mai diventare uno scrittore. Forse è così, ma penso che l’amore per la lettura possa essere sostituito dall’amore per qualche altro genere di storie, come quelle dei film.
    Insomma, l’amore per la scrittura è amore per il racconto e l’amore per il racconto nasce con noi.
    Aver messo questa parte all’inizio dovrebbe servire a far capire a chi legge che se non ha questo amore per le storie, è inutile che vada avanti con il libro, che nella seconda parte si addentra nelle tecniche di scrittura, pur non essendo mai davvero troppo tecnico.

    La prima lezione ci fa capire quanto sia importante disporre, nella propria testa, di un buon vocabolario, ma anche e soprattutto come il più grande errore sia quello di fingere di disporre di un vocabolario più grande di quello che abbiamo: il lettore se ne accorgerà subito e tutto diverrà artificiale.
    Tra le parole da cui diffidare, come ogni buon maestro di scrittura, King mette gli avverbi. Lui come altri ci dice: evitate gli avverbi. Se avete costruito bene la storia, sono inutili. Quel che dicono dovrebbe esser già stato detto dal contesto. Se servono, aggiungo io, interroghiamoci su quel che abbiamo scritto prima, che forse non è così buono. Concetto su cui devo ancora riflettere, perché amo il barocchismo degli avverbi, anche se credo di abusarne meno di quanto vorrei.
    Un’altra lezione è sulla grammatica. Dobbiamo conoscerla, perbacco! Si può anche violare e a volte è necessario farlo (se ho un personaggio ignorante mica posso farlo parlare come un professore!), ma occorre conoscerla. Se la conosciamo poco, vale la regola del vocabolario: usiamo quella che conosciamo. Non lo dice King, ma lo dico io: se non sappiamo scrivere in modo complesso, scriviamo con periodi semplici.
    A proposito, King ci parla anche dei paragrafi, che per lui sono il cuore della narrazione, più delle frasi o dei periodi. Devono avere una loro unitarietà e coerenza. Un paragrafo può durare una riga, come molte pagine, ma deve avere una sua vita.
    King ci spiega anche che crede poco nella trama. Questo lì per lì mi ha un po’ spiazzato. Ho sempre pensato che un romanzo senza trama parta già male, poi ho capito cosa intendesse: la trama viene su da sola. L’errore è la trama precostituita. King dice che le storie si devono scavar fuori dal terreno. Vengono fuori un pezzo per volta. Capisco allora che ha perfettamente ragione. Anche io non scrivo mai una trama per esteso, in dettaglio, prima di cominciare. Parto da un concetto, da una scena, da un personaggio. Ci immagino sopra una direzione, più che una trama. Questa, che poi è un sinonimo di intreccio, si sviluppa da sola. Le sue varie linee si mescolano, uniscono e dividono. Magari, posso pensare di alternarle (parlare ora di un personaggio, ora di un altro e poi di entrambi assieme, per esempio), di tendere verso un finale, ma non so mai bene dove vado veramente e per quale percorso. Alla fine, però, ci sarà una trama da poter raccontare e descrivere, dico io e, aggiungo sempre io, se alla fine non avremo tirato fuori un bell’intreccio, che con le sue corde sorregga tutta la storia e i personaggi, rischieremmo di veder venir tutto giù.
    Mi permetto di raccontare come è nato il mio ultimo racconto: dall’abbinamento di una frase che parlava dell’intelligenza utilitaristica delle scimmie e dall’invito a partecipare a un concorso sul tema del futurismo. Mi è bastato mettere assieme le due parole “scimmia” e “futurismo”, rileggermi il Manifesto di Marinetti ed è nata la storia. La trama è venuta dopo, riga per riga.
    A proposito dei dialoghi, King ci invita a essere naturali. Come sono difficili i dialoghi! Quando facciamo parlare qualcuno non siamo più noi a parlare, ma lui. Non è possibile che in un romanzo tutti parlino allo stesso modo, a meno che non siano personaggi tutti con la stessa origine, tipo gli alunni di una classe, i membri di una famiglia. Anche in questi gruppi così stretti, ci sono sempre differenze. Moglie e marito hanno origini diverse. Nella classe ci possono essere ragazzi di fuori città. Non è una questione di usare forme dialettali (odio il dialetto!), ma di diversi modi di usare il vocabolario e la grammatica, le forme retoriche, i cliché, le ripetizioni, le pause…
    Lo stesso discorso vale per i personaggi. Per essere veri non possono essere solo delle macchiette o, peggio, non avere nessuna caratteristica. Ci vuole equilibrio tra i due estremi. Occorre caratterizzarli quando basta da non farli confondere l’uno con l’altro e, possibilmente, da crearne almeno uno o due che siano indimenticabili.
    King ci dice di osservare chi ci sta intorno, che i personaggi dei libri non vengono direttamente dal mondo reale, ma ne prendono gli elementi. Non è facile però costruire un personaggio mettendo assieme le caratteristiche di persone reali, anche perché di solito sono tra loro incompatibili, come in quel gioco per bambini in cui uno disegna una testa, uno il busto e uno le gambe e poi le tre parti vengono messe assieme, creando dei mostri che di solito suscitano l’ilarità dei bambini. Di solito però non è quello l’obiettivo di un autore. Mi pare di capire che King sia più per creare ex-novo i propri personaggi, “decorandoli” magari con qualche elemento preso dalla realtà.
    Nello scrivere dobbiamo sempre cercare di essere “reader-friendly”: questo credo sia un concetto fondamentale, ma di non facile applicazione quando si vuole essere “sofisticati”. Una scrittura spontanea e immediata, però, raggiunge molto meglio il suo scopo di una arzigogolata o artificiosa. Questo non deve voler dire apparire scialbi, ma cercare di essere in sintonia con il lettore. Come ricorda King:
    “Io non credo che debba essere concesso a un racconto o un romanzo uscire dalla porta del vostro studio o della vostra stanza di scrittura se non siete convinti che sia ragionevolmente reader-friendly. Non potete soddisfare sempre tutti i lettori; non potete soddisfare sempre nemmeno alcuni dei vostri lettori, ma dovete sforzarvi in ogni modo di soddisfare almeno alcuni lettori qualche volta. Credo sia stato William Shakespeare a dirlo.”

    King ci parla anche dell’importanza degli elementi “decorativi” del romanzo, come il simbolismo. Sul simbolismo non possiamo costruire la nostra storia, ma potrebbe esser questo a dargli un diverso spessore. L’autore cita il simbolismo del sangue nel suo “Carrie”. Io penso, invece, ai numerosi simboli nascosti nel mio “Il Colombo divergente”. Per aiutare il lettore a scoprirli ho inserito persino delle parti in corsivo, che compaiono nel mezzo della narrazione e che forniscono la chiave per scoprire i simboli nascosti, ma quasi nessun lettore che mi ha recensito mi pare essersene accorto! In un certo senso l’obiettivo era quasi questo: il simbolismo doveva arricchire la trama, ma non invaderla. Diciamo che i simboli servono soprattutto all’autore e a pochi lettori, dato che gli altri leggono senza badarvi. Difficilmente un testo viene esaminato come fosse la “Divina Commedia”. Non certo quello di un autore sconosciuto o presunto commerciale. Dunque, il simbolismo serve soprattutto a lui, all’autore. Serve all’autore, perché per applicarli porta la storia in nuove direzioni, in cui non si sarebbe orientato senza la presenza dei simboli. Come ogni elemento che aggiungiamo a una storia, ci apre nuove porte, che possiamo decidere (come lettori e come autori) di aprire o meno.
    Il simbolismo non è solo un elemento decorativo, dunque, ma è una porta per nuovi mondi, una chiave per una diversa comprensione, uno stimolo intellettuale.
    “Il più delle volte scorgo la possibilità di aggiungere i particolari estetici e i tocchi ornamentali quando la narrazione in sé è pressoché finita.” scrive King. Anche in questo il mio modo di scrivere somiglia al suo (avrei voluto aggiungere “maledettamente”, ma oggi voglio essere diligente e eviterò l’avverbio). Non so lui, ma io scrivo per stratificazioni successive. A volte mi limito ad aggiungere solo frasi qua e là, altrove volte sono proprio elementi che più che decorativi sono unificanti: decorazioni che fungono da richiamo, che creano non una struttura, ma una cornice per la storia, elementi che ritornano a dare un ritmo, nuovi personaggi che mutano il senso della storia. Per “Il Colombo divergente” cambiai addirittura la persona in cui era scritto (dalla terza alla seconda singolare) e il tempo. L’ultimo racconto che ho scritto, di cui parlavo prima, nasce di 10.000 caratteri e diventa alla fine di 20.000. Nella prima stesura il secondo personaggio è appena accennato, nella seconda lo delineo maggiormente. Nella prima ci sono meno allusioni al futurismo, meno dettagli sulla mentalità delle scimmie.
    King ci parla poi dei retroscena. Possono essere utili per presentare una situazione, un personaggio, ma tendono a essere divagazioni e come tali ci portano lontano dalla storia. In linea di massima è bene evitarli. Mi vengono in mente i romanzi di Hugo, grande e gradevole autore, ma che aveva il viziaccio di scrivere interi lunghissimi capitoli su cose che non c’entravano nulla con la trama principale, tipo la descrizione delle fogne parigine, la vita conventuale delle suore, quella di Bonaparte, l’argot, come ne “I miserabili”. Tutti temi che hanno ben poco a che fare con la storia principale, sebbene interessanti, ben documentati e ben scritti. Bisogna rifuggire dalla paura di essere semplici. Alcuni autori sembrano nascondersi dietro le loro digressioni, per mettersi in mostra e dire “guardate come sono colto, quante cose so. Non scrivo mica solo storielle”. Però sbagliano (e forse sono colpevole anche io, soprattutto nei miei primi romanzi), perché non è quello che chiede il lettore.
    Una parte importante del volume è dedicata ai momenti della scrittura e riscrittura. Come detto nella prima parte, la prima stesura, per King, deve avvenire tutta d’un fiato, a porte chiuse, senza che nessuno interferisca, la revisione deve invece avvenire a porte aperte, accogliendo i consigli di alcuni lettori fidati, amici per King, mentre io preferisco affidarmi ai lettori impersonali della rete, più liberi di “aggredire” le mie opere, senza paura di offendermi, a volte persino nascosti dietro nickname o il totale anonimato. Alcuni autori non accettano le critiche esterne e credono che adattare la propria opera a tali suggerimenti sia come prostituirsi. Io concordo con King nel dire che autori così farebbero bene a lasciare i propri libri nel cassetto. Se non si accetta i commenti, buoni o cattivi, del pubblico, tanto vale non pubblicare. Le critiche se non arrivano prima della pubblicazione, arriveranno dopo e sarà troppo tarsi per porre rimedio. King ritiene che 6 o 7 lettori siano sufficienti. Io ne preferisco alcune decine, ma anche perché i lettori del web sono meno attenti degli amici e quindi occorre compensare, anche se poi, di solito tra 50 lettori distratti, di solito ne trovo sempre 4 o 5 che contribuiscono in modo importante.
    King di solito fa una prima bozza, una seconda bozza e revisioni successive. Dice che la seconda bozza dovrebbe essere del 10% più corta della prima.
    Tagliare i ragionamenti che dovrebbe fare il lettore, non l’autore. Tagliare l’elaborazione dell’ovvio e i retroscena. Gli elementi importanti nello sviluppo della trama, vanno anticipati. Tagliare gli avverbi.
    King suggerisce di scrivere per un lettore ideale. Lui scrive per la moglie. Ritiene importane immaginarne la reazione durante la lettura. È una tecnica che non ho mai sperimentato. Personalmente scrivo per me e riscrivo e revisiono per un pubblico generico. Solo i romanzi per ragazzi, in particolare il primo con protagonista Jacopo Flammer li avevo scritti appositamente per mia figlia, creando personaggi della sua età allora e immaginando le cose che le piacevano, ma anche quelle che piacevano a me alla sua età.
    C’è anche una parte sui consigli per trovare un editore e un agente. In sostanza, è bene conoscere il mercato e contattare solo soggetti potenzialmente interessati alla nostra produzione. Per King è importante avere un agente. Personalmente ho considerato l’ipotesi, ma non ne trovavo i vantaggi, dato che i migliori sono altrettanto irraggiungibili delle migliori case editrici e i peggiori possono trovarmi un editore peggio di come potrei farlo da me. In America forse, poi, sarà utile fare indagini di mercato per trovare un editore. Da noi la situazione mi pare piuttosto semplice: ci sono 5 o 6 editori con cui può essere interessante pubblicare, anche se pubblicare con loro non è una garanzia di successo, poi ci sono una ventina circa di editori medio grandi con cui può valer la pena fare un contratto e poi una miriade di piccoli editori che non sono in grado di dare alcun contributo a quel che scriviamo in termini di editing, promozione e distribuzione. Se ci si sa muovere e se non si riesce a farsi pubblicare dai migliori editori, tanto vale autopubblicarsi. King parla di pubblicare sulle riviste ma non sono convinto che in Italia sia utile per farsi conoscere nell’ambiente. In Italia è una lunga strada in cui solo pochissimi arrivano in fondo!
    La Regola Principe per King (su cui concordo in pieno per scrivere bene è: “scrivere molto e leggere molto”. Come si può pretendere di scrivere se non si legge e come si può pretendere di partecipare a una gara, se non ci si è allenati? Che cosa legge King? “Tutto quello che mi capita sottomano”. La mia risposta non sarebbe molto diversa: di tutto. Comunque King fa anche un elenco piuttosto lungo (considerato che ne ho letti ben pochi, potrebbe impegnarmi non poco leggere quelli che mi mancano). Quel che leggo io lo potete vedere leggendo la mia Libreria su aNobii o il mio blog.
    Un’altra regola importante è: “L’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”.

    Il finale, come l’inizio del volume, viene nuovamente “invaso” dall’autobiografia di King, che ci parla dell’allora recente incidente in cui ha rischiato di perdere la vita (fu investito da un minivan blu), portandogli grande paura e dolore. La vicenda viene narrata in modo molto simile anche nella saga della Torre Nera, quando il protagonista Roland incontra il proprio autore. La (troppo lunga) narrazione qui credo serva per dirci che anche dopo le peggiori sciagure, ci si può (deve) rimettere a scrivere, perché questo serve a “rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole”. “Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene”. Questa è una visione della scrittura come terapia quotidiana che non condivido, anche se capisco che per molti è così. Mi stupisce possa esserlo anche per un grande autore come King, ma chiaramente ci sono diversi livelli della cosa. In un certo senso, per tutti noi che amiamo scrivere la scrittura serve a “Darsi felicità” come scrive King. “Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi.”
    Se la prima parte dell’autobiografia poteva avere un qualche senso, questa ripresa mi pare del tutto superflua. Se King voleva scrivere la propria autobiografia non aveva che da farlo e avrebbe certo trovato moltissimi lettori interessati a farlo, senza mascherarla con consigli di scrittura, dato che la sua penna può scrivere mirabilmente anche di questo. Non c’aveva appena messo in guardia dalle digressioni? Sarebbe stato meglio fare due volumi: “On writing” e “Autobiografia di un mestiere”.

    said on 

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