玫瑰的名字注

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Publisher: 上海译文出版社

4.4
(23021)

Language: 简体中文 | Number of Pages: 80 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , Spanish , Italian , German , French , Catalan , Russian , Finnish , Polish , Dutch , Portuguese , Hungarian , Norwegian , Slovak , Slovenian , Swedish , Czech , Greek , Turkish , Romanian , Korean

Isbn-10: 753274891X | Isbn-13: 9787532748914 | Publish date:  | Edition 1

Translator: 王东亮

Also available as: Others

Category: Fiction & Literature , History , Mystery & Thrillers

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Book Description
《玫瑰的名字注》是翁贝托·埃科关于他的代表作《玫瑰的名字》的创作谈。《玫瑰的名字》出版后,受到读者的狂热追捧。他们经常借各种机会就书中的问题向埃科提问。比如,为什么叫“玫瑰”的名字?玫瑰与书中情节有什么关系?是否真的存在一触摸就致人于死地的毒药?迷宫是否有原型?到底谁是真正的罪犯?埃科被这些问题折磨得不胜耐烦,只好撰文为读者解惑。
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  • 1

    Un po' di ECOlogia

    A proposito dell’Epistola a Cangrande della Scala, che ascriverei ad uno dei figli di Dante, Pietro o Jacopo, Umberto Eco osserva che, anche qualora non fosse stata composta dal sommo poeta, “riflette ...continue

    A proposito dell’Epistola a Cangrande della Scala, che ascriverei ad uno dei figli di Dante, Pietro o Jacopo, Umberto Eco osserva che, anche qualora non fosse stata composta dal sommo poeta, “rifletterebbe comunque un atteggiamento interpretativo assai comune a tutta (sic) la cultura medievale e spiegherebbe il modo in cui è stato letto nei secoli Dante”.1

    Tale affermazione mi trova del tutto in disaccordo: essa non denota solo ignoranza, di per sé veniale, ma anche un’assoluta ottusità, che non si può certo scusare né ammettere in un docente universitario quale Umberto Eco. Mi spiego: se l’intellettuale ignora René Guenon e altri interpreti che hanno messo in luce il substrato esoterico della Commedia, valore più importante dei quattro citati nell’Epistola, ossia il senso letterale, allegorico, morale, anagogico, non è colpa molto grave. Infatti nessuno è tenuto a conoscere ogni esegeta di Dante né è possibile. Invece la mancata comprensione del significato occulto che permea un’opera scritta da un eretico quale fu l’Alighieri, conoscitore della cultura islamica e vicino ideologicamente all’Ordine monastico-cavalleresco dei Templari, è inammissibile in chi dovrebbe avere almeno un po’ di dimestichezza con la Weltanschauung medievale.

    Eco accenna al “modo in cui è stato letto nei secoli Dante”. No! È stato frainteso, distorto, non letto! Pochi sono riusciti o hanno voluto, seguendo il suggerimento dell’autore, sollevare il “velame delli versi strani”, rimanendo ad un livello di “comprensione” superficiale, quando non puerile. È anche il caso di Eco, che, con tutta la sua erudizione (forse proprio a motivo di ciò), non cultura, ha creduto di aver capito il “poema sacro”, accontentandosi dei quattro sensi spiegati dall’estensore dell’Epistola. Si è così fermato in limine, ma convincendosi –umana presunzione- di essersi inoltrato nel Sancta Sanctorum della poesia dantesca e della cultura medievale iniziatica, di cui non ha inteso uno iota.

    Tuttavia l’imperdonabile gaffe di Eco è molto istruttiva: ci fa comprendere, per esempio, perché egli non abbia saputo cogliere quanto di vero e di inquietante si annida nella cosiddetta “teoria” della cospirazione. D’altronde, per parafrasare don Abbondio, potremmo asserire che “uno l’intelligenza non se la può dare”.

    Infine diventa chiaro per quale motivo, il valido semiologo di Alessandria, abbia virato verso la pseudo-narrativa con titoli quali Il nome della sposa, l’ingiustamente famoso thriller demotico, L’Imola del giorno prima, Il dondolo di Foucault, Baudo e Lino e simile paccottiglia. In questi romanzi d’appendicite, Eco ha potuto esibire la sua scaltra inclinazione ad irretire, con una prosa artefatta e con vacuo sfoggio di dottrina, un pubblico di lettori poco consapevoli che si pavoneggiano, poiché pensano di essersi abbeverati alla fonte della sapienza.

    Similes cum similibus facillime congregantur.

    1 U. Eco, L’epistola XIII, l’allegorismo medievale, il simbolismo moderno, contenuto nel volume Gli specchi e altri saggi, Milano, 1985, p. 215.

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  • 0

    indicato per atei (come il sottoscritto)

    Mi è piaciuto molto, l'ho trovato avvincente e non penso affatto che sia così lungo come alcuni dicono.
    Ho trovato molto interessante il fatto che l'autore faccia capire come stavano le cose all'inter ...continue

    Mi è piaciuto molto, l'ho trovato avvincente e non penso affatto che sia così lungo come alcuni dicono.
    Ho trovato molto interessante il fatto che l'autore faccia capire come stavano le cose all'interno della chiesa nel medioevo e suppongo anche negli anni in cui è stato scritto,con la speranza che Francesco, stia mettendo le cose apposto.
    E' sicuramente molto più bello e politicamente scorretto, rispetto al film.
    Chiudo dicendo che mi ha fatto venir voglia di leggere Aristotele e Tommaso D'Aquino,si vedrà.

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  • *** This comment contains spoilers! ***

    3

    Tanto tempo fa mi chiesi quale fosse per me il simbolo della pesantezza intellettuale. Ecco, "Il nome della rosa" si riassume proprio nella parola pesante!
    E' un romanzo davvero contorto, troppo disco ...continue

    Tanto tempo fa mi chiesi quale fosse per me il simbolo della pesantezza intellettuale. Ecco, "Il nome della rosa" si riassume proprio nella parola pesante!
    E' un romanzo davvero contorto, troppo discorsivo e con periodi davvero contorti, roba che neppure Dostoevskij e Cicerone...
    Il protagonista della storia è frate Guglielmo da Baskerville che viene convocato in un monastero italiano a indagare su una serie di eventi molto sinistri, tra i quali riti satanici e la morte di un confratello. Ad accompagnarlo c'è il narratore della storia che riesce a trovare nel mezzo delle indagini, delle preghiere e delle digressioni intellettuali col suo maestro il tempo di lasciarsi sedurre da una contadina del posto, legata come un animale per soddisfarei bisogni di un altro frate.
    Alla fine si scopre chi è il colpevole dell'omicidio ma è la Poetica di Aristotele ad essere indicata come reale colpevole perché il libro rischiava di portare crisi nell'austera vita monastica, perché il riso dal frate era visto come una violazione della vita monastica e un affronto a Dio.

    Benché sia stato il più pesante dei libri che io abbia mai letto, esso da la possibilità al lettore di riflettere su quanto sia facile spezzare la fede di un uomo: basta un libro per ridurre dei riti religiosi a del bieco dogmatismo senza significato.
    Per il resto, si tratta di un libro molto prolisso, stopposo e logorroico. Tre stelline è il massimo che posso dare.

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  • 4

    Letto solo ora, nell'ambito del programma "recupero tardivo lacune imperdonabili". Fu vera gloria? ai posteri l'ardua sentenza: avanzo sacrileghe riserve sulle citazioni latine e tedesche senza traduz ...continue

    Letto solo ora, nell'ambito del programma "recupero tardivo lacune imperdonabili". Fu vera gloria? ai posteri l'ardua sentenza: avanzo sacrileghe riserve sulle citazioni latine e tedesche senza traduzione, sull'abbondanza di vocaboli dotti, sulle oltre 500 pagine, aggravate (ma qui non è colpa dell'Autore) da un'edizione ormai giallastra, e quasi illeggibile. A favore, invece, il personaggio di Guglielmo da Baskerville, illuminista ante-litteram, degno di insegnare teologia a Parigi (dove "non hanno mai la risposta vera, ma sono molto sicuri dei loro errori"), sistematicamente amante del dubbio, diffidente delle soluzioni sistematiche, in ultimo forse anche dubbioso sull'esistenza di Dio. Appassionato delle macchine e di quelle che oggi chiameremmo innovazioni e tecnologie, come ricordo personale all'allievo, gli regala i suoi occhiali da vista. Personaggio molto moderno, altro che Medio Evo! Francescano molto atipico, quasi "gesuita".

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  • 5

    Per me che sono cresciuta nel mito del film di Annaud questa tardiva lettura è stata comunque ricchissima e davvero memorabile. Difficile dire cosa mi abbia conquistato di più tra la detective story d ...continue

    Per me che sono cresciuta nel mito del film di Annaud questa tardiva lettura è stata comunque ricchissima e davvero memorabile. Difficile dire cosa mi abbia conquistato di più tra la detective story di stampo doyliano, il respiro medioevale così ricco e mai oscurantista, l'abbazia culla della saggezza e del peccato, il continuo confondere il confine tra santità ed eresia e la valenza bellissima e terribile di un romanzo che è un'enorme allegoria dell'impatto fisico della letteratura e dei libri sull'umanità. I libri che salvano e uccidono, portano ricchezza e rovina.

    Già che ci siamo, possiamo parlare anche della possente vena omoerotica che percorre la storia? Dio mi perdoni, come direbbe Adso. Quanta letterarietà, quanto fangirlismo. QUANTO.

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  • 5

    Il Capolavoro

    Non credo che niente di quello che potrei dire di questo romanzo ne aumenti il valore che è assoluto, perciò mi astengo.

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  • 5

    Coccodrillo fuori tempo massimo

    Il presente romanzo è, nelle sue caratteristiche e nella sua vicenda ( come romanzo, non nel senso di fabula) una metafora della figura di Eco come intellettuale. Troppo riuscito, nel suo eclettismo, ...continue

    Il presente romanzo è, nelle sue caratteristiche e nella sua vicenda ( come romanzo, non nel senso di fabula) una metafora della figura di Eco come intellettuale. Troppo riuscito, nel suo eclettismo, nel suo bilanciarsi alla perfezione tra classico e moderno, tra serietà e autoironia,tra metafisico e scettico, per risultare simpatico ( a tutti ).

    Giro da tutta la vita attorno ad un'idea centrale senza riuscire a vederla

    ( Kafka scrisse che il giallo è il genere letterario più nobile, perché tratta dell'unico vero tema di cui vale la pena che la letteratura si occupi : la ricerca della verità )

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  • 5

    Devo ammettere una cosa: è uno dei rarissimi casi in cui ho prima guardato il film e dopo letto il libro. Però è anche vero che del film ricordavo e ricordo poche cose: Sean Connery nei panni di Gugli ...continue

    Devo ammettere una cosa: è uno dei rarissimi casi in cui ho prima guardato il film e dopo letto il libro. Però è anche vero che del film ricordavo e ricordo poche cose: Sean Connery nei panni di Guglielmo da Baskerville, le indagini su strani delitti e il finale, legato in qualche modo alla Poetica di Aristotele. Erano queste le cose che più mi avevano colpito, ad un'età in cui non avrei capito molto dalla lettura di un libro tanto meraviglioso quanto impegnativo.
    La recente scomparsa di Eco mi ha spinto a tirar fuori dallo scaffale un'edizione de "Il nome della rosa" vecchia di 21 anni e cominciare a leggerla. Leggere la storia che ricordavo poco direttamente dalla penna di Eco: è stato amore a prima vista. Non solo il romanzo regge a testa altissima il confronto con qualsiasi romanzo giallo o thriller di tutti i tempi e di tutti i paesi, ma le verità e le idee filosofiche da esso trasmesse ti arrivano necessariamente a toccarti le corde più profonde dell'anima. In uno dei capitoli dedicati al terzo giorno vi è un dialogo tra Guglielmo e Adso, una delle parti che ricordo più caramente. Il francescano spiega al novizio le sue idee sulla scienza, sull'eresia, sugli emarginati. Uno dei capitoli che più mi ha colpito, credo di grande interesse per religiosi o meno, per le grandi verità e le grandi idee che esprime: a partire dalle idee sull'identità e sulla diversità degli esseri umani, fino alle idee legate alla povertà, all'umanità e tanto altro.
    Vale la pena leggere il romanzo, anche per i non appassionati al genere, solamente per la forza travolgente di questo capitolo e per le idee e ideologie che in tutte le altre pagine si intravedono tra le righe.

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  • 5

    20 Febbraio 2016

    Oggi più che mai ringrazio il professor M. Bugno che in quarto ginnasio mi fece scoprire Umberto Eco e il suo "Il Nome della Rosa", fino ad allora nebulosa mitica dal nome suggestivo, rendendosi artef ...continue

    Oggi più che mai ringrazio il professor M. Bugno che in quarto ginnasio mi fece scoprire Umberto Eco e il suo "Il Nome della Rosa", fino ad allora nebulosa mitica dal nome suggestivo, rendendosi artefice, ambasciatore e ruffiano di quel malsano rapporto che è destinato a crearsi una sola volta tra un lettore e il suo scrittore preferito, tra un discepolo che vuole imparare e un maestro che tanto ha da insegnare.
    Perché leggere un libro qualsiasi di Umberto Eco questo è stato ogni volta, un personalissimo atto di rivoluzione, di emancipazione, di egocentrica affermazione della mia volontà di imparare qualcosa, qualcosa di vero, tangibile, qualcosa che potesse costruire il mio personale e sempre incerto Palazzo della Cultura.
    Ed Eco ne è stato l'architetto, il mastro, l'operaio, l'abitante e il benedicente.
    Ricordo ancora di come nessuno in classe fosse riuscito ad andare oltre le prime cento pagine de "Il Nome della Rosa" durante il periodo natalizio - il famoso scoglio della descrizione dell'Abbazia - ed io invece, che lo avevo letto e vissuto come il regalo più bello di quel Natale, mi presentai a lezione con quella relazione appassionata sulla risata e Aristotele, le ricerche sulla Sacra di San Michele e gli schizzi e i disegni della mappa dell'Abbazia, le mille sottolineature al passo sulla seduzione di Adso, il processo all'eresia - tema sempre caro ancora oggi - e quel tormentato e ossessivo Penitenziagite, la storia di Fra Dolcino e i Valdesi, usata e studiata per una interrogazione o due anche negli anni seguenti.
    E ricordo "Il Pendolo di Foucault", quella sensazione di essere uscito dalla libreria con un tesoro tra le mani, lo stupore di una prof.ssa di fronte alla mia perseveranza nel sceglierlo e nel portarlo a termine quando lei aveva buttato la spugna a metà. Perché Eco è così, ti faceva e ti fa sudare di un sudore benedetto ad ogni pagina, ad ogni frase hai perso qualcosa, il tuo
    inutilissimo tempo, ma ne hai guadagnato il doppio - che dico, di più -, il suo utilissimo ingegno. E nel mio periodo - mai rinnegato, ma superato - della cospirazione storica, del thriller e della crittografia, Eco era la variante colta per sentirmi meno colpevole delle mie letture, e per sua colpa ogni giorno mi ammalavo un po' di più, ma mi ammalavo meglio, tra quelle pagine per trovare e decifrare la parola d'ordine per Abulafia e svelare i pensieri di Belbo scomparso, sulle permutazioni finite del nome infinito di Dio, sull'invenzione del Grande Piano che decostruiva ogni certezza, confine e limite tra finzione e realtà.
    E ricordo come con "Baudolino", poco tempo dopo, il volto più ridanciano, chiassoso e burlone di quel vecchio saggio, un po' auto-referenziale e a volte supponente ma mai troppo serio, si sia aperto in una grassa risata, la risata di chi sa e per questo può permettersi di smantellare e ricostruire vite, storie, miti, regalandomi, insieme a una risata, l'amore tormentato e incestuoso di Baudolino, l'assurda lettera al Prete Gianni scritta sotto l'influsso delle droghe e del demone dell'inventiva dissacrante e beffarda di chi gioca con la Storia, l'Oriente mitico e inesplorato.
    E ricordo "Il Cimitero di Praga", comprato a tradimento in un ordine di libri universitari, il piacere che si faceva spazio tra l'utile, forse il suo romanzo meno apprezzato da me e dalla critica, forse il più difficile, ma pieno di quella tipica atmosfera crepuscolare, pestilenziale, di opaca inquietudine, di doppiezza e falsità, che solo i grandi scrittori riescono a ricreare.
    E ricordo "Numero Zero", letto il giorno dell'uscita, col suo ritratto, nelle prime pagine, dello studente di lettere squattrinato, sballottato a destra e manca tra baroni universitari, ripetizioni, giornalismo, editoria e scrittura, alla ricerca di un posto nel mondo, con cui era impossibile non empatizzare.
    E ricordo il periodo di scelta e ricerca per la Tesi di Laurea, e tra le due ipotesi, la Concezione del Riso nel Medioevo e l'Eresia Catara, Eco era in entrambi i casi tra le prime fonti e fonti d'ispirazioni, e per questo non poteva non prendersi il suo immancabile posto nella bibliografia finale, dove è e resterà per sempre.
    E ricordo questa estate torrida, l'attesa della frescura dei tramonti accompagnati dal suo "L'isola del giorno prima", probabilmente l'ultimo romanzo letto per scelta personale e non per esami universitari, pieno sempre di quei mille spunti che ti inchiodano alla pagina, di quella prosa brillante capace di farti naufragare in mezzo all'oceano, su una strana nave disabitata, a pensare agli amori del passato, in barba a chi divorato dai pregiudizi non è mai andato oltre il vecchio supponente, perdendosi forse le pagine d'amore prive di retorica più belle mai scritte.
    Ricordo ogni intervento, ogni intervista, ogni provocazione lanciata, ricordo ogni volta che, in qualsiasi libreria, mi sono avvicinato allo scaffale con i suoi innumerevoli libri e di come ogni volta avrò detto o pensato "un giorno li avrò tutti e li leggerò tutti", ma che probabilmente non leggerò mai, troppo affezionato al volto del romanziere per sostituirlo con un altro meno umano e sincero.
    Ricorderò oggi, perché da oggi non avrò più alcun tuo romanzo da attendere, che scandisca una nuova fase della mia vita e della costruzione del mio Palazzo della Cultura, oggi un po' più incerto di ieri.
    Oggi, con questo ricordo personale del solo Eco romanziere, che non rende merito affatto all'Eco professore, semiologo, filosofo, tuttologo, anche io sono uno dei tanti della legione di imbecilli su un social network, per di più armato della più becera retorica, ma per te, di fronte a te, imbecille sempre, imbecilli tutti.
    Ciao Maestro.

    "Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus."

    said on 

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