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魔山

Publisher: 上海译文出版社

4.3
(2238)

Language:简体中文 | Number of Pages: 780 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Portuguese , German , French , Spanish , Italian , Dutch , Catalan , Polish , Japanese , Swedish

Isbn-10: 753273868X | Isbn-13: 9787532738687 | Publish date: 

Translator: 钱鸿嘉

Category: Fiction & Literature , History , Philosophy

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Book Description
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  • 5

    Noi non abbiamo freddo

    Non mi è mai capitato, penso, di piangere alla fine di un libro; un pianto silenzioso, breve, come segno di gratitudine nei confronti di chi ha avuto il genio e la generosità di lasciare a degli ingra ...continue

    Non mi è mai capitato, penso, di piangere alla fine di un libro; un pianto silenzioso, breve, come segno di gratitudine nei confronti di chi ha avuto il genio e la generosità di lasciare a degli ingrati un romanzo straripante come La montagna incantata. Dal canto mio sono grato a Mann, indicibilmente grato, così tanto da non aver la forza di provarmi a scrivere un commento che possa anche solo tentare di rivelare la bellezza e il peso delle sue pagine. Mi terrò rispettosamente in disparte, farò scorrere un breve e patetico flusso di coscienza, anche perché dopo aver letto Mann… le déluge.
    C’è una sorta di polvere atavica, rituale, fra le parole composte da Mann, una polverina potentissima che si ricollega direttamente a quella Montagna che il sommo Pocar mediò semanticamente dal tedesco con incantata; sarebbe però più corretto chiamarla magica, come in effetti è stato fatto in una recente nuova traduzione, non solo per una maggior aderenza linguistica, ma perché lo spostamento da un participio passato a un aggettivo ha un peso notevole sulla chiave di lettura dell’intera opera, rendendo attivo qualcosa che prima era passivo: la montagna non è semplicemente vittima d’incanto, ne è essa stessa la fonte. Il nostro giovane e ingenuo pupillo della vita Hans Castorp è la vittima dell’incanto operato dalla Montagna e dal sanatorio in combutta fra loro, temibili entità vischiose che agli amanti del cinema potrebbero riportare alla mente l’Overlook Hotel di Kubrick (collegamento bizzarro solo sino a un certo punto, visto che Kubrick leggeva compulsivamente questo romanzo durante le riprese di The Shining). Nella striminzita introduzione Mann avvisa, ”il narratore non smaltirà la storia di Hans in un batter d’occhio. I sette giorni della settimana non saranno sufficienti e nemmeno sette mesi. Meglio di tutto sarà che egli non preveda in anticipo quanto tempo terreno dovrà passare intanto che essa lo tiene impegnato”. Io ho trascorso tre mesi abbondanti in compagnia di Hans, centellinando la lettura, timoroso di scendere al piano, anch’io vittima consapevole del sortilegio pur non alloggiando al Berghof di Davos. In quasi cento giorni si sono venuti a creare strani paralleli tra il romanzo e la mia vita: la morte che aleggia nelle pagine si è palesata al mio fianco; la malattia e l'ipocondria pure; i venti di guerra che spirano alla fine dell'opera hanno cominciato a far sbattere le persiane anche vicino a casa mia. Temevo l’arrivo della fine, come Hans temeva la sola idea di ricongiungersi alla vita civile che si svolge alle basse latitudini, e quando alla fine il momento si è presentato è stato come se una lampadina fosse esplosa nella stanza, lasciandomi al buio ma contemporaneamente risvegliandomi di scatto dal languore. Certo a questo punto, chi non ha mai letto Der Zauberberg potrebbe pensare si tratti di un romanzo fantasy, con stregoni e pozioni - nulla di più errato. La montagna incantata è un libro umanista, per usare il lessico di Lodovico Settembrini, allievo del Carducci; è un Bildungsroman che segue e allo stesso tempo distrugge la tradizione. Si suole dire, anche, che La montagna sia la summa del pensiero occidentale, sino alla prima guerra mondiale, esposto mediante la contrapposizione di personaggi che incarnano un ideale, una filosofia, come in una gigantesca, grottesca sfilata, con la voce fuori campo che annuncia: ”A voi signori, l’Illuminismo!”, “Ecco ora, Socrate!”, “Sfila per noi, il Cattocomunismo!”. È anche un ritratto umoristico, articolatissimo e disincantato della borghesia così come viene rigurgitata dall’Ottocento nel nuovo secolo, impreparata ai cambiamenti, sorda ai tanti allarmi di pericolo; impegnata a produrre, sì, ma anche anche a crogiolarsi nel brodo di malattie inesistenti e a sollazzarsi con passatempi da osteria, grassa e appagata tanto da potersi permettere un buen retiro a tempo indeterminato in un qualsiasi sanatorio ad alta quota, vivendo delle rendite della pianura. Mann stesso, nella sua lezione all’Università di Princeton, afferma che ”quelle case di cura erano un fenomeno tipico del mondo anteguerra, pensabili soltanto in una forma di economia capitalistica ancora intatta.” Ma di che parliamo in effetti? Come per ogni romanzo di formazione che si rispetti, abbiamo un viaggio - sia fisico che intellettuale - un punto di partenza, un arricchimento e la svolta. Hans è intrappolato dal sanatorio, una prigione mentale che lo convince di esser malato e da degente egli si comporta; in questo girone dantesco sospeso nello spazio e nel tempo (il tempo, cari miei, il tempo!) il nostro povero e miserrimo protagonista ha modo di indagare a fondo la morte, lo spirito, l’uomo stesso sino ad arrivare - in tempi biblici - a un’agnizione di se stesso. La fine che fa non ci è data saperla esattamente, ma la possiamo immaginare bene. Nell'ultimo capitolo del titanico Roman, Mann suona l'allarme per il grande conflitto ormai deflagrato, ma forse, calandolo nei panni della pitonessa, anche per l’imminente Weimar e i suoi amari frutti. Questo pupillo della vita, ben istruito dall’italianissimo e sdrucito Settembrini ("La musica, signori, mi lascia perplesso. Sono convinto che è di natura ambigua. Non vado troppo oltre se la dichiaro politicamente sospetta”) ridiscende alla vita per mostrarci quanto essa sia assurda, anzi, quanto siano incredibilmente sciocchi gli uomini. La montagna incantata è forse il primo romanzo di formazione nel quale il protagonista impara, cresce, si imbeve di concetti filosofici ed etici, acquisisce dimestichezza coi grandi sistemi del pensiero occidentale, per poi farsi scivolare ogni cosa sulla pelle come mercurio e in una metempsicosi luciferina, tornare esattamente dov’era partito. Uns friert nicht, antwortete Hans Castorp ruhig und kurz.

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  • 4

    Impresa riuscita

    Impresa portata a compimento, la lettura di questo romanzo interminabile, in un mese e su un'edizione Corbaccio del 1936, col libro ingiallito che si sfilacciava nella sua precaria rilegatura a corda. ...continue

    Impresa portata a compimento, la lettura di questo romanzo interminabile, in un mese e su un'edizione Corbaccio del 1936, col libro ingiallito che si sfilacciava nella sua precaria rilegatura a corda. Tralasciando la traduzione dei nomi tedeschi in italiano (retaggio censorio dell'epoca dell'edizione), e l'odio profondissimo per i duetti tra Settembrini e Naphta, il romanzo non mi é dispiaciuto. Il viaggio interiore di Castorp e il denso simbolismo sono resi con maestria. É un libro troppo lungo per la verita, ma su ogni capitolo andrebbero aperte riflessioni lunghissime. Se un romanzo é cosi denso e profondo, nei temi e negli argomenti, forse ha raggiunto il suo scopo.

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  • 0

    Addio Thomas

    Dopo anni passati a proseguire (torturandomi) nella lettura di un libro "per principio", e dopo aver realizzato che trattasi di vita PERSA, giungo a pagina 53 di questo malloppo di 1231 pagine e leggo ...continue

    Dopo anni passati a proseguire (torturandomi) nella lettura di un libro "per principio", e dopo aver realizzato che trattasi di vita PERSA, giungo a pagina 53 di questo malloppo di 1231 pagine e leggo:
    "Il singolo può avere di mira parecchi fini, mete, speranze, previsioni, donde attinge l'impulso ad elevate fatiche e attività; se il suo ambiente impersonale, se l'epoca stessa, nonostante l'operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un'azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l'estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell'individuo".
    Applico a questo punto quanto ho realizzato dopo anni di libri letti "per principio": leggere controvoglia è una delle mosse più stupide che ci si possa autoinfliggere. Addio Thomas. Preferisco vivere.

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  • 4

    Uno di quei libroni considerati imprescindibili sui quali è stato detto tutto e per cui diventa difficile aggiungere qualcosa senza fare figuracce... Mi limiterò ad alcune considerazioni da lettore me ...continue

    Uno di quei libroni considerati imprescindibili sui quali è stato detto tutto e per cui diventa difficile aggiungere qualcosa senza fare figuracce... Mi limiterò ad alcune considerazioni da lettore medio dicendo che non mi aspettavo uno stile così leggero e canzonatorio, per cui la lettura risulta quasi sempre piacevole. Insomma temevo un mattone, ne ho trovato solo mezzo. In numerosi commenti vengono indicati come indigeribili gli scontri verbali tra settembrini e naptha, mentre io ho trovato spesso irresistibili le dispute delle due guide spirituali per accaparrarsi l'anima del giovane Hans, dando anche una rappresentazione molto viva del fermento ideologico dell'epoca. Proprio per questa natura divertente, l'epilogo tragico della contesa risulta sconvolgente. Più noiose secondo me le parti in cui vengono descritte le passioni che colgono il protagonista durante il lungo soggiorno al sanatorio (per l'anatomia, l'astrologia, la musica,...), ma comunque alla fine della lettura ho provato un senso di soddisfazione e, perché no, di "accrescimento".

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  • 5

    Io so chi è l’azzurro Enrico.

    A cosa fosse la suora muta ci sono arrivato da solo, ma “l’azzurro Enrico?” Se cerchi, Google ti risponde ‒ in italiano ‒ che è o un calciatore della nazionale che ha fatto un numero discreto di reti ...continue

    A cosa fosse la suora muta ci sono arrivato da solo, ma “l’azzurro Enrico?” Se cerchi, Google ti risponde ‒ in italiano ‒ che è o un calciatore della nazionale che ha fatto un numero discreto di reti o che nessuno sa chi sia. Allora ho cercato l’edizione originale del romanzo, non so come sono riuscito a isolare »Der blaue Heinrich«, l’ho inserito così com’è nel motore di ricerca e ho trovato una pagina di wikipedia in tedesco e ho visto l’azzurro Enrico. C’è voluto un traduttore sempre online per togliermi gli ultimi dubbi. Io avevo ipotizzato s’intendesse la tazza igienica e che chi ci si ‘abboccasse’ in pratica ci andasse a vomitare, poi siccome in un’altra scena c’è chi se lo porta nel taschino della giacca e una tazza igienica nel taschino della giacca Thomas Mann non ce l’avrebbe messa mai, ho pensato fosse la fiaschetta di tonico, per ubriacarsi e dimenticarsi all’istante. Quando ho capito cosa fosse l’azzurro Enrico è diventata ancora più grottesca la carnevalata dei due ospiti del Berghof, uno travestito da Suora Muta l’altro da azzurro Enrico.

    Cosa deve essere leggere “La montagna incantata (che ora invece viene tradotta con ‘magica’ e nella traduzione, indimenticabile! e saporitissima, di Pocar c’è una frase dove viene chiamata montagna magica, ora devo fare un’altra comparazione con il testo originale per capire nell’originale come ci stesse scritto, se con la stessa parola che c’è nel titolo, e allora dovrò capire perché in un caso Pocar l’ha tradotta con incantata e nell’altro con magica)” nel tedesco di Thomas Mann? Ecco cosa mi chiedo, non avendo intenzione alcuna di stare a dettagliare perché questo romanzo è un capolavoro della letteratura mondiale e perché credo sia uno dei romanzi più belli e meglio scritti, meglio tradotti allora, che abbia mai letto, e io ne ho letti abbastanza.

    Avrei voluto impiegarci tre settimane, per leggerlo tutto, impiegandoci il tempo che Hans Castorp avrebbe dovuto trascorrere nel sanatorio, inizialmente. Inizialmente mi sono detto che bisogna essere abbastanza sfigati, per avere tre settimane di ferie e trascorrerle andando a trovare un proprio cugino malato di tisi, esiliato in un sanatorio. Poi è bastato leggere qualche pagina per diventare grato per sempre al cugino di Hans. Ci ho messo poco meno di tre settimane per leggere il romanzo, e ieri ho fatto notte per completare le ultime cento pagine: volevo uscirne, volevo tornare in pianura, prima che fosse il clamore del mondo a chiedermi di nuovo per sé. Io devo essere grato a Thomas Mann perché ha concluso il suo romanzo. Se non fosse concluso, io non avrei mai lasciato la sua montagna, non sarei tornato alla pianura della realtà.

    Durante queste quasi tre settimane non è che ho vissuto sdraiato sul balcone anche di notte, con addosso le coperte e con il libro di Mann sullo stomaco come Hans quando studiava fisiologia: ah, il gusto di avere una vita che non ti concede, per leggere, se non il tempo che le rubi!, però i miei pensieri e le mie emozioni erano come annebbiate dal romanzo, dalla bellezza delle sue vitalità evanescenti, dalla consistenza della sua metamorfosi: il cugino fraterno, la donna fatale come la tisi da ritorno di una fiamma infettiva provata per un compagno di scuola, il dottore Radamanto, il frugale illuminista, il tossico gesuita, la negra personalità olandese, la medium danesina, e il tempo che diventa la tua carne e la tua carne che si consuma e ritorna tempo.

    Sentire ogni cosa come ogni cosa fosse un ago che ti cerca e non ti trova la vena e ti strazia e ti ravviva. Con un solletico che a chiamarlo solletico ti possono prendere per pazzo ma è solletico, è proprio questo. E affezionarsi così tanto al coglionissimo Hans Castorp!

    No, no, no, e invece sì! Devo leggermi tutto Thomas Mann. I Buddenbrook li ho letti, e non sono belli la metà de La montagna incantata; La morte a Venezia è bellissimo, nonostante abbia nel titolo due cose che mi facciano antipatia a pelle: la morte e Venezia; e quando la morte e Venezia si trovano tutt’e due nella stessa frase, di solito detesto quello a cui la frase appartiene. Tristano e Tonio Kröger mi sembra di averli letti, sono relativamente sicuro di averli letti, ma non me ne ricordo nulla, quindi può anche darsi che non li abbia letti o che me ne sia procurato qualche edizione economica senza poi darci dietro. Prima di leggere La montagna incantata non l’avevo mica capito, chi è Thomas Mann. E non è come con l’azzurro Enrico, che tu lo cerchi su Google e con un po’ di fortuna e buona volontà in una mezzoretta ti raccapezzi. Per sapere chi sia Thomas Mann devi leggere La montagna incantata, o dedicare alla sua letteratura almeno tre settimane della tua vita.

    Inizialmente uno dice: “Tre settimane possono bastare.” Inizialmente.

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  • 1

    La montagna annoiata

    Sono troppo curioso di parlare con qualcuno che ha messo 5 stelle a questo libro.
    CHEDUEMEGAPALLE!
    Umberto Eco nel Nome della rosa è borioso e saccente, qui invece c'è la quintessenza dell'inutilità.
    ...continue

    Sono troppo curioso di parlare con qualcuno che ha messo 5 stelle a questo libro.
    CHEDUEMEGAPALLE!
    Umberto Eco nel Nome della rosa è borioso e saccente, qui invece c'è la quintessenza dell'inutilità.
    Ho aspettato per centinaia di pagine che succedesse qualcosa, ho sopportato noiosissime disquisizioni tra Settembrini e Nafta, ho sbadigliato con un dialogo in francese, per cosa?
    NIENTE!
    Non venitemi a parlare di viaggio introspettivo, di romanzo di formazione... Pirandello ha creato Anselmo Paleari nel Fu Mattia Pascal per darsi un po' di arie con pensieri filosofici, qui Mann ci ha fatto un intero libro.
    Consigliato d'inverno, se avete un camino da alimentare.

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  • 0

    Cenrifugo o centripeto?

    Ho vissuto la lettura del romanzo come ad un giro di giostra. Una giostra che in alcuni momenti aveva le fattezze delle montagne russe. Spesso ho provato la sensazione di essere un piccolo microbo coi ...continue

    Ho vissuto la lettura del romanzo come ad un giro di giostra. Una giostra che in alcuni momenti aveva le fattezze delle montagne russe. Spesso ho provato la sensazione di essere un piccolo microbo coinvolto in un'esperienza molto più grande e complessa della propria esistenza. Vengono approfonditi una miriade di temi esistenziali e alla fine della lettura si sente il bisogno di ripassare alcuni passaggi significativi per rivivere le emozioni. Impossibile indicare il personaggio più riuscito o la pagina meglio concepita senza rimanere a livello aneddotico. Il libro si deve sentire nella sua complessità cercando di percepire tutte le sfaccettature tutte assieme. E' un libro che risulta apparentemente centrifugo ma finisce per essere centripeto, dove tutto si riconduce ad una grande sintesi.

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