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Sign Up for FREE!The Undercover Economist
Exposing Why the Rich Are Rich, the Poor Are Poor--and Why You Can Never Buy a Decent Used Car!
By Tim Harford



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23 Reviews
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Boris Limpopo said on Jun 28, 2007 | Add your feedback
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4 people find this helpful



Very so-so
After reading the Freakonomics, I was having some expectations on these kind of books/topics. However, The Undercover Economist was definitely disappointing. Some of the discussions and topics were food for thought. However, some examples the author cited were not valid. Similarly, some arguments he ... (continue)
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Richard Yeung said on Aug 24, 2007 | Add your feedback
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2 people find this helpful



Noooo!
Reading this book after The Black Swan by NNT was a mistake. The author obediently illustrated the reason why NNT objects to the abuse of the economics discipline - more often than not, the "armchair detective" approach to identifying causation in real life situations creates misunderstanding and il ... (continue)
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s tsui said on May 11, 2008 | 1 feedback
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Sammi Han said on Aug 20, 2009 | Add your feedback
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Economia per dummies
Un libretto agile e gustoso che aiuta ad adottare ove utile un punto di vista economico su molti aspetti della realtà che ci circonda. E non si tratta di cinismo, ma di considerazioni pervasive, ragionevoli e spesso controintuitive e sorprendenti. Lo stile di Harford è tipicamente british, rapido, s ... (continue)
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Mangoo said on Aug 1, 2009 | Add your feedback
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Though tedious and technical at times, this book does quite a convincing job at arguing how the world's economies should function. Here are the lessons from this book, distilled:
1) Fight scarcity power and corruption
2) Correct externalities
3) Try to maximize information
... (continue)―
Holmes said on Apr 17, 2009 about the Hardcover edition | Add your feedback
Book Details
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| 9780385663397 | Paperback | $21.00 | $15.33 | Amazon CA |
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Tim Harford, economista e giornalista, cura sul Financial Times una rubrica con lo stesso titolo del libro e un’altra (Dear Economist) in cui risponde ai lettori su quesiti che riguardano l’economia e la vita quotidinana. Spesso, quest’ultima rubrica viene ripresa e tradotta in Italia da Internazion ... (continue)
Tim Harford, economista e giornalista, cura sul Financial Times una rubrica con lo stesso titolo del libro e un’altra (Dear Economist) in cui risponde ai lettori su quesiti che riguardano l’economia e la vita quotidinana. Spesso, quest’ultima rubrica viene ripresa e tradotta in Italia da Internazionale, il settimanale di Giovanni De Mauro (che colgo l’occasione per raccomandare vivamente: è il più bel settimanale in circolazione).
Il libro non è una raccolta o una rielaborazione degli articoli comparsi sul Financial Times, ma potrebbe esserlo — e questo è il suo difetto principale. Anche se toccano argomenti quasi sempre interessanti, i dieci capitoli non seguono un filo logico stringente. Per alcuni, il carattere contingente — e dunque l’origine quale articolo o commento giornalistico — è evidente: è il caso della valutazione del successo delle aste UMTS nel Regno Unito, ma anche quello della spiegazione delle ragioni della crescita economica in Cina o del sottosviluppo in Camerun (quest’ultimo capitolo è francamente imbarazzante, mescolando “saggezza economica”, luoghi comuni e un po’ di razzismo). Altri capitoli sono più stimolanti. Il mio preferito resta il secondo (What Supermarkets Don’t Want You to Know), ma anche il primo non è male (Who Pays for Your Coffee?).
Una critica più stringente emerge dal confronto con un altro bestseller in materia di divulgazione economica grosso modo coevo: Freakonomics di Steven Levitt (S. Levitt-S. Dubner. Freakonomics: A Rogue Economist Explores the Hidden Side of Everything. New York: HarperCollins. 2005). Il punto mi sembra questo: Harford è un economista mainstream, Levitt è un economista briccone. Harford tende a essere apologetico, a ripetere — anche se con indubbia eleganza e capacità di rendere semplici e appetibili concetti e modi di ragionare considerati (non del tutto a torto) intrinsecamente pallosi — argomenti noti, ad applicarli a contesti certo rilevanti per la vita quotidiana, ma comunque “economici”. Levitt invece ci sorprende applicando i metodi e i modi di ragionare dell’economista — i metodi e i modi di ragionare, non necessariamente le lezioncine del catechismo economico! — a contesti a cui non viene per nulla immediato applicarli, come le premesse e le conseguenze economiche dei nomi che i genitori attribuiscono ai bambini, o il rischio comparato di tenere in casa una pistola o di avere una piscina in giardino!
Un altro modo di vedere la differenza tra i due. Harford applica ai problemi quotidiani la teoria economica, ed è attraverso la teoria che arriva alla radice del metodo, soprattutto con riferimento al ruolo degli incentivi, alla necessità di ragionare in termini relativi e comparativi, e all’argomentazione “al margine”. Levitt applica ai problemi quotidiani un approccio solidamente quantitativo, con l’analisi dei dati statistici e la formulazione di modelli, e per questa via ci scuote dalla comoda abitudiune di dare per scontata una visione delle cose e di accettare acriticamente l’opinione degli “esperti” e ci invita a usare il nostro senso critico e a “disintermediare” il nostro accesso ai fatti e ai dati. In questo modo, Levitt ci impartisce una lezione più profonda di quella di Harford: una lezione di metodo che va al di là dell’economia per investire il complesso delle “scienze sociali”. Applicare il metodo scientifico alle scienze sociali — ci suggerisce Levitt — significa mettere tra parentesi tutte le ideologie: non soltanto quelle che vorrebbero sottrarre alcuni oggetti “moralmente sensibili” all’indagine scientifica, ma le stesse componenti ideologiche della teoria economica.
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