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Il deserto dei Tartari

By Dino Buzzati

(7598)

| Paperback | No ISBN

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Critics

  • Il deserto dei tartari

    Il deserto dei tartari, pubblicato nel 1940, rappresenta per Dino Buzzati, uno dei maggiori narratori italiani del secolo scorso, il libro del successo. Un successo, di pubblico e di critica, che ha varcato i confini nazionali e che continua tuttora. ... (read full critics)

    Qlibri published on Fri, 26 Nov 2010

23 Reviews

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  • 2 people find this helpful

    Buzzati dovrebbe essere proposto come lettura gratuita,
    facendo trovare i suoi libri nelle cassette postali degli italiani.
    Penso si sia già scritto molto su questo libro.
    Libro carico di sentimenti,
    in cui l'autore inserisce molti messaggi indirizzati ai lettori.
    Grande narrazione.

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    ]Ga(briele)[ said on Feb 1, 2012 about the Mass Market Paperback edition | 2 feedbacks

  • 1 person find this helpful

    I capelli senza forza di gravità sono la conseguenza di braccia lisce come fili, che scottano. La poesia aiuta a minimizzare la sporcizia, e allora con quei capelli c’ha fatto le pieghe sulla sabbia. E poi quella barba a buffetti, a stralci, che s’attorciglia tutta come se le devastasse quelle linee ... (continue)

    I capelli senza forza di gravità sono la conseguenza di braccia lisce come fili, che scottano. La poesia aiuta a minimizzare la sporcizia, e allora con quei capelli c’ha fatto le pieghe sulla sabbia. E poi quella barba a buffetti, a stralci, che s’attorciglia tutta come se le devastasse quelle linee morte, quella faccia da boschi, stracci di provincia. Avanzi di strade. E la maglietta tirata verso il pavimento poi, che nemmeno un bambino, i pantaloni color piscia primaverile in tutte le direzioni. Le istantanee dal basso verso l’alto poi, così sei sospeso tra il cielo e un cielo, eppure non sei cielo. Sei un cielo. Con i piedi ben impiantati nella merda. Giovanni Drogo, tum, stlam. Certo che “splende per te” suona proprio, vibra come un dito che s’insinua tra la pelle e il cervello ma non è malattia, è un falsetto, è la fallibilità della meraviglia. Rimaniamo, è l’ora delle speranze, dice il Giovanni Drogo nostro, capitano tra le sabbie, mentore del fallito. Gran ricamatore di oceani, le processioni, ecettera. Tutti hanno l’occhio di Lazzari, il pavido Lazzari, lì da qualche parte quando sono tutti, quando sono assieme, chi dentro - chi tra le braccia altrui. Perché rispondono replicando, ripetendo, divincolandosi tra la folla, i Lazzari? Che l’equilibrio lo perdono sempre, mai in bilico. E il Moretto accanto al Drogo allora, maestro del ritmo, con quel doppio mento così dolce e quello sguardo a terra quando gli cantano tutti, tutti, qualcosa che abbiamo perso, e ci mancherebbe altro, dice il Moretto che vi accarezza tutti con la bocca a forma di bugia. E poi c’è, come Angustina, secondo nome, vita sostituita di tutti noi, chi affronta il freddo e diventa come le fotografie datate, quelle di un attimo, dove i colori sono spessi e i contrasti, i contrasti sono contrasti. Quel maledetto contorno che fa di Giovanni Drogo un leggero imprevisto: il suo essere Angustina per un flash, la morte della bocca aperta e l’illuminazione del fiato di Angustina. E del fato. La massima illuminazione avvolta nel buio più nero, quel contorno che ritrae Drogo nelle mani passate di Angustina. Ha un sorriso sbilenco, di quelli che, di quelli che, sì Giovanni Drogo (il fu per un attimo, mentre moriva, Angustina), sìsignori. Sbatte gli occhi prima dell’assedio e conta i vari Lazzari, intrepidi metropolitani della pietra, e l’unico Moretto in prima fila (in prima linea!) che muove solo la testa, le braccia conserte e i due stecchetti di gambe. Giovanni Drogo fa leva sulla gamba destra e si dondola per un attimo. Lo slancio per il finito, mentre l’esercito di reduci della vita avanza. Sono belle le figure nere se dietro c’è del nitido. A gran voce, l’immobilità della ragazzotta e il canto virilissimo del tipaccio lì accanto, con gli occhi in disaccordo a controllare che nessuno lo noti, che tutti cantino. Ci sono le mascelle che stringono la bocca in un sorriso da morte, c’è l’eccitazione da occhi: i visi guardano tutto dall’alto e c’è del ritmo nelle vostre processioni e i vostri occhi, ora, escono a passeggiare. Finalmente avete dei denti. Sono belle le bocche larghe in lontananza perché sembrano essere aggredite. Credete, non c’è indelicatezza se vi chiamano prede, non c’è del rosso. Vi rinchiude, Il Drogo, in un assedio, tutti, e la loro assenza diventa la nostra circostanza. Questa è biava per l’anima. Sono tutti belli quando cantano, li senti in lontananza, poi la musica finisce e si è nella stessa fogna. Come diceva tutto quel rumore là, come un invito al cielo e vedere se piove merda: tutto quello è dato sapere. Sono tutti felici e non sanno che è un racconto di morte. Quando urla è un lupo senza pelle, Giovanni Drogo. E’ sabbia ovunque, siete senza bocca per questo. Sono sicuro che per una volta non c’è odio nel vostro amore.

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    federico stroszek said on Jan 23, 2012 about the Others edition | 1 feedback

  • 1 person find this helpful

    Sans aucune doute:un libro complesso,fascinoso,impegnativo.

    E quello stile stile onirico di Buzzati,fatto di lucide visioni, di ombre, di sussulti e di misteri, di miti avulsi da qualsiasi condizionamento storico, universali perché fuori da ogni tempo e attuali sempre.
    Uno stile sapientemente sottr ... (continue)

    Sans aucune doute:un libro complesso,fascinoso,impegnativo.

    E quello stile stile onirico di Buzzati,fatto di lucide visioni, di ombre, di sussulti e di misteri, di miti avulsi da qualsiasi condizionamento storico, universali perché fuori da ogni tempo e attuali sempre.
    Uno stile sapientemente sottratto alle mode, alle etichettature, che segue un filo interno, coerente, fatto di temi ricorrenti, talvolta ossessivi: l'attesa, il trascorrere del tempo, il senso della morte, l'illusione e la delusione, il vuoto e l'ansia di colmarlo, le infinite sfaccettature del vivere.

    Ne Il deserto dei tartari, attraverso metafore, più o meno velate , analogie, sottili processi allusivi ed evocativi, Buzzati segue la vita/non vita di Giovanni Drogo, dal suo arrivo, appena ventunenne, alla Fortezza Bastiani, fino alla sua morte.
    La Fortezza è un avamposto al confine con un deserto, in passato teatro di rovinose incursioni da parte dei tartari: sperduta, sulla sommità di una montagna, retta da regole ferree, microcosmo minacciosamente affascinante che «strega» i suoi abitanti impedendo loro di abbandonarla.
    I militari che la abitano e le danno vita sono retti da un'unica speranza, che diviene ragione pura del loro esistere: vedere sopraggiungere i tartari da quei confini, per combatterli, acquisire gloria, onore, diventare, insomma, eroi.
    Le vite si consumano, dunque, in questa sterile attesa, cullate dalla pigra abitudine, scandite dall'ignaro trascorrere del tempo.
    Giovanni Drogo, che arriva alla Fortezza convinto di ripartirne subito, si trova avvinto, immediatamente, dalla sua malia: è sicuro di sé, sa di avere tutta la vita davanti, di poterne disporre a suo piacimento, aspettando la grande occasione. Avverte subito, tuttavia, una contraddizione ragione/cuore: la prima gli fa desiderare di andar via, convincendolo che nulla di buono verrà da quel confine, il secondo continuerà a presentire, fino alla fine, «cose fatali».
    Così Giovanni si adatta alla vita della Fortezza, consegnando nelle mani della Disciplina militare, sempre uguale, sempre regolare, la propria esistenza. Trascorreranno quindici anni prima che egli inizi a rendersi conto che il tempo è fuggito, prima che riesca ad individuare, a ritroso, perfino l'attimo esatto in cui la giovinezza gli è sfuggita di mano: «la prima sera che fece le scale a un gradino per volta».
    Da quel momento tutto diviene troppo veloce, perfino il ritmo della scrittura del libro accelera,per giungere alla fine di tutto, all'amara constatazione che la vita stessa sia stata «una specie di scherzo»: mentre, infatti, i tartari, tanto attesi, attaccano davvero, Giovanni Drogo, minato da una grave malattia, è costretto a lasciare la Fortezza per andare a morire, da solo, in un'anonima stanza di locanda, in città.
    L'intero romanzo è caratterizzato,dal continuo mutare di prospettiva del narratore. Talvolta questi assume il punto di vista del protagonista, altre volte narra di lui in terza persona, allontanandosi; oppure interloquisce con i personaggi; in alcuni casi sembra seguire un proprio pensiero, un flusso di coscienza ininterrotto che prelude a quelle che saranno poi le riflessioni dello stesso Giovanni Drogo.

    Il 'faut' lire ce livre,
    ne vale la pena,
    per riflettere,
    per guardarsi dentro.

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    Respiravamoforte said on Dec 21, 2011 about the Others edition | Add your feedback

  • Difficile da definire

    Sicuramente non una lettura spensierata.
    In certi momenti ti viene voglia di non aver iniziato, mai di abbandonarlo.
    Da leggere: sì, vi sentirete meglio dopo: no, col senno di poi: lo leggerei di nuovo.

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    Gabriele Gattari said on Feb 8, 2012 | Add your feedback

  • il libro (e l'autore) piú sottovalutato della moderna letteratura italiana.

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    Edwyla said on Feb 2, 2012 about the Others edition | Add your feedback

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