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120, rue de la Gare

L'investigatore Nestor Burma

Di

Editore: Fazi

3.8
(249)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 203 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese , Tedesco

Isbn-10: 8881124580 | Isbn-13: 9788881124589 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: F. Angelini

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Comics & Graphic Novels , Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
Nestor Burma deve scoprire l'assassino di Bob Colomer, suo socio all'agenziadi investigazioni Fiat Lux, prima che questa venisse chiusa. C'è la guerra,Burma è appena tornato dal campo di prigionia e vede per caso Colomer davantialla stazione di Perrache. Proprio quando i due si riconoscono e stanno perincontrarsi dopo tanto tempo, Colomer cade a terra, freddato da una colpo dipistola. Prima di morire riesce però a sussurrare all'amico un indirizzo: 120,rue de la Gare. Lo stesso che Burma aveva sentito ripetere all'ospedalemilitare da un prigioniero colpito da amnesia che non ricordava nemmeno ilproprio nome. Sulla scena del delitto c'è una ragazza armata. È leil'assassina?
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  • 1

    Il primo caso di Nestor Burma, che per me rimarrà l'ultimo

    Léo Malet è considerato da alcuni uno dei maestri del romanzo poliziesco francese, ed associato sovente a Georges Simenon (che però – al pari di Hercule Poirot, era belga). In particolare uno dei suoi ...continua

    Léo Malet è considerato da alcuni uno dei maestri del romanzo poliziesco francese, ed associato sovente a Georges Simenon (che però – al pari di Hercule Poirot, era belga). In particolare uno dei suoi personaggi più noti, l'investigatore privato Nestor Burma, ha alcuni tratti – su tutti essere parigino e fumare la pipa – che inevitabilmente rimandano al commissario Jules Maiget.
    Dopo avere letto questo 120, Rue de la Gare, scritto nel 1943, primo romanzo in cui compare Nestor Burma, e quindi romanzo che contribuisce non poco a fissarne i caratteri essenziali, mi sento di poter dire che le assonanze tra i due autori e i due personaggi sono molto labili.
    Commentando alcuni dei romanzi di un altro scrittore di polizieschi, lo svizzero Friedrich Glauser, ho avuto modo di sottolineare come il fascino di Maigret e di Studer (il poliziotto protagonista dei romanzi di Glauser), stia nell'essere persone normali, con una psicologia complessa, che giungono alla soluzione dei casi in cui sono coinvolti soprattutto perché cercano di capire perché un delitto sia stato commesso, e non solo chi sia il colpevole.
    Questo approccio comporta che le storie siano costruite dando ampio spazio al contesto in cui un delitto avviene e – contrariamente ai canoni del poliziesco investigativo – che vi sia una intensa partecipazione emotiva del detective rispetto alle situazioni ed ai personaggi con cui viene in contatto.
    Il racconto poliziesco diviene quindi – come accade nei migliori hard-boiled statunitensi, il mezzo, lo strumento narrativo per raccontarci drammi, umani e sociali, spesso causati non dalla perversa volontà del singolo ma dalle condizioni oggettive in cui si è trovato ad agire e dalle difficoltà contro cui ha cercato di lottare.
    Il giallo, il poliziesco, perdono così la loro funzione originaria, di rassicurazione rispetto alla capacità della società organizzata e della scienza di porre fine al disordine rappresentato dal delitto, e si proiettano in un territorio oscuro, nel quale il ruolo di grande rammendatore del detective, che pure c'è, è bilanciato dalla consapevolezza di essere lui stesso parte di quel sistema che gli strappi da rammendare produce.
    E' a mio avviso questa consapevolezza della contraddizione del loro ruolo, accanto alla loro umanità e minimalismo che rendono Maigret e Studer grandi personaggi e che elevano i romanzi di cui sono protagonisti al di sopra del genere.
    Ebbene, nulla di tutto questo, o di altri elementi di originalità rispetto a un genere che nel 1943 contava già oltre 100 anni (se diamo per buona la sua nascita con i delitti della Rue Morgue di Poe), nel Burma di Malet, perlomeno in questo romanzo d'esordio del personaggio.
    Eppure i presupposti per una creazione originale c'erano tutti, a partire dallo spessore intellettuale dell'autore, che era stato uno dei fondatori del surrealismo, amico di Breton, di Prevert, di Dali, per giungere al periodo in cui Malet scrive e ambienta il romanzo, la Francia occupata e di Vichy.
    120, Rue de la Gare si rivela invece essere un romanzo di genere, nel quale alcuni elementi sono talmente banali e ingenui da far pensare ad una sorta di parodia: purtroppo, se di parodia si tratta, l'ironia è a mio avviso talmente sottile da essere impercettibile. In quarta di copertina si parla anche di umorismo inconfondibile, ma per quanto mi riguarda sarei più propenso a parlare – almeno per alcuni passaggi del romanzo, di umorismo inconsapevole.
    Il protagonista caratterizza la sua improbabilità già dal nome: Nestor Burma detto Dinamite. E' proprietario di un'agenzia dall'altrettanto improbabile nome di Fiat Lux e naturalmente, oltre che saper risolvere il mistero della storia, stende gli avversari con un pugno, è abile con la pistola e sa trattare con le pupe. Il deus ex machina della vicenda è poi un ex ladro di gioielli detto Jo Tour Eiffel (sic!).
    Come detto, la storia è ambientata nella Francia occupata, all'indomani della disfatta, anzi prende avvio in un campo di prigionia tedesco nel quale è rinchiuso Burma, che riceve da un altro prigioniero affetto da amnesia, in punto di morte, l'enigmatica indicazione dell'indirizzo che dà il titolo al romanzo.
    Dopo poco Burma viene rilasciato e mentre transita in treno da Lione riconosce un suo collaboratore della Fiat Lux, che si arrampica sul predellino del treno in partenza, gli grida 120, Rue de la Gare e poi stramazza al suolo colpito da alcuni proiettili.
    Burma inizia così ad indagare su quella che si rivelerà una storia molto intricata ma che naturalmente riuscirà brillantemente a districare, muovendosi tra Lione e Parigi e riattivando di fatto l'antica agenzia, temporaneamente chiusa per prigionia del titolare.
    Ciò che lascia più perplessi nello svolgimento della storia è l'assoluta indifferenza che Malet manifesta per un'ambientazione che, se altrimenti utilizzata, avrebbe potuto da sola a mio avviso conferire alla storia ben altro spessore. La Francia vinta, divisa un due tra la zona occupata e la Repubblica collaborazionista, credo potesse rappresentare per Malet, anarchico e surrealista, un campo d'azione drammaticamente meraviglioso. Invece questa situazione tragica del paese rimane del tutto sullo sfondo: non vi sono giudizi su quanto è accaduto e quanto sta accadendo, non vi sono considerazioni di sorta e, se si eccettua qualche accenno alla necessità di permessi speciali per passare da Lione a Parigi, il tutto avrebbe potuto tranquillamente avvenire dieci anni prima o dieci anni dopo. Forse, azzardo, il fatto che il romanzo sia stato scritto e pubblicato nel 1943, ad occupazione ancora in corso, ha consigliato a Malet di non avventurarsi in descrizioni dello stato del paese. Certo, rimane comunque difficile capire come, in quel periodo che immagino difficile anche per Malet, tornato davvero da un campo di prigionia, egli abbia pensato di scrivere una storia tanto d'evasione: forse proprio per un assoluto bisogno di astrazione.
    Un altro punto debole del romanzo, che accentua ancora di più il senso di ingenuità e di genere del romanzo è il fatto che sia scritto in prima persona da Nestor Burma in un imprecisato periodo dopo lo svolgimento dei fatti. L'uso della prima persona, infatti, secondo me fa a pugni con le minuziose descrizioni di fatti e situazioni e con la netta predominanza di dialoghi diretti: non c'è mai un dubbio, un riassunto, un'impressione nel racconto chirurgicamente preciso che Burma fa di quanto gli è accaduto. Ovviamente ciò è possibile solo perché ci troviamo di fronte al grande Dinamite Burma.
    In definitiva un romanzo deludente, che non mi spinge ad acquistare ulteriori volumi delle avventure dell'investigatore parigino, perché so che volendo leggere un poliziesco di valore posso rivolgermi a ben altri autori. Forse la dimensione ideale di 120, Rue de la Gare è quella fumettistica, visto che vi è in commercio una edizione illustrata da Jacques Tardi, ma allora si entra in un altro campo di interesse.

    ha scritto il 

  • 5

    La perfetta policromia d'un autore di genere

    Quando sai di leggere un nero, ma nel mentre respiri arcobaleni...Quando è nel buio che emerge il più denso fascino della Ville Lumière...E te ne innamori, oltre il turismismo...Quando ogni periodo ri ...continua

    Quando sai di leggere un nero, ma nel mentre respiri arcobaleni...Quando è nel buio che emerge il più denso fascino della Ville Lumière...E te ne innamori, oltre il turismismo...Quando ogni periodo rilascia inchiostro, colori, note e pellicola...Sempre, costantemente, incessantemente...Oltre il romanzo di genere, verso la prosa perfetta...Lì è Burma...Lì è Malet...Tutto Malet...Che non si legge e basta...Non si opina...Si venera, e basta...D.

    ha scritto il 

  • 3

    E' un giallo d'altri tempi, si vede dai testi. I disegni sono interessanti, come del resto anche l'ambientazione: Parigi anni 40. Secondo me c'è qualche incongruenza nella storia, ma si legge bene fin ...continua

    E' un giallo d'altri tempi, si vede dai testi. I disegni sono interessanti, come del resto anche l'ambientazione: Parigi anni 40. Secondo me c'è qualche incongruenza nella storia, ma si legge bene fino alla fine.

    ha scritto il 

  • 2

    Giallo di scarso interesse,trama poco avvincente,confusa,spesso facevo fatica a seguire la storia senza distrarmi.Come film boh!!non so,potrebbe essere meglio,ma ho forti dubbi.
    Concederò un'altra cha ...continua

    Giallo di scarso interesse,trama poco avvincente,confusa,spesso facevo fatica a seguire la storia senza distrarmi.Come film boh!!non so,potrebbe essere meglio,ma ho forti dubbi.
    Concederò un'altra chance a Malet,ma cercherò il nuovo,titolo in blblioteca,cosa che consiglio anche a voi.

    ha scritto il 

  • 5

    fantastico. la matita di Tardi scorre veloce su questi anni di guerra, quando la Francia è immersa nella vergogna di Vichy. Burma non smette mai di essere detective, neanche da soldato. E quando to ...continua

    fantastico. la matita di Tardi scorre veloce su questi anni di guerra, quando la Francia è immersa nella vergogna di Vichy. Burma non smette mai di essere detective, neanche da soldato. E quando torna i misteri si accavallano ma l'abile penna di Malet e la scrittura grafica di Tardi ci fanno districare tra le vie buie di parigi e Lyon senza che mai ci venga il dubbio che la storia non abbia una fine degna. è un detective testardo, Burma, e a me piace da impazzire.

    ha scritto il 

  • 3

    Burma e Malet

    Burma è come Malet, cinico, ironico, disincantato. Malet di conseguenza è come Burma. Assieme fanno Parigi e qui c'è la maestria di Malet di descrivere la metropoli...con quegli innesti surreali mai d ...continua

    Burma è come Malet, cinico, ironico, disincantato. Malet di conseguenza è come Burma. Assieme fanno Parigi e qui c'è la maestria di Malet di descrivere la metropoli...con quegli innesti surreali mai dimenticati e personalizzati ne sovviene quest'enorme decorazione tra la nebbia che scompare ma sempre riappare, fascino di Rue de La Gare 120 o qualsiasi altra via. Primo racconto della serie...la Francia occupata dai nazisti con il fantoccio di simil/libertà che è Vichy. Malet non la chiamerà mai "liberata"affinchè non avverrà veramente. L'inizio del racconto è l'esperienza fedelmente vissuta dallo scrittore, rinchiuso in un campo di prigionia per sei mesi. L'influenza del cinema si fa vedere ma la nausea di Sartre e la rabbia femminile di Simon DE Bouvoir si fanno sentire come il Be-Bop nei cafè, quelli che Nestor Burma, mascellone americano, ha battuto palmo a palmo,un po' per dovere e un po' per piacere...le atmosfere sono quelle transalpine nei tempi difficili dell'occupazione; toni aspri gergo violento e non solo...Dolce vita alla francese, dove
    ruotano chanteur, attrici, ballerine spie e scrittori ad alcool, l'impermeabile di Burma è questo ed altro, dalla penna di
    Malet anche una forte critica sociale e facciamo un ghigno come un sorriso, tra cinismo e denti rotti, grazie a un certo umorismo che, dopo altri due "Pastisse" si trasforma,a volte, anche in tenerezza.

    ha scritto il 

  • 0

    "Io sono Dinamite Burma, l'uomo che ha messo knock-out il mistero."

    Oh mamma, questa frase mi tormenta... non ci potevo credere, è un'apoteosi!
    Un po' tutto il tenore del giallo è calibrato su frasi alla detective cinico e sborone... va beh un po' di ironia sul genere ...continua

    Oh mamma, questa frase mi tormenta... non ci potevo credere, è un'apoteosi!
    Un po' tutto il tenore del giallo è calibrato su frasi alla detective cinico e sborone... va beh un po' di ironia sul genere, però poi è dura prendere sul serio la storia!
    E a proposito della storia mi è sembrato davvero incredibile la sequenza di coincidenze, incontri fortuiti, legami tra i personaggi e veri e propri colpi di culo su cui si sviluppa la trama...
    Non sapevo se a tratti mi faceva sorridere o mi faceva tenerezza.. Mi verrebbe da chiamarlo Nestor Burla, ma sicuramente se l'avrebbe molto a male. Però alla fine il colpevole non è Stanislao Muninskij.
    A ogni modo, di per sè, e tolti i limiti che ho descritto, la storia non sarebbe male e l'ambientazione nella Francia "non-occupata" e a Parigi ancora sotto i tedeschi, dona qualcosa in più a un noir che appunto mi pare strizzi l'occhio al genere d'oltreoceano in modo un po' strano.
    Massì, comunque si è fatto leggere e alla luce del prezzo reminder del Libraccio, diventa persino un buon acquisto...

    ha scritto il