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2666

La parte dei delitti - La parte di Arcimboldi

Di

Editore: Adelphi (Fabula, 202)

4.4
(298)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 672 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845923134 | Isbn-13: 9788845923135 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ilide Carmignani

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Alla fine della terza parte di questo trascinante, enigmatico romanzo avevamo perso le tracce di Benno von Arcimboldi – il misterioso scrittore che nella prima parte i critici cercavano con febbrile e un po’ comico accanimento – nel deserto del Sonora, e precisamente a Santa Teresa, al confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Una cittadina che somiglia molto a quella Ciudad Juárez dove negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di omicidio di giovani donne, casi rimasti impuniti per la complicità della polizia, e su cui ha indagato (in un libro impressionante, «Ossa nel deserto», pubblicato da Adelphi nel 2006) il giornalista Sergio González Rodríguez. Proprio dal Messico si ricomincia nella quarta parte – e, per una di quelle vertiginose «coincidenze astrali» a cui Bolaño ci ha abituati (ma che non smettono di lasciarci senza fiato), sarà Sergio González, fra gli altri, a guidarci in questa serrata ricostruzione dei delitti che a Santa Teresa si susseguono a un ritmo sempre più ossessivo. Chi è l’autore dei femminicidi di Santa Teresa? È davvero il giovane americano di origine tedesca che è stato arrestato? E che cosa c’entra con tutto questo Benno von Arcimboldi? Lo scopriremo nella quinta e ultima parte – anche se Bolaño, con suprema abilità, ci lascerà intatto il senso del mistero, regalandoci il piacere di continuare a fantasticare attorno a personaggi che non dimenticheremo più, e il desiderio di rileggere da capo le pagine vorticose e ammalianti di questo libro.
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  • 5

    La locura, ovvero come ricredersi e scoprire di aver letto un capolavoro

    Finalmente mi sento pronta a parlare di 2666. Sono passati alcuni giorni da quando ho finito di leggerlo. E nel frattempo ho letto le recensioni pubblicate qui su Anobii, e i saggi pubblicati in rete sull’Archivio Bolaño, che è una miniera inesauribile di informazioni. O quello che ne ha scritto ...continua

    Finalmente mi sento pronta a parlare di 2666. Sono passati alcuni giorni da quando ho finito di leggerlo. E nel frattempo ho letto le recensioni pubblicate qui su Anobii, e i saggi pubblicati in rete sull’Archivio Bolaño, che è una miniera inesauribile di informazioni. O quello che ne ha scritto Nicola Lagioia (http://www.minimaetmoralia.it/wp/uno-scrittore-per-il-ventunesimo-secolo/) oppure Helena Janaczek (http://www.nazioneindiana.com/2014/01/07/messico-e-male-2666-anni-con-roberto-bolano/). Quindi non ripeterò quello che hanno scritto altri. Ma ho maturato le mie riflessioni ascoltando anche quelle voci.

    Prima di cominciare devo confessare il senso di smacco. Lalo Cura. E' uno dei personaggi minori di 2666. Il nome è una ricombinazione dell'espressione la locura, in spagnolo: la pazzia. Nel senso dell'idiozia, ecco. Appunto, ora mi sento Lalo Cura. Perché quando cominciai 2666, delusa dal confronto con "I detective selvaggi", pensavo che quest'opera non reggesse il confronto. Ora, che a distanza di due mesi l'ho finito, non lo penso più.

    Ieri sera ho letto della dottoressa messicana che è stata torturata e uccisa dai narcos. Ho letto che i suoi assassini hanno postato sul suo account twitter la foto del suo cadavere. Ed è di queste settimane la notizia della cinquantina di studenti, provenienti da una delle regioni più depresse del Messico, che erano partiti per manifestare e che erano scomparsi nel nulla. Sono stati ritrovati in una fossa comune. Centinaia furono le donne di Ciudad Juarez che negli anni ’90 furono sequestrate violentate uccise. E abbandonate nel deserto. O nelle discariche. Che paese crudele, il Messico. Da sempre. I sacrifici umani degli Atzechi.

    A Ingeborg piacevano gli Atzechi. Hans Reiter, poi Benno von Arcimboldi, dovette giurare sugli Atzechi che non si sarebbe dimenticato di lei. Di cosa parla 2666, dello scrittore Benno von Arcimboldi e di tutto quello che lo riguarda incidentalmente? No, si parla incidentalmente dello scrittore – uno sradicato fittizio che si nasconde dietro uno pseudonimo ma che ha acquistato un riconoscimento internazionale - per parlare in realtà della violenza seriale vera di assassini senza volto su povere donne di una regione ai confini del deserto che non meritavano l’attenzione internazionale dei media.

    L’unico modo per dare la ribalta che meritavano a queste povere anonime vittime era quella di costruire un edificio narrativo che includesse le loro storie. 2666 è un monumento funebre alla loro memoria. Si racconta altro perché altrimenti nelle loro vite non si sarebbe trovato abbastanza per irretire il lettore. Ed era necessario irretire il lettore, perché se la cronaca non diventa letteratura, è consegnata all’oblio o all’irrilevanza. E il lettore andava irretito con una storia intrigante, magari qualcosa che proponesse il modulo narrativo di una delle storie più amate della letteratura occidentale. Che avesse il sapore dell’attesa e della ricerca di un uomo perduto, un reduce di guerra che ovunque vada deve nascondersi dietro un’altra identità. Ecco, proprio l’Odissea. Benno von Arcimboldi è Ulisse (che poi di Ulisse figlio di Sisifo, una delle varianti del mito che lo riguarda, effettivamente si racconta, nella quinta parte del romanzo, en passant).

    L’Odissea di Omero ha l’episodio giusto che si può prestare ad un innesto possibile. Le vittime di guerra su cui piange Ulisse alla corte dei Feaci quando l’aedo Demodoco racconta del massacro che gli Achei hanno fatto dei Troiani. Quelle vittime, qui nel romanzo di Bolaño diventano le donne rapite violentate uccise di Santa Teresa, ovvero Ciudad Juarez. Non c’è bisogno di una guerra per scatenare la violenza efferata degli uomini. I crimini di Santa Teresa sono il paradigma della violenza fine a se stessa e spietata che è connaturata all’uomo, di cui le guerre non sono che un pretesto. Con la differenza che qui, nel romanzo di Roberto Bolaño, non c’è un criminale che pianga per le sue vittime, come nell’Odissea. E Arcimboldi deve scomparire nel momento in cui la sua storia rivela il debole nesso che lo ricollega ai femminicidi di Ciudad Juarez. Deve sparire – e non perché 2666 è un romanzo incompleto – ma perché la memoria deve ritornare a ritroso nel cuore di tenebra del romanzo e il lettore deve capire che l’unica cosa importante del romanzo che ha letto non era il personaggio letterario dello scrittore e il mistero che lo circonda, ma la vita vera e i suoi nodi irrisolti.

    E il lettore intuisce che forse Bolaño con questo romanzo ci ha consegnato il suo testamento. E che questa eredità ci suggerisce che se la letteratura affascina, ma ignora e aiuta a ignorare il male intorno a noi, allora è meglio che scompaia, come il protagonista, risucchiato anche lui nel nulla del deserto di Sonora.

    <Sono stufa dei messicani che parlano come se fossimo dentro Pedro Paramo>, è quello che urla la deputata messicana al giornalista Sergio Gonzalez (l’unico personaggio autentico, perché davvero esiste, un giornalista messicano di nome Sergio Gonzalez, ed è l’autore di un libro inchiesta sui femminicidi di Ciudad Juarez). Il giornalista l'ha contattato per scoprire che fine ha fatto la sua migliore amica scomparsa a Santa Teresa, e chi c'è dietro ai femminicidi di Santa Teresa e perché le forze dell'ordine sono impotenti e le indagini non approdano a nulla. Ma il giornalista le oppone un rifiuto perché, tanto, la sua amica <è più o meno morta, come solo in Messico si può essere morti e non esserlo>.

    Ecco, questa frase apre mondi per capire 2666. Essere morti e non esserlo. Hans Reiter – il futuro Benno von Arcimboldi - che desidera morire nella campagna di Russia, che è pronto a rinascere sotto altra forma dopo la lettura del quaderno di uno scrittore ebreo scomparso, forse ucciso anche lui come gli altri abitanti del suo shtetl in Ucraina. Boris Abramovic Ansky, questo è il suo nome, nel quaderno racconta di essere stato il vero autore dei romanzi di uno scrittore russo di successo poi caduto in disgrazia. E racconta le sue peregrinazioni (di nuovo Ulisse), rielaborate letterariamente nelle avventure dei romanzi di fantascienza attribuiti al suo doppio, lo scrittore sovietico Ivanov.

    Da queste vicende Reiter rimane soggiogato ed è pronto a rinascere a sua volta come scrittore. Il nom de plume lo mutuerà dal nome del pittore italiano di cui Ansky scrive considerazioni così lusinghiere nel suo quaderno. Un collage illusorio di forme, la realtà non è altro, sembrano suggerire i quadri di Giuseppe Arcimboldo. Una chiave di lettura di cui i lettori dei romanzi di Benno von Arcimboldi faranno tesoro. O meglio: una chiave di lettura di cui i lettori di 2666 dovrebbero fare tesoro.

    E così Ansky ha aiutato l'inquieto Hans Reiter a cambiare, ma Hans Reiter può diventare un altro solo dopo essersi consegnato all’acqua, solo dopo aver sognato il suo viaggio di morte e rinascita dal fiume Dniepr al mar Nero. Il mare, questo luogo non luogo letterario. L’Odissea, ancora.

    Reiter, in questo battesimo d'acqua che sogna, in fondo, è come se morisse. Come muoiono – di una morte in senso metaforico anche questa - i protagonisti di ognuna delle cinque parti del romanzo, che vengono accantonati come personaggi in storie che non si concludono. Solo le donne scomparse e ritrovate cadaveri sono morte per davvero. E se solo quelle donne sono morte per davvero, senza ambiguità di sorta, vuol dire che tutto il resto è sogno. Che tutto il resto è letteratura. Ma anche basta con la letteratura. Basta con “Pedro Paramo”, che è il padre di tutti i romanzi del realismo magico sudamericano. Basta con la letteratura che anestetizza.

    Forse la scrittura di Roberto Bolaño non è suggestiva come quella di Fuentes, Marquez, Vargas Losa, Amado. Forse la scrittura di Roberto Bolaño non è bella. Ma sicuramente è buona. Ed è bello ciò che è buono. E al diavolo la grammatica estetizzante della letteratura.

    Nelle riflessioni sulla letteratura ci sono alcune delle pagine più belle del romanzo. Queste riflessioni sono consegnate alla voce di uno scrittore senza nome che ha rinunciato alla scrittura dopo aver letto il capolavoro di un altro scrittore, di cui non vuol fare il nome (ma si intuisce Thomas Mann ...). Hans Reiter lo incontra a Colonia nel dopoguerra, ed è questo scrittore in disarmo a prestargli la macchina da scrivere su cui Reiter partorirà il primo romanzo di Benno von Arcimboldi. Ogni esercizio di creazione letteraria è una seduta di ipnotismo, gli dice quel vecchio scrittore disilluso. Dentro l’uomo seduto a scrivere non c’è nulla. Ogni libro che si scrive non è che la replica moltiplicata all’infinito del capolavoro che tutti gli scrittori venuti dopo imitano, consapevolmente o meno. E su questo plagio vegeta un bosco in cui si nasconde – che nasconde - l’unico albero importante.

    Come succede alla struttura narrativa di 2666. L’unico albero importante è la nuda cronaca dei femminicidi. Il bosco narrativo è l’ossessione per la figura di Arcimboldi e per tutto ciò che nel romanzo riconduce a lui. Così come l’unico capolavoro è l’Odissea, che gli scrittori occidentali non fanno che ripetere all’infinito. Senza averne la grandezza. Senza personaggi che siano all’altezza di Ulisse. Per questo in 2666 le storie dei protagonisti di ciascuna delle cinque parti non possono concludersi. Nell’Odissea, solo quando Ulisse assume il punto di vista delle vittime può tornare a Itaca. Se abbiamo perso la gerarchia delle priorità e ci siamo assuefatti alla violenza, non ci meritiamo personaggi rassicuranti e storie che arrivino ad una conclusione. Se vogliamo arrivare da qualche parte, il punto di vista delle vittime lo dobbiamo assumere noi lettori. Ed è quello che ci costringe a fare l’ultimo romanzo di Bolaño.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Quello che attira ne “La parte dei delitti” è la sensazione (poi disattesa) che la soluzione arriverà, dista solo poche pagine, non è possibile che non ci sia, non dopo tutto l’elenco sterminato e glaciale che Bolaño redige come se fosse un entomologo. Metaforicamente si potrebbe dire che in real ...continua

    Quello che attira ne “La parte dei delitti” è la sensazione (poi disattesa) che la soluzione arriverà, dista solo poche pagine, non è possibile che non ci sia, non dopo tutto l’elenco sterminato e glaciale che Bolaño redige come se fosse un entomologo. Metaforicamente si potrebbe dire che in realtà la soluzione o la risposta c’è ed è la Letteratura ma non mi convince. Tutto “2666” e soprattutto “La parte dei delitti” tratta proprio dell’incontro con l’Inconoscibile e del fatto che non si potranno mai avere delle risposte. È ormai quasi un luogo comune della letteratura di questi anni (vedi anche King con “Colorado Kid” e “Buick 8”) ma Bolaño lo rende molto bene con questa sua non-struttura, questa farragine di frammenti che rispecchiano esattamente il nostro mondo senza più un ordine. A lettura finita capita che certi episodi ritornino alla mente quasi per caso, ad esempio la triste vita amorosa di Juan de Dios Martinez o il dialogo finale fra Sergio Gonzalez e Azucena Esquivel Plata, dove si ha la definitiva certezza che le risposte non arriveranno per nessuno, nemmeno per chi ha soldi, potere e passione (e Serio Gonzalez è esistito davvero e ha davvero scritto un libro sui Ciudad Juarez). Forse questa è la grande differenza fra “2666” e “I detective selvaggi”. Nel secondo il male è “soltanto” quello della vita quotidiana, al massimo si sfiora quello della Storia ma molto poco. Ne “La parte dei delitti” ci si incontra col Male metafisico, le domande sono più pesanti e l’assenza di risposte più terrificante. Se non ha la soluzione un libro di 1.000 pagine (che si aggiungeva a quello di Sergio Gonzalez e ad altri) dove cercarla allora?

    ha scritto il 

  • 3

    Per adesso sospendo il giudizio. Le due parti di questo volume sono qualcosa di assolutamente diverso. La prima parte -la parte dei delitti- e' stata pesantissima: ho pensato tantissime volte di interrompere la lettura. Viceversa la "parte di Arcimboldi" mi è piaciuta tantissimo. Adesso non vedo ...continua

    Per adesso sospendo il giudizio. Le due parti di questo volume sono qualcosa di assolutamente diverso. La prima parte -la parte dei delitti- e' stata pesantissima: ho pensato tantissime volte di interrompere la lettura. Viceversa la "parte di Arcimboldi" mi è piaciuta tantissimo. Adesso non vedo l'ora di iniziare l'altro volume.
    Poi, tirero' le somme.

    ha scritto il 

  • 5

    a tratti ho avuto qualche difficoltà. i libri grandi e questo in particolare, richiedono un attenzione che non mi appartiene. ho bisogno di saltare da un libro all'altro ma sapevo che non dovevo e non potevo mollare. così dopo una breve tregua, sono ritornato e alle pagine messicane di Santa Tere ...continua

    a tratti ho avuto qualche difficoltà. i libri grandi e questo in particolare, richiedono un attenzione che non mi appartiene. ho bisogno di saltare da un libro all'altro ma sapevo che non dovevo e non potevo mollare. così dopo una breve tregua, sono ritornato e alle pagine messicane di Santa Teresa e degli infiniti delitti di donne, mi sono ritrovato in trincea durante la seconda guerra mondiale a vivere altre 1000 storie, o vite...

    "lo stile era strano, la scrittura era chiara e a volte persino trasparente ma il modo in cui si susseguivano le storie non portava da nessuna parte; restavano solo i bambini, i loro genitori, gli animali, alcuni vicini e alla fine, in realtà, l'unica cosa che restava era la natura, una natura che a poco a poco si disfaceva in un pentolone bollente fino a sparire del tutto".

    Bolaño descrive da solo il suo libro e la sua scrittura. questo libro è il suo metodo. E' un grosso, grossissimo cerchio talmente largo che non pensi possa mai chiudersi ed invece alla fine...

    ha scritto il 

  • 5

    Sarò breve e spero anche abbastanza chiaro. Nella maggior parte dei casi quando si legge un libro si viene a contatto con una storia che riguarda la vita del protagonista, le sue vicende personali e quelle di chi gli sta attorno. Può capitare inoltre che tutto sia amplificato e allargato a più vi ...continua

    Sarò breve e spero anche abbastanza chiaro. Nella maggior parte dei casi quando si legge un libro si viene a contatto con una storia che riguarda la vita del protagonista, le sue vicende personali e quelle di chi gli sta attorno. Può capitare inoltre che tutto sia amplificato e allargato a più vite, a più personaggi, tuttavia difficilmente si perde la visione di insieme, c’è sempre un nucleo nel quale e attorno al quale le vicende nascono, si sviluppano e possibilmente (non sempre accade) giungono ad un finale ben definito (bisogna anche considerare il genere del libro).
    In 2666 tutto questo è moltiplicato per cento, per mille. Bolano riesce a mettere nero su bianco non i fatti riguardanti una vita, non i fatti riguardanti dieci vite, ma quelli di un intero mondo fotografato dalle più diverse angolazioni. Non saprei definire in maniera diversa questo libro e in generale le opere di Bolano, autore che ho imparato ad apprezzare sempre di più in questi anni.

    ha scritto il 

  • 5

    Video Recensione: http://www.youtube.com/watch?v=Wjx9Oo_XPTc

    Gesù è il capolavoro. I ladroni sono le opere minori. Perché sono lì? Non per mettere in risalto la crocifissione, come credono certe anime candide, ma per occultarla.

    ha scritto il 

  • 4

    Ora che ho finito 2666 mi sento come se Bolaño mi avesse scaricato in mezzo al deserto del Sonora con mezza bottiglia di minerale, un paio di occhiali scuri ed un pesantissimo zaino pieno di storie sospese.


    L’unica cosa che mi sento di dire al potenziale lettore di questo libro è che 2666 ...continua

    Ora che ho finito 2666 mi sento come se Bolaño mi avesse scaricato in mezzo al deserto del Sonora con mezza bottiglia di minerale, un paio di occhiali scuri ed un pesantissimo zaino pieno di storie sospese.

    L’unica cosa che mi sento di dire al potenziale lettore di questo libro è che 2666 non è un romanzo, bensì un contenitore di storie che scappano via un po’ da tutte le parti. La struttura del libro è costituita da due temi principali: la biografia dello scrittore fantasma Benno Von Arcimboldi e la cronaca dello sterminio di donne nella città messicana di Santa Teresa, una discesa senza fine nel vortice dell’Inferno sullo scivolo dell’aquafan di Satana. Tanto romanzesca è la parte di Arcimboldi quanto asettica è quella dei delitti di Santa Teresa, in cui Bolaño descrive lo stillicidio degli omicidi con il tono neutro di un inventario di magazzino mettendo in scena un ferocissimo atto d’accusa contro il genere maschile e contro il machismo latino in particolare. Attorno a queste due vicende proliferano, virali, innumerevoli trame secondarie, che tanto secondarie non sono perché in definitiva l’essenza di 2666 sta proprio in queste divagazioni apparentemente inutili.

    Quando Bolaño dice che non esiste un ordine preferenziale per leggere le cinque parti di 2666 non lo fa per snobismo. È vero. Centinaia di storie e centinaia di personaggi compaiono all’improvviso per poi sparire per sempre nella notte della letteratura senza nemmeno salutare. Quando finirete il libro rimarrete col dubbio che il qualcuna di queste storie contenesse indizi nascosti per comprendere qualcosa di più della vicenda principale, ma l’unico modo che avrete per saperlo è quello di ricominciare daccapo.

    Dire che il duplice (e inconcludente) canovaccio portante sia solo il pretesto per smarrire il lettore nella foresta delle sue invenzioni sarebbe ingiusto nei confronti dell'autore, però chi si aspetta di vedere “come vanno a finire” le cose dovrebbe sapere in anticipo che Bolaño al termine di queste 1105 pagine si limiterà a tirare solo qualcuno dei fili della narrazione, e nemmeno tutti quelli indispensabili.

    Quindi se vi ritroverete a vagare nel deserto chiedendovi in quale punto vi siete persi non dite che non lo sapevate.

    ha scritto il 

  • 5

    " the most important south american writer of his time"

    Questa banale, ma efficace, definizione del NYT Book Review, potrebbe rappresentare in estrema sintesi un commento a questo libro.
    D'altra parte sono convinto che i commenti dei lettori, al di là della loro soggettività, sono utili per avere indicazioni di lettura importanti, quindi cercher ...continua

    Questa banale, ma efficace, definizione del NYT Book Review, potrebbe rappresentare in estrema sintesi un commento a questo libro.
    D'altra parte sono convinto che i commenti dei lettori, al di là della loro soggettività, sono utili per avere indicazioni di lettura importanti, quindi cercherò di superare il senso di inadeguatezza per dire qualcosa di più.
    2666 è in realtà una grande autorappresentazione dell'artista bolano, scrittore e poeta tutto sommato misterioso e sconosciuto ai più: poeta maledetto preda dell'eroina o stakanovista della scrittura, coraggioso rivoluzionario in fuga dai totalitarismi o narcisista bugiardo, donnaiolo o buon padre di famiglia. O forse un po' di tutto questo.
    Tentando un parallelismo, in 2666 decine e decine di storie senza legami apparenti si sommano e si intersecano le une sulle altre, in un gigantesco dipinto alla maniera di Arcimboldi. Ciascuna storia potrebbe anche leggersi come autoconclusiva, come una pera è una pera, ma solo in relazione alle altre può diventare un naso nel contesto di un dipinto che in una possibile lettura diventa la rappresentazione di una faccia, ma in realtà è una natura morta. Ma se poi il dipinto lo si guarda da un' altra prospettiva o sottosopra avremo ancora altri risultati.
    Se poi in queste storie, ciascuna pulsante di vita propria, trovate indizi, prove o fatti che spiegano, oppure rendono incerti, elementi che avete dato per acquisiti in altre, spingendovi a riprendere in mano e a rileggere quello che pensavate ormai certo, potete capire la difficoltà a commentare un libro del genere.
    Anche leggerlo non sarà facile, superare lo straniamento, l'irritazione per storie che non portano apparentemente da nessuna parte o che si interrompono quando meno te lo aspetti e che ripartono magari trecento pagine dopo. Di certo per il lettore arrivato alla fine, sarà dura ritornare sulla terra dal mondo di bolano, "un oasi di orrore in un deserto di noia".

    ha scritto il