I veri clandestini sono i poeti. Esclusi dal circuito mediatico, prolificano ovunque nell' 'underground' della cultura, dell'editoria, del sistema dell'informazione. Una contraddizione che si fa "sistema": tutti scrivono versi ma pochi comprano libri di poesia. Anzi sono pochi, pochissimi, gli estimContinue
I veri clandestini sono i poeti. Esclusi dal circuito mediatico, prolificano ovunque nell' 'underground' della cultura, dell'editoria, del sistema dell'informazione. Una contraddizione che si fa "sistema": tutti scrivono versi ma pochi comprano libri di poesia. Anzi sono pochi, pochissimi, gli estimatori della composizione, del racconto in versi. E così, ogni anno, migliaia di volumi pubblicati finiscono nei piccoli mercati di nicchia, di parenti, amici, conoscenti. Ma allora la poesia è morta, come da anni sostengono anche tanti illustri intellettuali, come Hans Magnus Enzensberger? Oppure la poesia non ha mercato perché i poeti si ghettizzano da soli, si chiudono in "riserve indiane" e non sanno elaborare strategie aggiornate per cercare veicoli ai nuovi messaggi?
Da anni, per la verità, grandi maestri - da Ungaretti, a Montale, a Quasimodo, a Luzi, alla Merini - hanno composto orazioni funebri per la poesia, ma poi - per fortuna - lo scrivere in versi è sempre sopravvissuto, tra mille contorcimenti di autori. La poesia è la voce che rende palesi e accessibili le intuizioni e le impressioni. Senza la poesia l'uomo sarebbe schiavo del determinismo razionalistico e delle ideologie; senza di essa si impoverirebbero linguaggio e pensiero, influenzando, ne siamo convinti, la storia stessa dell'umanità. (Dal saggio introduttivo al volume "C'è bisogno di una chiave", di Aldo Forbice)