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A Dance with Dragons

A Song of Ice and Fire

By George R.R. Martin

(395)

| Paperback | 9780002247405

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Critics

  • A Dance with Dragons: A Song of Ice and Fire Book 5

    As I predicted in my review of HBO's A Game of Thrones, George R.R. Martin's popularity has skyrocketed. Legions of new fans are marching to their bookstores (if they can find one) and libraries to get caught up with this series and my personal copie ... (read full critics)

    sfsite published on Mon, 17 Oct 2011

  • A Dance with Dragons, By George RR Martin

    It is hard to accept that something that enormous and that popular can be as good as people tell you it is. A Song of Ice and Fire, George RR Martin's vast fantasy epic – simply reading that phrase will close some minds instantly – has been appearing ... (read full critics)

    independent published on Fri, 22 Jul 2011

21 Reviews

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  • 9 people find this helpful

    A huge disappointment: the Song of Ice and Fire started out as a brilliant, breath-taking epic, with elements of political struggle and cynical realism seldom found in the genre.
    In this latest novel, along the same line but much worse than the one before it, we see a sad acceleration on the downwar ... (continue)

    A huge disappointment: the Song of Ice and Fire started out as a brilliant, breath-taking epic, with elements of political struggle and cynical realism seldom found in the genre.
    In this latest novel, along the same line but much worse than the one before it, we see a sad acceleration on the downward spiral that is leading the saga to the level of a soap-opera.
    The few characters that survived the previous books' massacres have lost their credibility and vitality, and are now surrounded by shallow new entries unable to lift the story from its sorry state.
    A stagnant novel, purposelessly floating for hundreds of pages. The Song of Ice and Fire should be euthanized as soon as possible, lest it degenerates into an endless and ridiculous TV-show script.

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    Mat F. said on Jul 18, 2011 about the Hardcover edition | 1 feedback

  • 1 person find this helpful

    La caratteristica comune ai personaggi delle Cronache è il loro nascere come stereotipo: non appena lo vede in azione, il lettore identifica immediatamente in che casella narrativa collocare il dato atteggiamento. Un approccio simile è molto efficace per proiettare il lettore all'interno di un mondo ... (continue)

    La caratteristica comune ai personaggi delle Cronache è il loro nascere come stereotipo: non appena lo vede in azione, il lettore identifica immediatamente in che casella narrativa collocare il dato atteggiamento. Un approccio simile è molto efficace per proiettare il lettore all'interno di un mondo che appare da subito piuttosto complesso, ma rischia di annoiare e quindi allontanare il lettore un filo più esperto.
    È qui che entra in gioco il talento dell'autore. George RR Martin impone a ogni personaggio il confronto continuo, costante, cruento, con il cliché che rappresenta, portando in superficie le contraddizioni e i limiti che ogni stereotipo incontra non appena sbatte il muso contro la realtà. Per ottenere questo risultato l'autore adotta un tipo di narrazione che obbliga il lettore a immedesimarsi con punti di vista che, seppur contraddittori, risultano coerenti e credibili, a prescindere dall'orientamento morale, dalle conoscenze o dagli obiettivi dei singoli personaggi, mantenendolo in costante tensione tra due livelli: quello soggettivo, parziale, articolato nella sequenza dei diversi capitoli, ognuno a rappresentare la particolare esperienza di un personaggio, e quello più ampio, con qualche parvenza di oggettività, percepibile solo esternamente alla narrazione, in cui si incrociano relazioni / informazioni / emozioni / divergenze tra punti di vista diversi.
    Il dramma di ogni singolo personaggio martiniano nasce da una medesima biforcazione di significati: dal confronto col proprio ruolo, dalla necessità di superarlo, dall'impossibilità di farlo oltre un certo grado per i limiti che la realtà fittizia della narrativa di genere impone alla sua personalità. Quando un personaggio oltrepassa un certo grado di verosimiglianza, va incontro necessariamente a una qualche evoluzione. Che questa trasformazione significhi spesso morte o esilio è inevitabile, specie quando ogni altro esito suonerebbe falso, incoerente, consolatorio.

    Non sarò un gran lettore di fantasy, e forse è per questo motivo che la saga di Martin mi ha colpito tanto, ma se c'era un elemento che ho apprezzato, tra i tanti che elevano le Cronache ben al di sopra del livello medio dell'intrattenimento letterario, è proprio la caratterizzazione dei personaggi femminili.
    Tutte le donne di Martin, che siano giovani o mature, buone o cattive, decise o incerte, hanno una personalità autonoma e riconoscibile. Pur con la loro varietà di caratteri, nessun personaggio femminile delle Cronache vive in funzione dei maschi che la circondano (e se lo fa, il lettore non ha dubbi su come giudicarle, Sansa docet), né vive in funzione della componente sessuale della propria esistenza (importante, certo, ma non più di quella degli uomini con cui spartisce la scena), e neppure si trasforma nel tipico maschiaccio, a imitazione dei figuri con cui solitamente ha a che fare (anche in questo caso, se vi è costretta dagli avvenimenti, non ne gode mai, in nessun momento, né il ruolo, né gli eventuali privilegi ad esso legati, vedi Brienne). Le donne di Martin mostrano in tutta le possibili declinazioni, come i rapporti sociali, politici, sessuali siano costantemente virati al maschile, e quali sforzi e strategie debbano adottare per essere riconosciute e diventare soggetti attivi nelle relazioni e negli accadimenti che le circondano. E non importa che facciano la cosa giusta o quella sbagliata, che tramino nell'ombra o agiscano per interposta persona, che utilizzino il sesso, le convenzioni o i pregiudizi sociali a loro vantaggio, che usino e/o abusino del tanto o poco potere in loro possesso. Quel che importa è che le donne di Martin sono persone, prima di essere femmine.

    Sottolineati questi aspetti che riguardano l'insieme delle Cronache mi rimane da spendere qualche riga sull'ultimo romanzo. Dopo l'interludio di A Feast for Crows, A Dance with Dragons riporta finalmente l'attenzione del lettore sui personaggi più importanti della saga. Lo scenario si allarga ancora, ci sono  sorprese e rivelazioni, nuovi personaggi e vecchie conoscenze che ritornano, c'è tutto il freddo del nord condito all'atmosfere calde delle Città libere, ci sono draghi e lupi e sangue, c'è il passato e qualche sprazzo di futuro.
    In questo romanzo si avverte netta la sensazione di una storia aperta, della vastità di un mondo in cui le gesta dei singoli hanno invero poca importanza, in cui a precisa decisione segue sempre l'inevitabile conseguenza. Con la certezza che quello creato da Martin sia un universo dove nessuna azione resterà impunita.
    L'inverno ormai è arrivato.

    http://www.iguanajo.blogspot.com/2012/01/letture-dance-…

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    Iguana Jo said on Jan 20, 2012 about the Others edition | 2 feedbacks

  • 1 person find this helpful

    plots plots and more plots. great read and I still don't know who will win.

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    Jasongam said on Aug 11, 2011 about the eBook edition | Add your feedback

  • Quizá el "bastante bueno" sea ligeramente sobrado, pero luego de leer el 4 libro de la serie... todo parece mejor!

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    Tessa said on Feb 6, 2012 about the Hardcover edition | Add your feedback

  • Ritrovata genialità

    E alla fine ce l'ho fatta. Dopo una lettura lunga e dolorosa, che mi ha impegnato da settembre fino a oggi, ho riposto nella libreria 'A Dance With Dragons'.
    La prima, doverosa avvertenza è che l'ho letto in inglese. Non potevo aspettare i tempi troppo dilatati delle (tre!) edizioni italiane ('I Gue ... (continue)

    E alla fine ce l'ho fatta. Dopo una lettura lunga e dolorosa, che mi ha impegnato da settembre fino a oggi, ho riposto nella libreria 'A Dance With Dragons'.
    La prima, doverosa avvertenza è che l'ho letto in inglese. Non potevo aspettare i tempi troppo dilatati delle (tre!) edizioni italiane ('I Guerrieri di Ghiaccio' è già uscito) perciò mi sono cimentato in quella che si è rivelata un'avventura molto complicata.
    Ma anche molto soddisfacente. Le considerazioni che seguiranno poco hanno a che fare con il nudo e crudo stile narrativo di Martin (lo stacco della lingua mi impedisce di essere efficace nella mia analisi, anche se credo non sia cambiato molto, anzi, forse ha ritrovato parte della sua efficacia) ma si concentrano tutte sulla pura e semplice storia.
    'A Dance With Dragons' non è un libro fluido. Ha esattamente gli stessi difetti di 'A Feast For Crows' ('Il Dominio della Regina' e 'L'ombra della Profezia' in Italia) ma con una sostanziale differenza: li concentra tutti nella prima metà. E' dispersivo e diluisce gli avvenimenti in modo quasi inaccettabile, come accadeva per il precedente capitolo, ma poi qualcosa cambia.
    Non so se questo sia coinciso con l'inizio delle riprese della serie TV che ha dato a Martin un nuovo impulso e lo ha costretto a stringere un po' i tempi. Ma il cambio di passo non solo è netto, ma è anche una boccata di ossigeno che ci districa da una trama soffocante e troppo vittima di se stessa.
    Se la prima metà incespica e annaspa nella preparazione di cose che tardano a venire, la seconda metà decolla, decisamente.
    Le trame accelerano. Alcuni personaggi vengono approfonditi in modo molto convincente (Roose Bolton è uno di questi) e altre caratteristiche di Westeros vengono definite altrettanto bene (meravigliosa la digressione sui Maestri e sulla Cittadella). Caratteristi oscuri come il Maestro rinnegato Qyburn vedono accrescere la loro spettrale aura con una virata decisamente horror (e con pochi e ben piazzati effetti narrativi). Theon Greyjoy diventa la seconda 'vittima' di un percorso diabolicamente eccezionale di redenzione, come era toccato a Jamie Lannister. E finalmente oltre la Barriera iniziamo a percepire la vera magia e il vero male ('dead things in the water').
    Tutto acquista velocità fino alle ultime cento pagine quando quattro trame narrative vengono sospese con colpi di scena di grande effetto (e, aggiungo, che fanno incavolare a morte solo perchè saremo costretti ad aspettare chissà quanto). Il ritmo torna a essere quello incalzante e ipnotico, oltre che cattivo e spietato, dei primi volumi. Unico neo, forse, la pletora infinita di personaggi dai nomi improponibili al di là del mare e l'aver evocato figure così importanti solo ora, senza averne mai accennato.
    L'Epilogo, poi, chiude in modo magistrale disponendo sulla scacchiera uno scenario da far accapponare la pelle.
    Non voglio anticipare nulla, ma non posso fare a meno di dirvi questo: proprio nelle ultime due pagine del romanzo è descritto l'arrivo di un enorme corvo bianco dalla Cittadella ad Approdo del Re, senza nessun messaggio, ma con un solo, pesantissimo, fardello. L'annuncio del cambio di stagione: L'inverno sta arrivando (e il prossimo libro, 'The Winds of Winter', credo manterrà la promessa).

    Consiglio per chi deve ancora avventurarsi così a fondo nelle Cronache Del Ghiaccio e del Fuoco: procuratevi anche i tre libri in cui verrà spezzato 'A Dance With Dragons' (l'ultimo dei tre verrà pubblicato a Luglio, pare) e alternate la lettura dei capitoli di questi con quelli de Il Dominio della Regina' e 'L'Ombra della Profezia'. Tutto dovrebbe risultare molto più equilibrato.

    Seguitemi su:
    http://www.maicomorellini.it

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    maico.morellini said on Feb 3, 2012 about the eBook edition | Add your feedback

  • Sarò sincera, il pensiero ricorrente che mi attraversava la mente mentre mi facevo strada fra queste densissime 960 pagine è il seguente: era davvero necessario farci aspettare sei anni per questo? Già durante la lettura del precedente romanzo, A feast for crows, mi era sorto il sospetto che ... (continue)

    Sarò sincera, il pensiero ricorrente che mi attraversava la mente mentre mi facevo strada fra queste densissime 960 pagine è il seguente: era davvero necessario farci aspettare sei anni per questo? Già durante la lettura del precedente romanzo, A feast for crows, mi era sorto il sospetto che Martin stesse perdendo il controllo della sua creatura e questo nuovo capitolo della saga ha confermato questa impressione. In A dance with dragon ancora una volta i personaggi si moltiplicano e la trama si ramifica ulteriormente, frammentandosi in un'infinità di filoni che più che convergere sembrano allontanarsi sempre più. Inoltre, per far spazio ai nuovi punti di vista Martin è costretto a rallentare la progressione dei personaggi principali a cui ci siamo affezionati; per cui ritroviamo finalmente Dany, Tyrion, Jon e (brevemente, grazie al cielo) Bran ma quasi tutti loro si trovano in una situazione di stallo, come se l'autore li avesse messi in attesa per fare in modo che le nuove prospettive si portassero al passo con loro. Questo è particolamente vero per Dany e Tyrion: se la prima è invischiata in una continua sequenza di ribellioni e tradimenti ai quali non è in grado di rimediare tanto che i capitoli che la riguardano ripropongono tutti lo stesso pedante schema, il secondo si trova invece nel bel mezzo di una vera e propria odissea che lo allontana sempre più da casa e lo priva anche di una certa dose di quell'arguzia e di quel sarcasmo che l'avevano reso uno dei personaggi migliori della saga. I voltafaccia del destino a cui Martin lo sottopone sono forse un po' troppi per essere digeriti nella decina di capitoli a sua disposizione anche perché i continui cambi di scena e situazione lo portano a contatto con un'infinità di personaggi di vario tipo: mercenari, mercanti, preti, reggenti vari, cospiratori ancora più vari per ognuno dei quali l'autore si sente in obbligo riproporre la geneaologia familiare a partire dalle dieci generazioni precedenti unita ad un (più o meno) rapido riassunto della storia del continente nell'ultimo millennio. E' questo un altro grosso problema del romanzo: non so se Martin stia tentando di allungare il brodo il più possibile o se avverta la pressione del confronto con Tolkien, da cui il desiderio di dimostrare che il suo Westeros non ha niente da invidiare alla Terra di Mezzo, fatto sta una pagina sì e l'altra pure qualcuno dei protagonista è folgorato dal desiderio di rispolverare un po' della storia di famiglia o della sua città natale per cui abbiamo pagine su pagine delle gesta di Aegon il codardo che sconfisse Umber l'usuropatore, che si arruolò nella compagnia di mercenari Johgo dalla barbablù che sposò la figlia di Yukko il sole e dell'est e così via di soprannome in soprannome a cavallo dei secoli fino al tempo dei Primi Uomini, quando Valyria era ancora grande. Sicuramente l'autore ha chiarissima la cronologia di tutti questi eventi ma devo ammettre che dopo mille pagine personalmente ho iniziato a sospettare a sospettare che Martin stesse infilando dei nomi a caso nella storia con l'unico fine di inventare appellativi sempre più fantasiosi.
    Tra amenità di questo tipo e un po' di squartamenti che non fanno mai male, siamo arrivati al termine del quinto libro con solo due che (salvo sorprese) ci separano dalla conclusione della saga e ancora il vecchio George non mostra alcuna intenzione di tirare le fila della vicenda o tagliare i rami morti; al contrario i rami morti si moltiplicano perché dei nuovi POV che l'autore ci propone quasi nessuno ha lo spessore dei personaggi visti finora anzi, possiamo dire che ADWD contribuisce in modo significativo ad allungare la lista delle figure inutili. Al di là del gusto personale, in ogni caso introdurre nuovi personaggi e nuove ambientazioni quando già ci si trova a tre quarti della saga mi sembra un'arma a doppio taglio: potrebbe fornire nuova linfa al racconto oppure potrebbe sfinire il lettore, il quale comunque faticherà ad affezionarsi a questa nuova infornata di prospettive a saga così avanzata. Questo è soprattutto vero nel caso de ASOIF dove la trama non ha certo bisogno di essere vivacizzata e gli eventi misteriosi ed insipiegabili non si contano. Perchè, mi chiedo, affliggerci con l'ennesimo Greyjoy tanto spietato quanto ottuso tagliando in questo modo lo spazio dato a Davos o a questi benedetti Estranei che compaiono e scompaiono a piacimento; perché dopo aver silurato un personaggio potenzialmente interessante come la Viper Rossa di Dorne ci dobbiamo sorbire quella sciagura ambulante di Quentyn Martell?
    Sappiamo di avere a che fare con uno scrittore che non ama dare al pubblico ciò che si aspetta ed è altrattanto vero che mantenere viva la suspence di una vicenda così complessa per sette lunghi libri non è facile e richiede frequenti cambiamenti di rotta ma, a parte il fatto che non gliel'ha certo ordinato il medico di scrivere un'eptalogia, arrivati a questo punto l'autore sembra ricercare i colpi di scena fine a se stessi (naturalmente tutti condensati negli ultimi dieci capitoli, per esser ben sicuro che passeremo notti insonni per l'attesa anche nei prossimi sei anni) , per il semplice gusto di disilludere il lettore. Sicuramente quest'uomo crudele starà sogghignando soddisfatto per averci spiazzati ancora una volta ma ai miei occhi sta iniziando a perdere di credibilità soprattutto per il suo continuo evitare di definire le "regole" entro le quali si muove il suo fantasy; la magia, se di magia si tratta, si fa vedere in varie parti del romanzo nei modi più vari, dalla rossa Melisandre al corvo a tre occhi di Bran, dall'ambiguo Qyburn agli inquietanti Estranei, ma i ruoli e i contorni entro cui si muovono queste forze rimangono vaghi e nebulosi tanto che potrebbe accadaere (a volte accade) tutto e il contrario di tutto. In particolare tra morti vere e presunte, resurrezioni e reincarnazioni mi pare la saga si stia pericolosamente incominciando ad assomigliare ad una telenovela.
    Nonostante questo alla fine Martin riesce comunque e strappare la sufficienza soprattutto grazie alle sequenze del romanzo ambientate nei territori del nord dove il complesso intreccio di intrighi, tradimenti e diplomazia che coinvolgono Jon, Stannis e i Bolton riescono a mantenere il giusto ritmo e la giusta coerenza mentre più l'autore si sposta ad oriente e più la storia si sfilaccia e si guadagna la certezza che questo romanzo ed il precedente potevano tranquillamente essere condensati in un'unica opera. Ma più di tutto Martin strappa la sufficienza perché è Martin, perché con il suo linguaggio vivo, denso e sincero anche questa volta mi ha costretta a divorare 1000 pagine in un paio di settimane aggrappandomi avidamente ad ogni parola, per le scene memorabili con cui riesce a ravvivare anche il più fiacco dei capitoli, per l'abilità con cui si cala nei panni di ogni personaggio dando voce in modo credibile ai pensieri di ognuno, per i dialoghi schietti, ironici e sapientemente intervallati dalle riflessioni dei protagonisti, in botta e risposta telegrafici atti apposta per colpire nel segno e perché ancora una volta, maledetto allui,è riuscito a cambiare le carte in tavola e a confonderci ancora di più le idee. You know nothing John Snow.

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    ♪Valetta♪ said on Jan 23, 2012 about the Hardcover edition | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (395)
    • 5 stars
    • 4 stars
    • 3 stars
    • 2 stars
    • 1 star
  • English Books
  • Paperback 704 Pages
  • ISBN-10: 0002247402
  • ISBN-13: 9780002247405
  • Publisher: Voyager
  • Pub date: Jul 15, 2012
  • Dimensions: 1484 mm x 968 mm Just how big is that?
  • Also available as: Hardcover, Others and eBook
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