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A che punto è la notte

Di ,

Editore: Mondadori

4.1
(1190)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 610 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Francese

Isbn-10: 8804165839 | Isbn-13: 9788804165835 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Crime , Fiction & Literature , Mystery & Thrillers

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Descrizione del libro
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  • 5

    Forse il miglior giallo del 900 italiano

    Così come "La donna della domenica" è il riassunto della Torino anni 70 vista dal balcone del piano nobile, "A che punto è la notte" è un elegante alter/titolo di "A che punto è Torino in questi anni 80?". Il sistema analitico-narrativo è il medesimo, diversi sono alcuni attori e soprattutto gli ...continua

    Così come "La donna della domenica" è il riassunto della Torino anni 70 vista dal balcone del piano nobile, "A che punto è la notte" è un elegante alter/titolo di "A che punto è Torino in questi anni 80?". Il sistema analitico-narrativo è il medesimo, diversi sono alcuni attori e soprattutto gli scenari. L'upper class che è sempre deus ex machina - là Annacarla qua Thea - scende (anche) per strada e incontra l'altra Torino - quella del popolino, della periferia fatta di dancing e mobilifici e della galassia industriale dell'indotto automobilistico. Lo stesso plot ricapitola ontologicamente questa filogenesi: lo svelamento del mistero dovrà per forza passare da questo avvicinamento. Grandi temi e grandi personaggi sono la Fiat, la Curia, l'intellighenzia einaudesca nel pieno del periodo precoloniale (prima cioè che Milano si appropriasse dei quarti nobili dell'editoria torinese) e financo la mafia, preconizzata come forma altrettanto istituzionale dell'azienda di Agnelli - e perfino in qualche senso altrettanto rispettabile.
    Di grande genio sono sia la costruzione del meccanismo criminale - davvero originale e raffinato - sia la continua invenzione linguistica che spumeggia in efficaci e immaginifiche trovate (dal linguaggio sincopato dell'assistente Pietrobono al fumoso brontolio paraintellettuale del barbuto editore). Un insieme che supera per compattezza e genialità la stessa "Donna della Domenica" per quello che forse è il più robusto e godibile giallo di costume italiano del secolo scorso.

    ha scritto il 

  • 4

    Dopo il magistrale "La donna della domenica" torna il commissario Santamaria in questo splendido romanzo sempre di ambientazione torinese. La scrittura di F&L è ricca, coinvolgente, acuta, profonda e leggera allo stesso tempo: 600 pagine godibilissime, dalla prima all'ultima. Seguendo un intrecci ...continua

    Dopo il magistrale "La donna della domenica" torna il commissario Santamaria in questo splendido romanzo sempre di ambientazione torinese. La scrittura di F&L è ricca, coinvolgente, acuta, profonda e leggera allo stesso tempo: 600 pagine godibilissime, dalla prima all'ultima. Seguendo un intreccio complicato ma mai astruso, la storia si dipana offrendo scorci dettagliati di una città e di un periodo storico (fine anni Settanta) affascinante e contraddittoria e dando vita ad una galleria di personaggi che lasciano il segno. Qualche risvolto marginale della vicenda come la parte dedicata alla casa editrice e le "inevitabili" liaisons amorose di alcuni personaggi (tra cui lo stesso commissario) hanno però il sapore del superfluo e contribuiscono, secondo me, ad abbassare (anche se di poco) il livello qualitativo del romanzo che, pur se davvero ottimo, non raggiunge la perfezione de "La donna della domenica". Detto questo credo che i giovani e rampanti scrittori italiani farebbero bene a leggersi con attenzione i romanzi di Fruttero e Lucentini: probabilmente la qualità della narrativa italiana contemporanea sarebbe un tantino migliore.

    ha scritto il 

  • 5

    Un versetto della bibbia è per sempre, come un diamante

    Nella mia personale raccolta di file recensioni “ A che punto è la notte” viene prima di “ A un cerbiatto somiglia il mio amore”. Un versetto della bibbia è per sempre, come un diamante.
    Del libro scordi la trama e l’intreccio, i personaggi e pure il colpevole, se di giallo si tratta, ma d ...continua

    Nella mia personale raccolta di file recensioni “ A che punto è la notte” viene prima di “ A un cerbiatto somiglia il mio amore”. Un versetto della bibbia è per sempre, come un diamante.
    Del libro scordi la trama e l’intreccio, i personaggi e pure il colpevole, se di giallo si tratta, ma di un titolo così non ti scordi mai. E dopo trent’anni e tanti propositi inevasi di rileggerlo perché “fu tanto carino” ecco che…

    Uno spaccato dell’ Italia anni ’70, devo puntualmente segnalare, che sembra retrospettivo e non lo è perché ancora in corso quando i due si divertivano a metterne alla berlina i troppi vizi e le sbrindellate virtù.
    E chi in quegli anni settanta c’era ed era già dotato di un certo giudizio critico, obiettivo minimo dei programmi scolastici ministeriali di allora, sa che è tutto vero.

    Il prete di strada un po’ millenarista, la rampolla alto borghese che gioca alla figlia dei fiori, la quarantenne riccona combattuta tra Monsignor della Casa e una sana scopata libertaria col primo venuto, il poliziotto fricchettone e il carabiniere bacchettone, l’operaio indottrinato ma con il doppio lavoro in nero che più nero non si può, il vallanzascasca di periferia, la professoressa demotivata e infelicemente schiava del proletario vino piuttosto che del borghese superalcolico.
    E il cardinale, che è come deve essere. Fino a Bergoglio.
    Anche il giallo è come doveva essere a quei tempi mitici dai muri cartellonati con “Milano odia: la polizia non può sparare”, "Milano calibro 9”, “La polizia incrimina, la legge assolve”.
    E loro scrivono un giallo pieno di colpi scena per mettere in ridicolo i gialli pieni di colpi di scena. E ti appassioni pure perché la suspense c’è, eccome. E i morti pure. Morti per caso. Morti inutili.

    Chi ne esce assolutamente annientata dal ridicolo è La Fiat e i suoi alti quadri. Di là da venire, per le vie regie di Torino, la marcia dei quarantamila e Marchionne non aveva liquidato, con ventisettemila* euro e lo sconto sulla cinquecento, il Cordero di Montezemolo. Loro lo scrissero e non erano né comunisti né indovini.

    Detto questo (imprescindibile altrimenti il giallo non sarebbe il capolavoro che è), il libro è un tripudio di scrittura accurata, colta, ironica e autoironica che non scade nella “morale” altrimenti detto messaggio. E ce ne poteva essere il pretesto, vista la classe sociale presa di mira e il periodo storico di riferimento, allora solo cronaca. Loro non sono Balzac nè Stendhal.

    Questo intelligente disincanto è figlio della scrittura a quattro mani. Nessuno dei due sarebbe caduto nel tranello del sentimentalismo operaista o antiborghese, che dir si voglia, davanti all’altro. Troppo il timore del ridicolo. Sono due capaci di vedere e soprattutto capire ciò che era sotto gli occhi di tutti.
    Ciò che manca, e che all’epoca mancava sul serio, è l’avidità come motore delle vicende. Gli strali sono diretti contro ideali velleitari che si “cosano” a casaccio. Uomini e cose in balia del caso, degni di essere seppelliti da una sonora risata.

    Una menzione a parte merita il carteggio Crispi Oderici, fissa del benzodiazepina dipendente Mengozzi. Nonostante l’inutilità della ricerca, anch’essa ha una parte nella risoluzione dell’intrigato giallo. Del porco non si butta via niente. Non lo dicono ma lo pensano.

    Sfiziosissimo.

    * E.C. 27 milioni di euro, ohibò. Mica è un comune mortale o quadro inferiore come l'ing. Vicini!

    ha scritto il 

  • 5

    Sentinella, a che punto è la notte?

    Bellissimo.


    Se si riesce a tenere duro per i primi capitoli, dove la trama risulta aggrovigliata e compaiono decine di personaggi che non si capisce come possano c'entrare l'uno con gli altri, poi si vola.


    Scrittura molto scorrevole, ricercata, colta e popolare insieme; lo spaccato ...continua

    Bellissimo.

    Se si riesce a tenere duro per i primi capitoli, dove la trama risulta aggrovigliata e compaiono decine di personaggi che non si capisce come possano c'entrare l'uno con gli altri, poi si vola.

    Scrittura molto scorrevole, ricercata, colta e popolare insieme; lo spaccato ironico sull'Italia (e in particolare sulla Torino) degli anni Settanta riuscitissimo.

    Trama, ribadisco, intricata e intrigante che man mano si rivela fra ingegneri viziosi, avvenenti mafiosi, rispettabili signore, poliziotti e carabinieri, sacrestiani ambigui e eretici furbacchioni. Su tutti troneggiano il Grande Mafioso (Dio, nelle elucubrazioni melanconiche del commissario Santamaria), la Curia e l'onnipotente già Fiat (quanto suonerebbe male sostituirla ora con FCA?)

    Assai ben riuscita anche la caratterizzazione dei personaggi, nei loro monologhi interiori che costituiscono la narrazione senza farli scadere nelle macchiette. Punto di merito allo spassos. et stenogr. diario della Pietrobono e al leggendario carteggio Crispi-Oderici del Monguzzi. Due capisaldi del romanzo.

    Neo: forse nel finale tutto lo zibaldone di fatti, controfatti, teorie, eresie, punti e contrappunti narrati finisce per tornare in maniera un pò troppo matematica, se così si può dire: Durrenmatt non l'avrebbe molto apprezzato.

    In ogni caso, dato che il tutto m'è alquanto piaciuto, non indietreggio comunque dalle 5 stelle e, stenograficamente parlando, x quanto riguarda l'umile s.scritt., romanz. consigliatiss. et da legg. il prima poss. aut in caso tempo libero dispon.

    ha scritto il 

  • 4

    Un bellissimo affresco dell'Italia, grande perchè valido ancora oggi.

    Fruttero e Lucentini hanno scritto un grandissimo libro. Un giallo particolare (almeno, per chi, come me è abituato agli ultimi e potentissimi nordici, che hanno una scrittura filmica e che genera un tipo di lettura rapido e veloce), che sceglie di prendersi il tempo per di analizzare la società ...continua

    Fruttero e Lucentini hanno scritto un grandissimo libro. Un giallo particolare (almeno, per chi, come me è abituato agli ultimi e potentissimi nordici, che hanno una scrittura filmica e che genera un tipo di lettura rapido e veloce), che sceglie di prendersi il tempo per di analizzare la società intera, con le sue macchiette, i suoi alti e bassi, le sue bellezze nelle piccolezze e le schifezze nelle cose grandi e che per tanto in toto è in qualche modo responsabile degli atti efferati commessi. Ritratti mirabili perchè gli autori sono riusciti a far parlare ciascun personaggio con la propria voce, ovvero con le sue caratteristiche culturali, regionali e professionali. Sebbene su tutto incombano gli anni '70 (non ancora quelli cruenti) e la Fiat, essendo riusciti a caratterizzare così bene la gente, questo libro è ancora godibilissimo e apprezzabilissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    (Sento amarlo)

    Secondo umile sottoscr. miglior gial. mai (ri)letto in t. mia vita et oltre! Personaggi, trame, sottotrame, romanticismo, umorismo, genius loci, zeitgeist, polizia editoria borghesia ironia periferia sociologia economia teologia e mutandine di chiffon, tutti gli ingredienti sono di primissima sce ...continua

    Secondo umile sottoscr. miglior gial. mai (ri)letto in t. mia vita et oltre! Personaggi, trame, sottotrame, romanticismo, umorismo, genius loci, zeitgeist, polizia editoria borghesia ironia periferia sociologia economia teologia e mutandine di chiffon, tutti gli ingredienti sono di primissima scelta e mescolati con la sapienza di gente che il mestiere di scrivere lo conosceva bene assai.
    E sì che Fruttero e Lucentini ai tempi loro venivano un po' snobbati dalal critica, considerati frivoli e disimpegnati: a paragone della maggiorparte dei gialli e noir di oggi sembra di leggere Proust. Persino lo spassoso Catarella di Camilleri impallidisce a fronte dell'esilarante diario abbreviato della poliziotta Pietrobono.

    ha scritto il 

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