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A cosa serve Michelangelo?

Di

Editore: Einaudi (Vele, 64)

4.3
(73)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 129 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8806207059 | Isbn-13: 9788806207052 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

Genere: Art, Architecture & Photography , Non-fiction , Political

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Descrizione del libro
C'è un'idea - di casa persino al ministero dei Beni culturali italiano in questi anni - secondo cui l'Italia potrebbe diventare una grande «Disneyland culturale»: ma è davvero a questo che serve il tessuto artistico e paesaggistico che abbiamo ereditato e che stiamo rovinando? Per rispondere, si può partire dalla storia di un crocifisso attribuito a Michelangelo e acquistato dal governo Berlusconi per piú di tre milioni di euro: raccontarla significa parlare del potere del mercato, dell'inadeguatezza degli storici dell'arte, della cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche, del perverso sistema delle mostre, del miope opportunismo dell'università e della complice superficialità dei mezzi di comunicazione. Il degrado del ruolo della storia dell'arte nel discorso pubblico accompagna la metamorfosi del ruolo del patrimonio storico e artistico: da gratuito strumento di crescita culturale garantito dalla Costituzione, a parco dei divertimenti a pagamento.
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  • 4

    Tomaso Montanari è, a mio avviso, uno dei pochi divulgatori odierni che in Italia sappiano raccontare la storia dell'arte anche ai non specialisti senza però mai venir meno a canoni di probità e serietà scientifica che viceversa, fra i suoi colleghi prestati al giornalismo e alla divulgazione, no ...continua

    Tomaso Montanari è, a mio avviso, uno dei pochi divulgatori odierni che in Italia sappiano raccontare la storia dell'arte anche ai non specialisti senza però mai venir meno a canoni di probità e serietà scientifica che viceversa, fra i suoi colleghi prestati al giornalismo e alla divulgazione, non sono assolutamente più di casa; duole perciò dovere constatare che ormai varie pubblicazioni in volume e gran parte dei suoi interventi sul Fatto Quotidiano, dove scrive, siano ripetizioni quasi ossessive di concetti che viceversa già in quest'agile libello di qualche anno fa ricevettero un'espressione ben più organica, definitiva ed elegante: dopo questo sacrosanto minuscolo saggio si può aggiunger poco di nuovo, se non, purtroppo, allungando la casistica criminale dei demolitori delle belle arti che, incollati a illustri poltrone di sovraintendenti o presidenti, perseguono con maligna e boriosa barbarie il loro pessimo lavoro. La vicenda del crocifisso "di Michelangelo", in realtà un anonimo prodotto di alto artigianato coevo, ma acquistato dallo Stato italiano per una cifra stratosferica ed esibito in giro fra strombazzamenti pacchiani, è paradigmatica d'una situazione di profonda malattia di tutto un mondo accademico e culturale nostrano, di cui qui si può pescare una tale messe di perle da indurre allo sconforto anche l'appassionato d'arte più scafato e cinico. Certo, quando si legge di alte e altissime cariche le quali mandavano vagiti d'estasi di fronte al crocifisso in questione, accompagnati da ditirambi della più sconsolante beotaggine, viene spontaneo pensare che un Hans Sedlmayr o un Jean Clair ne saprebbero subito spiegare la ragione col rammentare come, ormai da un secolo e passa, per non passare da allocchi siamo stati abituati a salutare quali capolavori delle arti figurative orinatoi, tele sfregiate, ammassi di ferrame, edifici impacchettati e lattine d'escrementi umani, fino ad avere, magari, più familiarità col crocifisso a bagno di Serrano che con quelli del Rinascimento; però, senza dovere spostar il discorso su terreni così scomodi ed irti, già basta la disamina spietata di Montanari a suggerire cause prossime e remote molto meno labili, opinabili ed aleatorie: prima fra tutte, poiché piscis a capite foetet, la concezione stessa dell'opera d'arte quale "bene culturale", parte d'un patrimonio "da far fruttare" come "petrolio italiano". Si tratta d'un concetto alquanto recente (ha circa mezzo secolo) ma ormai tanto radicato, che perfino qui su Anobii se ne leggono gli echi nei commenti a questo libro, anche in quelli positivi; e giova quindi contrapporgli, perché alla fine più onesto e realistico, il giudizio del vecchio Thorstein Veblen, il quale, nel suo materialismo arcigno e puritano, poneva l'arte e il lusso tra i consumi vistosi che i Romani avrebbero definito meramente diretti ad pompam vel ostentationem: improduttivi, dunque; o semmai, uscendo dal paradigma vebleniano, produttivi di qualcosa che non si può tradurre in termini di quantità fisiche o di moneta. Preso l'aire da un'apparente pura trasformazione linguistica, gl'innovatori hanno subito dato battaglia su ogni fronte, a dir il vero trovandoli tutti sguarniti o vegliati da poche sentinelle mal armate, codarde o sonnacchiose: quelle attive rassomigliavano piuttosto al dantesco Tebaldo degli Zambrasi ch’aprì Faenza quando si dormìa; per esempio hanno creato quell'ibrido dei corsi di laurea in "beni culturali" di cui non si lamenteranno mai abbastanza la dannosità e l'inconsistenza; ma l'operazione ha fratelli e nipoti recenti ancor più impresentabili fin dai nomi, che spaziano dalle "scienze della comunicazione", erette a corso autonomo anziché restare un mero indirizzo della laurea in Lettere, all'"economia del turismo", sino a sminuzzamenti di acrobatico surrealismo, contrassegnati però tutti da un essenziale scopo pratico, sì da ridurre l'università odierna, da fonte di solido apprendimento teorico e critico, a una specie di parodia intellettualistica delle scuole professionali: con la differenza che da queste vengono fuori cuochi, muratori, tornitori o riparatori di radio, cioè persone capaci di esercitare mestieri necessari e dignitosi, a differenza degli "operatori in beni culturali". L'università dovrebbe essere appunto altra cosa; e altra cosa dev'essere lo studio della storia dell'arte, condotto con metodi scientifici come parte d'una più complessa conoscenza della civiltà, da gente che possegga le basi culturali e metodologiche adatte: e saprà davvero anche scegliere e divulgare con gusto e con frutto, invece di limitarsi a spacciare aneddoti rancidi o semplici falsificazioni, soltanto chi sa leggere, ad esempio, un dipinto di Tiziano come parte d'un mondo in cui scrivevano Bembo, Ariosto e Della Casa o componevano musica Josquin, Willaert e Francesco da Milano, del mondo di Carlo V e dei Medici, del mondo di Franchino Gaffurio e di Gioseffo Zarlino, di Giulio Camillo e di Francesco Giorgi, di Erasmo da Rotterdam e di Aldo Manuzio; mentre oggi un "operatore dei beni culturali" potrà laurearsi senza sapere un'acca di latino, di filologia e di paleografia, e ignorando quasi tutto del mondo in cui pensavano e agivano Giotto, Tintoretto e Bernini: egli sarà un semplice praticone in organizzazione di "eventi", con la medesima micidiale fungibilità per cui, d'altro canto, i cosiddetti manager si ritengono capaci di guidare oggi uno stabilimento di tonno in iscatola e domani una banca, lautamente pagati per combinare danni in entrambi i luoghi. Ex fructibus cognoscetis eos. E qua i frutti, come si può capire, già nascono avvelenati. Non occorre possedere una formazione da specialista, che del resto, a differenza di Montanari, non ha nemmeno chi sta qui scrivendo, per accorgersi che gran parte delle mostre attuali sono accozzi del tutto inutili di manufatti che meglio si potrebbero vedere dove normalmente si trovano; a parte la violenza che s'infligge strappando le opere dai luoghi in cui sono custodite nel caso fortunato in cui siano ancora quelli per i quali le produssero i loro autori, trattandosi spesso di complessi architettonici e figurativi provvisti d'un senso e d'un valore particolare se letti nel loro insieme, e a parte i pericoli di danneggiamento e usura, l'esibizione di pezzi famosi irrelati, o anche affiancati ad altri, ma senza un percorso culturale serio, sottende il rischio di degradare l'arte ad un fenomeno da baraccone, buono a distrarre masse di consumatori dementi che oggi vanno a guardare "il capolavoro di Caravaggio" come domani andranno a mangiare il pesce crudo e dopodomani a guardare l'ultimo film del regista famoso e il giorno dopo a comperare le Cinquanta sfumature di qualcosa, senza ovviamente capire che cosa significhi quel dipinto di Caravaggio, perché sia bello e se sia davvero bello. E soprattutto ciò dà della cultura un'idea sbagliata, quella che consiste nell'emergere chiassoso di sparute figure geniali prive di padri, di fratelli e di figli, prive d'un ambiente in cui crebbero e operarono, un ambiente rigoglioso e composito, in cui circolavano succhi vivifici di sapere, di tradizione e di civiltà. Mostre ben organizzate e divulgazione seria ed efficace aiutano viceversa il cittadino (che non è solo un “consumatore” cretino) ad essere davvero cittadino: a saper apprezzare, cioè, non solo questo o quel quadro famoso, ma a formarsi un gusto, una consapevolezza, un senso storico che, uscendo dalla mostra o dal museo, lo aiutino a guardare con occhio nuovo anche le piazze che percorre, i palazzi che costeggia, le chiese in cui entra, i giardini ove prende il fresco passeggiando nel suo quartiere o in una città che vede per la prima volta.

    ha scritto il 

  • 3

    Le tragicomiche avventure dell'arte in Italia...

    Polemico al punto giusto, dato lo scempio che stanno facendo alla nsotra arte e al concetto che il popolo italiano deve avere dell'arte... Da piangere.

    ha scritto il 

  • 4

    I supereroi ce li meritiamo

    Devo dire che il mio primo sentimento istintivo è di ammirazione: mai visto nessuno farsi così tanti nemici in così poche pagine.


    Se però fossimo davanti all’ennesimo storico dell’arte / cabarettista / politico da strapazzo che crede (e nello specifico avrebbe ragione) di fare audience a c ...continua

    Devo dire che il mio primo sentimento istintivo è di ammirazione: mai visto nessuno farsi così tanti nemici in così poche pagine.

    Se però fossimo davanti all’ennesimo storico dell’arte / cabarettista / politico da strapazzo che crede (e nello specifico avrebbe ragione) di fare audience a colpi di vaffanculo, l’ammirazione lascerebbe presto il posto al tipico disincanto misto a disgusto. L’autore di questo pamphlet è invece mosso da un'indignazione sincera, così sincera che lui stesso si stupisce dello stupore che ha suscitato la sua denuncia dello stato delle cose.

    Ma vengo ai contenuti, seguendo pari pari la copertina del volume, che come una poco divina e poco comica commedia, scende da un girone infernale all’altro senza peraltro mai ascendere, non dico al paradiso, ma nemmeno in purgatorio.

    “La storia del crocifisso attribuito a Michelangelo e acquistato dal governo Berlusconi per piú di tre milioni di euro” : io mica la sapevo! E sì che il grosso della faccenda risale al 2008… Che dire: o io in quel periodo ero più distratta del solito (può essere), o la cosa non ha avuto un gran rilievo mediatico. Peccato, perché – come ben dimostra Montanari, con stile polemico ma elegante – il suo valore paradigmatico dell’approssimazione italiana nel trattare le opere d’arte è notevole.

    Il “potere del mercato” . Non so quanto essere d’accordo: se – come nel caso in questione - c’è una trattativa e una parte è ingannevole, c’è sempre la magistratura. Ma se, a priori, una parte, quella pubblica, cala le braghe, è ovvio che il potere della controparte privata diventa uno strapotere, e allora la responsabilità non è di chi ha fatto il suo mestiere (cercare di vendere un’opera d’arte al massimo prezzo possibile), ma di chi non ha sufficientemente verificato l’attribuzione di quell’opera, benché ne avesse ampiamente la possibilità. Arrivo a pensare, anzi, dal mio modesto osservatorio di operatrice turistica: magari ci fosse più presenza privata, con fondi privati, nella gestione (non nella proprietà, sia chiaro) dei beni culturali! Con percentuali, royalties e quant’altro, a fronte di una tutela più attenta e di una conservazione più fattiva: io, fossi un soprintendente, ci starei.

    Montanari passa poi a dimostrare “la cinica manipolazione dei politici e delle gerarchie ecclesiastiche” , e qui vabbé, non mi dilungo: basta leggere. Non che avessimo dubbi in merito nemmeno prima.

    Dove invece, almeno io, mi ero fatta sinora qualche illusione, era sulla “complice superficialità dei mezzi di comunicazione” . Laddove invece uno specialista come Montanari ci sfida a trovare su un qualsiasi quotidiano o rivista italiani non si dice una stroncatura, ma almeno una recensione critica o negativa di una mostra d’arte. E allora a cosa servono le recensioni?, chiediamoci. Se sono tutti amici dell’artista, cognati dell’assessore, zie del curatore e fidanzati del candidato alle comunali, e scrivono tutti, e le loro credenziali sono queste qua, be’, ma allora mi viene il leggerissimo dubbio, fantozzianamente parlando, che forse da un po’ troppi anni qualcuno ci e si stia prendendo per i fondelli. Nel nome di cosa? Del ben noto familismo amorale, I suppose.

    Il “perverso sistema delle mostre” : be’, ma è ovvio a chiunque abbia gli occhi per vedere! Forse che Brescia non campa da anni sugli impressionisti? Forse che non basta mettere il nome di Sgarbi nel titolo e, magicamente, in cambio di qualche milioncino al suddetto, gli ingressi della mostra sulle sottogonne delle mondine lievitano? O non è forse sufficiente, nel titolo o sottotitolo, un riferimento a qualche Supereroe (nella fattispecie, abbiamo la scelta fra: Vinci(da), Leonardo – Sanzio, Raffaello – Michelangelo – Gogh (van), Vincent), per attirare a noi stuoli adoranti di spettatori in estasi, nonostante che del Supereroe in questione la mostra ospiti sì e no un disegno realizzato in seconda asilo? Insomma, anche questo capitolo del saggio sembra quasi pleonastico. Se non fosse che, leggendolo, ci si rende conto di quanto la nostra abissale ignoranza (nel senso di incapacità di stabilire relazioni fra gli oggetti artistici e il loro contesto artistico, letterario, filosofico e scientifico). E la lacuna non vale solo per un comune mortale: vale, a maggior ragione, per coloro che le mostre le organizzano, non di rado con denaro pubblico, e con la conseguente responsabilità che mi farebbe citare una barzelletta alquanto omofoba, ma mi trattengo. Denaro pubblico, dicevo, che, a fronte della drammatica scarsità di risorse che tutti i lavoratori del settore ben sanno, viene così drenato dalle strutture pubbliche che ne avrebbero estrema necessità: i musei, veri e propri ecosistemi dai quali spesso l’opera d’arte viene strappata per tour promozionali in patria e all’estero, la cui dubbia utilità scientifica è pari soltanto ai danni e ai potenziali rischi in cui l’opera stessa incorre. Da cui l’estrema utilità di questo libro: convinti o no, la prossima volta ci chiederemo come minimo se stiamo assistendo ad una mostra scientifica o (in senso lato) pornografica.

    Il “miope opportunismo dell'università” : e qui il discorso si fa ancora più ampio (suggerisco la contestuale lettura di Un’ikea di università di Maurizio Ferrarsi: nel mio caso la continuità è stata casuale ma molto feconda). Anche perché, alle colpe della new university andrebbero sommate quelle della new school. Chi studia ancora storia dell’arte al liceo? Quanti hanno la fortuna, come la sottoscritta, di aver avuto per 3 indimenticabili anni una docente appassionata ed esigente, con la quale si è arrivati sì e o ad Andrea Mantegna, ma cazzo, quello che ci ha insegnato resta e resterà e ci ha permesso di affrontare tutto o quasi tutto quel che veniva in seguito? (Parentesi: la stessa considerazione vale per l’insegnamento della musica nella scuola, ovviamente.)

    Molto interessante, peraltro, anche l’argomento arte contemporanea: ebbene sì, anche l’avanguardia c’ha le sue belle responsabilità, perché se il criterio diventa “mi piace / non mi piace”, se tutto è soggettivo, se non-esistono-fatti-solo-interpretazioni (curioso che anche Ferraris sia ossessionato da questa pesante eredità nietzscheana), allora l’arte pre-avanguardia, quella nella quale c’erano codici e funzioni (da quella religiosa a quella filosofica, da quella economica a quella astrologica…) è vittima di un colossale malinteso, che troppo spesso nei musei e nelle mostre italiane - e ne chiedo conferma a chiunque abbia visitato musei e mostre esteri - consiste nel silenzio, nel lasciare lo spettatore solo davanti all’opera ad estasiarsi della sua ignoranza e delle sue idées reçues. Laddove è invece possibile spiegare, contestualizzare, dare punti di riferimento senza essere invasivi o ipersoggettivi.

    “L'inadeguatezza degli storici dell'arte” . Vedi sopra: mass-media (scrivono tutti là).

    “C'è un'idea (…) secondo cui l'Italia potrebbe diventare una grande «Disneyland culturale» : il discorso è troppo lungo per discorrerne decentemente in una recensione, ma io penso che Montanari abbia sia torto che ragione. Ha ragione nel rivendicare una gestione delle opere d’arte e, contestualmente, dell’ambiente naturale, che rispetti le une e l’altro nel loro significato, nel loro reale contesto ed evitandone lo sradicamento, lo snaturamento, la spettacolarizzazione. Ha torto nel ritenere che questi scopi (definiamoli “gestione illuminata”) non possano essere disgiunti dal vil denaro, ossia dal fare cassa.

    Ma non me ne stupisco più di tanto, perché non sarebbe la prima volta che, da operatori, anche colleghi, del settore beni culturali (termine peraltro aborrito, con una certa ragione, da Montanari, assieme alle sciagurate Facoltà così intitolate), a mie affermazioni sulle potenzialità turistiche della cultura e sul necessario e utile legame tra un qualsiasi bene culturale e la sua fruizione turistica, vedo facce scandalizzate e bocche aperte. C’è, temo, un’incomprensione di fondo, benché spesso negli enti pubblici il turismo venga accoppiato alla cultura (poi magari cambia la giunta, o l’assessore, e il turismo finisce con lo sport, o con le attività produttive), tra il settore cultura e il settore turismo, come se il primo temesse sempre di contaminarsi, di corrompersi se si prostituisce alle necessità del mercato turistico. Il quale è, sì, un mercato, è certamente, fra le altre cose, un’attività produttiva (malgrado che un mio ex Assessore al Turismo ritenesse fondamentale per l’economia della nostra provincia solo l’industria, e superfluo il turismo… che Dio lo perdoni), ma non è il Diavolo, bensì un moltiplicatore di ricchezza che servirebbe, se fatto seriamente, con meno approssimazione, superficialità, approssimazione etc. di come lo si vede fare, ANCHE a dare ossigeno alle famose opere d’arte. E se Montanari mi obiettasse che, comunque, nel momento in cui il turista cèco, ucraino, australiano, marziano etc. visita il museo di Vattelapesca, non abbiamo affatto la garanzia che ci abbia capito qualcosa, che ne sia uscito culturalmente arricchito, che la sua estatica espressione bovina e le 250 foto che la sua signora sta già postando su Fèisbuk non depongono certo a favore di tale ipotesi, io gli risponderei: ma cosa te ne frega? Loro sono felici, anzi, strafelici, te lo dico io che li ho quasi investiti in bicicletta perché camminano guardando per aria e facendo foto sempre con quell’espressione estatica del cazzo. Il museo è felice, perché ha incassato i loro soldi. Tu, quei soldi, glieli ridaresti indietro? Gli faresti un esamino di storia dell’arte? Io no. Perché quei due torneranno a casa, e parleranno bene dell’Italia, e di come hanno mangiato bene (probabile), c’era sempre il sole (non è vero, ma loro se la ricorderanno così) e nei musei c’erano tanti quadri uno più bello dell’altro (vero).

    In fondo anche Tancredi sposò Angelica Sedàra, no? E qualcosina ci guadagnarono tutti e due. Se cultura e turismo riuscissero a lavorare insieme, lo si vede anche le volte in cui la cosa viene fatta bene, sarebbe un guadagno per tutti noi.

    --------------------------

    Due giorni dopo aver pubblicato la recensione, un'amica mi segnala un articolo di Montanari sul Fatto Quotidiano che non si può non citare, perché commenta la sentenza di assoluzione (pur con molte critiche per l'inadeguatezza dell'istruttoria da loro svolta) della Corte dei Conti nei confronti dei funzionari inquisiti per l'incauto acquisto: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/26/crocifisso-di-michelangelo-unassoluzione-che-accusa/723687

    ha scritto il 

  • 4

    "Guardi che bella marina attribuibile, cavalier Vollero" - "Non fare nomi! Quante volte ti ho detto di non fare nomi? cretino! Io non compero qui, io compero a Londra!... Una bella marina attribuibile a chi?" - "A chi le sembra!" (Luigi Comencini, La donna della domenica)

    ha scritto il 

  • 4

    L’arte in Italia: una Disneyland di lusso?: “A che serve Michelangelo?” di Tomaso Montanari

    Il patrimonio storico-artistico italiano allo sfascio, l’ignoranza e l’incapacità gestionale dei politici, la superficialità e l’asservimento degli studiosi: questi alcuni dei temi drammaticamente scottanti del libro “A che serve Michelangelo?” di Tomaso Montanari, professore associato di Storia ...continua

    Il patrimonio storico-artistico italiano allo sfascio, l’ignoranza e l’incapacità gestionale dei politici, la superficialità e l’asservimento degli studiosi: questi alcuni dei temi drammaticamente scottanti del libro “A che serve Michelangelo?” di Tomaso Montanari, professore associato di Storia dell’Arte Moderna presso Università di Napoli Federico II (TOMASO MONTANARI, “A che serve Michelangelo?”, Einaudi, Torino 2011). In sette agili e documentatissimi capitoletti, lo storico dell’arte esamina il caso del cosiddetto Crocefisso “di Michelangelo” acquistato come tale dallo stato italiano all’epoca del ministro Bondi. L’oggetto, comperato per quasi tre milioni di euro, è in realtà opera di una bottega fiorentina rinascimentale e non del celebre artista. Il fatto occupò le pagine dei giornali italiani e stranieri dalla fine del 2008 al 2009. La chiacchierata vicenda, secondo l’autore, è, però, l’emblema dei problemi relativi alla valorizzazione dei “beni culturali” italiani. La storia dell’arte diventa, perciò, non arricchimento critico e formativo della Nazione, ma mezzo per avvalorare le tesi più astruse, utili per procurare prestigio accademico e politico. Lo storico afferma: “Una delle conseguenze è che la comunità internazionale degli studiosi di storia dell’arte si è frammentata in una pluralità di sottocomunità poco comunicanti, e a loro volta composte da poche persone che si conoscono assai bene tra di loro. Questo scoraggia drammaticamente l’esercizio del senso critico: il che spiega, per esempio, perché il genere della recensione sia praticamente sparito dalle riviste scientifiche italiane di storia dell’arte.”. (MONTANARI, op. cit. 2013, II, “Gli storici dell’arte”, p. 33). Inoltre, i mass-media stessi diventano il mezzo privilegiato per comunicare uno “scoop”, invece che affidare i risultati dell’indagine a riviste e monografie serie, frutto di lunghi anni di ricerca. C’è, quindi, una soluzione ad una simile condizione di “panem et circenses”? Montanari auspica una più forte autonomia e presa di coscienza civica da parte degli studiosi oltre che una crescente importanza dell’insegnamento della storia dell’arte a scuola. Un popolo istruito, anche artisticamente, può rappresentare, del resto, un efficace deterrente alla crescente barbarie del mondo contemporaneo. Bisogna, infatti, formare “un pubblico di cittadini, non di spettatori, di clienti o di fedeli: un pubblico che ha vitale bisogno di crescere e di riscoprire le ragioni della propria umanità e della propria civiltà assai più di quanto non abbia bisogno di essere intrattenuto. Che ha bisogno di conoscere Michelangelo, non di divertirsi con un “Michelangelo” portatile.” (MONTANARI, op. cit. 2013, IV, “Le mostre”, p. 94). Quale “via d’uscita”, allora, può esserci? Lo studioso ribadisce: “È vitale combattere per la salvezza del nostro patrimonio artistico, per la conservazione e la tutela dell’ambiente culturale che abbiamo ereditato e che abbiamo il dovere di trasmettere alle prossime generazioni. Ma dubito che questa battaglia possa essere vinta se non torniamo a comprendere “a che cosa serve” questo patrimonio. Se non si torna a comprendere che Michelangelo non serve a “fare” qualcosa (a divertirci o a produrre ricchezza), ma a “essere” e a “diventare” qualcosa (più umani, più civili e, magari, anche più felici), non capiremo mai perché dobbiamo salvare Michelangelo: e alla fine lo perderemo anche materialmente.” (MONTANARI, op. cit. 2013, VII, “Una via d’uscita?”, pp. 122-123). Il volumetto si conclude con un accorato appello: “Se vogliamo che l’Italia non si trasformi in Disneyland e che Michelangelo non serva solo agli interessi di un pugno di cinici e irresponsabili registi del pubblico intrattenimento, ma torni a essere necessario alla vita interiore di ciascuno di noi, dobbiamo ricominciare a raccontare la storia dell’arte. Quella vera.” (MONTANARI, op. cit. 2013, VII, “Una via d’uscita?”, p. 129).

    Per saperne di più •TOMASO MONTANARI, “A che serve Michelangelo?”, Einaudi, Torino 2011

    ha scritto il 

  • 5

    Consacrazione e potere delle immagini

    Nel suo studio dedicato all’analisi dei rapporti tra le immagini e le reazioni emozionali suscitate da queste negli spettatori (Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico), lo storico dell’arte americano David Freedberg dedica un intero capitolo, il quinto, ...continua

    Nel suo studio dedicato all’analisi dei rapporti tra le immagini e le reazioni emozionali suscitate da queste negli spettatori (Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico), lo storico dell’arte americano David Freedberg dedica un intero capitolo, il quinto, alla questione della consacrazione.

    Secondo Freedberg le immagini non possono esercitare la loro influenza nei confronti dello spettatore senza prima essere passate attraverso un percorso in grado di attivarne determinate funzioni.

    continua su http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article247

    ha scritto il 

  • 0

    Consacrazione e potere delle immagini: recensione di A cosa serve Michelangelo? di Tomaso Montanari

    di Flavio Pintarelli


    Nel suo studio dedicato all’analisi dei rapporti tra le immagini e le reazioni emozionali suscitate da queste negli spettatori (Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico), lo storico dell’arte americano David Freedberg dedica un ...continua

    di Flavio Pintarelli

    Nel suo studio dedicato all’analisi dei rapporti tra le immagini e le reazioni emozionali suscitate da queste negli spettatori (Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico), lo storico dell’arte americano David Freedberg dedica un intero capitolo, il quinto, alla questione della consacrazione.

    Secondo Freedberg le immagini non possono esercitare la loro influenza nei confronti dello spettatore senza prima essere passate attraverso un percorso in grado di attivarne determinate funzioni. Questo percorso è detto, appunto, consacrazione.

    Per lo studioso «è importante distinguere tra oggetti ritrovati (dalle rocce meteoritiche o ceraunie alle immagini miracolose scoperte negli alberi o nel terreno) e immagini create specificamente per contesti culturali. Nel primo caso, l’oggetto opera miracoli e fornisce prove di essere stato investito del divino prima della consacrazione, sicché la consacrazione si limita semmai a confermare queste proprietà, benché talvolta possa servire da dichiarazione dello status pubblico dell’oggetto. Nel secondo caso, però, sembra sia l’atto stesso della consacrazione a investire l’immagine della proprietà e dei poteri che le sono destinati o successivamente attribuiti» [1].

    continua su http://www.lavoroculturale.org/spip.php?article247

    ha scritto il 

  • 5

    Il dito nella piaga

    Il vero malanno del nostro paese e' spirituale, morta la libertà di pensiero e la capacita' di giudizio critico. Mi ricordo proprio di una delle persone coinvolte nella vicenda che ci diceva come lo storico dell'arte avesse un alto dovere civile... A mille anonimi storici dell'arte disoccupati e ...continua

    Il vero malanno del nostro paese e' spirituale, morta la libertà di pensiero e la capacita' di giudizio critico. Mi ricordo proprio di una delle persone coinvolte nella vicenda che ci diceva come lo storico dell'arte avesse un alto dovere civile... A mille anonimi storici dell'arte disoccupati e sconosciuti capita spesso di trovarsi davanti ad attribuzioni bislacche....gia' ma chi sono loro per parlare?

    ha scritto il 

  • 2

    E' vero, come scrive Tommaso Montanari, che le mostre ormai sono diventate "eventi spettacolari", fatte per "intrattenere" il pubblico dei non addetti ai lavori. E' la stessa sensazione che ne ho ricavato anch'io dalle ultime visitate (e infatti mi sono ripromessa di non andarci più).
    A parte que ...continua

    E' vero, come scrive Tommaso Montanari, che le mostre ormai sono diventate "eventi spettacolari", fatte per "intrattenere" il pubblico dei non addetti ai lavori. E' la stessa sensazione che ne ho ricavato anch'io dalle ultime visitate (e infatti mi sono ripromessa di non andarci più). A parte questo Montanari spara a zero su tutti i suoi colleghi con un sentimento polemico, a parer mio, eccessivo che fa intuire la presenza di conti personali in sospeso. Probabilmente ha ragione ma per la questione del falso Michelangelo bastava e avanzava un articolo sul Fatto Quotidiano.

    ha scritto il