Bisogna sempre dare un nome alle cose, per meglio riconoscerle o per far sì che esse possano essere ricordate. Dare un nome - identificarlo - permette un accesso preciso, senza fraintendimenti e di conseguenza un riconoscimento normativo del reale. La nominazione è una forma di chiamata alla voce deContinue
Bisogna sempre dare un nome alle cose, per meglio riconoscerle o per far sì che esse possano essere ricordate. Dare un nome - identificarlo - permette un accesso preciso, senza fraintendimenti e di conseguenza un riconoscimento normativo del reale. La nominazione è una forma di chiamata alla voce delle cose: Francesco Tomada ci trasmette figure orali e dà loro un corpo nominandole.
Non solo chiama le cose come sono, le chiama perchè siano.
Inscindibile dalla nominazione, per Tomada è il rapporto con la storia e di conseguenza con la memoria: egli sa che la memoria è pienamente inserita nella storia, anzi, essa ne determina il persistere quando diventa collettiva e trasforma l'evento storico in evento "vissuto" che assume così tutt'altra forma e diviene elemento di significazione.
Tomada è "uomo che vive di persona" la vita, e quella vita è un possesso non permanente, non garantito, ma da conquistare ogni volta: l'uomo fa storia, è storia giorno dopo giorno, sembra ripeterci. Egli sa che al di là dell'idealismo che mistifica le contraddizioni della realtà, è l'integra volontà (e identità) che è da applicare giorno dopo giorno come unico elemento capace di scongiurare il rammarico, il rimpianto, l'errore.
Che sia - la sua osservazione - puntata su eventi storico-bellici come ad un microcosmo domestico, la verità prende forma ed atto, la verità si attesta e non è concessa alcuna scappatoia: lo sguardo è sincero, la presenza dello sguardo è totale, la presenza è un combattimento postumo teso a rimediare una passività precedente anche quando non compiuta, ancora, ma che all'atto di aver vissuto diventerà - suo malgrado - storia e nominazione.
[Fabiano Alborghetti]