Accabadora

Di

Editore: Mondolibri

4.1
(6295)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 164 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Olandese , Catalano , Francese

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: CD audio , eBook , Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l'aspettano, come imparare l'umiltà di accogliere sia la vita sia la morte. D'altra parte, «non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada». Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come «l'ultima». Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. «Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia». Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre. La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull'orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca. Michela Murgia, con una lingua scabra e poetica insieme, usa tutta la forza della letteratura per affrontare un tema così complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta di quell'universo lontano e del suo equilibrio segreto e sostanziale, dove le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l'alfabeto elementare di «quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell'analisi logica».
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  • 4

    L'etica tra le pieghe della tradizione culturale

    Molto spesso ci dimentichiamo, soffocati come siamo dai bombardamenti mediati della modernità, che un aiuto valido alla comprensione dei grandi dilemmi etici attuali ci può venire dal passato. Michela ...continua

    Molto spesso ci dimentichiamo, soffocati come siamo dai bombardamenti mediati della modernità, che un aiuto valido alla comprensione dei grandi dilemmi etici attuali ci può venire dal passato. Michela Murgia, scrivendo Accabadora, deve aver ricordato questo fatto: nel libro Tzia Bonaria Urrai è appunto l’accabadora, cioè colei che aveva il compito di porre fine alle sofferenze di persone gravemente malate, un’eutanasia ante litteram legata alla tradizione culturale di una terra aspra e difficile come la Sardegna degli anni Cinquanta. La storia dell’adozione della giovane Maria, con il legame che si creerà tra lei e la tzia e le conseguenze cui porterà, ha valore sotto molteplici punti di vista. Accabadora è, infatti, un libro che con la sua prosa scevra da fioriture eppure molto efficace e pervasiva, riesce perfettamente a ricreare l’ambiente rurale in cui si svolge; ma è anche una storia carica di un profondo valore morale, col merito di affrontare di petto un tema delicato senza però indulgere in falsi addolcimenti. Molto lontana dal voler dare un giudizio pro o contro l’eutanasia, Michela Murgia si rivolge al passato per tentare di rendere maggiormente comprensibile il presente, raccogliendo i nostri dubbi e perplessità, e trasformandoli in storia. Bellissimo.

    ha scritto il 

  • 4

    Michela Murgia ha una capacità compositiva davvero invidiabile e in questo romanzo, pieno di colori e di odori, di una terra aspra che pure sa di buono, ha dato il meglio di sé. La trama scorre piacev ...continua

    Michela Murgia ha una capacità compositiva davvero invidiabile e in questo romanzo, pieno di colori e di odori, di una terra aspra che pure sa di buono, ha dato il meglio di sé. La trama scorre piacevole e i personaggi entrano in testa e non è più possibile dimenticarli. Complimenti alla Murgia, perché mi soprende sempre... letteratura vera. L'unica pecca di questa scrittrice, ed è anche il motivo per cui non do mai il massimo ai suoi libri, è che ha il brutto vizio di fare troppi ringraziamenti inutili e poi, soprattutto, di svelare i rimandi e le citazioni alla fine dei romanzi – non ha capito, e quelli dell'Einaudi dovrebbero farglielo notare, che quello è compito dei critici e degli studiosi. Per il resto, consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 3

    Lettura piacevole. Alcune parti sono un’accozzaglia di informazioni pseudo storiche messe lì quasi con pretese di esaustività, ma non convincono, si stagliano dal racconto creando discontinuità e fere ...continua

    Lettura piacevole. Alcune parti sono un’accozzaglia di informazioni pseudo storiche messe lì quasi con pretese di esaustività, ma non convincono, si stagliano dal racconto creando discontinuità e ferendo l’organicità che in altre parti è invece presente.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi sono lasciata trasportare con piacere e curiosità in questa Sardegna del passato. Tutte le parole scorrono veloci riempiendo l'aria di emozioni. Bella la figura della Accabadora, ma ancora di più m ...continua

    Mi sono lasciata trasportare con piacere e curiosità in questa Sardegna del passato. Tutte le parole scorrono veloci riempiendo l'aria di emozioni. Bella la figura della Accabadora, ma ancora di più mi è piaciuta la figura di Maria. Meno emozionante la parte che si svolge nel nord Italia, a mio avviso, poco importante ai fini della storia.
    Romanzo breve ma intenso che tratta di una tematica importante e delicata.
    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 0

    Da leggere. La figura dell' "accabadora" (dal sardo ACCABAI, finire, terminare...ma nell'uso comune ACCABADA è anche un dolce 'basta') è poeticamente lontana dai nostri tempi, ma auspicabile forse di ...continua

    Da leggere. La figura dell' "accabadora" (dal sardo ACCABAI, finire, terminare...ma nell'uso comune ACCABADA è anche un dolce 'basta') è poeticamente lontana dai nostri tempi, ma auspicabile forse di fronte alla fatica del morire, in stanze asettiche o nei propri letti. Ho trovato debole il trucco dello scrittore, del viaggio in continente per creare consapevolezza del 'passaggio del testimone' dell'accabadora, ma c'è poesia, c'è uno sguardo poetico su un mondo e su tutti coloro che lo abitano.

    ha scritto il 

  • 2

    Una storia con un discreto potenziale quasi interamente sprecata da uno stile letterario pessimo: frasi fatte, abuso di similitudini, aggettivi banali utilizzati per allungare. Un vorrei ma non posso ...continua

    Una storia con un discreto potenziale quasi interamente sprecata da uno stile letterario pessimo: frasi fatte, abuso di similitudini, aggettivi banali utilizzati per allungare. Un vorrei ma non posso che ha vinto addirittura il Campiello ed è diventato caso editoriale. Questo la dice lunga sullo stato di salute della letteratura italiana.

    ha scritto il 

  • 2

    Non avevo mai letto un libro ambientato in Sardegna. Ho pensato di rimediare con questo titolo che ha raccolto moltissime recensioni positive, diventato in poco tempo un caso letterario.
    Ambientato i ...continua

    Non avevo mai letto un libro ambientato in Sardegna. Ho pensato di rimediare con questo titolo che ha raccolto moltissime recensioni positive, diventato in poco tempo un caso letterario.
    Ambientato intorno agli anni '50 nel paesino di Soreni, è la storia di due donne, unite dalla pratica allora diffusa di affidare a coppie sterili gli ultimogeniti di famiglie numerose.
    Maria è una "fill'e anima", quarta figlia di madre vedova, affidata all'età di sei anni alle cure di Bonaria Urrai.
    Bonaria di mestiere è un'accabadora, una donna che, per usare un eufemismo, accompagna le persone in agonia alla morte.
    Maria crederà per anni che il mestiere della sua madre adottiva sia la sarta, e la scoperta della verità avrà un effetto devastante sulle due donne. La confidenza e l'affetto che entrambe conquistano a fatica, che vanno conoscendosi e avvicinandosi tra diffidenze, silenzi complici e poca tenerezza, si spezza quando Maria scoprirà la dolorosa verità del mestiere di Bonaria.
    Un mestiere che Bonaria ha ereditato e accettato, senza farsi domande.
    Tutta la prima parte del libro è intrisa di quella ineluttabilità ancestrale che è tratto comune in romanzi ambientati nell'entroterra isolana; non a caso ricorda molto il verismo di Verga. Questa la realtà, non resta che accettarla. Può diventare fonte di pettegolezzo, ma mai di rottura.
    Con la complicità della maestra delle elementari, Maria trova lavoro come bambinaia a Torino presso una famiglia benestante. I due anni torinesi della ragazza sono forse la parte più scorrevole del libro. I personaggi, più complicati hanno senz'altro una finezza psicologica più originale; le ferite, le piccole gelosie legate all'età e al rapporto tra fratelli, l'inizio di una passione, rappresentano una parentesi di luce nell'ambientazione cupa della Sardegna. Nonostante questo, non si può fare a meno di notare che non sono utili alla storia.
    Maria sarà costretta a tornare a casa, anche a causa della grave malattia di Bonaria. E lì, pur contro la sua volontà, sentirà di dover compiere l'inevitabile.
    Pur partendo con entusiamo, grazie alle belle recensioni che ha avuto il libro, mi sono resa conto subito che non sarebbe stata una lettura facile. Ci ho messo 30 pagine per entrare nella storia, e quando mi ha coinvolta mi ha anche soffocata. I destini già scritti, le piccole meschinità di paese, la durezza di un cuore che non si rassegna ai limiti del fisico, la sterilità affettiva di una madre naturale, e la severità di quella adottiva, fanno di questo romanzo un lungo racconto opprimente. Decisamente non era il suo momento.

    ha scritto il 

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