Accabadora

Di

Editore: Mondolibri

4.1
(6520)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 164 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Olandese , Catalano , Francese

Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: CD audio , eBook , Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
Maria e Tzia Bonaria vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché «le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge». E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l'aspettano, come imparare l'umiltà di accogliere sia la vita sia la morte. D'altra parte, «non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada». Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come «l'ultima». Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. «Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia». Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre. La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull'orlo del precipizio, ha le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi. La comunità è come un organismo, conosce le proprie esigenze per istinto e senza troppe parole sa come affrontarle. Sa come unire due solitudini, sa quali vincoli non si possono violare, sa dare una fine a chi la cerca. Michela Murgia, con una lingua scabra e poetica insieme, usa tutta la forza della letteratura per affrontare un tema così complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta di quell'universo lontano e del suo equilibrio segreto e sostanziale, dove le domande avevano risposte chiare come le tessere di un abbecedario, l'alfabeto elementare di «quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dalla violenza sottile dell'analisi logica».
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  • 4

    A me la narrativa italiana moderna non ispira per nulla. Ho sempre pensato che il mio fosse un pregiudizio ingiusto, magari basato su ignoranza (perché no?), e quindi ogni tanto, ci provo. Parto preve ...continua

    A me la narrativa italiana moderna non ispira per nulla. Ho sempre pensato che il mio fosse un pregiudizio ingiusto, magari basato su ignoranza (perché no?), e quindi ogni tanto, ci provo. Parto prevenuta, sbagliando a volte, azzeccandoci altre.
    (Ad esempio, ho provato a leggere l'osannata Mazzantini... non posso dire che scriva male, né che affronti argomenti banali, ma non mi ha sconvolta, né entusiasmata).

    Con queste premesse, quindi, non proprio rosee, ho iniziato a leggere questo romanzo, scelta riconducibile alla curiosità che mi è nata di recente su questa autrice che ho avuto modo di ascoltare sul programma di Rai 3 "Quante storie", e le sue stroncature mi hanno divertita enormemente.

    Passiamo al romanzo, dunque. In un'incredibile prosa incalzante fatta di racconti di vita quotidiana e di puro folklore sardo, ci si ritrova davanti a ritratti potenti quanto realisitici di due donne: Bonaria Urrai e Maria Listru, legate da una parentela acquisita e da un segreto. Lo sviluppo della storia e della connessione tra le due, nonché il segreto dell' Accabadora ha un sapore moderno ed attuale.

    Promosso!

    ha scritto il 

  • 3

    Se avessi letto questo libro qualche anno fa, sarebbe stato facile meravigliarmene, e invece l'ho fatto adesso. Lo consiglio a chi ama il genere, molto caro a la letteratura italiana. La storia si las ...continua

    Se avessi letto questo libro qualche anno fa, sarebbe stato facile meravigliarmene, e invece l'ho fatto adesso. Lo consiglio a chi ama il genere, molto caro a la letteratura italiana. La storia si lascia leggere da sola, la scrittura è curata, a volta urta con le metafore troppo rumorosamente. Nonostante ciò, è stata una bella lettura, piacevole. Solletica il lato antropologico di certe "storie di paese" che fa sempre piacere ascoltare.

    ha scritto il 

  • 4

    Dio non è eutanasia e l’eutanasia non è Dio. Ce lo continuano a ripetere da secoli. L’acabadora che, pur credente, finge di non sentire la parola di Dio, è la figura del cattolico tipo, osservante fin ...continua

    Dio non è eutanasia e l’eutanasia non è Dio. Ce lo continuano a ripetere da secoli. L’acabadora che, pur credente, finge di non sentire la parola di Dio, è la figura del cattolico tipo, osservante fino al limite dei propri comodi, pronto a giustificarsi in nome di un valore, come in questo caso la pietà, declinando la responsabilità morale dei propri gesti.
    L’autrice non si sbilancia, non esprime giudizi di sorta, si limita a raccontare, lasciando tutto al lettore, ottenendo un risultato un po’ freddo. Personalmente mi chiedo se la figura dell’acabadora, che nei paesi potrebbe essere considerata come una levatrice al contrario, sia pura invenzione o possa in qualche modo essere possibile.
    Nel complesso comunque, la lettura è positiva e ricca di spunti su cui riflettere.
    Bella, nel finale, l’apologia dell’amicizia, che trionfa sopra tutti i sentimenti.

    ha scritto il 

  • 5

    Molto bella sia la storia che la stessa autrice che la racconta. Bella la capacità descrittiva nel dare colore e sapore a particolari anche apparentemente banali senza annoiare e bella la voce calda d ...continua

    Molto bella sia la storia che la stessa autrice che la racconta. Bella la capacità descrittiva nel dare colore e sapore a particolari anche apparentemente banali senza annoiare e bella la voce calda di lei nel raccontarlo

    ha scritto il 

  • 3

    Primo romanzo di Michela Murgia che leggo, narra la storia di Maria, ultimogenita di una famiglia di 4 figlie femmine, madre vedova, che viene data in "adozione" a Bonaria Urrai, l'accabadora di un pa ...continua

    Primo romanzo di Michela Murgia che leggo, narra la storia di Maria, ultimogenita di una famiglia di 4 figlie femmine, madre vedova, che viene data in "adozione" a Bonaria Urrai, l'accabadora di un paesino dell'entroterra sardo. L'accabadora è colei che finisce, l'ultima madre che regala una morte rapida a chi è sul punto di trapassare. Non rivelerò altro del romanzo, perché molto breve.
    Non so ancora dire se il libro mi sia piaciuto o meno. La prima parte mi ha preso molto, l'atmosfera del paesino e dei suoi riti è molto vivida e la storia è coinvolgente. Poi, a mio parere, si perde un pochino, come se l'autrice avesse fretta di portare a termine il romanzo raccogliendo eventi salienti negli ultimi capitoli. Finale un po' scontato.
    Un bel libro ma non mi ha entusiasmato.

    ha scritto il 

  • 4

    Quando si parla di “dolce morte” si dovrebbero citare figure come quelle dell’accabadora, per far capire che la volontà di morire con consapevolezza, coscienza di sé e dignità non è uno sghiribizzo de ...continua

    Quando si parla di “dolce morte” si dovrebbero citare figure come quelle dell’accabadora, per far capire che la volontà di morire con consapevolezza, coscienza di sé e dignità non è uno sghiribizzo del terzo millennio.

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  • 3

    Buono ma ...

    Ho letto questo libro in meno di due giorni e questo sia per la non eccessiva lunghezza (160 pagine) sia perché s si legge facilmente. Tuttavia a me sembra che manchi di qualcosa. Apprendo che ha vint ...continua

    Ho letto questo libro in meno di due giorni e questo sia per la non eccessiva lunghezza (160 pagine) sia perché s si legge facilmente. Tuttavia a me sembra che manchi di qualcosa. Apprendo che ha vinto due premi tra cui il campiello e mi domando: i critici che li assegnano su quali criteri si basano? É davvero possibile che non ci fosse di meglio, fermo restando che é un buon libro?

    ha scritto il 

  • 0

    Ingredienti: due donne sarde, sole e salde, un lavoro oscuro contro pregiudizi, leggi e morale cristiana, un mondo contadino di valori semplici e profondi, un passaggio di consegne in punto di morte p ...continua

    Ingredienti: due donne sarde, sole e salde, un lavoro oscuro contro pregiudizi, leggi e morale cristiana, un mondo contadino di valori semplici e profondi, un passaggio di consegne in punto di morte per mantenere vivo il ruolo di “ultima madre”.
    Consigliato: a chi non si scandalizza di fronte a famiglie e lavori non “naturali”, a chi cerca un confronto delicato tra la pietà della morte e l’accanimento della vita.

    ha scritto il 

  • 4

    Complessivamente ho trovato il libro molto coinvolgente: forse perché è breve, perché la scrittura è secca e asciutta, non si perde in fronzoli, ma neanche è "incompiuta", i personaggi sono molto fort ...continua

    Complessivamente ho trovato il libro molto coinvolgente: forse perché è breve, perché la scrittura è secca e asciutta, non si perde in fronzoli, ma neanche è "incompiuta", i personaggi sono molto forti, ben delineati e con una elevata coscienza di sè e del "giusto" (volendo fare un paragone verso l'alto, penserei a un personaggio dostoevskijano). Ma quest'ultima caratteristica rappresenta anche un difetto, in quanto troppo accentuata e nessuno sembra mai aver un dubbio, anche nell'incertezza.
    Infine un po' eccessivo per i miei gusti l'uso delle metafore (anche se spesso molto affascinanti).

    ha scritto il 

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