Con questi racconti, scritti dal '50 al '65, lungo un arco d'anni occupato da una intensissima discussione culturale, Pasolini testimonia, per così dire, "dall'interno" la continuità del suo impegno: sono testi, infatti, che per la singolare complessità dello stile documentano in modo diretto e immeContinue
Con questi racconti, scritti dal '50 al '65, lungo un arco d'anni occupato da una intensissima discussione culturale, Pasolini testimonia, per così dire, "dall'interno" la continuità del suo impegno: sono testi, infatti, che per la singolare complessità dello stile documentano in modo diretto e immediato, nell'intimità della genesi della pagina, la ricerca dello scrittore.
Formulata con "Una vita violenta" un'ipotesi di coerente realismo, Pasolini ha continuato a puntare sull'obietivo della realizzazione di una totale mimesi stilistica, da cui ricevessero ordine i ribollenti contenuti ideologici e in cui trovasse espressione quell'impulso quasi di violenza biologica che sta alle radici del suo lavoro letterario: caratteristica, in questo nuovo libro, la varietà dei temi (la vita del sottoproletariato romano, il paesaggio allucinato e scheletrico delle borgate) e dei toni, che vanno dall'elegia accorata alla ferocia del sarcasmo: varietà che tuttavia si compone, a ben considerarla, nella singolare compattezza della scrittura.
Se volessimo identificare in questa lunga e tormentata parabola un punto di partenza e un punto d'arrivo, potremmo dire che i racconti compresi in questo volume partono come racconti "da farsi" per arrivare, con gli ultimi, come racconti "non fatti".
Quelli del primo periodo sono caratterizzati, infatti, da una ricerca ancora antecedente l'aquisizione dell'esperienza ideologica incentrata sulla crisi del marxismo ufficiale e sulle profonde modificazioni nel frattempo intercorse nella struttura sociale e culturale del paese: essi appaiono apertia possibilità stilistiche indefinitivamente varie e possono oggi essere letti, a distanza di tempo, soprattutto come documenti della generosa e totale dedizione di Pasolini al dibattito letterario: molto di frequente, nelle pieghe angosciose di un contenuto attinto con amara ironia dalla vita del sottoproletariato romano, cristallizzano nucle di poesia bruciante e definitiva.
Ma se consideriamo le prose più tarde, quelle degli ultimi anni, le possiamo vedere come esperienza del "non fatto", nel senso che la drammatica constatazione che i rapporti dapprima assunti come fondamentale ipotesi di lavoro venivano scadendo a formule passive e irritanti (per esmpio, il dialetto, come lingua arcaica e pre-borghese contrapposta all'italiano culto dei reazionari: concetto oggi superato dall'affermazione dello strato tecnico-scientifico della coinè neo-capitalistica) ha stabilito con la possibilità della creazione letteraria un contatto "a posteriori".
Tale possibilità finisce insomma col risultare come non esperita, non attuata: come se l'iniziale ipotesi di realismo cedesse a una sorta di sogno dell'oggettività.