Al Marocco

Da Tangeri a Fez e ritorno

Di

Editore: Muzzio (Aritroso, 08)

3.8
(12)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 235 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8870216551 | Isbn-13: 9788870216554 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Lina Roda

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Viaggi

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Descrizione del libro
Al Marocco è diario di un viaggio da Tangeri a Fez e ritorno, compiuto al seguito di una missione diplomatica francese presso il sultano del Marocco nella primavera del 1886. Sullo sfondo di una Tangeri bianca, sormontata da minareti verdi e punteggiata da caggetani multicolori, la carovana diplomatica organizza la partenza, vera città nomade che raggiungerà Fez, la capitale religiosa di ponente, città santa dopo la Mecca, punto di convergenza commerciale tra europa e africa protetta dalla catena montuosa del grande Atlante scintillante di neve. A Fez Loti assiste all'apparizione sfarzosa e lugubre di un sultano che sembra una mummia: secondo i fedeli ortodossi maghrebini, si tratta del vero discendente di Mohamed, a scapito delle pretese del sovrano di Istanbul, usurpatore e sacrilego. Loti alloggia in una casa araba, vestito da musulmano, visita la moschea di Karaouin capace di contenere ventimila persone e sede di una università, dove scopre che anche gli studenti marocchini alternano rigorosi studi di alchimia e filosofia a movimentate feste goliardiche. Penetra nel ghetto ebraico, nel mercato degli schiavi, si commuove davanti a una piccola schiava negra in lacrime. Al tramonto, sulle terrazze che creano una seconda città, Loti assiste alla passeggiata delle donne marocchine, truccate e eleganti, nascoste agli sguardi maschili. Anche durante il viaggio Loti ha modo di fare scoperte inaspettate. Il paesaggio inaspettatamente fertile, con ampie distese di erbe e fiori, di camomilla, una foresta di finocchi giganti. Lo stretto rapporto della gente marocchina con gli animali indispensabili per la sopravvivenza e i trasporti. L'atrocità delle usanze, sugli animali ma anche con i supplizi inflitti ai delinquenti. Il viaggio lascia al romantico Loti il sapore della nostalgia, la forte voglia di tornare ai forti colori di un medioevo della civiltà. Il viaggio di Loti si conclude non a caso assistendo a una pittoresca 'fantasia' a cavallo di bambini pascià dalle virtù acrobatiche, l'orgoglio che sente provenire dagli occhi di un elegante cavaliere di sei anni.
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    Oggi che il Marocco è fra le mete predilette dai turisti di casa nostra, i quali vi si recano in poche ore per via aerea e percorrono in lungo e in largo il paese su moderne strade, il resoconto d'un ...continua

    Oggi che il Marocco è fra le mete predilette dai turisti di casa nostra, i quali vi si recano in poche ore per via aerea e percorrono in lungo e in largo il paese su moderne strade, il resoconto d'un viaggio di Pierre Loti da Tangeri a Fes e ritorno nella primavera del 1889 sembra emergere da mari e nebbie d'età oscure e leggendarie; strade allora non ce n'erano: le ultime vedute in quelle zone dovevano risalire all'impero romano, e ormai n'era sparito perfino il ricordo; di conseguenza, nemmeno vi si usavano veicoli con le ruote: uomini e bagagli si spostavano a dorso di cavallo, asino, mulo e cammello. Chiaramente, se si toglie la città di Tangeri, ormai piena di stranieri, non era posto da turisti: Loti stesso vi arrivò al seguito d'un'ambasceria francese presso il Sultano in carica, che era allora Hassan I, antenato del felicemente regnante Mohammed VI, desideroso di mantenere buoni rapporti con gli stati europei, ma geloso nel contempo della propria autonomia e orgoglioso delle vetuste tradizioni patrie. Il sultano, infatti, non era soltanto sovrano temporale: diretto discendente del Profeta, si fregiava, come i suoi avi, d'un titolo califfale che molti musulmani, soprattutto nel Maghreb, reputavano portato con maggior fondamento di quello che esibiva il Padiscià turco a Costantinopoli; signore insieme della fede e della guerra, questo dominatore d'una monarchia sacrale alternava mesi di pacifica vita nei suoi palazzi grandiosi e impenetrabili a periodi guerreggiati contro le tribù riottose dell'interno: sempre quelle, ché alcune si sottraevano alla sua signoria da secoli, riconoscendone, tutt'al più, il primato religioso; e certe nemmeno questo. Per il resto, il Sultano amava indugiare nell'ombra dei suoi giardini, a intrattenersi coi dignitarî o le molte donne del serraglio, dedicava molte ore alla preghiera rituale e agli uffici sacri, o amministrava la giustizia, mischiando l'equità e il rigore di mutilazioni e supplizi terribili; di amministrazione dello stato in senso stretto, non è il caso di parlare: come in gran parte del mondo islamico, il re comandava su d'un tritume di popoli più o meno fedeli, la cui sottomissione si concretava essenzialmente nel pagare tributi al sovrano, ai suoi pascià o caïd, e agli ospiti che ne percorrevano il territorio, come i francesi e le loro scorte di soldati e nobili marocchini, che ogni sera erano foraggiati, dopo un festoso e guerresco spettacolo di acrobazie a cavallo e fucilate in aria, con generosi donativi di montoni, polli e cuscus. Viaggiare per questi sentieri appena tracciati fra lande spopolate non era infatti un affare da poco: bisognava trovarsi in carovana, e avere il beneplacito del sultano e dei signorotti locali; ma questi ultimi, una volta ricevuti con onore gli ospiti del monarca di Fes, si facevano garanti della loro incolumità in modo assoluto. Loti, come sempre, è affascinato dal mondo arabo e islamico, del quale peraltro non si mostra un ammiratore superficiale: con genuino spirito critico, sa distinguere la schietta e rude semplicità d'un popolino di cammellieri e guardie dai pensieri elementari ma pieni di rettitudine e d'ingenua fedeltà cieca verso la religione e il sultano, dai grandi del regno, splendidi per modi e vesti seducenti, ma spesso infidi, sfuggenti e ondivaghi nel discutere; le venerande scuole coraniche suscitano simili reazioni contrastanti: vi ricevono l’istruzione i predicatori più intransigenti della guerra santa contro gl’infedeli, ma nel contempo vi s’imparano i più gentili fiori della retorica, che alla prosa delle cancellerie maghrebine sanno donare ancora fragranze cerimoniali e antiche perdute nello stylus curiae europeo; gli ebrei sono rispettati, e possono vivere e mercanteggiare nelle città, ma sono disprezzati dagli arabi come immondi, e debbono abitare chiusi ammassati entro ghetti traboccanti d’immondizie che solo i governanti della città possono far rimuovere quando a loro garba: e a Meknès, per dispetto, il deposito delle carogne di animali domestici si trova fuori dalle porte del loro quartiere. Meknès fa un effetto assai triste sull’autore: città immiserita e spopolata, piena di mercanti poveri e di mendicanti, molti dei quali sono ladroni mutilati dal boia, subisce la curiosa usanza dei sultani di non abitare mai nei palazzi dei loro predecessori; in gran parte è fatta d’immensi bastioni sbrecciati e cadenti e rimasugli diroccati di palazzi spettrali, e anche i famosi giardini del sovrano, che questi eccezionalmente concede a Loti di visitare, sono ridotti ad un immenso prato triste dove pascolano qua e là cavalli ricevuti in dono dal sultano. Dopo un’impressione spiacevole destata dalla pioggia, Fes invece affascina il viaggiatore: Loti afferma che quasi ci potrebbe vivere per sempre, anche se finisce per ammettere che in realtà la troppa differenza culturale gli farebbe avvertire presto la nostalgia per la Francia: città tutta di vicoli, dove si aprono porticine insignificanti e rari pertugi con fitte grate nei muri altissimi e sghembi, è in realtà una sinfonia di cortili e terrazze dove prima della preghiera serale prendono il fresco e conversano le donne velate e recluse; non si vive per le strade, tanto strette da permettere a malapena il passaggio d’un cavallo, ma nei verzieri su cui si schiudono le stanze di casa, sui tetti terrazzati, sulle altane, o nelle moschee o intorno alle tantissime tombe dei santi musulmani, dove si fanno pellegrinaggi e visite devote che diventano anche piacevoli scampagnate: ma per i credenti, ché certi sepolcri illustri e le due moschee maggiori sono luoghi tanto sacri, che gli ebrei e i rarissimi nazareni ospiti del sultano debbono girarne al largo per non profanarli con la loro impurità. In due cose però Pierre Loti ama il Marocco senza riserve: lo affascinano i paesaggi dalla vegetazione sempre cangiante immersa in una luce tersa che rende netti e stagliati colori e forme, e ne predilige l’abbigliamento, tanto che non si stanca mai di descrivere la bellezza dei lunghi abiti di seta velati entro mussole di lana finissima dai raffinati drappeggi; si veste appena può anch’egli seguendo la moda locale, e un po’ alla volta impara a modellarsi addosso le morbide stoffe marocchine seguendo le istruzioni dei suoi amici di Fes, godendo del fatto di essere scambiato presto per un abitante della città. E questa passione non fu passeggera: ci rimangono immagini fotografiche dell’autore da vecchio nella sua casa francese, voluttuosamente ravvolto nel bournous in mezzo a una selva di cimelî orientali raccolti in un’intera vita di viaggi esotici.

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