Alla ricerca del tempo perduto, vol.4

Sodoma e Gomorra

Di

Editore: Einaudi

4.4
(416)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 637 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Portoghese

Isbn-10: A000010215 | Data di pubblicazione:  | Edizione 3

Traduttore: Elena Giolitti ; Curatore: Mariolina Bongiovanni Bertini ; Prefazione: Giovanni Macchia

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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    [Pare che presentando questo volume Proust avesse promesso che non ci sarebbero state più serate mondane. Non è proprio così ma a Marcel si perdona tutto. Inoltre le divagazioni, per quanto possibile ...continua

    [Pare che presentando questo volume Proust avesse promesso che non ci sarebbero state più serate mondane. Non è proprio così ma a Marcel si perdona tutto. Inoltre le divagazioni, per quanto possibile rispetto a quel che si è letto finora, si fanno ancora più ampie e di spessore. E, infine, compaiono le espressioni triviali o, con l’eufemismo usato dallo scrittore, prive di distinzione.]

    ---

    Due riflessioni in particolare mi sono piaciute. La prima riguarda quelle somme che non tornano perché sballate da un elemento non visibile, l’emotività dell’essere umano, la variabile uomo. Con buona pace di chi pensa che tutto sia riconducibile al solo ambito razionale e prevedibile a priori. L’emotività non è, fa bene ricordarlo, elemento per forza negativo, potendo essere governata dall’intelligenza emotiva – è quando questa non funziona che, David Foster Wallace ci ha costruito una letteratura, cominciano i guai – indispensabile quanto quella razionale e che, a pensarci, conta anche di più nel differenziare una persona da un’altra. Quello che gli ingegneri sociali si ostinano a non voler vedere.
    Vi è poi la considerazione che nasce dall’apprezzamento dell’arte contemporanea della marchesa di Cambremer e dal moderato dreyfusismo del principe di Guermantes (infine, dopo l’orgia antisemita del volume precedente, anche negli ambienti più neri si comincia a prendere coscienza che le accuse contro il capitano furono una porcata): nascono da un percorso. La costruzione di una cultura, di una coscienza, di un’opinione non è un campo conservativo. La fatica fatta per conseguire una nozione o un gusto o per liberarsi di un pregiudizio è più gravosa e meritoria della sola parte visibile, il risultato acquisito ed esibito. C’è chi proclama l’apprezzamento per una forma d’arte o un’idea politica perché ha imparato a memoria lo slogan, l’ha mutuato dalla tribù, lo ripete a pappagallo spesso senza comprenderlo; e se ne vanta. Chi ci è arrivato dolorosamente, con studio – nel senso latino del termine – magari imponendosi piccole violenze e facendo tante volte ammenda, ma costruendo infine una convinzione più solida rispetto a trinariciuti e manieristi, subisce la beffa di essere confuso con questi (il rovescio della medaglia sono naturalmente gli opportunisti che cambiano idea in modo da trovarsi sempre in favore di vento). Per questo sarebbe utile conoscere non solo le opinioni, talvolta espresse con formule icastiche che diventano per lo più banali – cerco di immaginare Proust che frequenta facebook o twitter per un giorno solo: collasserebbe come un cervello elettronico bruciato dalla massa di input contraddittori – ma anche la loro origine, la storia personale, le esperienze del singolo di cui non si tiene mai conto. Ma, mi pare, come ai tempi di Proust c’erano codici per la conversazione mondana, così oggi ci sono codici analoghi, che si stia in internet o in un bar; prevedono velocità, slogan, test: sei dei nostri oppure no. Le sfumature sono proibite, il manicheismo, nel senso più deleterio del termine, ha vinto.

    Arrivano gli Snopes. Il paragone è più istintivo che circostanziato, perché l’avvento dei contadini arrivisti del nord nel sud di Faulkner implicò un cambiamento di prospettiva. Nella storia di Proust, invece, è forte l’elemento di continuità, seppure con un punto comune a Faulkner che mi ha suggerito l’analogia: il senso di gioco al ribasso. Nei “Guermantes” Proust demolisce la nobiltà non più decadente ma già decaduta con l’occhio di chi ha fatto carte false per entrare nel suo circolo – il pregiudizio di cui si sbarazza non è negativo, ma positivo. Il centro di “Sodoma e Gomorra” è il salotto dei Verdurin, non più luogo alternativo e bohemien come appariva ai tempi di Swann e Odette. La maschera è caduta: la nuova nobiltà del censo non è diversa da quella del lignaggio che ha soppiantato. Le dinamiche sociali, le regole della conversazione, l’obbedienza cieca al capobranco, in breve (seppure con una formula che detesto perché logorata dall’uso improprio) la morale ipocrita; non è cambiato nulla. La rivoluzione non diventa altro che sostituzione. Con qualcosa che si perde (il gioco al ribasso) ad ogni passaggio.

    Fin allora, dato che non avevo compreso, io non avevo veduto.
    Se per John Lennon la donna è il negro del mondo, si potrebbe dire che per Proust l’omosessuale sia l’ebreo del mondo: erede di un popolo antico e disperso nel tempo e nello spazio, condannato, per il suo quieto vivere, al nascondimento. Questo in prima approssimazione. Il discorso prosegue più complesso e, forse, incompleto. Se nel capitolo introduttivo Proust compie riflessioni profonde sull’omosessualità, all’atto pratico non va oltre la figura non poco stereotipata dell’omosessuale ricco a caccia di giovani prede nel popolo; alcune di queste omosessuali che sembra non possano essere altro che amanti o mantenuti (quando non prostituti tout court) dei loro signori. Altri, addirittura, omosessuali a tempo, che sfruttano a loro volta il ricco mentore per interesse o arrivismo sociale. Insomma: pur intuendo la componente drammatica dell’omosessualità esposta al rifiuto sociale, al senso di colpa, alla pruderie, Proust non riesce a declinarla diversamente che in rapporti ancillari; l’idea di un amore omosessuale saldo e duraturo, per quanto clandestino secondo le condizioni sociali, non c’è. Anzi, è relegato piuttosto nel mondo classico quando era di fatto un’imposizione di costume. E tutto questo approfondimento, va sottolineato, si riferisce ai soli discendenti di Sodoma. Con Gomorra le cose cambiano.
    Lo scrittore non usa perifrasi: l’omosessualità femminile è abominio, tanto da diventare il deus ex machina delle decisioni immediate e, apparentemente, definitive che lo scrittore prende alla fine della narrazione. Pur definendo vizio l’omosessualità maschile e pur non avendo esempi di grandi amori che possono nobilitarla ai suoi occhi, ugualmente Proust la guarda con bonomia. Mentre condanna recisamente il lesbismo. Da che cosa questa disparità di giudizio? La paura di una sorta di concorrenza sleale nella conquista della donna amata? Un fondamentale maschilismo che permette all’uomo, seppur con le dovute cautele, ciò che proibisce alla donna? Mi paiono ipotesi plausibili ma difficilmente portano a una spiegazione certa. Che finisce per non essere indispensabile (Proust non è tanto l’indagatore dei “perché?” quanto dei “come?” e degli “e adesso?”) perché quel che conta è la reazione che la scoperta di un mondo fino a quel momento visto ma non compreso provoca nello scrittore.
    E pare di vedere Proust che, parafrasando la disperazione di Joan Cusack in “In & out”, se ne va in giro chiedendosi non senza angoscia: “Ma sono tutte lesbiche?”

    ---

    …costretta a rinnegare il proprio Dio, perché, anche se i cristiani, quando alla sbarra del tribunale essi compaiono come accusati, devono, dinanzi al Cristo e nel suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro vita stessa…
    ***

    L’invertito si crede il solo della sua specie in tutto l’universo; solo più tardi s’immagina – altra esagerazione – che l’unica eccezione sia l’uomo normale.
    ***

    Come la realtà vera non può essere svelata che dallo spirito, essendo l’oggetto d’un’operazione spirituale, noi conosciamo veramente solo quanto siamo costretti a ricreare col pensiero, quanto ci nasconde la vita d’ogni giorno…
    ***

    Avrei voluto far osservare agli scettici che la morte è davvero una malattia da cui si guarisce.
    ***

    Udii senza rispondervi il richiamo delle piante di biancospino. Vicine meno prosperose dei fiori di melo, esse li consideravano assai pesanti, pur ammirando il colorito fresco delle figlie dai petali rosa di quei grossi fabbricanti di sidro. Sapevano che, meno riccamente dotate, eran tuttavia più ricercate, e che a loro per piacere bastava un certo gualcito candore.
    ***

    Gli stessi che sbadigliano di stanchezza dopo dieci righe d’un articolo mediocre son capaci d’andare ogni anno sino a Bayreuth per ascoltare la Tetralogia.
    ***

    No, trovo esasperanti quel genere d’ambienti clericali. Sono ambienti dove si fa tribù, dove si fa congregazione e cappella. Non mi dirai che non è una piccola setta; sono tutti miele per chi è dei loro, non ha mai abbastanza disprezzo per chi non è dei loro. Il problema non è, come per Amleto, essere o non essere, ma di essere o non essere dei loro.
    ***

    I rigidi sono dei deboli che la gente ha respinto e solo i forti, incuranti d’essere respinti o no, hanno quella dolcezza che il volgo scambia per debolezza.
    ***

    Condiscendere non è discendere.
    ***

    C’è una cosa più difficile ancora che l’attenersi a un regime, ed è non imporlo agli altri.
    ***

    …le funeste conseguenze che le azioni cattive procreano indefinitamente, non soltanto per chi le abbia commesse, ma per chi non abbia fatto altro, non abbia creduto che contemplare uno spettacolo bizzarro e divertente. avevo lasciato pericolosamente aprirsi in me la via funesta, e destinata ad esser dolorosa, del Sapere.
    ***

    Spesso solo per mancanza d’ingegno creativo non ci spingiamo abbastanza oltre nella sofferenza.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Ho trovato questo quarto volume della Recherche il più scorrevole e completo tra i quattro letti, un po' perché è costruito a incastro dando spazio a più storie e avvenimenti rendendolo così più avvin ...continua

    Ho trovato questo quarto volume della Recherche il più scorrevole e completo tra i quattro letti, un po' perché è costruito a incastro dando spazio a più storie e avvenimenti rendendolo così più avvincente e meno descrittivo degli altri. Raccontando tante storie e personaggi fa entrare maggiormente nella quotidianità la vita dei protagonisti, nobili e altoborghesi, con le loro mediocrità e e bassezza di pensiero, nei loro continui andirivieni tra un ricevimento e un altro, tra una casa e l'altra, in un'apparente divertimento che invece è noia mortale e nasconde vuoti di pensiero e di sentimenti. Poi c'è l'amore, in tutte le sue sfaccettature, soprattutto erotiche, che sdogana in modo completo le relazioni omosessuali con il personaggio di Charlus, patetico nel suo amore per il rampante Morel, e di Albertine, che oscilla tra l'amore per il Narratore e quello per altre donne (Andrée e la figlia di Vinteuil ad esempio) e che farà in modo da rendere la relazione ossessiva e possessiva da ambedue le parti. L'argomento dell'omosessualità è il leitmotiv di tutto il romanzo e viene presa in considerazione non solo sotto l'aspetto sociale ma anche scientifico con disamine razionali e naturalistiche, qui Proust mostra tutta la sua abilità di pensatore. L'amore poi nella più alta accezione per chi non c'è più, quello per la nonna che dimostra quanta profondità ci sia nell'animo di Proust e come riesca a descriverla emozionando chi legge, rendendo quelle pagine universali e indimenticabili.

    ha scritto il 

  • 5

    Ogni volta che la sera intraprendo la lettura di quest’opera, per qualsiasi volume esso sia, nei minuti iniziali vi è come una resistenza, una bruma che s’interpone e non mi permette di vedere le cose ...continua

    Ogni volta che la sera intraprendo la lettura di quest’opera, per qualsiasi volume esso sia, nei minuti iniziali vi è come una resistenza, una bruma che s’interpone e non mi permette di vedere le cose chiare. Le righe scorrono, le leggo ma il mio cervello è distratto, scollegato, da tutt’altra parte. Allora ricomincio da dove avevo appena iniziato, mi impongo un ritmo più lento, chiedo gentilmente il permesso di poter ammirare siffatta meraviglia, ed allora dopo pochi istanti di silenzio, al pari di quando un consiglio di azionisti si riunisce per far fronte ad un’emergenza del tutto inaspettata, mi viene concesso il permesso di introdurmi, la mente si predispone e s’immerge nel nuovo mondo, tutto finalmente acquista i contorni familiari.

    L’impronta di questo quarto libro sono le sensazioni, come del resto tutta l’opera è permeata, ma a differire dai precedenti, dove erano presenti continue cavalcate descrittive, qui il romanzo esegue uno stacco e ci delizia con delle ‘novelle’ dal sapore boccaccesco.

    [...]Del resto, le donne che ho amate di più non coincisero mai col mio amore per loro. L'amore era vero, perché subordinavo ogni cosa al vederle, all'averle solo per me solo, e singhiozzavo se, una sera, le attendevo invano. Ma loro avevano la proprietà di destare quell'amore, di portarlo al parossismo, più di quanto non ne fosse l'immagine. Quando le vedevo, quando le ascoltavo, non trovavo niente, in loro, che assomigliasse al mio amore e potesse spiegarlo. Eppure, vederle era la mia sola gioia, attenderle la mia sola ansia. [...]

    ha scritto il 

  • 4

    Prosegue anche in questo volume l’analisi delle manie, dei vizi, e in modo particolare dell’omosessualità, della società mondana dell’epoca. Il barone di Charlus ne è uno dei massimi rappresentanti – ...continua

    Prosegue anche in questo volume l’analisi delle manie, dei vizi, e in modo particolare dell’omosessualità, della società mondana dell’epoca. Il barone di Charlus ne è uno dei massimi rappresentanti – e anche Albertine, l’amata Albertine non è esente del tutto da questo vizio. L’argomento è quanto mai delicato, se si considera il fatto che a detta dei critici e dei contemporanei (vedi la polemica con Gide) lo stesso Proust era omosessuale. Egli comunque introduce l’argomento con una piacevole ironia, utilizzando anche immagini naturali di fiori e calabroni e riportando il passo della Genesi sui due angeli che erano stati messi a guardia delle due città di Sodoma e Gomorra. Questi problemi, questi comportamenti diventano sempre più complessi sotto l’occhio attento del narratore ed anche ossessivi. Direi che nel suo atteggiamento a volte si coglie un che di imbarazzo e di turbamento. Ma questa è solo la mia impressione. Ma non c’è solo questo argomento bensì nel testo si possono individuare altre dinamiche fondamentali come le “intermittenze del cuore”, che già abbiamo letto a apprezzato nel primo volume della Recherce. Questa volta non è un profumo o il sapore di una madeleine che gli fa venire alla mente qualche particolare dimenticato,ma lo slacciarsi di uno stivaletto gli fa tornare alla memoria la nonna , la sua morte e il suo amore. Adesso il narratore ne sente profondamente la mancanza e si incolpa moltissimo di non esserle stato sufficientemente vicino durante la malattia. Spesso per un “disturbo della memoria” sono sopite nel nostro animo immagini, avvenimenti, sensazioni che poi per un caso fortuito ritornano improvvisamente chiare nella nostra coscienza. Spesso poi la realtà viene fraintesa, perché magari è poco chiara e tanti particolari al momento insignificanti avranno poi in futuro una spiegazione molto più chiara. Questo è spesso il modo di vivere e lavorare del narratore che spesso vive in una realtà “immaginaria”, mentre quella vera gli sfugge. Non gli sfugge però il fatto che le persone cambiano, spesso non in meglio, così come la percezione dei luoghi, le cui immagini spesso trascolorano nel tempo. Non si può nascondere poi che il ritratto della società e dell’epoca è molto vivace con la descrizione dell’utilizzo di scoperte tecnico-scientifiche come l’automobile, il telefono, l’ascensore. Si notano curiosità e piacevole approvazione. Le vicende hanno come teatro i salotti della signora di Guermantes e la casa di campagna dei Verdurin, intorno ai quali l’umorismo di Proust si scatena parecchio!

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro di Charlus

    Dalla botanica all'entomologia, all'ornitologia con umoristica accezione, l'omosessualità trova un posto nell'albero filogenetico degli organismi, con buona pace in un colpo solo degli anatemi per inn ...continua

    Dalla botanica all'entomologia, all'ornitologia con umoristica accezione, l'omosessualità trova un posto nell'albero filogenetico degli organismi, con buona pace in un colpo solo degli anatemi per innaturalità di darwinisti e di antievoluzionisti.

    Le leggi del mondo vegetale sono a loro volta governate da leggi via via superiori. Se la visita d’un insetto – vale a dire l’apporto del seme di un altro fiore – è necessaria, di solito, alla fecondazione d’un fiore, è perché l’autofecondazione, la fecondazione del fiore ad opera del fiore stesso, condurrebbe, come i matrimoni ripetuti fra membri d’una stessa famiglia, alla degenerazione e alla sterilità, mentre gli incroci propiziati dagli insetti danno alle generazioni successive della stessa specie un vigore sconosciuto alle precedenti. Tuttavia, il rigoglio può essere eccessivo, la specie svilupparsi in modo smisurato; allora, come un’antitossina ci difende dalla malattia, come la tiroide ci impedisce di ingrassare, come la sconfitta sopraggiunge a punire l’orgoglio e la stanchezza il piacere, come il sonno, a sua volta, riposa dalla fatica, così un atto eccezionale di autofecondazione arriva, al momento giusto, a dare il suo giro di vite, il suo colpo di freno, facendo rientrare nella norma il fiore che se ne era troppo scostato. Le mie riflessioni avevano preso una piega di cui parlerò più avanti, e già, dall’apparente astuzia dei fiori, avevo tratto certe deduzioni su tutta una parte inconscia dell’opera letteraria, quando vidi Charlus uscire dall’abitazione della marchesa.

    Voilà. Il legame tra onanismo, omosessualità e opera letteraria è fatto, ma non ancora esplicitato.

    Il personaggio monumentale di Charlus si rivela in tutte le sfaccettature e le contraddizioni. Nell'immaginarlo ho pensato alla statua di Balzac di Rodin e nel prosieguo della lettura, ho appurato con soddisfazione come fosse proprio il suo scrittore preferito. E come siano adatte entrambe le versioni.
    http://www.musee-rodin.fr/sites/musee/files/styles/zoom/public/resourceSpace/1053_8211860ebbc7b4e.jpg?itok=BJJ4tr1x
    http://surlespavesdeparis.files.wordpress.com/2011/05/dsc_0013.jpg

    Ultima pennellata su Swann, prima della fine. I salotti e i Guermantes son tutti divenuti dreyfusisti, la moda è cambiata. Swann poco prima della fine si svela in tutto la sua appartenenza ebraica.

    Apparteneva, però, alla forte razza ebraica, della cui energia vitale, della cui resistenza alla morte sembrano partecipare anche gli individui in quanto tali. Colpiti, ciascuno, da malattie particolari, così come la razza lo è dalla persecuzione, essi si dibattono indefinitamente in terribili agonie che possono protrarsi oltre ogni termine verosimile, quando non si scorge più che una barba da profeta sovrastata da un naso immenso che si dilata per aspirare gli ultimi soffi, prima che scocchi l’ora delle preghiere rituali e cominci puntuale la sfilata dei lontani parenti che avanzano con movimenti meccanici, come in un fregio assiro.

    Swann è ancora fondamentale per la definizione di se stesso del giovane Narratore. Gli infingimenti, gli schermi e l'ala nera della gelosia che sta per abbattersi sul suo rapporto con Albertine tornano a specchiarsi nell'amore di Swann, quasi che la vita dovesse svolgersi come un'imitazione. Albertine non è Odette, non potrebbe esserlo, lei di buona famiglia, non costretta a prostituirsi da bambina, non cocotte, ma il Narratore non può non confrontarle esplicitamente.
    Una ragazza libera d'inizio secolo. Libertà di movimento, di orari, di frequentazioni. Beata lei, detto da una ragazza abbastanza libera di fine secolo, e non è poco.
    La scoperta dell'omosessualità è sempre mediata: le finestre di Charlus e della figlia di Vinteuil, lo specchio di Albertine. Quell'immagine allo specchio terrorizza il Narratore, gli fa desiderare il matrimonio di riparazione e di correzione. Scatta la gelosia, la malattia nata nell'attesa del bacio materno.

    Cercatore di fantasmi il Novello Orfeo evita nella Discesa la mirra del desiderio appagato.

    Ora, i desideri ispiratici da una donna che abbiamo sognato non hanno assoluta necessità della bellezza di questa o quella parte precisa della sua persona. Sono, quei desideri, semplicemente il desiderio d’una certa creatura; vaghi come profumi – come lo storace era il desiderio di Protirea, lo zafferano il desiderio etereo, gli aromi il desiderio di Hera, la mirra il profumo delle nuvole, la manna il desiderio di Nike, l’incenso il profumo del mare. Ma questi profumi, cantati dagli Inni orfici, sono molto meno numerosi delle divinità ad essi care. La mirra è il profumo delle nuvole, ma anche di Protogono, di Nettuno, di Nereo, di Latona; l’incenso è il profumo del mare, ma anche della bella Dike, di Temi, di Circe, delle nove Muse, di Eos, di Mnemosine, del Giorno, di Dikaiosyne. Quanto allo storace, alla manna e agli aromi, non si finirebbe più di nominare le divinità che li ispirano, tanto sono numerose. Anfiete ha tutti i profumi eccettuato l’incenso, e Gaia rifiuta solo le fave e gli aromi. Così era, per me, dei desideri. Meno numerosi delle fanciulle, si trasformavano in delusioni e tristezze abbastanza simili le une alle altre. Non ho mai voluto saperne della mirra. L’ho riservata a Jupien e alla principessa di Guermantes, giacché è il profumo del desiderio di Protogono “dai due sessi, dal muggito di toro, dalle molte orge, memorabile, inenarrabile, incedente con gioia verso i sacrifici degli Orgiofanti”

    Anche un esploratore di funzioni neuropsicologiche. La memoria, ovviamente. Le percezioni, a monte:

    Ai disturbi della memoria, infatti, sono legate le intermittenze del cuore. È sicuramente l’esistenza del nostro corpo, simile per noi a un vaso in cui fosse racchiusa la nostra spiritualità, a farci supporre che tutti i nostri beni interiori, le nostre gioie passate, tutti i nostri dolori, siano perennemente in nostro possesso. Forse, è altrettanto inesatto credere che se ne vadano o ritornino. In ogni caso, se rimangono dentro di noi, rimangono per la maggior parte del tempo in una regione sconosciuta, dove non ci sono d’alcun giovamento e dove anche i più usuali vengono ricacciati indietro da ricordi di diversa natura, che escludono ogni simultaneità con essi all’interno della coscienza. Ma non appena si ricostruisce la cornice di sensazioni in cui sono conservati, essi acquistano a loro volta il medesimo potere d’espellere tutto quanto sia incompatibile con loro, installando in noi, solitario, l’io che li ha vissuti.

    la coscienza, e il mutamento delle personali mappe concettuali, a valle, tramite il cambiamento delle persone nel tempo:

    Le persone cambiano continuamente posto in rapporto a noi. Nell’impercettibile ma eterno procedere della società, le consideriamo come fossero immobili, in un tempo di visione troppo breve perché si possa scorgere il movimento che le trascina. Ma basta che scegliamo nella nostra memoria due loro immagini prese in momenti diversi, abbastanza ravvicinati, tuttavia, perché esse non siano cambiate, almeno sensibilmente, in sé: e la differenza fra le due immagini ci darà la misura di quanto si siano spostate rispetto a noi.

    o con il tramite delle percezioni dovute alle nuove tecnologie, l'automobile:

    Le distanze non sono che il rapporto fra lo spazio e il tempo, e variano con esso. Esprimiamo la difficoltà che incontriamo nel raggiungere un luogo in un sistema di leghe, di chilometri, che diventa falso non appena la difficoltà diminuisce. Anche l’arte ne è modificata, perché un villaggio che sembrava situato in un altro mondo rispetto a un certo altro, si trasforma in suo vicino dentro un paesaggio le cui dimensioni sono mutate.

    l'automobile modifica il concetto di ubicazione spaziale:

    Può sembrare che il mio amore per i fiabeschi viaggi in treno avrebbe dovuto vietarmi di condividere lo stupore di Albertine davanti all’automobile, che porta persino un malato là dov’egli vuole, e impedisce – come io avevo fatto fino a quel momento – di considerare l’ubicazione come l’impronta individuale, l’essenza priva di succedanei delle bellezze inamovibili. E dell’ubicazione, certo, l’automobile non faceva, come un tempo la ferrovia, quando da Parigi ero venuto a Balbec, una meta sottratta alle contingenze della vita ordinaria, quasi ideale alla partenza, e che restando tale all’arrivo – all’arrivo in quella grande dimora dove non abita nessuno e che porta soltanto il nome della città: la stazione – dà l’impressione di prometterne infine l’accessibilità, essendone in un certo senso la materializzazione. No, l’automobile non ci trasportava in modo altrettanto fiabesco in una città vista dapprima nell’insieme riassunto dal suo nome, e con le illusioni dello spettatore a teatro.Con l’automobile entravamo dietro le quinte, nelle vie, ci fermavamo a chiedere un’informazione a un abitante. Ma c’è qualcosa che controbilancia una progressione a tal punto familiare, ed è il brancolare dell’autista che, malcerto della strada, torna sui suoi passi, sono gli incroci della prospettiva che fanno giocare un castello ai quattro cantoni con una collina, una chiesa e il mare mentre ci avviciniamo ad esso a dispetto del suo vano rannicchiarsi sotto un fogliame secolare, sono i cerchi sempre più stretti descritti dall’automobile attorno a una città incantata che si muoveva in tutti i sensi per sfuggire e sulla quale, finalmente, si piomba dritti, a picco, nel fondovalle dove giace immobile e supina; di modo che l’ubicazione, questo punto unico che l’automobile sembra aver spogliato del mistero dei treni espressi, è come se, invece, grazie ad essa, la scoprissimo, la determinassimo noi stessi quasi con un compasso, aiutati a sentire con mano più amorosamente esploratrice, con più sottile precisione, la vera geometria, la bella “misura della terra”

    ha scritto il 

  • 4

    Le ultime quaranta pagine della prima parte, titolate "Le intermittenze del cuore" , in cui il Narratore descrive l'affetto che lo legava alla nonna, che ormai non c'è più, sono bellissime.
    In questo ...continua

    Le ultime quaranta pagine della prima parte, titolate "Le intermittenze del cuore" , in cui il Narratore descrive l'affetto che lo legava alla nonna, che ormai non c'è più, sono bellissime.
    In questo volume, com'è intuibile dal titolo, l'omosessualità è l'argomento centrale ma senza ombra di volgarità.
    Continua la mia "Ricerca del tempo perduto"...

    ha scritto il 

  • 4

    E'ovviamente difficile l'impresa affrontare quest'opera,
    però sento di essere vicino a quelli che considerano il quarto
    volume un po' troppo farraginoso e prolisso. e poi la sensazione è che ci si per ...continua

    E'ovviamente difficile l'impresa affrontare quest'opera,
    però sento di essere vicino a quelli che considerano il quarto
    volume un po' troppo farraginoso e prolisso. e poi la sensazione è che ci si perda nel tempo e nello spazio. e poi mi aspettavo altra trattazione di alcuni temi, mi sembrano solo sfiorati, accennati, e questo in Proust è un po' anomalo

    ha scritto il 

  • 5

    L'ultimo volume pubblicato dall'autore ancora in vita, nel 1922, poco tempo prima di morire. Tempo e Memoria sono i leitmotiv di tutti i volumi della Recherche finora, presumo continuino nei successiv ...continua

    L'ultimo volume pubblicato dall'autore ancora in vita, nel 1922, poco tempo prima di morire. Tempo e Memoria sono i leitmotiv di tutti i volumi della Recherche finora, presumo continuino nei successivi. Qui irrompono Sodoma e Gomorra, l'omosessualità maschile a quella femminile, incarnate in due personaggi molto importanti per le vicende del nostro Io Narrante. Non li nominerò: non vorrei svelare - e rovinare - il prosieguo del libro ai prossimi lettori (purtroppo sono stato io stesso vittima di uno spoiler su questo romanzo. Recensori: attenzione!).
    "L'uomo è Sodoma, la donna Gomorra", e noi, con gli occhi dello Scrittore, ci accorgiamo del volto "nascosto" della società, di quanti segreti, bugie, bassezze l'uomo è capace, e di come questi faccia di tutto per celarsi dietro un'immagine, un ruolo.
    Il finale del libro lascia aperti scenari impensabili, un lampo arrivato dopo l'ennesima descrizione di un ricevimento in un salotto. Ma Proust fa sempre così: porta il lettore lungo una strada più o meno lunga (lunga, di solito) poi, inaspettato, arriva il guizzo, il colpo di scena, stordente, e tutto cambia. Per venire a capo della matassa non resterà che continuare la lettura. Prossima fermata ---> "La prigioniera".
    Aggiunta finale:
    Le "intermittenze del Cuore", già abbozzate nei precedenti volumi, sono una delle più grandi scoperte della letteratura di tutti i tempi.

    ha scritto il 

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