Alla ricerca del tempo perduto

8 voll.

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Oscar grandi classici)

4.6
(979)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 3850 | Formato: Cofanetto

Isbn-10: 8804548495 | Isbn-13: 9788804548492 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Giovanni Raboni ; Curatore: A.L. Zazo , L. De Maria

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Paperback , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
Il cofanetto contiene l'opera completa "Alla ricerca del tempo perduto" in otto volumi: Dalla parte di Swann; La parte di Guermantes; All'ombra delle fanciulle in fiore; Sodoma e Gomorra; La Prigioniera; Albertine scomparsa; Il Tempo ritrovato; Sulla lettura.

La traduzione è la stessa dell'edizione dei Meridiani in quattro volumi: la traduzione dei primi due era originariamente basata sull'edizione Clarac-Ferré del 1954 ma è stata rivista nel 1998 per aggiornarla all'edizione critica definitiva di Jean-Yves Tadié del 1988; gli ultimi due sono tradotti direttamente da quest'ultima.
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  • 5

    La Recherche e la Sagrada Familia

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza la quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simil ...continua

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza la quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simile alla fame la propria razione, reagire con quella serie di meccanismi fisiologici riconducibili, alle volte, ai tormenti del vizio, della dipendenza piuttosto che della necessità. La prospettiva del buffet di opere letterarie variegate e golose accumulatesi in duemila anni di storia rende quest’appetito così ingordo che, mentre finalmente si sono posati gli occhi sull’ennesimo titolo spasimato, parte dell’immaginazione è già impegnata a pregustare il piacere che potrebbe ricavare da altri libri in fremente attesa di essere sfogliati.
    Chi ben conosce questa impellenza tentenna nel cominciare un’opera più lunga della norma – che poi quale debba essere la norma non saprei quantificarlo – (ed in questo caso parliamo di un opera che fa della lunghezza il proprio vessillo), giacché, impavido non teme l’arditezza dell’impresa in cui si cimenta, ma vacilla dinanzi alla mole enorme di tempo che lo separerà dalle prossime letture.
    E dunque, ingenuamente, tra gli approcci sceglie il più stupido: leggere rapidamente.

    Ho dovuto terminare la prima parte e cominciare la seconda per prendere coscienza della mia imbecillità. Non soltanto perché col suo periodare arzigogolato, in cui le subordinate e gli incisi si affastellano non senza regale eleganza, di frastornante potenza lirica, tale da meritare per le eccelse qualità che riunisce il personalissimo neologismo "proustiano", non concede ad un’intelligenza media quale possiedo di poterla scorrere velocemente senza perdere, oltre alla pregevolezza incomparabile della prosa, il senso logico che va sbrogliato con paziente concentrazione; ma anche perché ogni frase, idea, riflessione, armonizzando la sovrapposizione di saggio e finzione romanzesca, racchiude una qualche verità filosofica tanto conforme alla mia vita, alla vita di tutti noi, che andrebbero imperdonabilmente sprecate lungo la strada, mentre esse vanno lette e rilette, ingerite e assorbite secondo i tempi necessari al proprio metabolismo.
    Da lì in poi, il Tempo, quest’oscuro protagonista dapprima evanescente all’occhio distratto, nelle cui correnti e flussi è immersa la parata di personaggi, via via poi sempre più nitido e incombente, per me si è sospeso.

    Per la sua struttura complessa, iperbolica, stratificata, la Recherche è stata paragonata - felice accostamento - ad una cattedrale; se invece, alla rovescia, dovessi designare un’opera architettonica che possa esserle equiparata, sceglierei la cattedrale della Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
    Giacché l’uno fa con le parole, la sintassi, la poesia ciò che l’altro fa con la pietra, il ferro battuto, la maiolica, per giungere, con le dovute trasmutazioni, a risultati estremamente simili.
    Ero a Barcellona tre settimana fa, e ho potuto finalmente soddisfare la mia ammirazione per questo visionario, rivoluzionario e unico architetto. Contemplare la grottesca imponenza della Sagrada Familia che con le sue torri fusiformi pare voler fare da tramite al cielo, la morfologia selvaggia e spaventosa mutuata dalla Natura stessa e scolpita nella Facciata della Natività col suo animato brulichio volatile, dove escrescenze vegetali, forme animali e semplici statue naturalistiche armonizzano in folle rapsodia, dove la pietra, sovvertendo le leggi della fissità, pare ribollire di incontenibile vita primordiale; osservare ciò che è concesso ammirare solo in sogno, come la foresta di bianche colonne della navata incendiata di una inebriante tavolozza di colori, quando l’inclinazione studiata dei raggi solari colpisce le policromate vetrate; ammirare questo come altri meravigliosi capolavori dell’architetto (il tetto sinuoso dalle iridescenze squamose, con la sua torretta bulbosa, di Casa Battlò) colma lo spettatore di una tale stupefazione da trascendere l’arte stessa per tradursi in un sentimento religioso di rispetto e venerazione, perché l’inesauribile sublimità dell’ispirazione e di Gaudì, e di Proust, tale è la loro portata, sembra potersi originare soltanto da una fonte divina della cui essenza travasata le loro opere sono imbevute.

    So che le mie parole sembrano sfociare in idolatria incallita (e pensare che sono ateo) ma la mia personale sensazione è stata proprio questa: leggere la Recherche è leggere un testo sacro portatore di una nuova visione del mondo di cui Proust è l’ultimo, se non l’unico, sommo custode e sacerdote, lui, per colmo d'ironia, un ozioso malaticcio borghese che svolazza come una farfalla inghirlandata da un ricevimento all’altro.
    Proust prende le cose, siano esse semplici sensazioni impressioni o idee, e le smembra, disseziona, scompone nei suoi elementi più semplici, le particelle in molecole, le molecole in atomi, gli atomi in quark, senza mai distruggerle con la grossolanità che ci si aspetta dall’energia bruta sprigionata e necessaria ai fenomeni di separazione della materia. Perché se l’occhio è quello dello scienziato (prima che dall’architettura, dalla pittura o da altri campi Proust trarrà dalle materie biologiche la maggior parte delle sue straordinarie metafore) la mano, questa finissima e ineguagliabile mano, è quella dell’artista.
    Uno dei lavori più incredibili sta nella mappatura che ha saputo tracciare nella sfera della pura astrazione, di essenze impalpabili quali la memoria, le emozioni, i sentimenti, le impressioni anche più banali, le oggettiva tramite l’uso propizio della metafora per poi descriverle come la geografia spiega un paesaggio, anzi come l'anatomia (e la fisiologia) spiegano i componenti e i processi fisiologici del corpo.
    Soprattutto il sentimento dell’amore-gelosia (non un binomio per l'autore ma un unica energia propulsiva che alimenta se stessa) che reclama nel suo doloroso decorso il tirannico dominio della nostra immaginazione e dei nostri sensi, viene svuotato della sua carica emotiva, disarmato, neutralizzato per trarre dal particolare leggi universali, scudi o armi di stoicismo con cui fronteggiare il percorso tortuoso della vita, come dallo stesso microbo che minaccia e fiacca il nostro corpo viene ricavato il vaccino atto a sconfiggerlo.
    Non che nella sua sconfinata ampiezza non abbia dei difetti (respiro di sollievo!). L’insistenza morbosa con cui calca proprio sul sentimento della gelosia può esasperare, come alle volte la discrepanza tra l’eminenza del linguaggio e dell’intelletto da cui è dettato, e l’indugio su particolari effettivamente frivoli, inutili soprappiù, degli incontri mondani. Tutte difficoltà da superare con sforzi largamente ripagati.
    E forse la vera impresa di Proust consiste nell'esser riuscito, nonostante l'eruzione magmatica di elementi cui si compone la sua opera, a mantenere una chiarezza cristallina.

    Quand’è che ho capito che ciò che stavo leggendo, a prescindere dalle sentenze dei dotti cervelli, era non soltanto un capolavoro, ma probabilmente la più straordinaria esperienza letteraria che abbia avuto la fortuna di vivere? Tra lo sterno e i visceri, dove in una concezione romantica risiederebbe lo spirito, ho percepito qualcosa dilatarsi, espandersi ad ondate, incontrare delle resistenze e vincerle; gli argini delle mie prospettive sono stati abbattuti, o meglio dislocati per essere sospinti ancora più in là verso nuovi orizzonti, verso distese che danno il capogiro. Come lo stesso Proust auspica nell’ultimo volume, i solipsismi cedono, il romanzo si fa specchio del lettore.

    La Recherche è conclusa, mai ho abbandonato un libro con più tristezza, commozione e infinita gratitudine. Tre mesi e tre settimane (il tempo impiegato per leggerlo) sono un lungo periodo, c’è il tempo perché si formi un profondo legame di amicizia, un'amicizia a cui rinuncio (se di rinuncia o fine si può parlare) col cuore oppresso, e Proust è stato il più buono e il più generoso di tutti gli amici.

    Ci sono cinque buoni libri in attesa sullo scaffale, ma non so decidermi a cominciarne nessuno.
    Il mio appetito per ora è placato.

    ha scritto il 

  • 5

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli s ...continua

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d'impazienza per l'impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. »

    ha scritto il 

  • 0

    "Proust è Dio perchè crea la realtà ed insegna all'uomo-lettore a dare un nome ad ogni cosa come Adamo nel paradiso terrestre"... ma sarà vero o è solo uno a cui piaceva parlare tanto,ma proprio tanto?

    ...lo scopriremo leggendo...

    ha scritto il 

  • 5

    Scrivere una recensione della "Recherche" è impresa improba se non impossibile; voglio però condividere qualche riflessione tratta da questa "esperienza" (e come definirla altrimenti?) con chi decides ...continua

    Scrivere una recensione della "Recherche" è impresa improba se non impossibile; voglio però condividere qualche riflessione tratta da questa "esperienza" (e come definirla altrimenti?) con chi decidesse di affrontare la lettura del capolavoro proustiano: l'impresa è molto, molto impegnativa e lunghi passaggi dell'opera sono innegabilmente noiosi -a detta dello stesso autore della curatela della mia edizione- ma, credetemi, ne vale assolutamente la pena. Possono esserci pagine e pagine fitte di resoconti sulle varie serate mondane del narratore che risultano francamente indigeste ma poi, infilata tra una riga e l'altra, brilla una perla che illumina e ripaga la fatica che avete fatto per arrivare in fondo al paragrafo. Ho impiegato sei mesi circa per concludere la lettura e non posso che dirmi soddisfatto e appagato per come ho speso il mio tempo. Un capolavoro della letteratura di tutti i tempi che arricchirà l'esistenza di chi lo legge, e non saprei proprio che altro aggiungere.

    ha scritto il 

  • 5

    [...] Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi da riempire, in me dove io stesso, ...continua

    [...] Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi da riempire, in me dove io stesso, sentendovi ancora spazio per ammassare tanti altri tesori, gettavo sdegnosamente in un angolo cielo, mare e scogli? "Finitela o suono", intimò Albertine vedendo che mi slanciavo su di lei per baciarla. [...]

    ... e così continuo a raccogliere elementi di quest'opera incredibile e sterminata; nei periodi lunghi o brevi che la caratterizzano, le pagine scorrono avanti spedite e mi sorprendo sofferente non potendone bloccare il flusso, se non distraendomi, per rimirare ancora quelle parole, quelle immagini semplici, come può essere un gioco di riflessi che dal sole oltrepassa la finestra e giace a mo’ di losanga vibrante sul muro, così dal libro poi proiettato nella mia camera. Vivo tra le interlinee, nelle pagine fitte respiro la Belle Époque che fu di Marcel; non c'è scampo o soluzione nell'esservi ormai rappreso.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    TRA FILOSOFIA, POESIA E ROMANZO MODERNO

    Numerose sono le nomenclature e gli studi critici su Proust e la sua "Recherche", però a volte, quando il romanzo è così conosciuto e diffuso, è meglio soffermarsi dagli elementi dettati dallo stesso ...continua

    Numerose sono le nomenclature e gli studi critici su Proust e la sua "Recherche", però a volte, quando il romanzo è così conosciuto e diffuso, è meglio soffermarsi dagli elementi dettati dallo stesso autore e su quanto ci ha lasciato. Troppo facile evocare lo scandalo suscitato a quei tempi, dall’argomento narrativo per cui necessita di una seppur succinta sintesi della trama.
    L’intera opera narra le vicissitudini del Narratore, che altri non è che lo stesso Proust, nella sua fase di scrittore: scrive finalmente un’opera sul tempo, gli amori, la gelosia e sugli uomini dopo aver sconfitto tutte le sue incertezze ed esitazioni sia fisiche ma soprattutto psicologiche. L’inizio ha qualcosa di sconvolgente e misterioso: una bugia! Marcel rammenta i tempi della sua infanzia, rievoca la mamma, la zia e una ragazza, Gilberte, suo primo amore in una piccola cittadina della provincia francese: Combray. Tramite l’uso di flashback racconta la storia dei genitori di Gilberte, Odette e Swann che, nei salotti parigini, vivono grandi passioni. Il protagonista prosegue la storia e descrive la sua adolescenza parigina, il viaggio estivo sulle coste della Normandia. Passata la passione per Gilberte il Narratore conosce altre ragazze e, in particolare, s’innamora di Albertine. Successivamente Marcel ritorna a Parigi e viene introdotto in un mondo privo di sentimenti, di idee, di interessi e contenuti intellettuali o affettivi validi: l’aristocrazia parigina con tutti i suoi lati oscuri e ignobili. In questi luoghi s’innamora prima di una contessa e poi di un’attricetta di nome Rachel. Il proseguo conduce ed introduce il Narratore nel mondo dell’omosessualità parigina: scopre che la sua amante Albertine ha avuto rapporti con una sua amica. Convive assieme a lei, ma il sospetto che ami le donne lo strugge e rende la coabitazione impossibile. Albertine scappa via, crede che questo sia il solo mezzo per uscire da questa situazione, ma il destino la fa morire a causa di una caduta di cavallo. Nel frattempo il protagonista incontra il suo primo amore, Gilberte che però si sposa con un altro uomo. Incombe la Prima Guerra Mondiale e il Narratore fa ritorno a Parigi dove trova una metropoli che non riconosce più. Questo evento lo spinge a ritrovare il tempo perduto, la sua memoria infantile e l’unico mezzo che ha per raggiungere tale scopo è scrivere. La letteratura diventa l’unica arma per poter ritrovare quel passato straordinario e ridente dei tempi moderni.
    Alla ricerca del tempo perduto è un’opera molto complessa, intrisa di filosofia, poesia e romanzo moderno. Si chiude e si apre come se fosse stata progettata in modo circolare, con un inizio e una fine già stabilita. La conclusione a cui arriva l’autore e che vuole essere il suo messaggio più profondo ci ricorda che la felicità esiste ma soltanto dei meandri della letteratura, in quel mondo senza tempo. La sua ricerca è infatti volta a ritrovare il “tempo perduto” e quindi la felicità, una ricerca che ha un lieto fine: quello della scrittura. Il minuzioso e particolareggiato enciclopedismo trattato da Proust nella sua opera, fa del monumentale racconto l’incontro nella narrazione delle maggiori conoscenze umane che si proponevano nel corso del XIX secolo. Particolare non trascurabile è anche l’estetismo eclettico nella produzione letteraria dell’ultimo Ottocento. S’inaugura, nell’opera, un nuovo modo d’interrogare la coscienza: l’uomo interiore è trattato per la prima volta come un corpo sulla cui composizione possono solo ragguagliarci le reazioni a cui da luogo, il metodo induttivo, cioè, si estende agli aspetti psicologici. E questo perché Proust è influenzato e ne condivide, per certi aspetti, l’opera di Freud e della scuola filosofica di quel periodo. L'orientamento dell'opera proustiana sfida le tradizionali concezioni di universale e particolare, assumendo quasi sul serio la dottrina della logica hegeliana, secondo cui il particolare è l'universale e viceversa entrambi sono mediati reciprocamente. L'intero romanzo si «cristallizza» sulla base delle singole descrizioni «conteste l'una nell'altra». Ognuna di esse custodisce in sé le «costellazioni» di quel che infine, a lettura ultimata, si presenta come «idea del romanzo». In Proust l’interesse si sposta dalla caratterizzazione del personaggio all’indagine delle leggi e dei meccanismi della coscienza osservati da molteplici angolazioni. La "Recherche" è sicuramente il luogo d'incontro tra la tradizione classica e la modernità e la novità è quella che abolisce le frontiere tra i generi letterari proponendo un insieme, una sintesi, l’intera estensione nello spazio e nel tempo. Proust risulta uno scrittore che riscatta con la propria opera gli smarrimenti, i fallimenti o gli scacchi della sua esistenza. Tutta l’opera proustiana nel suo procedere illimitato e dimostrativo, riposa su precisi ancorché velati piani architettonici, su una struttura non esplicita. Il Narratore, posto di fronte alla questione del senso della vita, capisce che solo l'espressione impedisce di cadere o di immergersi nella futilità; e così il tempo «perduto» è «ritrovato». E il Tempo andrà assumendo un'importanza fondamentale come una quarta dimensione aggiunta allo spazio; un tempo inteso non nel senso "orizzontale" e "oggettivo" della cronaca e della storia ma nel senso "verticale" e "soggettivo" della memoria. Sicché la ricerca del «tempo perduto diventa una sola cosa con la ricerca della poesia, con la ricerca della verità». Se da un verso il libro ha un’intrinseca bellezza estetica non bisogna trascurare la presenza che ci si trova davanti un romanzo ben congegnato e originale che prende dalle lezioni simboliste i suoi colori, le sue trame le sue delicate atmosfere. Proust si rivela in questo poeta dell’amore e della gelosia, un implacabile scandagliatore della passione amorosa anche quando è alle prese con personaggi più carichi di «destino», e non solo per la comune sorte «viziosa»: l'omosessualità può apportare «felicità» se considerata «un'abitudine» come un'altra, ma «infelicità» ove condannata come «vizio». Ciò che lascia come sbigottiti è la maniera in cui Proust riesce a comporre un campionario straordinario di sensazioni incontenibile nella memoria spaziotemporale di un solo individuo: per questo la lettura di Proust lascia una gran traccia ma non ne lascia il motivo. E come ben individua Adorno… «Se in Proust in maniera completa il commento è intrecciato con la vicenda in modo tale che la separazione fra l'uno e l'altro svanisce, ciò significa che il narratore attacca in tal modo un elemento fondamentale del rapporto col lettore: la distanza estetica». L'importanza di Marcel Proust nella letteratura contemporanea è segnatamente legata, come è noto, alla valorizzazione del «tempo perduto», al recupero cioè di quel passato lontano che, sottratto al sacrario dell'immobilità, può esprimersi e durare in noi attraverso una nuova forma di attualizzazione. È la famosa teoria delle «intermittenze del cuore», mediante la quale si manifestano nella nostra mente, per una singolare istantaneità di eventi, dei ritorni di ricordo che riemergono dal defunto passato e ci fanno cogliere immediatamente, quasi inaspettatamente, frammenti dimenticati della nostra esistenza. In Proust non è soltanto rovesciata l'idea del passato e del futuro, ma anche la coscienza del presente ne resta in qualche modo «sconvolta». Quello che conterà, alla fine dell'opera, è che finalmente egli ha trovato la «redenzione» nell'arte, che permette di carpire il senso di quelle «impressioni» precedenti che lo avevano magnetizzato ma non avevano fatto sì che egli si forgiasse la propria vocazione. E così il problema dello «stile» andava confondendosi con quello della «costruzione» dell'opera, che, via via, attraverso un metodo rigoroso, andava arricchendosi sempre più distanziandosi dall'originale piano tripartito ("Dalla parte di Swann", ovvero la borghesia, "I Guermantes", ovvero l'aristocrazia, "Il tempo ritrovato", ovvero la riconciliazione dei due "côtés" attraverso la contemplazione estetica) e, per mezzo di stesure susseguenti, redazioni nuove, montaggio di frammenti fino ad assumere proporzioni sempre più gigantesche. Ma è appunto l'idea della «costruzione» che veniva contrapposta da Proust a coloro che leggevano l'opera come un mero susseguirsi di fatti senza piano. «Certo la "Recherche" nel suo lento sviluppo aveva un'apertura di compasso sempre più larga, e la costruzione rigorosa cui aveva sacrificato tutto, era assai lunga a percepirsi. Ma non per questo la sua opera poteva essere considerata come un caos, come dicevano i suoi cattivi lettori. La ricerca della verità è lunga e sinuosa. Non si svela che lentamente, e non è la linea retta a simboleggiarla. E questa ricerca, che poteva anche passare attraverso uno scetticismo disincantato, bisognava leggerla in ragione della fine, ove la verità veniva svelata.» E difatti, pian piano, la «soluzione armoniosa» andava prendendo corpo: il superamento della realtà, lo sdoppiamento totale dell'io narratore e dell'io attore, il trionfo del ricordo trasfigurato da un'arte che si rivelava come conoscenza totale, e si identificava con una verità superiore, son tutte «conquiste» che appaiono distese in una «forma impassibile».
    G. G.

    ha scritto il 

  • 3

    Meritevole ma faticoso

    Qualcuno lo definisce un romanzo-trattato. In effetti è la storia di una vocazione all'arte, in particolare alla scrittura, uin trattato filosofico su tempo, memoria e coscienza, sul ruolo del bello. ...continua

    Qualcuno lo definisce un romanzo-trattato. In effetti è la storia di una vocazione all'arte, in particolare alla scrittura, uin trattato filosofico su tempo, memoria e coscienza, sul ruolo del bello. Ed una descrizione senza sconti del declino del gran mondo aristocratico, della fine di un secolo, nonché una feroce critica nei confronti della falsità del ruolo mondano. Memorabili le pagine sull'amore e la gelosia, vere fino nel midollo. Proust ha una capacità introspettiva incredibile, mi sono ritrovata nelle sue descrizioni di alcuni aspetti dell'io profondo, in modo quasi psicanalitico. Pur pensando a volte che il quadro da lui descritto sia eccessivo, mi sono ritrovata invece a pensare se nella mia vita non abbia forse agito spinta da certi meccanismi piuttosto che da altri.
    Inprescindibile anche la descrizione dell'omosessualità, fatta ribaltando drammaticamente la realtà (Proust è omosessuale ma il suo protagonista no), in particolare il personaggio di Albertine e della sua omosessualità femminile è specchio del grande amore di Proust per Agostinelli e nello stesso tempo specchio dei sensi di colpa dello stesso Proust nei confronti dei suoi familiari.
    Proust è inoltre un grande pittore di paesaggi a parole (memorabili le descrizioni dei biancospini di Combray). Quello che non mi è andato giù è lo stile. Ho certamente letto nella postfazione il ruolo dello stile, che sembra quasi avere le caratteristiche di un fiume in piena, o di un motivo musicale. Ma l'ho apprezzato poco. E' un fraseggio amplissimo, lento, che si avvolge su se stesso, e che richiede una attenzione spasmodica per poter essere compreso appieno, sia nel senso sia nella musicalità. Ho trovato dei punti a dir poco geniali e alcuni esteticamente perfetti. Ma è stato un lavoro faticoso che mi sono in certi momenti imposta, lasciandolo per altri libri. Non è un libro quinid che mi ha dato piacere. Mi ha arricchito da diversi punti di vista ma ho provato quasi sollievo nel finirlo. Con questo non voglio dire che non sia effettivamente un classico imprescindibile. Però affrontarlo è una piccola e coraggiosa impresa. Alla fine, pur faticoso, convengo di aver fatto bene a finirlo perché è stata una scoperta che mi ha arricchito. Tre stelle sono poche, quattro forse eccessive.

    ha scritto il 

  • 4

    Che dire?

    Criticare o amare la Recherche significa tout-court aver letto Proust o non avere avuto tempo per sciogliere la propria riserva. Cosa comprensibilissima, visto che la passione dell'autore per l'ipotas ...continua

    Criticare o amare la Recherche significa tout-court aver letto Proust o non avere avuto tempo per sciogliere la propria riserva. Cosa comprensibilissima, visto che la passione dell'autore per l'ipotassi è tale da indurre persino l'amante più deferente ad un continuo stress-test sulle proprie capacità amatorie (e a ben vedere, persino gli amanti più fervidi si scoprono traditori una volta riconosciuta nella devozione all'oggetto, sopportata quindi per amore di menzogna od eccesso di miopia, il solo mezzo per raggiungere sè stessi) ma che per uno strano gioco di coppia, quasi Guermantes, concede tuttavia ad entrambe le parti (ai lettori mancati e a quelli compiuti) la stessa soddisfazione di non perdere il proprio Tempo: arenando gli uni al mito della madeleine e gli altri al mito dell'Io, alla dissolutezza dei protagonisti e alle velleità del loro autore, obbedendo ciascuno in ogni caso alla propria confessione pur avendo varcato la soglia di una stessa cattedrale.
    Similmente, proprio in ragione di quanto l'odio può sovente vivificare l'amore che lo contiene, direi che basta amare Proust per avere anche la capacità di odiarlo, visto il fascino che esercita come lo sconforto che suscita, il probabile disinteresse sociale ad una dimensione interiore perniciosamente assimilata all'ozio - protagonista dell'opera e prerequisito esecrabile per la fruizione della stessa - ed un prevedibile disorientamento a fronte di uno stile non avvezzo a chi sia abituato ad addormentarsi senza pensare a cosa accada qualche minuto prima o qualche ora dopo. 

    Tuttavia, tuttavia...come negarne il lascito universale? 
    E sopratutto, di fronte ad un'opera così colossale, come trovare il Tempo per scriverne le tracce, le proprie impressioni, senza provare la mortificante sensazione come di chi armonizzi la IX di Beethoven?
    Chi di voi ne serba il ricordo?

    ha scritto il 

  • 4

    Decisamente meglio del primo volume!

    E' un libro sui sentimenti, declinati nelle più svariate forme che l'animo umano possa concepire.. soprattutto l'animo di un giovinetto
    Marcel si aspetta tanto, da tutto, dalle persone, dall'arte, dal ...continua

    E' un libro sui sentimenti, declinati nelle più svariate forme che l'animo umano possa concepire.. soprattutto l'animo di un giovinetto
    Marcel si aspetta tanto, da tutto, dalle persone, dall'arte, dalla vita, e fantastica talmente tanto che alla fine la realtà è sempre al di sotto delle aspettative
    Anche quando incontra le ragazze, non sa decidere di chi innamorarsi, e poi sceglie Albertine ma quasi per caso (almeno così è sembrato a me), perchè è quella con cui ha maggiori contatti, e si butta a capofitto in questa storia, che prima inventata dalla sua fantasia e poi prende corpo, mai come vorrebbe lui...
    Secondo me il romanzo, è un inno al voler amare, all'innamoramento, più che all'amore vero e proprio.

    ha scritto il 

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