Alla ricerca del tempo perduto

8 voll.

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Oscar grandi classici)

4.6
(1003)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 3850 | Formato: Cofanetto

Isbn-10: 8804548495 | Isbn-13: 9788804548492 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Giovanni Raboni ; Curatore: A.L. Zazo , L. De Maria

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Paperback , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
Il cofanetto contiene l'opera completa "Alla ricerca del tempo perduto" in otto volumi: Dalla parte di Swann; La parte di Guermantes; All'ombra delle fanciulle in fiore; Sodoma e Gomorra; La Prigioniera; Albertine scomparsa; Il Tempo ritrovato; Sulla lettura.

La traduzione è la stessa dell'edizione dei Meridiani in quattro volumi: la traduzione dei primi due era originariamente basata sull'edizione Clarac-Ferré del 1954 ma è stata rivista nel 1998 per aggiornarla all'edizione critica definitiva di Jean-Yves Tadié del 1988; gli ultimi due sono tradotti direttamente da quest'ultima.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Un viaggio difficile, ma necessario

    Non sono nuovo a grandi viaggi letterari, anche se di tutt'altro genere ("Il signore degli anelli", "La torre nera", "Harry Potter", ecc), motivo per cui approcciarmi a questo libro mi spaventava tant ...continua

    Non sono nuovo a grandi viaggi letterari, anche se di tutt'altro genere ("Il signore degli anelli", "La torre nera", "Harry Potter", ecc), motivo per cui approcciarmi a questo libro mi spaventava tanto quanto mi incuriosiva. Ho iniziato a leggerlo in risposta all'esigenza personale di dedicare parte della mia vita di lettore a quelle opere universalmente riconosciute come classici meritevoli di attenzione, ma ero convinto che lo avrei abbandonato a breve. Ebbene, sono stato sul punto di farlo dopo le prime 40/50 pagine, poi sono entrato nell'atmosfera, nel vortice del libro (un vortice non fatto di situazioni ed eventi dinamici, ma di parole, descrizioni, dialoghi, analisi, riflessioni) e non sono più riuscito a fermarmi fino al termine. L'ho letto con un ritmo costante medio di 40 pagine al giorno.

    Ammetto di non avere competenza per esprimere un giudizio autorevole. Per un lettore medio, come me, il romanzo è ricco di aspetti positivi, di passi interessanti, di spunti di riflessione. Ho apprezzato soprattutto alcune immagini, alcune scene funzionali a trasmettere realtà sulla vita in maniera profonda, intensa, naturale: l'episodio della madeleine, il momento della comprensione della morte della nonna a Balbec, l'analisi della sonata di Vinteuil e della musica in generale, la presa di coscienza della propria vecchiaia e di quella altrui, il "fulmine" che porta alla decisione di scrivere il libro. Ho apprezzato anche i numerosi e lunghi passaggi, dal sapore teatrale, dedicati ai salotti aristocratici e alle loro conversazioni. Ho amato e divorato il romanzo nel romanzo "Un amore di Swann". Ho decisamente apprezzato, infine, i ritratti profondi del barone Charlus e di Francoise in particolare, che emergono non da descrizioni dirette, ma da un sommarsi di parole, gesti, abitudini, reazioni che attraversano tutto il libro e che sono un tratto comune dei dipinti dei personaggi che lo popolano.

    C'erano, fino all'ultimo volume, anche diversi aspetti che non avevo gradito, salvo poi comprenderne la funzione:

    - l'insistenza e la ricchezza di particolari con cui si descrivono gli incontri mondani a volte sembravano eccessive, non funzionali, anche se alcune riflessioni finali me ne hanno fatto comprendere lo scopo;
    - il rapporto del protagonista con le ragazze è spesso irritante, le donne vengono dipinte in più passi come oggetti di cui lui può servirsi a piacimento, a seconda delle necessità: che sia invenzione narrativa o trasposizione di pensieri dell'autore, la sensazione che ne deriva è comunque spiacevole, oltre al fatto che alcuni ragionamenti paiono poco comprensibili;
    - l'inattività, l'ozio, la "vita da ricco" e un po' viziato del narratore (/autore) appariva altrettanto odiosa e cozzava contro le sue pretese di dare un'interpretazione a vari aspetti della vita, ma è lui stesso a fare in parte questa autocritica alla fine e a contestualizzare il tutto nella chiave della composizione della sua vasta opera.

    In conclusione, confermo che è un libro, anzi un'esperienza, che va vissuta. Ognuno coi propri tempi, a volte mandando giù certi passi più pesanti, a volte lasciandosi trasportare, dovremmo aggiungere al nostro bagaglio culturale questo romanzo. Io me ne sento decisamente arricchito.

    ha scritto il 

  • 0

    Se c'è uno svantaggio obiettivo negli eBook, è che non ti rendi conto della mole dei libri che stai per leggere.
    Ora capisco cosa intendeva la mia bibliotecaria di fiducia, il giorno che mi disse: "Ca ...continua

    Se c'è uno svantaggio obiettivo negli eBook, è che non ti rendi conto della mole dei libri che stai per leggere.
    Ora capisco cosa intendeva la mia bibliotecaria di fiducia, il giorno che mi disse: "Cara, ma ogni tanto non ti andrebbe proprio un testo più leggero?".

    ha scritto il 

  • 5

    "La vera vita, la vita finalmente messa a nudo e chiarita, di conseguenza la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura"

    Marcellino la sapeva lunga, sapeva che la bellezza, come la letteratura, salverà il mondo; Per questo decise di dedicare tutta la sua vita alla composizione non di un romanzo, di un'opera fine a sé st ...continua

    Marcellino la sapeva lunga, sapeva che la bellezza, come la letteratura, salverà il mondo; Per questo decise di dedicare tutta la sua vita alla composizione non di un romanzo, di un'opera fine a sé stessa, ma ad un manuale utile a chiunque volesse rincorrere il Tempo, presenza inquietante che come un fabbro pialla e liscia tutto quello che incontra nel suo cammino, che siano persone, luoghi, pensieri o sentimenti.

    Ma perché rincorrere una presenza intangibile, perché andare controcorrente per afferrare parti di sé stesso che ormai son state assimilate dal nostro io e non possono più esser godute separatamente? Perché ossessionarsi a scavare dentro sé stessi, con la stessa foga di un povero matto che cerca di svuotare il mare con un cucchiaino da caffè?

    Perché ne vale la pena, e Marcel aveva ragione. Bisogna sapersi fermare e guardare indietro, saper analizzare il proprio sentiero e godersi i momenti che ci hanno scolpito e che ci influenzeranno per sempre; Bisogna ridere di quella volta che si è chiamata "Mamma" la maestra, di quella volta che ti sei sbucciato il ginocchio correndo, della prima volta in cui ti sei innamorato, del primo mal d'amore e della prima delusione. Bisogna trarre appagamento dai bei ricordi, ma bisogna soprattutto trasformare in gioia l'esperienza del dolore, perché, come lui ci insegna:

    "Le idee sono surrogati dei dolori allorché questi si tramutano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore, e anzi, in un primo momento, la trasformazione stessa sprigiona subito gioia. Surrogati solo in relazione al tempo, del resto, poiché sembra che l’elemento primitivo sia l’idea, e il dolore solo la modalità con cui certe idee entrano inizialmente in noi. Ma il gruppo delle idee è formato da numerose famiglie, e alcune si rivelano subito per gioie."

    E allora soffriamo, impariamo a vivere con la perenne insoddisfazione, con quel sentimento di oblio che ci schiaccia e ci lascia senza respiro e senza speranza, godiamo del dolore e trasformiamolo in letteratura, ma soprattutto cerchiamo di non identificare nel dolore la persona che ce l'ha imposto, non odiamola, ma ringraziamola, ricopriamola di belle parole, seguiamo i dettami di Proust:

    "Ogni persona che ci fa soffrire può essere da noi raffrontata a una divinità di cui è soltanto un riflesso frammentario e l’ultimo stadio, divinità (idea) la cui contemplazione muta subito in gioia la pena che era in noi. L’arte di vivere sta tutta nel servirci delle persone che ci fanno soffrire solo come gradino che ci consenta di accedere alla loro forma divina e di popolare cosi allegramente la nostra vita di divinità"

    "Troviamo di tutto nella nostra memoria è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani, a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso"

    Abusiamo della nostra memoria, scaviamo nel profondo, infliggiamoci dolore, andiamo in overdose di sofferenza, rendiamoci liberi dal dolore vivendolo e tramutandolo in gioia, rendiamo il mondo un posto migliore.

    E forse, veramente, la bellezza salverà il mondo.

    ha scritto il 

  • 0

    Dalla parte di Swann - dal 15/02/2016 al 2/03/2016 (***/5)
    All'ombra delle fanciulle in fiore -
    I Guermantes -
    Sodoma e Gomorra -
    La prigioniera -
    Albertine scomparsa -
    Il Tempo ritrovato - ...continua

    Dalla parte di Swann - dal 15/02/2016 al 2/03/2016 (***/5)
    All'ombra delle fanciulle in fiore -
    I Guermantes -
    Sodoma e Gomorra -
    La prigioniera -
    Albertine scomparsa -
    Il Tempo ritrovato -

    ha scritto il 

  • 5

    La Recherche e la Sagrada Familia

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza la quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simil ...continua

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza la quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simile alla fame la propria razione, reagire con quella serie di meccanismi fisiologici riconducibili, alle volte, ai tormenti del vizio, della dipendenza piuttosto che della necessità. La prospettiva del buffet di opere letterarie variegate e golose accumulatesi in duemila anni di storia rende quest’appetito così ingordo che, mentre finalmente si sono posati gli occhi sull’ennesimo titolo spasimato, parte dell’immaginazione è già impegnata a pregustare il piacere che potrebbe ricavare da altri libri in fremente attesa di essere sfogliati.
    Chi ben conosce questa impellenza tentenna nel cominciare un’opera più lunga della norma – che poi quale debba essere la norma non saprei quantificarlo – (ed in questo caso parliamo di un opera che fa della lunghezza il proprio vessillo), giacché, impavido non teme l’arditezza dell’impresa in cui si cimenta, ma vacilla dinanzi alla mole enorme di tempo che lo separerà dalle prossime letture.
    E dunque, ingenuamente, tra gli approcci sceglie il più stupido: leggere rapidamente.

    Ho dovuto terminare la prima parte e cominciare la seconda per prendere coscienza della mia imbecillità. Non soltanto perché col suo periodare arzigogolato, in cui le subordinate e gli incisi si affastellano non senza regale eleganza, di frastornante potenza lirica, tale da meritare per le eccelse qualità che riunisce il personalissimo neologismo "proustiano", non concede ad un’intelligenza media quale possiedo di poterla scorrere velocemente senza perdere lungo la strada, oltre alla pregevolezza incomparabile della prosa, il senso logico che va sbrogliato con paziente concentrazione; ma anche perché ogni frase, idea, ogni riflessione affiorata da questo liscio tessuto di saggio e finzione romanzesca, racchiude una qualche Verità (quella con la V maiuscola) tanto compatibile col mio quotidiano, con quello di tutti noi, che andrebbe imperdonabilmente sprecata, mentre esse vanno riaccostate a più riprese al lume dell'intelletto, ingerite e assorbite secondo i ritmi del proprio metabolismo.
    Da lì in poi, il Tempo, quest’oscuro protagonista dapprima evanescente, via via poi sempre più nitido e incombente, nelle cui correnti flussi e riflussi è immersa la parata di personaggi, per me si è sospeso.

    Per la sua struttura complessa, iperbolica, stratificata, la Recherche è stata paragonata - felice accostamento - ad una cattedrale; se invece, alla rovescia, dovessi designare un’opera architettonica che possa esserle equiparata, sceglierei la cattedrale della Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
    Giacché l’uno fa con le parole, la sintassi, la poesia ciò che l’altro fa con la pietra, il ferro battuto, la maiolica, per giungere, con le dovute trasmutazioni, a risultati estremamente simili.
    Ero a Barcellona tre settimana fa, e ho potuto finalmente soddisfare la mia curiosità per questo visionario e unico architetto, mediatore fra Sogno, Terrenità e Caos.
    Contemplare la grottesca imponenza della Sagrada Familia che con le sue torri fusiformi pare voler fare da tramite al cielo, la morfologia selvaggia e spaventosa mutuata dalla Natura stessa e scolpita nella Facciata della Natività in animato brulichio volatile, dove escrescenze vegetali, sagome animali e semplici statue naturalistiche armonizzano in folle rapsodia, dove la pietra, sovvertendo le leggi della fissità, pare ribollire di incontenibile vita primordiale; osservare ciò che è concesso ammirare solo in sogno, come la foresta di bianche colonne della navata incendiata di una inebriante tavolozza di mutevoli colori, quando l’inclinazione studiata dei raggi solari colpisce le policromate vetrate; ammirare questo come altri meravigliosi capolavori dell’architetto (il tetto sinuoso dalle iridescenze squamose, con la sua torretta bulbosa, di Casa Battlò) colma lo spettatore di una tale stupefazione da trascendere l’arte stessa per tradursi in un sentimento religioso di rispetto e venerazione, perché l’inesauribile sublimità dell’ispirazione e di Gaudì, e di Proust, tale è la loro portata, sembra potersi originare soltanto da una fonte divina della cui essenza travasata le loro opere sono imbevute.

    Probabilmente le mie parole sembrano sfociare in idolatria (e pensare che sono ateo) ma la mia personale sensazione è questa: leggere la Recherche è leggere un testo sacro portatore di una diversa visione del mondo in cui la materia trascolora in trasparenza per rivelare i propri intimi segreti tramite il filtro di una scrittura esoterica, limpida e sensoriale, che non si limita soltanto a descrivere ma tende ad una vera e propria "evocazione".
    Un codice magico, liturgico e pagano a un tempo, di cui Proust è l’ultimo, se non l’unico, sommo custode e sacerdote. Proprio lui, per colmo d'ironia, un ozioso malaticcio borghese che svolazza come una farfalla inghirlandata da un ricevimento all’altro.

    È un mattino infelice e il futuro si profila minaccioso come la sua ineluttabile perpetuazione, uno di quei giorni in cui l’animo si raccoglie su se stesso come un cane che si lecchi le ferite. Un pezzetto di madaleine in una tazza di tè di tiglio: mai alchimia fu più propizia. La lingua freme, le papille tripudiano, il sapore oltrepassa le barriere dello spazio-tempo, l’intruglio vertudioso sommuove epifaniche forze sottomarine: è il passato che riemerge in sella ai sensi. (In termini di pura forma forse il brano più straordinario che abbia mai letto).
    La tazza contiene un mondo e si infrange spargendone i tesori sepolti. II tocco nostalgico delle dita nel palparli delicato benché imperioso.

    Ed egli smembra, disseziona e scompone in elementi più semplici, le particelle in molecole, le molecole in atomi, gli atomi in quark, senza mai nulla distruggere grossolanamente come ci si attende dall’energia bruta sprigionata e indispensabile ai fenomeni di separazione della materia. Perché se l’occhio è quello dello scienziato (prima che dall’architettura, dalla pittura o da altri campi Proust trarrà dalle materie biologiche la maggior parte delle sue straordinarie metafore) la mano, questa finissima e ineguagliabile mano, è quella dell’artista.
    Tramite l’uso propizio e ineguagliabile della metafora - la cui laboriosità meriterebbe un discorso a parte tenuto da chi di dovere - si addentra nel regno della pura astrazione per tracciarne la mappatura, oggettivando essenze impalpabili quali memoria, emozioni, banalissime impressioni da lui descritte come un paesaggio dalla geografia, o meglio come l’anatomia e la fisiologia spiegano le componenti e le funzioni del corpo.

    Soprattutto l’amore-gelosia (non un binomio per l'autore ma un unica energia propulsiva alimentata da se stessa) che reclama nel suo doloroso decorso il tirannico dominio della nostra immaginazione e dei nostri sensi, viene svuotato della sua carica emotiva, disarmato, neutralizzato per trarre dal particolare leggi universali, scudi di stoicismo con cui fronteggiare il percorso tortuoso della vita, come dallo stesso microbo che minaccia e fiacca il nostro corpo viene ricavato il vaccino atto a sconfiggerlo.

    È un discernimento, quello di Proust, così assoluto da porre sullo stesso piano, con lo stesso interesse, frivolezze quotidiane ed elevazioni dell’intelletto (alle volte la discrepanza tra l’eminenza del linguaggio, dell’intelletto da cui è dettato e l’indugio su particolari effettivamente frivoli è esasperante), legate in un continuo sistema di vasi comunicanti. Ovvero: tutto ha un senso e niente ha importanza. Persino l’amata letteratura, tanto magnificata quanto svilita.

    Per tutta la vita Proust è stato afflitto da un male lento ma alacre. La morte è più di una vaga prospettiva futura, gli fa da compagna col suo pesante respiro, ritmico e secco come il ticchettio di un orologio. Ogni nuovo attimo si dilata, si impregna di echi e umori preziosi. La propria caducità, e di riflesso di coloro che lo circondano, è un assillo.
    Di qui la concezione toccante e grandiosa – consapevole come mai per nessun precedente memorialista - della letteratura come rivolta contro il logorio del Tempo, che travalica se stessa per votarsi ad un'impresa epica, brandita come punta di spada; l’opera letteraria come incorruttibile cristallo d'ambra entro cui preservare e perpetuare l'esistenza, gli affetti e tutte le figure che, di passaggio o per lunghe soste, con tutti i loro struggenti dettagli, vi si sono accostate costituendone il corredo essenziale. Eppure fatalmente conscio che tutto si risolverà in polvere, che per quanto animati, rabbiosi, disperati siano gli sforzi, quelli che oggi leggono Proust trionfando della sua vittoria, e i venturi lettori, prorogano soltanto l’inevitabile, la consunzione della memoria collettiva fino alla completa e irrecuperabile cancellazione.

    Quand’è che ho capito che ciò che stavo leggendo, a prescindere dalle sentenze dei dotti cervelli, era non soltanto un capolavoro, ma probabilmente la più straordinaria esperienza letteraria che abbia avuto la fortuna di vivere? Tra lo sterno e i visceri, dove in una concezione romantica risiederebbe lo spirito, ho percepito qualcosa dilatarsi, espandersi ad ondate, incontrare delle resistenze e vincerle; gli argini delle mie prospettive sono stati abbattuti, o meglio dislocati per essere sospinti ancora più in là verso nuovi orizzonti, verso distese che danno il capogiro.
    Come lo stesso Proust auspica nell’ultimo volume, i solipsismi cedono, il romanzo si fa specchio del lettore.

    La Recherche è conclusa, mai ho abbandonato un libro con più commozione e infinita gratitudine. Tre mesi e tre settimane (il tempo impiegato per leggerlo) sono un lungo periodo, c’è il tempo perché si formi un profondo legame di amicizia, un'amicizia a cui rinuncio (se di rinuncia o fine si può parlare) col cuore oppresso, e Proust è stato il più buono e il più generoso tra gli amici.
    Ci sono diversi buoni libri in attesa sullo scaffale, ma non so decidermi a cominciarne nessuno.
    Il mio appetito è placato.

    ha scritto il 

  • 5

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli s ...continua

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d'impazienza per l'impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. »

    ha scritto il 

  • 0

    "Proust è Dio perchè crea la realtà ed insegna all'uomo-lettore a dare un nome ad ogni cosa come Adamo nel paradiso terrestre"... ma sarà vero o è solo uno a cui piaceva parlare tanto,ma proprio tanto?

    ...lo scopriremo leggendo...

    ha scritto il 

  • 5

    Scrivere una recensione della "Recherche" è impresa improba se non impossibile; voglio però condividere qualche riflessione tratta da questa "esperienza" (e come definirla altrimenti?) con chi decides ...continua

    Scrivere una recensione della "Recherche" è impresa improba se non impossibile; voglio però condividere qualche riflessione tratta da questa "esperienza" (e come definirla altrimenti?) con chi decidesse di affrontare la lettura del capolavoro proustiano: l'impresa è molto, molto impegnativa e lunghi passaggi dell'opera sono innegabilmente noiosi -a detta dello stesso autore della curatela della mia edizione- ma, credetemi, ne vale assolutamente la pena. Possono esserci pagine e pagine fitte di resoconti sulle varie serate mondane del narratore che risultano francamente indigeste ma poi, infilata tra una riga e l'altra, brilla una perla che illumina e ripaga la fatica che avete fatto per arrivare in fondo al paragrafo. Ho impiegato sei mesi circa per concludere la lettura e non posso che dirmi soddisfatto e appagato per come ho speso il mio tempo. Un capolavoro della letteratura di tutti i tempi che arricchirà l'esistenza di chi lo legge, e non saprei proprio che altro aggiungere.

    ha scritto il 

  • 5

    [...] Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi da riempire, in me dove io stesso, ...continua

    [...] Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi da riempire, in me dove io stesso, sentendovi ancora spazio per ammassare tanti altri tesori, gettavo sdegnosamente in un angolo cielo, mare e scogli? "Finitela o suono", intimò Albertine vedendo che mi slanciavo su di lei per baciarla. [...]

    ... e così continuo a raccogliere elementi di quest'opera incredibile e sterminata; nei periodi lunghi o brevi che la caratterizzano, le pagine scorrono avanti spedite e mi sorprendo sofferente non potendone bloccare il flusso, se non distraendomi, per rimirare ancora quelle parole, quelle immagini semplici, come può essere un gioco di riflessi che dal sole oltrepassa la finestra e giace a mo’ di losanga vibrante sul muro, così dal libro poi proiettato nella mia camera. Vivo tra le interlinee, nelle pagine fitte respiro la Belle Époque che fu di Marcel; non c'è scampo o soluzione nell'esservi ormai rappreso.

    ha scritto il 

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