Alla ricerca del tempo perduto

Di

Editore: Einaudi

4.6
(995)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 2340 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806195298 | Isbn-13: 9788806195298 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Elena Giolitti , Mario Bonfantini , Franco Fortini , Giorgio Caproni , Natalia Ginzburg , Paolo Serini , Nicoletta Neri ; Curatore: Mariolina Bongiovanni Bertini

Disponibile anche come: Cofanetto , Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

Ti piace Alla ricerca del tempo perduto?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
"A confronto con l'opera di Proust, quasi tutti i romanzi che si conoscono sembrano dei semplici racconti. Alla ricerca del tempo perduto è una cronaca ricavata dal ricordo: nella quale la successione empirica del tempo è sostituita dal misterioso e spesso trascurato collegarsi degli avvenimenti, che il biografo dell'anima, guardando all'indietro e dentro di sé, sente come l'unica cosa vera. Gli avvenimenti passati non hanno più potere su di lui, ed egli non finge mai che quanto da tempo è accaduto non sia ancora accaduto, e che non sia ancora deciso quanto da tempo è deciso. Perciò non c'è tensione, non c'è acme drammatico, non c'è assalto e scontro, ne susseguente soluzione e pacificazione. La cronaca della vita inferiore scorre con armonia epica, poiché è soltanto ricordo e introspezione. E la vera epica dell'anima, la verità stessa, che qui irretisce il lettore in un dolce, lungo sogno in cui egli soffre molto, ma soffrendo gode anche la libertà e la pace; è il vero pathos del decorso delle cose terrene, quel pathos che sempre scorre, che mai si esaurisce, che costantemente ci opprime e costantemente ci sostiene." (Erich Auerbach)
Ordina per
  • 0

    Se c'è uno svantaggio obiettivo negli eBook, è che non ti rendi conto della mole dei libri che stai per leggere.
    Ora capisco cosa intendeva la mia bibliotecaria di fiducia, il giorno che mi disse: "Ca ...continua

    Se c'è uno svantaggio obiettivo negli eBook, è che non ti rendi conto della mole dei libri che stai per leggere.
    Ora capisco cosa intendeva la mia bibliotecaria di fiducia, il giorno che mi disse: "Cara, ma ogni tanto non ti andrebbe proprio un testo più leggero?".

    ha scritto il 

  • 5

    "La vera vita, la vita finalmente messa a nudo e chiarita, di conseguenza la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura"

    Marcellino la sapeva lunga, sapeva che la bellezza, come la letteratura, salverà il mondo; Per questo decise di dedicare tutta la sua vita alla composizione non di un romanzo, di un'opera fine a sé st ...continua

    Marcellino la sapeva lunga, sapeva che la bellezza, come la letteratura, salverà il mondo; Per questo decise di dedicare tutta la sua vita alla composizione non di un romanzo, di un'opera fine a sé stessa, ma ad un manuale utile a chiunque volesse rincorrere il Tempo, presenza inquietante che come un fabbro pialla e liscia tutto quello che incontra nel suo cammino, che siano persone, luoghi, pensieri o sentimenti.

    Ma perché rincorrere una presenza intangibile, perché andare controcorrente per afferrare parti di sé stesso che ormai son state assimilate dal nostro io e non possono più esser godute separatamente? Perché ossessionarsi a scavare dentro sé stessi, con la stessa foga di un povero matto che cerca di svuotare il mare con un cucchiaino da caffè?

    Perché ne vale la pena, e Marcel aveva ragione. Bisogna sapersi fermare e guardare indietro, saper analizzare il proprio sentiero e godersi i momenti che ci hanno scolpito e che ci influenzeranno per sempre; Bisogna ridere di quella volta che si è chiamata "Mamma" la maestra, di quella volta che ti sei sbucciato il ginocchio correndo, della prima volta in cui ti sei innamorato, del primo mal d'amore e della prima delusione. Bisogna trarre appagamento dai bei ricordi, ma bisogna soprattutto trasformare in gioia l'esperienza del dolore, perché, come lui ci insegna:

    "Le idee sono surrogati dei dolori allorché questi si tramutano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore, e anzi, in un primo momento, la trasformazione stessa sprigiona subito gioia. Surrogati solo in relazione al tempo, del resto, poiché sembra che l’elemento primitivo sia l’idea, e il dolore solo la modalità con cui certe idee entrano inizialmente in noi. Ma il gruppo delle idee è formato da numerose famiglie, e alcune si rivelano subito per gioie."

    E allora soffriamo, impariamo a vivere con la perenne insoddisfazione, con quel sentimento di oblio che ci schiaccia e ci lascia senza respiro e senza speranza, godiamo del dolore e trasformiamolo in letteratura, ma soprattutto cerchiamo di non identificare nel dolore la persona che ce l'ha imposto, non odiamola, ma ringraziamola, ricopriamola di belle parole, seguiamo i dettami di Proust:

    "Ogni persona che ci fa soffrire può essere da noi raffrontata a una divinità di cui è soltanto un riflesso frammentario e l’ultimo stadio, divinità (idea) la cui contemplazione muta subito in gioia la pena che era in noi. L’arte di vivere sta tutta nel servirci delle persone che ci fanno soffrire solo come gradino che ci consenta di accedere alla loro forma divina e di popolare cosi allegramente la nostra vita di divinità"

    "Troviamo di tutto nella nostra memoria è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani, a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso"

    Abusiamo della nostra memoria, scaviamo nel profondo, infliggiamoci dolore, andiamo in overdose di sofferenza, rendiamoci liberi dal dolore vivendolo e tramutandolo in gioia, rendiamo il mondo un posto migliore.

    E forse, veramente, la bellezza salverà il mondo.

    ha scritto il 

  • 0

    Dalla parte di Swann - dal 15/02/2016 al 2/03/2016 (***/5)
    All'ombra delle fanciulle in fiore -
    I Guermantes -
    Sodoma e Gomorra -
    La prigioniera -
    Albertine scomparsa -
    Il Tempo ritrovato - ...continua

    Dalla parte di Swann - dal 15/02/2016 al 2/03/2016 (***/5)
    All'ombra delle fanciulle in fiore -
    I Guermantes -
    Sodoma e Gomorra -
    La prigioniera -
    Albertine scomparsa -
    Il Tempo ritrovato -

    ha scritto il 

  • 5

    La Recherche e la Sagrada Familia

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza la quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simil ...continua

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza la quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simile alla fame la propria razione, reagire con quella serie di meccanismi fisiologici riconducibili, alle volte, ai tormenti del vizio, della dipendenza piuttosto che della necessità. La prospettiva del buffet di opere letterarie variegate e golose accumulatesi in duemila anni di storia rende quest’appetito così ingordo che, mentre finalmente si sono posati gli occhi sull’ennesimo titolo spasimato, parte dell’immaginazione è già impegnata a pregustare il piacere che potrebbe ricavare da altri libri in fremente attesa di essere sfogliati.
    Chi ben conosce questa impellenza tentenna nel cominciare un’opera più lunga della norma – che poi quale debba essere la norma non saprei quantificarlo – (ed in questo caso parliamo di un opera che fa della lunghezza il proprio vessillo), giacché, impavido non teme l’arditezza dell’impresa in cui si cimenta, ma vacilla dinanzi alla mole enorme di tempo che lo separerà dalle prossime letture.
    E dunque, ingenuamente, tra gli approcci sceglie il più stupido: leggere rapidamente.

    Ho dovuto terminare la prima parte e cominciare la seconda per prendere coscienza della mia imbecillità. Non soltanto perché col suo periodare arzigogolato, in cui le subordinate e gli incisi si affastellano non senza regale eleganza, di frastornante potenza lirica, tale da meritare per le eccelse qualità che riunisce il personalissimo neologismo "proustiano", non concede ad un’intelligenza media quale possiedo di poterla scorrere velocemente senza perdere lungo la strada, oltre alla pregevolezza incomparabile della prosa, il senso logico che va sbrogliato con paziente concentrazione; ma anche perché ogni frase, idea, riflessione affiorate da questo liscio tessuto di saggio e finzione romanzesca, racchiude una qualche Verità (quella con la V maiuscola) tanto compatibile col mio quotidiano, con quello di tutti noi, che andrebbero imperdonabilmente sprecate, mentre esse vanno riaccostate a più riprese all’intelligenza, ingerite e assorbite secondo i ritmi del proprio metabolismo.
    Da lì in poi, il Tempo, quest’oscuro protagonista dapprima evanescente all’occhio distratto, via via poi sempre più nitido e incombente, nelle cui correnti flussi e riflussi è immersa la parata di personaggi, per me si è sospeso.

    Per la sua struttura complessa, iperbolica, stratificata, la Recherche è stata paragonata - felice accostamento - ad una cattedrale; se invece, alla rovescia, dovessi designare un’opera architettonica che possa esserle equiparata, sceglierei la cattedrale della Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
    Giacché l’uno fa con le parole, la sintassi, la poesia ciò che l’altro fa con la pietra, il ferro battuto, la maiolica, per giungere, con le dovute trasmutazioni, a risultati estremamente simili.
    Ero a Barcellona tre settimana fa, e ho potuto finalmente soddisfare la mia curiosità per questo visionario e unico architetto, mediatore fra Sogno, Caos e Terrenità.
    Contemplare la grottesca imponenza della Sagrada Familia che con le sue torri fusiformi pare voler fare da tramite al cielo, la morfologia selvaggia e spaventosa mutuata dalla Natura stessa e scolpita nella Facciata della Natività in animato brulichio volatile, dove escrescenze vegetali, figure animali e semplici statue naturalistiche armonizzano in folle rapsodia, dove la pietra, sovvertendo le leggi della fissità, pare ribollire di incontenibile vita primordiale; osservare ciò che è concesso ammirare solo in sogno, come la foresta di bianche colonne della navata incendiata di una inebriante tavolozza di mutevoli colori, quando l’inclinazione studiata dei raggi solari colpisce le policromate vetrate; ammirare questo come altri meravigliosi capolavori dell’architetto (il tetto sinuoso dalle iridescenze squamose, con la sua torretta bulbosa, di Casa Battlò) colma lo spettatore di una tale stupefazione da trascendere l’arte stessa per tradursi in un sentimento religioso di rispetto e venerazione, perché l’inesauribile sublimità dell’ispirazione e di Gaudì, e di Proust, tale è la loro portata, sembra potersi originare soltanto da una fonte divina della cui essenza travasata le loro opere sono imbevute.

    So che le mie parole sembrano sfociare in idolatria (e pensare che sono ateo) ma la mia personale sensazione è stata questa: leggere la Recherche è leggere un testo sacro portatore di una nuova visione del mondo in cui la materia trascolora in trasparenza per rivelare i propri intimi segreti tramite il filtro di una scrittura esoterica, limpida e sensoriale, che non si limita soltanto a descrivere ma tende ad una vera e propria "evocazione".
    Un codice magico, liturgico e pagano, di cui Proust è l’ultimo, se non l’unico, sommo custode e sacerdote. Proprio lui, per colmo d'ironia, un ozioso malaticcio borghese che svolazza come una farfalla inghirlandata da un ricevimento all’altro.

    Un pezzetto di madaleine inzuppato nel tè in un mattino infelice: mai alchimia fu più propizia! (In termini di pura forma forse il brano più straordinario che abbia mai letto). Si dispiega un sentiero stretto e accidentato che serpeggia tra selve di biancospini umbratili e scorci di mare incandescente d'oro. Lungo questa strada pervasa di fragranze pungenti Proust procede con passo misurato, non può fare a meno di palpare nostalgicamente ciò che incontra al suo passaggio, il tocco delle dita delicato benché imperioso. Ed egli smembra, disseziona e scompone in elementi più semplici, le particelle in molecole, le molecole in atomi, gli atomi in quark, senza mai nulla distruggere grossolanamente come ci si attende dall’energia bruta sprigionata e indispensabile ai fenomeni di separazione della materia. Perché se l’occhio è quello dello scienziato (prima che dall’architettura, dalla pittura o da altri campi Proust trarrà dalle materie biologiche la maggior parte delle sue straordinarie metafore) la mano, questa finissima e ineguagliabile mano, è quella dell’artista.
    Tramite l’uso propizio e ineguagliabile della metafora - la cui laboriosità meriterebbe un discorso a parte tenuto da chi di dovere - si addentra nel regno della pura astrazione per tracciarne la mappatura, oggettivando essenze impalpabili quali memoria, emozioni, banalissime impressioni da lui descritte come un paesaggio dalla geografia, o meglio come l’anatomia e la fisiologia spiegano le componenti e le funzioni del corpo.

    Soprattutto l’amore-gelosia (non un binomio per l'autore ma un unica energia propulsiva alimentata da se stessa) che reclama nel suo doloroso decorso il tirannico dominio della nostra immaginazione e dei nostri sensi, viene svuotato della sua carica emotiva, disarmato, neutralizzato per trarre dal particolare leggi universali, scudi di stoicismo con cui fronteggiare il percorso tortuoso della vita, come dallo stesso microbo che minaccia e fiacca il nostro corpo viene ricavato il vaccino atto a sconfiggerlo.

    È un discernimento, quello di Proust, così assoluto da porre sullo stesso piano, con lo stesso interesse, frivolezze quotidiane ed elevazioni dell’intelletto (alle volte la discrepanza tra l’eminenza del linguaggio, dell’intelletto da cui è dettato e l’indugio su particolari effettivamente frivoli è esasperante), compenetrate in un continuo sistema di vasi comunicanti. Ovvero: tutto ha un senso e niente ha importanza. Persino l’amata letteratura – tanto magnificata quanto svilita - da cui lo tiene lontano l’incertezza nel suo straordinario talento, offuscato nella sua ottica non soltanto da un eccesso di scrupoli e da morbosa autocoscienza, ma anche dalla sentita differenza e novità del suo approccio rispetto agli scribi alle sue spalle.

    Proust è stato per tutta la vita afflitto da un male lento ma alacre, la morte è più di una vaga ipotesi futura, gli fa da compagna col suo pesante respiro, ritmico e secco come il ticchettio di un orologio. Ogni attimo fino all’ultimo attimo si impregna di echi e umori preziosi. La propria caducità, e di riflesso di coloro che lo circondano, è un assillo.
    Di qui la concezione toccante e grandiosa – perché consapevole come mai per nessun precedente memorialista- della letteratura come ribellione contro il logorio del Tempo, l’opera letteraria come capsula incorruttibile dall’Oblio, come cristallo in cui preservare e perpetuare l'esistenza, gli affetti e tutte le figure che, di passaggio o per lunghe soste, vi si sono accostate. Pur fatalmente conscio che tutto si risolverà in polvere, che per quanto animati, rabbiosi, disperati siano gli sforzi, quelli che oggi leggono Proust trionfando della sua vittoria, e quelli che ancora verranno, prorogano soltanto l’inevitabile, la consunzione della memoria collettiva fino alla completa e irrecuperabile cancellazione.

    Quand’è che ho capito che ciò che stavo leggendo, a prescindere dalle sentenze dei dotti cervelli, era non soltanto un capolavoro, ma probabilmente la più straordinaria esperienza letteraria che abbia avuto la fortuna di vivere? Tra lo sterno e i visceri, dove in una concezione romantica risiederebbe lo spirito, ho percepito qualcosa dilatarsi, espandersi ad ondate, incontrare delle resistenze e vincerle; gli argini delle mie prospettive sono stati abbattuti, o meglio dislocati per essere sospinti ancora più in là verso nuovi orizzonti, verso distese che danno il capogiro. Come lo stesso Proust auspica nell’ultimo volume, i solipsismi cedono, il romanzo si fa specchio del lettore.

    La Recherche è conclusa, mai ho abbandonato un libro con più commozione e infinita gratitudine. Tre mesi e tre settimane (il tempo impiegato per leggerlo) sono un lungo periodo, c’è il tempo perché si formi un profondo legame di amicizia, un'amicizia a cui rinuncio (se di rinuncia o fine si può parlare) col cuore oppresso, e Proust è stato il più buono e il più generoso di tutti gli amici.
    Ci sono diversi buoni libri in attesa sullo scaffale, ma non so decidermi a cominciarne nessuno.
    Il mio appetito è placato.

    ha scritto il 

  • 5

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli s ...continua

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d'impazienza per l'impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. »

    ha scritto il 

  • 0

    "Proust è Dio perchè crea la realtà ed insegna all'uomo-lettore a dare un nome ad ogni cosa come Adamo nel paradiso terrestre"... ma sarà vero o è solo uno a cui piaceva parlare tanto,ma proprio tanto?

    ...lo scopriremo leggendo...

    ha scritto il 

  • 5

    Scrivere una recensione della "Recherche" è impresa improba se non impossibile; voglio però condividere qualche riflessione tratta da questa "esperienza" (e come definirla altrimenti?) con chi decides ...continua

    Scrivere una recensione della "Recherche" è impresa improba se non impossibile; voglio però condividere qualche riflessione tratta da questa "esperienza" (e come definirla altrimenti?) con chi decidesse di affrontare la lettura del capolavoro proustiano: l'impresa è molto, molto impegnativa e lunghi passaggi dell'opera sono innegabilmente noiosi -a detta dello stesso autore della curatela della mia edizione- ma, credetemi, ne vale assolutamente la pena. Possono esserci pagine e pagine fitte di resoconti sulle varie serate mondane del narratore che risultano francamente indigeste ma poi, infilata tra una riga e l'altra, brilla una perla che illumina e ripaga la fatica che avete fatto per arrivare in fondo al paragrafo. Ho impiegato sei mesi circa per concludere la lettura e non posso che dirmi soddisfatto e appagato per come ho speso il mio tempo. Un capolavoro della letteratura di tutti i tempi che arricchirà l'esistenza di chi lo legge, e non saprei proprio che altro aggiungere.

    ha scritto il 

  • 5

    [...] Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi da riempire, in me dove io stesso, ...continua

    [...] Com'era possibile, come poteva il mondo durare più di me, dal momento che non io mi perdevo nel mondo, ma il mondo era compreso in me, in me che era ben lungi da riempire, in me dove io stesso, sentendovi ancora spazio per ammassare tanti altri tesori, gettavo sdegnosamente in un angolo cielo, mare e scogli? "Finitela o suono", intimò Albertine vedendo che mi slanciavo su di lei per baciarla. [...]

    ... e così continuo a raccogliere elementi di quest'opera incredibile e sterminata; nei periodi lunghi o brevi che la caratterizzano, le pagine scorrono avanti spedite e mi sorprendo sofferente non potendone bloccare il flusso, se non distraendomi, per rimirare ancora quelle parole, quelle immagini semplici, come può essere un gioco di riflessi che dal sole oltrepassa la finestra e giace a mo’ di losanga vibrante sul muro, così dal libro poi proiettato nella mia camera. Vivo tra le interlinee, nelle pagine fitte respiro la Belle Époque che fu di Marcel; non c'è scampo o soluzione nell'esservi ormai rappreso.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    TRA FILOSOFIA, POESIA E ROMANZO MODERNO

    Numerose sono le nomenclature e gli studi critici su Proust e la sua "Recherche", però a volte, quando il romanzo è così conosciuto e diffuso, è meglio soffermarsi dagli elementi dettati dallo stesso ...continua

    Numerose sono le nomenclature e gli studi critici su Proust e la sua "Recherche", però a volte, quando il romanzo è così conosciuto e diffuso, è meglio soffermarsi dagli elementi dettati dallo stesso autore e su quanto ci ha lasciato. Troppo facile evocare lo scandalo suscitato a quei tempi, dall’argomento narrativo per cui necessita di una seppur succinta sintesi della trama.
    L’intera opera narra le vicissitudini del Narratore, che altri non è che lo stesso Proust, nella sua fase di scrittore: scrive finalmente un’opera sul tempo, gli amori, la gelosia e sugli uomini dopo aver sconfitto tutte le sue incertezze ed esitazioni sia fisiche ma soprattutto psicologiche. L’inizio ha qualcosa di sconvolgente e misterioso: una bugia! Marcel rammenta i tempi della sua infanzia, rievoca la mamma, la zia e una ragazza, Gilberte, suo primo amore in una piccola cittadina della provincia francese: Combray. Tramite l’uso di flashback racconta la storia dei genitori di Gilberte, Odette e Swann che, nei salotti parigini, vivono grandi passioni. Il protagonista prosegue la storia e descrive la sua adolescenza parigina, il viaggio estivo sulle coste della Normandia. Passata la passione per Gilberte il Narratore conosce altre ragazze e, in particolare, s’innamora di Albertine. Successivamente Marcel ritorna a Parigi e viene introdotto in un mondo privo di sentimenti, di idee, di interessi e contenuti intellettuali o affettivi validi: l’aristocrazia parigina con tutti i suoi lati oscuri e ignobili. In questi luoghi s’innamora prima di una contessa e poi di un’attricetta di nome Rachel. Il proseguo conduce ed introduce il Narratore nel mondo dell’omosessualità parigina: scopre che la sua amante Albertine ha avuto rapporti con una sua amica. Convive assieme a lei, ma il sospetto che ami le donne lo strugge e rende la coabitazione impossibile. Albertine scappa via, crede che questo sia il solo mezzo per uscire da questa situazione, ma il destino la fa morire a causa di una caduta di cavallo. Nel frattempo il protagonista incontra il suo primo amore, Gilberte che però si sposa con un altro uomo. Incombe la Prima Guerra Mondiale e il Narratore fa ritorno a Parigi dove trova una metropoli che non riconosce più. Questo evento lo spinge a ritrovare il tempo perduto, la sua memoria infantile e l’unico mezzo che ha per raggiungere tale scopo è scrivere. La letteratura diventa l’unica arma per poter ritrovare quel passato straordinario e ridente dei tempi moderni.
    Alla ricerca del tempo perduto è un’opera molto complessa, intrisa di filosofia, poesia e romanzo moderno. Si chiude e si apre come se fosse stata progettata in modo circolare, con un inizio e una fine già stabilita. La conclusione a cui arriva l’autore e che vuole essere il suo messaggio più profondo ci ricorda che la felicità esiste ma soltanto dei meandri della letteratura, in quel mondo senza tempo. La sua ricerca è infatti volta a ritrovare il “tempo perduto” e quindi la felicità, una ricerca che ha un lieto fine: quello della scrittura. Il minuzioso e particolareggiato enciclopedismo trattato da Proust nella sua opera, fa del monumentale racconto l’incontro nella narrazione delle maggiori conoscenze umane che si proponevano nel corso del XIX secolo. Particolare non trascurabile è anche l’estetismo eclettico nella produzione letteraria dell’ultimo Ottocento. S’inaugura, nell’opera, un nuovo modo d’interrogare la coscienza: l’uomo interiore è trattato per la prima volta come un corpo sulla cui composizione possono solo ragguagliarci le reazioni a cui da luogo, il metodo induttivo, cioè, si estende agli aspetti psicologici. E questo perché Proust è influenzato e ne condivide, per certi aspetti, l’opera di Freud e della scuola filosofica di quel periodo. L'orientamento dell'opera proustiana sfida le tradizionali concezioni di universale e particolare, assumendo quasi sul serio la dottrina della logica hegeliana, secondo cui il particolare è l'universale e viceversa entrambi sono mediati reciprocamente. L'intero romanzo si «cristallizza» sulla base delle singole descrizioni «conteste l'una nell'altra». Ognuna di esse custodisce in sé le «costellazioni» di quel che infine, a lettura ultimata, si presenta come «idea del romanzo». In Proust l’interesse si sposta dalla caratterizzazione del personaggio all’indagine delle leggi e dei meccanismi della coscienza osservati da molteplici angolazioni. La "Recherche" è sicuramente il luogo d'incontro tra la tradizione classica e la modernità e la novità è quella che abolisce le frontiere tra i generi letterari proponendo un insieme, una sintesi, l’intera estensione nello spazio e nel tempo. Proust risulta uno scrittore che riscatta con la propria opera gli smarrimenti, i fallimenti o gli scacchi della sua esistenza. Tutta l’opera proustiana nel suo procedere illimitato e dimostrativo, riposa su precisi ancorché velati piani architettonici, su una struttura non esplicita. Il Narratore, posto di fronte alla questione del senso della vita, capisce che solo l'espressione impedisce di cadere o di immergersi nella futilità; e così il tempo «perduto» è «ritrovato». E il Tempo andrà assumendo un'importanza fondamentale come una quarta dimensione aggiunta allo spazio; un tempo inteso non nel senso "orizzontale" e "oggettivo" della cronaca e della storia ma nel senso "verticale" e "soggettivo" della memoria. Sicché la ricerca del «tempo perduto diventa una sola cosa con la ricerca della poesia, con la ricerca della verità». Se da un verso il libro ha un’intrinseca bellezza estetica non bisogna trascurare la presenza che ci si trova davanti un romanzo ben congegnato e originale che prende dalle lezioni simboliste i suoi colori, le sue trame le sue delicate atmosfere. Proust si rivela in questo poeta dell’amore e della gelosia, un implacabile scandagliatore della passione amorosa anche quando è alle prese con personaggi più carichi di «destino», e non solo per la comune sorte «viziosa»: l'omosessualità può apportare «felicità» se considerata «un'abitudine» come un'altra, ma «infelicità» ove condannata come «vizio». Ciò che lascia come sbigottiti è la maniera in cui Proust riesce a comporre un campionario straordinario di sensazioni incontenibile nella memoria spaziotemporale di un solo individuo: per questo la lettura di Proust lascia una gran traccia ma non ne lascia il motivo. E come ben individua Adorno… «Se in Proust in maniera completa il commento è intrecciato con la vicenda in modo tale che la separazione fra l'uno e l'altro svanisce, ciò significa che il narratore attacca in tal modo un elemento fondamentale del rapporto col lettore: la distanza estetica». L'importanza di Marcel Proust nella letteratura contemporanea è segnatamente legata, come è noto, alla valorizzazione del «tempo perduto», al recupero cioè di quel passato lontano che, sottratto al sacrario dell'immobilità, può esprimersi e durare in noi attraverso una nuova forma di attualizzazione. È la famosa teoria delle «intermittenze del cuore», mediante la quale si manifestano nella nostra mente, per una singolare istantaneità di eventi, dei ritorni di ricordo che riemergono dal defunto passato e ci fanno cogliere immediatamente, quasi inaspettatamente, frammenti dimenticati della nostra esistenza. In Proust non è soltanto rovesciata l'idea del passato e del futuro, ma anche la coscienza del presente ne resta in qualche modo «sconvolta». Quello che conterà, alla fine dell'opera, è che finalmente egli ha trovato la «redenzione» nell'arte, che permette di carpire il senso di quelle «impressioni» precedenti che lo avevano magnetizzato ma non avevano fatto sì che egli si forgiasse la propria vocazione. E così il problema dello «stile» andava confondendosi con quello della «costruzione» dell'opera, che, via via, attraverso un metodo rigoroso, andava arricchendosi sempre più distanziandosi dall'originale piano tripartito ("Dalla parte di Swann", ovvero la borghesia, "I Guermantes", ovvero l'aristocrazia, "Il tempo ritrovato", ovvero la riconciliazione dei due "côtés" attraverso la contemplazione estetica) e, per mezzo di stesure susseguenti, redazioni nuove, montaggio di frammenti fino ad assumere proporzioni sempre più gigantesche. Ma è appunto l'idea della «costruzione» che veniva contrapposta da Proust a coloro che leggevano l'opera come un mero susseguirsi di fatti senza piano. «Certo la "Recherche" nel suo lento sviluppo aveva un'apertura di compasso sempre più larga, e la costruzione rigorosa cui aveva sacrificato tutto, era assai lunga a percepirsi. Ma non per questo la sua opera poteva essere considerata come un caos, come dicevano i suoi cattivi lettori. La ricerca della verità è lunga e sinuosa. Non si svela che lentamente, e non è la linea retta a simboleggiarla. E questa ricerca, che poteva anche passare attraverso uno scetticismo disincantato, bisognava leggerla in ragione della fine, ove la verità veniva svelata.» E difatti, pian piano, la «soluzione armoniosa» andava prendendo corpo: il superamento della realtà, lo sdoppiamento totale dell'io narratore e dell'io attore, il trionfo del ricordo trasfigurato da un'arte che si rivelava come conoscenza totale, e si identificava con una verità superiore, son tutte «conquiste» che appaiono distese in una «forma impassibile».
    G. G.

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per
Ordina per