Alla ricerca del tempo perduto

Di

Editore: Einaudi

4.6
(999)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 2340 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806195298 | Isbn-13: 9788806195298 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Elena Giolitti , Mario Bonfantini , Franco Fortini , Giorgio Caproni , Natalia Ginzburg , Paolo Serini , Nicoletta Neri ; Curatore: Mariolina Bongiovanni Bertini

Disponibile anche come: Cofanetto , Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

Ti piace Alla ricerca del tempo perduto?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
"A confronto con l'opera di Proust, quasi tutti i romanzi che si conoscono sembrano dei semplici racconti. Alla ricerca del tempo perduto è una cronaca ricavata dal ricordo: nella quale la successione empirica del tempo è sostituita dal misterioso e spesso trascurato collegarsi degli avvenimenti, che il biografo dell'anima, guardando all'indietro e dentro di sé, sente come l'unica cosa vera. Gli avvenimenti passati non hanno più potere su di lui, ed egli non finge mai che quanto da tempo è accaduto non sia ancora accaduto, e che non sia ancora deciso quanto da tempo è deciso. Perciò non c'è tensione, non c'è acme drammatico, non c'è assalto e scontro, ne susseguente soluzione e pacificazione. La cronaca della vita inferiore scorre con armonia epica, poiché è soltanto ricordo e introspezione. E la vera epica dell'anima, la verità stessa, che qui irretisce il lettore in un dolce, lungo sogno in cui egli soffre molto, ma soffrendo gode anche la libertà e la pace; è il vero pathos del decorso delle cose terrene, quel pathos che sempre scorre, che mai si esaurisce, che costantemente ci opprime e costantemente ci sostiene." (Erich Auerbach)
Ordina per
  • 0

    Quel Marcel! e adesso come farò con l'insonnia?

    Non essendo uno che si corica presto la sera, ci ho messo un bel po' di tempo a finire questo blasonatissimo romanzo: una quindicina d'anni buoni, credo.
    Lo intervallavo ad altre più pesanti e spesse ...continua

    Non essendo uno che si corica presto la sera, ci ho messo un bel po' di tempo a finire questo blasonatissimo romanzo: una quindicina d'anni buoni, credo.
    Lo intervallavo ad altre più pesanti e spesse letture, e mi centellinavo i volumi del buon Marcello un poco alla volta, tipo una frase o un paragrafo per sera, per gustarmelo parola per parola, virgola per virgola; anche perché, era l'unica soluzione possibile: le braccia di Morfeo mi accoglievano nel giro di pochi minuti, e le mirabolanti descrizioni e narrazioni della Recherche si sono rivelate un miracoloso toccasana per la mia insonnia. In particolar modo, quelle in cui per l'appunto il protagonista racconta delle sue abitudini riguardanti il sonno: contenute nel primo volume, se ben ricordo, dedicato tra l'altro a un certo Swann, che tendevo a confondere col protagonista del Fantasma del palcoscenico. Roba da matti.

    Adesso, terminato l'ultimo rigo di quest'opera monumentale che mi ha salvato dalla dipendenza dai sonniferi, come farò?
    Passerò il resto dei miei giorni a sfogliarmi col contagocce "La vita" di Benvenuto Cellini? Ricomincerò a leggere tutti gli albi di Zagor dal primo numero, speciali compresi?
    Lo sapevo che quell'estate a San Vincenzo, ancora fanciullo, non avrei dovuto sciropparmi tutta la Ab urba condita di Tito Livio.
    Peccateli di giovinezza, mi rendo conto.

    Mi rimane comunque almeno Il "Jean Santueil", ahimé troppo striminzito per i pantagruelici standard del Nostro; nonché tutti i saggi, le lettere, i sicuramente splendidi scritti giovanili.

    Forse, il mio francese preferito non mi ha lasciato poi tanto solo.

    ha scritto il 

  • 5

    Verità

    Non sono in grado, né voglio, recensire la Recherche.
    Per me quest'opera, che probabilmente solo in minima parte ho compreso ma che ugualmente reputo la cosa più bella che abbia mai letto, è il più am ...continua

    Non sono in grado, né voglio, recensire la Recherche.
    Per me quest'opera, che probabilmente solo in minima parte ho compreso ma che ugualmente reputo la cosa più bella che abbia mai letto, è il più ampio e miglior ritratto mai fatto all'umanità.
    Proust mi è sembrato un chirurgo che, con precisione scientifica, mi ha messo di volta in volta davanti ogni possibile passione umana.
    Ho la sensazione di aver letto un grande libro sulla verità, anzi, Il Libro della Verità, che spesso mi ha costretto ad interrompermi in contemplazione di quanto stavo leggendo.
    Non ho altre parole.

    ha scritto il 

  • 0

    Per me il più grande romanzo mai scritto. Ció a cui la letteratura aspira da sempre: una vita restituita al lettore nella sua interezza attraverso uno stile unico e una insuperabile finezza psicologic ...continua

    Per me il più grande romanzo mai scritto. Ció a cui la letteratura aspira da sempre: una vita restituita al lettore nella sua interezza attraverso uno stile unico e una insuperabile finezza psicologica. Il tutto mediato da una finzione che lambisce la verità dei fatti ma che permette all'autore di avere una distanza sufficiente per non farne una semplice autobiografia bensí un imprescindibile indagine sull'arte e sull'esistenza

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Un viaggio difficile, ma necessario

    Non sono nuovo a grandi viaggi letterari, anche se di tutt'altro genere ("Il signore degli anelli", "La torre nera", "Harry Potter", ecc), motivo per cui approcciarmi a questo libro mi spaventava tant ...continua

    Non sono nuovo a grandi viaggi letterari, anche se di tutt'altro genere ("Il signore degli anelli", "La torre nera", "Harry Potter", ecc), motivo per cui approcciarmi a questo libro mi spaventava tanto quanto mi incuriosiva. Ho iniziato a leggerlo in risposta all'esigenza personale di dedicare parte della mia vita di lettore a quelle opere universalmente riconosciute come classici meritevoli di attenzione, ma ero convinto che lo avrei abbandonato a breve. Ebbene, sono stato sul punto di farlo dopo le prime 40/50 pagine, poi sono entrato nell'atmosfera, nel vortice del libro (un vortice non fatto di situazioni ed eventi dinamici, ma di parole, descrizioni, dialoghi, analisi, riflessioni) e non sono più riuscito a fermarmi fino al termine. L'ho letto con un ritmo costante medio di 40 pagine al giorno.

    Ammetto di non avere competenza per esprimere un giudizio autorevole. Per un lettore medio, come me, il romanzo è ricco di aspetti positivi, di passi interessanti, di spunti di riflessione. Ho apprezzato soprattutto alcune immagini, alcune scene funzionali a trasmettere realtà sulla vita in maniera profonda, intensa, naturale: l'episodio della madeleine, il momento della comprensione della morte della nonna a Balbec, l'analisi della sonata di Vinteuil e della musica in generale, la presa di coscienza della propria vecchiaia e di quella altrui, il "fulmine" che porta alla decisione di scrivere il libro. Ho apprezzato anche i numerosi e lunghi passaggi, dal sapore teatrale, dedicati ai salotti aristocratici e alle loro conversazioni. Ho amato e divorato il romanzo nel romanzo "Un amore di Swann". Ho decisamente apprezzato, infine, i ritratti profondi del barone Charlus e di Francoise in particolare, che emergono non da descrizioni dirette, ma da un sommarsi di parole, gesti, abitudini, reazioni che attraversano tutto il libro e che sono un tratto comune dei dipinti dei personaggi che lo popolano.

    C'erano, fino all'ultimo volume, anche diversi aspetti che non avevo gradito, salvo poi comprenderne la funzione:

    - l'insistenza e la ricchezza di particolari con cui si descrivono gli incontri mondani a volte sembravano eccessive, non funzionali, anche se alcune riflessioni finali me ne hanno fatto comprendere lo scopo;
    - il rapporto del protagonista con le ragazze è spesso irritante, le donne vengono dipinte in più passi come oggetti di cui lui può servirsi a piacimento, a seconda delle necessità: che sia invenzione narrativa o trasposizione di pensieri dell'autore, la sensazione che ne deriva è comunque spiacevole, oltre al fatto che alcuni ragionamenti paiono poco comprensibili;
    - l'inattività, l'ozio, la "vita da ricco" e un po' viziato del narratore (/autore) appariva altrettanto odiosa e cozzava contro le sue pretese di dare un'interpretazione a vari aspetti della vita, ma è lui stesso a fare in parte questa autocritica alla fine e a contestualizzare il tutto nella chiave della composizione della sua vasta opera.

    In conclusione, confermo che è un libro, anzi un'esperienza, che va vissuta. Ognuno coi propri tempi, a volte mandando giù certi passi più pesanti, a volte lasciandosi trasportare, dovremmo aggiungere al nostro bagaglio culturale questo romanzo. Io me ne sento decisamente arricchito.

    ha scritto il 

  • 0

    Se c'è uno svantaggio obiettivo negli eBook, è che non ti rendi conto della mole dei libri che stai per leggere.
    Ora capisco cosa intendeva la mia bibliotecaria di fiducia, il giorno che mi disse: "Ca ...continua

    Se c'è uno svantaggio obiettivo negli eBook, è che non ti rendi conto della mole dei libri che stai per leggere.
    Ora capisco cosa intendeva la mia bibliotecaria di fiducia, il giorno che mi disse: "Cara, ma ogni tanto non ti andrebbe proprio un testo più leggero?".

    ha scritto il 

  • 5

    "La vera vita, la vita finalmente messa a nudo e chiarita, di conseguenza la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura"

    Marcellino la sapeva lunga, sapeva che la bellezza, come la letteratura, salverà il mondo; Per questo decise di dedicare tutta la sua vita alla composizione non di un romanzo, di un'opera fine a sé st ...continua

    Marcellino la sapeva lunga, sapeva che la bellezza, come la letteratura, salverà il mondo; Per questo decise di dedicare tutta la sua vita alla composizione non di un romanzo, di un'opera fine a sé stessa, ma ad un manuale utile a chiunque volesse rincorrere il Tempo, presenza inquietante che come un fabbro pialla e liscia tutto quello che incontra nel suo cammino, che siano persone, luoghi, pensieri o sentimenti.

    Ma perché rincorrere una presenza intangibile, perché andare controcorrente per afferrare parti di sé stesso che ormai son state assimilate dal nostro io e non possono più esser godute separatamente? Perché ossessionarsi a scavare dentro sé stessi, con la stessa foga di un povero matto che cerca di svuotare il mare con un cucchiaino da caffè?

    Perché ne vale la pena, e Marcel aveva ragione. Bisogna sapersi fermare e guardare indietro, saper analizzare il proprio sentiero e godersi i momenti che ci hanno scolpito e che ci influenzeranno per sempre; Bisogna ridere di quella volta che si è chiamata "Mamma" la maestra, di quella volta che ti sei sbucciato il ginocchio correndo, della prima volta in cui ti sei innamorato, del primo mal d'amore e della prima delusione. Bisogna trarre appagamento dai bei ricordi, ma bisogna soprattutto trasformare in gioia l'esperienza del dolore, perché, come lui ci insegna:

    "Le idee sono surrogati dei dolori allorché questi si tramutano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore, e anzi, in un primo momento, la trasformazione stessa sprigiona subito gioia. Surrogati solo in relazione al tempo, del resto, poiché sembra che l’elemento primitivo sia l’idea, e il dolore solo la modalità con cui certe idee entrano inizialmente in noi. Ma il gruppo delle idee è formato da numerose famiglie, e alcune si rivelano subito per gioie."

    E allora soffriamo, impariamo a vivere con la perenne insoddisfazione, con quel sentimento di oblio che ci schiaccia e ci lascia senza respiro e senza speranza, godiamo del dolore e trasformiamolo in letteratura, ma soprattutto cerchiamo di non identificare nel dolore la persona che ce l'ha imposto, non odiamola, ma ringraziamola, ricopriamola di belle parole, seguiamo i dettami di Proust:

    "Ogni persona che ci fa soffrire può essere da noi raffrontata a una divinità di cui è soltanto un riflesso frammentario e l’ultimo stadio, divinità (idea) la cui contemplazione muta subito in gioia la pena che era in noi. L’arte di vivere sta tutta nel servirci delle persone che ci fanno soffrire solo come gradino che ci consenta di accedere alla loro forma divina e di popolare cosi allegramente la nostra vita di divinità"

    "Troviamo di tutto nella nostra memoria è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani, a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso"

    Abusiamo della nostra memoria, scaviamo nel profondo, infliggiamoci dolore, andiamo in overdose di sofferenza, rendiamoci liberi dal dolore vivendolo e tramutandolo in gioia, rendiamo il mondo un posto migliore.

    E forse, veramente, la bellezza salverà il mondo.

    ha scritto il 

  • 0

    Dalla parte di Swann - dal 15/02/2016 al 2/03/2016 (***/5)
    All'ombra delle fanciulle in fiore -
    I Guermantes -
    Sodoma e Gomorra -
    La prigioniera -
    Albertine scomparsa -
    Il Tempo ritrovato - ...continua

    Dalla parte di Swann - dal 15/02/2016 al 2/03/2016 (***/5)
    All'ombra delle fanciulle in fiore -
    I Guermantes -
    Sodoma e Gomorra -
    La prigioniera -
    Albertine scomparsa -
    Il Tempo ritrovato -

    ha scritto il 

  • 5

    La Recherche e la Sagrada Familia: cattedrali a confronto.

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza il quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simil ...continua

    C’è un certo genere di lettore, nella cui cerchia mi ascrivo, che concepisce la letteratura come un nutrimento senza il quale sentirebbe il proprio organismo ribellarsi, reclamare con un pungolo simile alla fame la propria razione, reagire con quella serie di meccanismi fisiologici riconducibili ai tormenti del vizio, della dipendenza piuttosto che della necessità. La prospettiva del goloso buffet di opere letterarie accumulatesi nei secoli rende quest’appetito così ingordo che, mentre finalmente si sono posati gli occhi sull’ennesimo titolo spasimato, parte dell’immaginazione è già impegnata a pregustare il piacere che potrebbe ricavare da altri libri in fremente attesa di essere sfogliati.
    Chi ben conosce questa impellenza tentenna nel cominciare un’opera più lunga della norma – che poi quale debba essere la norma non saprei quantificarlo – (ed in questo caso parliamo di un'opera che fa della lunghezza il proprio vessillo), giacché, impavido non teme l’arditezza dell’impresa, ma vacilla dinanzi alla mole enorme di tempo che lo separerà dalle prossime letture.
    E dunque, da ingenuo, tra gli approcci sceglie il più stupido: leggere impazientemente.

    Ho dovuto terminare la prima parte e cominciare la seconda per prendere coscienza della mia imbecillità. Non soltanto perché col suo periodare arzigogolato, in cui le subordinate e gli incisi si affastellano non senza regale eleganza, che con dismisura celebra il dettaglio, di frastornante potenza lirica, tale da meritare per le eccelse qualità che riunisce il personalissimo neologismo "proustiano", non concede ad un’intelligenza media quale possiedo di poterla scorrere velocemente senza perdere lungo la strada, oltre alla pregevolezza incomparabile della prosa, il senso logico che va sbrogliato con paziente concentrazione; ma anche perché ogni frase, idea, ogni riflessione componga questo liscio tessuto di saggio e finzione romanzesca, racchiude una qualche Verità (o almeno la più autorevole illusione della verità), per numero di congiunture tanto aderenti al mio vivere quotidiano, come a quella di chiunque altro, che andrebbe imperdonabilmente sprecata, mentre questa cornucopia di delizie va riaccostata a più riprese al lume dell'intelletto, delizie da assaporare ingerire e assorbire secondo i ritmi del proprio metabolismo.

    Di lì in poi, il tempo si è sospeso.

    Per la sua struttura complessa, iperbolica, stratificata, la Recherche è stata paragonata - felice accostamento - ad una cattedrale; se invece, alla rovescia, dovessi designare un’opera architettonica che possa esserle equiparata, sceglierei la cattedrale della Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
    Giacché l’uno fa con le parole, la sintassi, la poesia ciò che l’altro fa con la pietra, il ferro battuto, la maiolica, per giungere, con le dovute trasmutazioni, a risultati estremamente simili.
    Ero a Barcellona tre settimana fa, e ho potuto finalmente ammirare le opere di questo visionario, stupefacente e unico architetto, traghettatore di sogni al di qua della materia.
    Contemplare la grottesca imponenza della Sagrada Familia, tempio-montagna che con le sue torri fusiformi pare voler fare da tramite al cielo, la morfologia selvaggia e spaventosa mutuata dalla Natura stessa e scolpita nella Facciata della Natività in animato brulichio volatile, dove escrescenze vegetali, mitiche bestie e umane sembianze armonizzano in folle rapsodia, dove la pietra, sovvertendo le leggi della fissità, pare ribollire di incontenibile vita primordiale. Osservare coi propri occhi ciò che è concesso ammirare solo in sogno, come la foresta di bianche colonne della navata incendiata di una inebriante tavolozza di mutevoli colori, allorché l’inclinazione studiata dei raggi solari colpisce le policromate vetrate; ammirare questo come altri meravigliosi capolavori dell’architetto (il tetto sinuoso dalle iridescenze squamate, con la sua torretta bulbosa, di Casa Battlò) colma lo spettatore di una tale stupefazione da trascendere l’arte stessa per tradursi in un sentimento religioso di rispetto e venerazione, perché l’inesauribile sublimità dell’ispirazione e di Gaudì, e di Proust, tale è la loro portata, sembra potersi originare soltanto da una fonte divina della cui essenza travasata le loro opere sono imbevute.

    È probabile che le ultime parole appaiano come sintomo d’una forma inveterata di idolatria (e pensare che sono ateo) ma non saprei spiegare altrimenti le mie sensazioni:
    della sacralità dei testi mistici veste la Recherche, giacché Proust, col solo ausilio della parola, immolando scientemente l’intera propria esperienza in tutta la sua inafferrabile mutabilità, col l’autorevolezza di un sacerdote concilia inesplorati strati dell’esistenza, facendoci partecipi della visione di una regione transumana la cui materia trascolora tramite il filtro di un linguaggio esoterico, non ingenuo mezzo di descrizione ma strumento, baculo teso verso una vera e propria “evocazione”.

    Nella sua spiraliforme complessità eclissa la propria natura artificiale trapassando l’animo con spontaneità fenomenica, come musica pura. È luce benevola che divampa in architettura. È bianca catarsi che rattrappisce in vuota catatonia. È accostarsi da coppa vuota alla caraffa piena.

    Scomposizione della materia del vivere in elementi più semplici, le particelle in molecole, le molecole in atomi, gli atomi in adroni, senza che mai nulla venga grossolanamente distrutto come conseguirebbe dallo sprigionamento dell’energia bruta indispensabile ai fenomeni di separazione della materia. Perché se l’occhio è quello dello scienziato la mano, questa finissima e garbata mano, appartiene all’artista.
    La metafora impugnata a mo’ di cesello scolpisce l'impalpabile, emozioni, sensazioni, impressioni, tutto ciò che sfugge alla ragione ma domina il cuore pur senza una forma che appaghi l’immaginazione.
    Soprattutto l’amore-gelosia (non un binomio ma un’unica energia propulsiva alimentata da se stessa) che reclama nel suo doloroso decorso il tirannico dominio della nostra immaginazione e dei nostri sensi, viene svuotato della sua carica emotiva, disarmato, neutralizzato per trarre dal particolare leggi universali, scudi con cui proteggersi, come dallo stesso microbo che minaccia e fiacca il corpo viene ricavato il vaccino atto a sconfiggerlo.

    È un discernimento così assoluto da porre su un unico piano, con la stessa caratura, frivolezze quotidiane ed elevazioni dell’intelletto. Ovvero, tutto ha un senso e nulla importa. Persino l’amata letteratura…

    Ed ecco che, infine, l’immaginazione spinta dalla curiosità corre e vuol cogliere questo genio morboso in un momento d’intimità sfuggito persino alle voraci pagine della Recherche. Cosa deve essere, mentre i giocattoli ancora ingombrano il pavimento, sentirsi strappare via il respiro da un male lento e alacre? Cosa deve essere crescere con la morte come compagna, col suo pesante respiro ritmico e secco come il ticchettio di un orologio?, mentre gli attimi si dilatano del freddo sudore della paura che li impregna? Cosa deve essere sapersi irrimediabilmente fragile?
    L’illuminazione giunge in una delle sue innumerevoli notti insonni, quando l’oscurità e la letargica calma cittadina ottundono i sensi, la disperazione dispare, e astraendoci da noi stessi pare possibile giungere al fondo delle cose. La letteratura come rivolta contro il logorio del Tempo, la letteratura che travalica se stessa per votarsi ad un'impresa epica, la letteratura brandita come punta di spada. La letteratura come incorruttibile cristallo d'ambra entro cui preservare e perpetuare l'esistenza, gli affetti e tutte le figure che, di passaggio o per lunghe soste, con tutti i loro struggenti dettagli, vi si sono accostate costituendone il corredo essenziale. Eppure fatalmente pervaso dalla consapevolezza che tutto si risolverà in polvere, che per quanto animati, rabbiosi, disperati siano gli sforzi, quelli che oggi leggono Proust trionfando della sua vittoria, e i venturi lettori, prorogano soltanto l’inevitabile, la consunzione della memoria collettiva fino alla completa e irreversibile cancellazione.

    Quand’è che ho capito che ciò che stavo leggendo, a prescindere dalle sentenze dei dotti cervelli, era non soltanto un capolavoro, ma probabilmente la più straordinaria esperienza letteraria che abbia avuto la fortuna di vivere? Tra lo sterno e i visceri, dove in una concezione romantica risiederebbe lo spirito, ho percepito qualcosa dilatarsi, espandersi ad ondate, incontrare delle resistenze e vincerle; gli argini delle mie prospettive sono stati abbattuti, o meglio dislocati per essere sospinti più in là verso nuovi orizzonti, verso distese che danno il capogiro.
    Come lo stesso Proust auspica nell’ultimo volume, i solipsismi cedono, il romanzo si fa specchio del lettore.

    La Recherche è conclusa, trabocco di commozione e infinita gratitudine. Tre mesi e tre settimane (il tempo impiegato per leggerlo) sono un lungo periodo, c’è il tempo perché si formi un profondo legame di amicizia, un'amicizia a cui rinuncio (se di rinuncia o fine si può parlare) col cuore oppresso, e Proust è stato il più generoso tra gli amici, da cui ho appreso, tra le cose più preziose, una gaudente pazienza.

    Ci sono diversi buoni libri in attesa sullo scaffale, ma non so decidermi a cominciarne nessuno.

    Il mio appetito è placato.

    ha scritto il 

  • 5

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli s ...continua

    Struggente ed esasperante. Come la vita stessa. La prima bocciatura di Fasquelle:
    « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto (in totale sono oltre 3000) - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d'impazienza per l'impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. »

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per
Ordina per