"Ho avuto l'Aids per tre mesi." Con queste parole, il protagonista e io narrante del romanzo di Hervé Guibert inizia il racconto di un'esperienza sconvolgente, estrema. La Parigi in cui vive, a questo punto, è ridotta a una mappa desolata su cui bandierine scolorite segnalano, ormai, le coordinate iContinue
"Ho avuto l'Aids per tre mesi." Con queste parole, il protagonista e io narrante del romanzo di Hervé Guibert inizia il racconto di un'esperienza sconvolgente, estrema. La Parigi in cui vive, a questo punto, è ridotta a una mappa desolata su cui bandierine scolorite segnalano, ormai, le coordinate impassibili di ospedali e laboratori, e tutto il resto sembra scomparso; il tempo della vita non è più scandito dall'eterno ruotare del sole e dalle incombenze affannose di giorni normali, ma dai calcoli macchinosi circa il periodo dell'incubazione, dagli appuntamenti con tale dottore, dalla data di tale analisi, e dalla data prevista del suo risultato, e poi ancora, dal giorno in cui si è confidato il segreto a tale amico, amico che, in quanto amante, può vedere nella rivelazione la sua stessa condanna. Tutto il mondo, insomma, è invaso e stravolto da una realtà minacciosa, presente e nascosta. In questo universo dai tratti dilatati, deformi, ma dotato di una logica trasparente e impeccabile, si svolge il romanzo, che ha suscitato in Francia al suo apparire un enorme scalpore. Con queste pagine Guibert ha dato forma letteraria al tema, scottante e dolorosamente urgente, che ha segnato questi nostri anni. Il pubblico francese è rimasto tanto più scosso in quanto nel personaggio dell'intellettuale Muzil (uno dei più compiuti e riusciti, per la vetità psicologica ed efficacia di rappresentazione) è adombrato il filosofo Michel Foucault, sulla cui morte questo romanzo ha gettato una luce cruda. La lingua di Guibert (laboriosamente tornita, ossessivamente ritmata dai nomi delle malattie e delle medicine, intenta a mostraci, con una lente di ingrandimento, le parti del corpo e i sintomi inquietanti che su di esso si manifestano) si piega fino a modellarsi come una veste aderente sulla materia narrata; di più, fino a farsi essa stessa non solo strumento, ma essenza dell'angoscia. Quel periodare lungo e strozzato, esasperato e provocante, quei pensieri interminabili in cui la mente sembra perdersi come in un labirinto... e invece no. La mente resta lucida, e i pensieri si compiono; i periodi - per quanto interrotti da snervanti incisi - si concludono alla perfezione. E' questa lucidità che permette di rivisitare il proprio passato e il proprio presente, e di guardare al proprio futuro - forse breve - con una ferma coscienza di sé. In questo stato estremo dell'anima, allora, ogni cosa rivela il suo esatto valore: l'amicizia, la conoscenza, la scrittura. E a Roma, all'ospedale Spallanzani, negli occhi stravolti dei malati di Aids il protagonista riesce a scorgere anche una luce timida di tenerezza e speranza.