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Altezza reale

Di

Editore: Dall'Oglio (I corvi, 71)

3.7
(208)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 309 | Formato: Paperback

Data di pubblicazione: 

Traduttore: I. Douglas-Scott

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Da Wikipedia.
Il romanzo è ambientato nell'immaginario Granducato di Grimmburg e racconta la storia della famiglia granducale ed in particolare del secondogenito del Granduca, Klaus Heinrich, a cui spetta il compito di arrestare la crisi, sposando Imma, la figlia di un miliardario americano. Mann descrisse Altezza Reale come una "fiaba razionale" oppure come una "commedia in forma di romanzo". Questa opera, come tutte le principali di Thomas Mann, è pervasa dalla descrizione della peculiare decadenza, creatrice di nuovi valori e di nuovi sistemi politico-sociali che ha caratterizzato il mondo occidentale di fine Ottocento. Questa decadenza ambivalente, da un lato minerà gli usi e i costumi tradizionali non solo della aristocrazia ma anche della borghesia, dall'altro consentirà il rifiorire di arti, letteratura e ideologie atte a migliorare la vita dell'uomo. Mann non intende fare proclami né tantomeno inviare messaggi a governanti ed agli innovatori, si rivolge piuttosto all'uomo.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    L'antitesi ai Buddenbrook: una "quasi fiaba" che nega l'irreversibilità della crisi

    Thomas Mann pubblica Altezza reale nel 1909, otto anni dopo I Buddenbrook: tra il grande romanzo dell'esordio e questa fiaba, come la definiscono molti critici, Mann pubblica soloracconti, tra i quali ...continua

    Thomas Mann pubblica Altezza reale nel 1909, otto anni dopo I Buddenbrook: tra il grande romanzo dell'esordio e questa fiaba, come la definiscono molti critici, Mann pubblica soloracconti, tra i quali due grandi racconti: Tristano e Tonio Kröger. La distanza temporale e di produzione letteraria tra i due romanzi non è quindi molta, eppure mi pare di poter dire che poche volte si può notare in un autore una differenza così netta d'impostazione e di tematica come quella che corre tra il romanzo che narra le vicende dei mercanti di Lubecca e questa opera, storia di un principe ambientata in uno dei tanti staterelli in cui la Germania era suddivisa sino alla fine della prima guerra mondiale.
    Nella parabola drammaticamente declinante della famiglia Buddenbrook è stato sin troppo facile scorgere, da parte dei critici che non si sono accontentati di analizzare la storia in sé e il suo stile, la coscienza e l'esplicitazione della irreversibile crisi dei valori su cui si era fondata l'espansione economica e politica della borghesia nel XIX secolo, tanto che I Buddenbrook è stato spesso definito, anche per la data della sua comparsa, il romanzo che inaugura il novecento letterario (io ritengo invece che I Buddenbrook abbiano avuto parecchi antesignani in qualche modo novecenteschi tra le opere di autori a cavallo dei due secoli, soprattutto in ambito anglosassone). Perché Altezza reale si pone in modo così dialettico rispetto a I Buddenbrook e, anche se probabilmente in misura meno eclatante, anche con la sua produzione successiva (si pensi in particolare a La morte a Venezia e a La montagna incantata, che costituiranno le successive più importanti prove narrative di Mann)? Perché Mann sente il bisogno dopo la grande prova di realismo del primo romanzo, di rifugiarsi in una dimensione come detto quasi fiabesca? Per cominciare a capirlo (o meglio per cominciare a illustrare come io cerco di rispondere a questa domanda) partiamo dalla trama.
    Klaus Heinrich è il secondogenito della casata dei Grimmburg: suo padre è il Granduca, sovrano del piccolo stato tedesco, e suo fratello Albrecht è l'erede al trono. Il paese è vicino al disastro economico La vecchia economia feudale, basata sull'agricoltura, sulle miniere e sui boschi, non regge più; le comunicazioni sono arretrate, e non c'è turismo; il debito pubblico sta diventando insostenibile (ma guarda...). Mann spende un intero capitolo a descriverci minuziosamente le cause e gli effetti della crisi economica che attanaglia il paese da decenni, e che è simboleggiata dalla decadenza dei castelli e delle tenute granducali. Seguiamo Klaus Heinrich dalla nascita, giorno in cui ci si rende conto che ha il braccio sinistro rattrappito, agli studi giovanili, durante i quali ha come maestro, anche di vita, il dottor Überbein, figura complessa sulla quale torneremo.
    Morto il granduca padre, gli succede Albrecht, che però è malaticcio e a causa del carattere chiuso rifugge il contatto con il popolo: egli delega quindi al fratello, di carattere più aperto ed amato dai sudditi, la maggior parte degli impegni ufficiali e di governo, riservandosi un ruolo solo formale.
    Un grande magnate americano ormai anziano, Samuel Spoelmann, di origini tedesche, giunge un giorno nella piccola capitale dello stato per curarsi con le sue acque termali, e si trova tanto bene da acquistare uno dei cadenti palazzi granducali, rimodernarlo e ritirarvisi con la giovane figlia Imma e una sedicente contessa, dama di compagnia di quest'ultima. La giovane, da buona americana, è molto vivace ed anticonformista, aliena ai formalismi dell'aristocrazia del paese, incarnati da Klaus Heinrich. Egli tuttavia la nota e decide di farle la corte, restando però soggiogato dalla sua personalità, che vede in lui una persona che si cura solo delle apparenze e dalla vita condizionata dal ruolo che riveste. Mentre il rapporto tra i due si approfondisce tra alti e bassi dati dalla diversità di carattere e cultura, il possibile matrimonio viene visto dal governo come una grande opportunità per salvare il paese, ed in un importante (anzi centrale) colloquio il ministro degli interni illustra a Klaus Heinrich le reali condizioni economiche del paese, esortandolo a considerare, oltre che il suo interesse personale, anche quello generale che rappresenta. Da quel momento Klaus Heinrich studia economia, e attraverso questa nuova concretezza conquista Imma. Si sposano, il vecchio genitore di lei acquista, come promesso, i titoli del debito pubblico e lo stato può riprendere a prosperare tra il giubilo del popolo per i due giovani sposi.
    Dunque apparentemente davvero una bella fiaba. Siamo però di fronte a Thomas Mann, e forse è necessario qualche approfondimento.
    In senso generale ritengo di poter affermare che Altezza reale è una sorta di autorisposta manniana a I Buddenbrook. E' come se Mann (non dimentichiamoci, grande borghese) avesse avuto paura di una interpretazione radicale della tesi esposta nel primo romanzo, quella del disfacimento dei valori borghesi ottocenteschi, e tentasse con questo romanzo una sorta di riparazione, di spiegazione più articolata della sua posizione. Sembra dirci: ”E' vero, io vi ho detto che le antiche virtù etiche che accompagnavano il commercio e l'accumulazione si stanno perdendo, ma è solo attraverso il recupero della freschezza e della vitalità di questi originari valori in un'ottica moderna che la nostra vecchia Germania si salverà, che avremo un futuro.” I due romanzi possono così essere letti quasi all'interno di una logica dialettica di tipo Hegeliano, rappresentando uno la tesi e l'altro l'antitesi che portano ad una sintesi, a mio avviso rappresentata dalla discesa finale di Hans Castrp dalla Montanga incantata, tutta giocata all'interno di una visione comunque organicamente borghese, cui l'autore fu fedele per tutta la vita e che si ritrova in tutta la sua opera.
    Nel romanzo, scritto con una leggerezza che spesso sconfina nell'ironia, anche se sono evidenti, pur nell'ambientazione come detto quasi fiabesca, richiami alla Germania reale in cui viveva Mann, a partire dall'esplicito riferimento a Guglielmo II rappresentato dal braccio rattrappito di Klaus Heinrich, manca tuttavia a mio parere una reale coscienza critica del disegno egemonico e militarista che l'impero tedesco stava perseguendo, e che avrebbe inevitabilmente in pochi anni portato alla catastrofe della prima guerra mondiale: questa è forse la più grave pecca del libro e questa è la più grave accusa che si può rivolgere a Mann: un intellettuale delle sue capacità analitiche non avrebbe dovuto non accorgersi di ciò che si andava preparando, ed anzi suggerire, come fa in Altezza reale, un matrimonio altamente simbolico tra l'autoritarismo prussiano (visto con gli occhi di una satira tutto sommato benevola che si limita a prendere in giro l'eccessivo formalismo dei suoi rappresentanti) e gli spiriti animali del capitalismo.
    Ancora poche parole su alcuni dei personaggi minori della storia, che iniziano a giocare quei ruoli paradigmatici che Mann svilupperà appieno ne La montagna incantata. Su tutti emerge la figura del dottor Überbein, il maestro degli anni giovanili, che – con la sua vita difficile, da bastardo, ed i suoi tratti fisici quasi ripugnanti – rappresenta la coscienza arretrata della Germania feudale, nella quale il potere era sublimato in una distanza quasi mistica tra regnante e popolo, ed era proprio l'inaccessibilità del primo a costituire la sua legittimazione nei confronti del secondo, come emerge chiaramente dai più significativi colloqui tra l'insegnate e il regale allievo. Significativamente, Überbein si suicida il giorno del fidanzamento ufficiale di Klaus Heinrich con Imma, il giorno in cui la distanza tra aristocrazia e capitale viene annullata.
    Un altro personaggio che compare solo in poche pagine è il poeta Axel Martini: il suo colloquio con Klaus Heinrich è una piccola summa del pensiero manniano circa il ruolo dell'intellettuale nella società.
    Altri personaggi andrebbero citati, da quello di Spoelmann ai parenti di Klaus Heinrich, ma credo che la loro scoperta vada lasciata al piacere della lettura.
    Dietro la forma di una fiaba tedesca e una scrittura leggera si cela insomma in Altezza reale un romanzo complesso, come deve essere in uno scrittore quale è Thomas Mann, un romanzo in cui emergono a mio avviso tutte le contraddizioni di questo grandissimo scrittore, che segna di sé la cultura europea della prima metà del novecento, ma che non è esente da colpe (sia pure indirette) rispetto all'andamento che ha avuto, e che forse si è accorto troppo tardi di aver guardato con troppa indulgenza ai piccoli mostri che più tardi, cresciuti, avrebbero cercato di divorarlo.

    ha scritto il 

  • 4

    Altezza Reale è un’opera perfetta, come stile, scrittura, trama, messaggio che lascia trasparire. E’ una fiaba in realtà, con tanto di lieto fine che ha fatto storcere il naso a tanti critici di Man ...continua

    Altezza Reale è un’opera perfetta, come stile, scrittura, trama, messaggio che lascia trasparire. E’ una fiaba in realtà, con tanto di lieto fine che ha fatto storcere il naso a tanti critici di Mann. C’è il principe, ci sono i castelli, i balli di corte e la “principessa”; c’è una atmosfera un po’ trasognata ma anche malinconica ma le descrizioni sono molto realistiche ,penetranti e ironiche, perché volte a sottolineare la decadenza e il vuoto di una classe sociale , di un titolo così prestigioso. Il principe non gode di tutto quello che la sua condizione gli potrebbe garantire, perché egli è un “simbolo”, è l’idealizzazione che il popolo vuole del suo rappresentante: e lui si rassegna a questo vuoto ufficio : sorrisi, eleganza, esteriorità. Il principe dunque soffre di solitudine, come la può soffrire l’artista o colui che non si rassegna a farsi omologare. Infatti il principe ha anche un’anima, dei sentimenti e quando se ne accorge, allora la realtà cambia. C’è anche molto dell’autobiografia in questa opera, perché nella giovane Imma si può ben riconoscere Katia Pringsheim, la futura signora Mann.

    ha scritto il 

  • 4

    Per legge e per tradizione i figli della coppia regnante devono nascere nella fortezza di Grimmburg. Ai primi di giugno, esattamente il giorno dopo Pentecoste, sessantadue colpi di cannone annunciano ...continua

    Per legge e per tradizione i figli della coppia regnante devono nascere nella fortezza di Grimmburg. Ai primi di giugno, esattamente il giorno dopo Pentecoste, sessantadue colpi di cannone annunciano un lieto evento: la granduchessa Dorothea ha dato alla luce, per la seconda volta, un principe. Il padre del piccolo, avvisato telegraficamente, si precipita alla fortezza per ammirare il nuovo nato. Pare sano - soprattutto rispetto al primogenito da sempre di salute cagionevole - tranne che per quella piccola mano rattrappita. I medici chiamati ad esaminarlo affermano trattarsi di un’atrofia incurabile. Ma dopo la prima reazione si comprende come ci si debba abituare a quella malformazione e, d’altronde, una zingara profetizzò la salvezza del regno ad opera di un sovrano con una mano sola…
    Come ne I Buddenbrook anche in questa opera del 1909 Mann affronta il tema della decadenza, questa volta della dinastia di un piccolo regno, scandita dal ritmo lento delle vicende nelle quali muove i suoi passi (con la mano atrofica rigorosamente celata agli sguardi altrui) Klaus Heinrich, secondogenito ma destinato a svolgere le funzioni del fratello, il granduca, sempre afflitto da problemi di salute. Il regno è sommerso dai debiti, le manovre economiche si son rivelate insoddisfacenti e le sale di rappresentanza magistralmente simboleggiano, con le loro tende scolorite e divorate dalle tarme, un crescente degrado che comunque non impedisce lo svolgersi delle cerimonie di rito, “perché cosi dev’essere”. Klaus è amabile nella sua ingenuità, nella sua voglia di scoprire il mondo pur soffocato dall’isolamento e i suoi sforzi volti a mescolarsi col mondo esterno risultano vani e fagocitati da ciò che rappresenta: non può essere diverso da ciò che deve essere. Più che un essere umano è un simbolo. E quando si lascia andare spogliandosi dei suoi panni non gli è consentito muoversi liberamente perché tutti “pur senza indovinarla” sentono la sovranità. E se la prima parte del romanzo lascia presagire una decadenza tout court, ci si dovrà ricredere nell’ultima dove Mann ha dato un cambio di rotta al racconto regalandoci il dolce sapore di una favola.

    ha scritto il 

  • 4

    Apparentemente testo su una lunghezza d'onda diversa dal Mann più noto, è tuttavia una storia costruita con il solito scrupolo, e a suo modo pungente (tutti i problemi finanziari che la percorrono e l ...continua

    Apparentemente testo su una lunghezza d'onda diversa dal Mann più noto, è tuttavia una storia costruita con il solito scrupolo, e a suo modo pungente (tutti i problemi finanziari che la percorrono e la determinano...), in cui l'autore sembra divertirsi a combinare in un pastiche la regalità quasi da operetta (ma il mondo germanico fino alla prima Guerra mondiale ospitava una teoria di teste blasonate: non a caso vi si stampava l'Almanacco di Gotha!) con i problemi economici e di "apertura" sociale.

    ha scritto il 

  • 3

    E' PUR SEMPRE MANN, MA DUE P...

    Lo stile è quello, la penna inconfondibile, quindi tanto rispetto. Ma dire che la prima parte del libro è noiosa è farle un complimento enorme. Ma forse è voluto, visto che si descrive la vita di una ...continua

    Lo stile è quello, la penna inconfondibile, quindi tanto rispetto. Ma dire che la prima parte del libro è noiosa è farle un complimento enorme. Ma forse è voluto, visto che si descrive la vita di una corte reale tedesca stantia e incapace di adattarsi ai nuovi tempo e di reagire alle sfide del nuovo che avanza.
    Il corteggiamento tra il principe e la bella e misteriosa ereditiera, invece, è bellissimo, pagine davvero graziose. Qui il libro prende ritmo. Bello anche il contrasto tra il ricco americano e il suo modo di fare e le regole rigide e antiche della corte reale. Due mondi a confronto, quello vecchio del XIX secolo e quello nuovo del XX secolo, tema molto caro a Mass.
    Il finale con tanto di pompa e descrizioni auliche e altisonante non mi ha convinto.
    In generale, comunque, per essere un romanzo di Mann mi è parso sinceramente deboluccio. Si intravedono alcuni temi potenzialmente interessanti, ma complessivamente non vengono trattati a dovere e non si capisce bene dove voglia andare a parare l'autore.
    Consigliabile solo ai veri appassionati di Mann come il sottoscritto. Gli altri possono trovare romanzi decisamente migliori del grande scrittore tedesco.

    ha scritto il 

  • 4

    Non ho trovato chi condivida la mia opinione, ma insisto: “Altezza reale” non è una favola. Le atmosfere vagamente fiabesche si dissolvono presto e rivelano, fin dalle prime pagine, che c’è del marcio ...continua

    Non ho trovato chi condivida la mia opinione, ma insisto: “Altezza reale” non è una favola. Le atmosfere vagamente fiabesche si dissolvono presto e rivelano, fin dalle prime pagine, che c’è del marcio. Il granduca nasce con un braccio rattrappito e deforme. Segue la malinconica infanzia, nello squallore dei palazzi reali, fatiscenti e disabitati. La decadenza del regno, sempre più irrimediabile, per corruzione, ignoranza, inedia. Il padre svanito, la madre fatua, il fratello altezzoso e malato, tutti si avviano verso una brutta fine, uno dopo l’altro. Le dorature si scrostano, i rosai puzzano di muffa. Il precettore, che sembrava essere l’unico amico del granduca, si rivela ambizioso fino al fanatismo e fa una fine ancora più brutta degli altri. Arida, solitaria e sinistra è l’esistenza del granduca e così anche quella di Imma, la figlia del miliardario: rinchiusa tra la dama di compagnia pazza e il cane ugualmente pazzo, i volumi di algebra, la noia della beneficenza e l’odio delle folle che vedono in lei la nipote di un gangster. E infine, e soprattutto, ripugna la storia d’amore tra i due protagonisti, che tiene conto sempre e soprattutto dei soldi di lei, al ritmo del gioioso ritornello “per il bene del regno e di tutti”. Non credo alla felicità che si promettono l’un l’altro i due sposi, nelle ultime righe, affacciandosi al balcone reale a salutare la folla; non credo a questo lieto fine appiccicato a una storia tetra, un lieto fine ambiguo che non convince e che suona forse addirittura beffardo: la vita non è una favola, no davvero.

    ha scritto il 

  • 4

    Thomas Mann è una garanzia, e "Altezza Reale" non delude. Ambientato in un inventato ma verosimile granducato tedesco nei primi anni del '900, racconta la storia del principe Cola Enrico, dalla nascit ...continua

    Thomas Mann è una garanzia, e "Altezza Reale" non delude. Ambientato in un inventato ma verosimile granducato tedesco nei primi anni del '900, racconta la storia del principe Cola Enrico, dalla nascita al matrimonio.
    Legata alla sua troviamo però anche la storia della sua famiglia, del popolo, del granducato e della sua decadente economia, che verrà risanata grazie all'arrivo di un milionario tedesco emigrato in America e di sua figlia, l'enigmatica Imma.
    Molti temi di questo libro si trovano anche negli altri di Mann (la malattia, l'inadeguatezza, la decadenza...) ma qui assumono un tono più mite, come dev'essere in una favola per adulti.

    ha scritto il 

  • 4

    Una stella in meno della media di Thomas Mann, solo perché c'è meno impegno intellettuale del solito.

    Sembrerebbe assurdo dare una stella in meno perché il libro è divertente. Ma Mann mi ha abituato a libri impegnativi, solidi, eterni. Questo rispetto agli altri si può addirittura definire frivolo. Un ...continua

    Sembrerebbe assurdo dare una stella in meno perché il libro è divertente. Ma Mann mi ha abituato a libri impegnativi, solidi, eterni. Questo rispetto agli altri si può addirittura definire frivolo. Una storia di reali e nobili della mittle-europa ottocentesca.

    ha scritto il