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American Psycho

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Publisher: Editions du Seuil

3.9
(4671)

Language:English | Number of Pages: | Format: Others | In other languages: (other languages) French , Spanish , German , Italian , Swedish , Finnish , Dutch , Catalan , Hungarian , Polish , Czech , Portuguese

Isbn-10: 2020190982 | Isbn-13: 9782020190985 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Audio CD , Hardcover , Mass Market Paperback , eBook

Category: Crime , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
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  • 3

    Mi è piaciuto? no. O forse sì, a qualche livello.
    Tant'è che, dopo le prime 50-60 stentatissime pagine, ho iniziato a macinarlo, neanche la lettura fosse un lavoro, allo scopo di arrivare alla fine il prima possibile ed uscirne.
    Ma può proprio essere definito brutto un libro che suscita profonde ...continue

    Mi è piaciuto? no. O forse sì, a qualche livello. Tant'è che, dopo le prime 50-60 stentatissime pagine, ho iniziato a macinarlo, neanche la lettura fosse un lavoro, allo scopo di arrivare alla fine il prima possibile ed uscirne. Ma può proprio essere definito brutto un libro che suscita profonde sensazioni, fossero anche un profondissimo fastidio, e una profondissima noia, alternate?

    said on 

  • 3

    Fastidioso, antipatico, inutile, truce, splatter, improbabile, surreale e irritante.
    Nonostante tutto però merita di essere letto.


    Non per una ragione precisa ma perché ad ogni modo, una volta chiuso, lascia degli spunti di riflessione.
    Se avrete il coraggio (nel vero senso della parola) ...continue

    Fastidioso, antipatico, inutile, truce, splatter, improbabile, surreale e irritante. Nonostante tutto però merita di essere letto.

    Non per una ragione precisa ma perché ad ogni modo, una volta chiuso, lascia degli spunti di riflessione. Se avrete il coraggio (nel vero senso della parola) di finirlo e sorbirvi tutte le 500 e rotte pagine, non lo dimenticherete così tanto presto.

    said on 

  • 5

    Un sanguinario yuppie.

    Che cosa vi viene in mente alla parola "Yuppies"? Si, è vero, anche il film anni 90 con Jerry Calà, Ezio Greggio e compagnia cantante, ma qui siamo negli anni 80 e a New York, periodo e patria degli yuppies originali. Il protagonista del nostro romanzo è Patrick Bateman, prototipo dello yuppie pe ...continue

    Che cosa vi viene in mente alla parola "Yuppies"? Si, è vero, anche il film anni 90 con Jerry Calà, Ezio Greggio e compagnia cantante, ma qui siamo negli anni 80 e a New York, periodo e patria degli yuppies originali. Il protagonista del nostro romanzo è Patrick Bateman, prototipo dello yuppie per eccellenza: giovane, ricco, bello, viziato, rampollo di una delle famiglie più ricche di New York e che lavora appunto nella società finanziaria di famiglia. Pat da vero yuppie passa le sue giornate frequentando locali alla moda e super costosi, acquistando abiti firmati, andando in palestra per mantenere il suo corpo al top, usando creme e cosmetici per levigare e rendere lucente la sua pelle, e criticando aspramente tutti quelli che non fanno la sua vita (in realtà critica anche chi è al suo livello economico, d'altra parte deve primeggiare). Sono gli anni 80, l'America è ricca e il benessere va mostrato, ostentare non è peccato, anzi, è quasi un dovere, apparire è il nuovo essere. Sei quello che mostri. E Pat così fa, si circonda di belle donne, macchine di lusso, e locali alla moda. C'è solo una cosa che non va: Patrick è anche un serial killer. Si, avete capito bene, Pat è pervaso da un istinto omicida che quotidianamente lo porta non solo a desiderare di uccidere, ma a farlo proprio in maniera pratica, inizialmente con persone sul gradino più basso della scala sociale, come barboni o prostitute, in seguito anche con suoi colleghi o ragazze che aveva conosciuto in un locale la sera prima. Ellis in questo romanzo è bravissimo a mischiare ironia a scene macabre (a tratti veramente forti e forse eccessive...), rendendo al massimo l'indifferenza del protagonista verso le vite altrui, Pat infatti da molta più importanza all'abito firmato Gucci che si sporca di sangue piuttosto che al passante gay accoltellato a morte, d'altra parte quella vita serve al suo divertimento e a nient'altro. Ho visto anche il film omonimo con Christian Bale (molto più censurato) ma credo che lì venga dato troppo risalto allo sfarzo e all'ironia, si perde invece il messaggio che Ellis vuole dare e cioè l'eccesso di materialità e il completo disinteresse per i sentimenti umani, fino a considerare la vita e la morte come un puro divertimento, lo dice anche nelle ultime pagine il protagonista quando in un lungo monologo nichilista dopo aver affermato che l'amore è dispiacere, la giustizia non esiste e cose simili finisce dicendo "quello che conta è la superficie, solo la superficie". Anche lo stile è impeccabile, chiaro, scorrevole, brillanti le continue descrizioni di abiti, scarpe, borse e outfit in generale di ogni singolo personaggio proprio a dare importanza al valore di ogni pezzo, come se ogni uomo fosse il totale di quello che indossa, e dall'altra parte, anche le scene cruente sono raccontate nei piccoli particolari, organi strappati a morsi, tagli, asportazioni, torture, tutto per semplice passatempo. Veramente un ottimo romanzo, scritto bene, divertente, originale e dal profondo significato, abbiamo superato gli anni 80, gli Yuppies non esistono più (forse?) ma probabilmente il materialismo è ancora parte integrante della nostra società.

    said on 

  • 2

    Mito da sfatare

    Dovrebbe essere un brillante uomo d’affari di Wall Street Patrick Bateman, broker di quelli cazzuti à la Gordon Gekko che sul finire degli anni ottanta spopolavano nell’immaginario comune come emblemi del vero successo. Dovrebbe, perché a dirla tutta non capiterà mai di vederlo sudare le proverbi ...continue

    Dovrebbe essere un brillante uomo d’affari di Wall Street Patrick Bateman, broker di quelli cazzuti à la Gordon Gekko che sul finire degli anni ottanta spopolavano nell’immaginario comune come emblemi del vero successo. Dovrebbe, perché a dirla tutta non capiterà mai di vederlo sudare le proverbiali sette camicie per mettere assieme quella stessa fortuna che si mostra invece assai prodigo a dissipare, puntualmente, nei templi del lusso newyorkese come nei locali di maggior grido. Ha una fidanzata avvenente ma interscambiabile a piacimento con infinite altre, ombre degli yuppies più rampanti ma non certo luminari al femminile in lizza per un premio nobel. Agli occhi di lei si presenta come “il ragazzo della porta accanto”, ma non impieghiamo molto a renderci conto che dietro il velo di apparenze, dietro il suo ruolo oracolare in fatto di abbinamenti e bon ton, il Bateman privato è un Edward Hyde perverso ed efferato. Ce lo racconta lui stesso, sciogliendo la briglia a una collezione di monologhi interiori raccapriccianti, per adesione ai cliché della mente dissennata e crudele oltre ogni limite. Vorrebbe scoprire come abbia fatto il borioso Paul Owen a assicurarsi la mecca del “Portafoglio Fisher”, e non esiterà ad ammazzarlo alla prima occasione utile. Nutrirà impulsi simili verso numerosi altri colleghi, figurine accomunate dalla loro natura insopportabile e iperstandardizzata, oltreché dal fatto di chiamarsi vicendevolmente con nomi inesatti, con una sufficienza che rasenta il patologico. A pagare i sempre più frequenti deragliamenti di una coscienza minata da troppi guasti saranno però, più che altro, vacue accompagnatrici da quattro soldi e gli immancabili homeless, la tappezzeria umana che nel Lower East Side va sempre per la maggiore. I tentativi quasi disperati con cui Bateman proverà a farsi acciuffare, colpendo nel mucchio con sempre meno cautele e rendendo pure caricature i precetti del proverbiale “delitto perfetto”, non sortiranno altri effetti che un inseguimento buono al più per un noir alla Michael Mann, mentre anche la sua patetica confessione su segreteria telefonica verrà accolta come la semplice carnevalata di un drogato di lavoro un tantino esaurito. E allora, forse, andrà a finire che il famigerato serial killer potrà ambire al ruolo di eroe in una società marcia, ottusa e depravata, impossibile da emendare se non con il sangue.

    Deliri di onnipotenza, ridicole ossessioni, misoginia galoppante e tetra satira sociale (a voler proprio nobilitare la critica furbetta che a tratti si lascia ammirare) sono gli ingredienti grazie ai quali Ellis da corpo al vuoto pneumatico di un mondo e di un’epoca, aggrappandosi al suo primattore come all’emblema di una way of life che ha superato in quinta anche le più sfrenate tra le fantasie malate del Sogno Americano, e consacrando se stessa in maniera frenetica a ogni possibile falso mito, senza più margini di credito a pur elementari forme di amore o solidarietà. L’autore è stato abilissimo – diciamo pure geniale, vista la messe di allodole imbambolate dagli specchietti qua e là piazzati ad arte – a giocarsi le carte del nonsense e della verve comica, espedienti narrativi perfetti per controbilanciare la spietata, seriosa insensatezza dietro le efferate azioni del cavaliere nero Patrick, e ancor più dei suoi pensieri. E’ un trucchetto semplicissimo, del genere che fa fine e impegna meno di zero, e gente come Palahniuk l’ha metabolizzato così bene da riuscire a imbastirci su una più che ragguardevole carriera. Ecco allora la dipendenza del protagonista da una boiata televisiva come il Patty Winters Show (peraltro sempre più sfarfallante e grottesco, curiosamente in linea con i suoi – diciamo così – ragionamenti), l’odio insano e caustico verso le orribili comparse incravattate del suo universo dopato (più che dorato), il ridicolo imperante dietro manie e vezzi eccentrici, quell’insistere a oltranza sulle Diet Pepsi o i J&B on the rocks, o nel noleggio della videocassetta di “Omicidio A Luci Rosse”, per non parlare dell’imbarazzante entusiasmo per i peggiori Genesis di sempre o i mediocri Huey Lewis & The News (in lunghe dissertazioni che si vorrebbero ironiche, ma trascolorano presto in noia plumbea). Anche le presunte perle di saggezza come la celeberrima “Il mondo il più delle volte è non solo cattivo, ma addirittura crudele” hanno il sapore di una beffarda presa per i fondelli e andrebbero lasciate cadere anziché raccolte e rilanciate. Ma la miscela è indubbiamente ben studiata, il retrogusto fruttato e dolcemente alcolico, un mix che non poteva mancare la presa sull’immaginario collettivo, appena usciti (morti, direbbe il cantante) dal tunnel degli anni ottanta. Bene, pur impeccabile per stile e puntuto nella messinscena, questo affresco riesce a essere più stucchevole della realtà che suggerisce di voler denigrare. Per dirne una, quando va bene le donne appaiono come povere cretine opportuniste, magari strafatte di psicofarmaci o diete ridicole e degne, nel migliore dei casi, di esser liquidate con la lusinghiera (?) etichetta di “corpoduro”. Avvilente, ma c’è gente intelligente che plaude.

    Il peggio tuttavia, ben più delle tremende e morbose descrizioni dei delitti, sono le centosettanta pagine che l’autore impiega per “confezionare” il suo primo omicidio, anche solo tentato. Quella brutalità secca, scioccante, sa essere persino liberatoria (per quanto all’ennesima replica si finisca per non poterne davvero più) in coda all’eterno preambolo che ha visto Ellis affilare le armi di un implicito sadismo, costringendo il povero lettore a sorbirsi a ripetizione, implacabilmente, elenchi su elenchi di abiti e accessori griffati, impossibili pietanze dalle esotiche implicazioni oltre a un rosario di rituali maniacali sulla cura del corpo e l’igiene personale, da mettere i brividi anche ai più fissati (e impavidi) in materia. E ancora, epifanie curiose che sembrano riaffacciarsi all’infinito come deja vu in un incubo dei più ostici, dai manifesti di “Les Miserables” in giro per Manhattan a quel fantomatico bistrot salvadoregno in cui tutti sembrano andare eccetto il protagonista, dal tavolo impossibile da riservare al Dorsia (mancato come una cena di gruppo in “Il fascino discreto della borghesia”) alle sinistre evocazioni dell’odioso amico Tim Price, presumibilmente cancellato (fuori campo) dalla circolazione prima di regalare un bel paio di corna a Patrick. Al di là di tutto, del nichilismo in dosi da cavallo, dell’ultraviolenza rigorosamente gratuita, di provocazioni (per anime candide) che lasciano il più delle volte il tempo che trovano, dello sfarzo ipocrita o l’ostinata assenza di una morale o una direzione, “American Psycho” resta un’opera cinica come poche, sgradevole se affrontata con il beneficio dell’ironica indulgenza ma addirittura insostenibile qualora si scelga di dedicarvisi senza l’ausilio di questo filtro. Spacciato da oltre vent’anni per un romanzo irrinunciabile, sembra piuttosto, sotto quella crosta modaiola, una grossa perdita di tempo.

    said on 

  • 5

    Leggendo le prime pagine stavo per mollarlo..."ha intenzione di rifilarmi sto pippone sulle marche di abbigliamento per tutto il libro?", pensavo.


    Invece superate le prime trenta pagine ti ritrovi invischiato nella mente malata di un assassino, prima con qualche sporadico riferimento tra u ...continue

    Leggendo le prime pagine stavo per mollarlo..."ha intenzione di rifilarmi sto pippone sulle marche di abbigliamento per tutto il libro?", pensavo.

    Invece superate le prime trenta pagine ti ritrovi invischiato nella mente malata di un assassino, prima con qualche sporadico riferimento tra una discussione relativa al modo corretto di indossare il fermacravatte e un'altra su un locale alla moda; poi in modo esplicito con le descrizioni dettagliate delle orrende mutilazioni e torture a cui il protagonista sottopone le sue vittime.

    Magistrale e inquietante il continuo cambio di registro del libro. Chapeau

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  • 1

    Questo è il primo libro in assoluto che ho pensato di non finire e di buttare nella spazzatura. Qualcuno si indignerà e penserà che di libri non capisco nulla. Ma onestamente non avevo mai letto un libro così pessimo.
    Secondo me il problema principale risiede nella gratuità. E' un libro dove tutt ...continue

    Questo è il primo libro in assoluto che ho pensato di non finire e di buttare nella spazzatura. Qualcuno si indignerà e penserà che di libri non capisco nulla. Ma onestamente non avevo mai letto un libro così pessimo. Secondo me il problema principale risiede nella gratuità. E' un libro dove tutto è gratuito. La violenza, il sesso, l'esasperazione del cinismo dei cosiddetti "arricchiti". Che tipo di romanzo vuole essere? Un horror? Un thriller? Un attacco alla società? Un libro pornografico? Un libro sulle ossessioni? Il fatto è che non è nessuno di questi. Solo un calderone di capitoli buttati li, di descrizioni di firme di vestiti e di album di cantanti che non ha ne capo ne coda. Non sono una persona di stomaco facile e ho letto molti libri dove le descrizioni di omicidi e sevizie erano molto crude però un personaggio così disumano non lo avevo mai incontrato. L'autore si dilunga in descrizioni raccapriccianti che sono totalmente inutili, dopo che mi hai minuziosamente raccontato che le hai squarciato l'addome e le hai fatto mangiare i suoi intestini cosa devo pensare? Bah i veri maestri dell'horror si staranno rivoltando nella tomba....

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  • 2

    Da dove cominciare. Innanzitutto il perché di sole due stelline. A partire da cinque, ne ho tolta una per la lunghezza eccessiva del romanzo in relazione al messaggio da trasmettere. Un'altra stellina per l'inesistenza del suddetto messaggio. Un'altra stellina per la vacuità della narrazione, che ...continue

    Da dove cominciare. Innanzitutto il perché di sole due stelline. A partire da cinque, ne ho tolta una per la lunghezza eccessiva del romanzo in relazione al messaggio da trasmettere. Un'altra stellina per l'inesistenza del suddetto messaggio. Un'altra stellina per la vacuità della narrazione, che gira e rigira attorno alle stesse cose ma non porta mai a nulla. Esatto, e per quanto possano esistere pareri discordanti di hipster amanti del postmoderno in quanto Nome ma non Contenuto, in barba a tutti voi io mi ritengo ancora più hipster perché non mi basta il strafare o il far troppo poco ma mi serve e soddisfa una sostanziale moderazione di fondo detta equilibrio che Bret Easton Ellis non sa nemmeno dove stia di casa. Le prime cento pagine inducono a pensare a un calibrato crescendo di orrida estrapolazione di nefandezze psicologiche, per poi far raggiungere alle restanti quattrocento pagine un ribasso in gusto e in valore dell'importanza concettuale, assenza che, va bene, quando è realmente voluta e intesa come concettualizzazione del vuoto in sé è ben più che apprezzabile, ma che quando permane come struttura inoppugnabile del romanzo è per me ben più che inaccettabile. Il genere del non ho nulla da dire ma solo dita da puntar contro a qualcuno che non è meglio di me ma forse nemmeno peggio è meglio concepibile quando a esser steso è un racconto o un romanzo breve, non un prolisso materiale di cinquecento e oltre pagine in cui l'unica cosa che ti rimane impressa è anzi sono una decina al massimo di ossessioni e ripetizioni che aleggiano vacue nel romanzo, disseminate senza ordine né ragione, e non parlo di quell'ordine-non-ordine che è comunque un disordine studiato, ma proprio di quell'ordine-non-ordine che è ordine non studiato e pertanto privo di valore o meritata stima. I continui riferimenti al J&B on the rocks che beve sempre il nostro Pat Bateman, alle feste articoli pettegolezzi avvistamenti dei Trump, alle videocassette da riportare al videonoleggio, alla violenza (sulla quale non mi soffermerò. Lo ha già fatto abbastanza l'autore), ai mendicanti e a Les Miserables, a cosa porta tutto ciò? Di spiegazioni plausibili ne ho soltanto per gli ultimi due elementi&elencati, che, probabilmente, non so, però penso, credo, chissà, servono solo a far partire in quarta la disarmante voluttà omicida che aggredisce Pat in ordine a un da me ipotizzato senso di inferiorità nei confronti delle persone che lo circondano. Pat, che a sua volta aggredisce chi gli ha fatto lievemente germogliare quella sua delicata voglia di crudeltà manifesta. Chi è che colpisce quindi, due punti. Persone insignificanti, come bambini o mendicanti, dalle cui sevizie inflitte attinge l'autostima necessaria per sentirsi nuovamente un gradino più in alto di loro. Ragazze innocenti e deboli fisicamente, seviziate anche loro, per dimostrare quanto Bateman sia più forte e scaltro. Senzatetto affamati, che mostrano per contrasto come Bateman abbia avuto sufficiente buonsenso per raggiungere al contrario di loro il vero successo, i vestiti griffati, amici affermati, le cene ai ristoranti esclusivi, ed ecco, è qui che abbiamo un collegamento, il famoso DORSIA, il ristorante al quale Bateman non potrà mai avvicinarsi, un ristorante per tutti tranne che per lui, sempre zeppo di prenotazioni, liste d'attesa lunghe chilometri di rotoloni regina, un ristorante che è aperto al pubblico ma non a Bateman. Il collegamento sta nel fatto dunque che il Dorsia e altri elementi come persone agli occhi di Bateman irritanti perché hanno avuto successo nella vita suscitino in lui nuovamente questo senso di inferiorità di cui parlavamo prima, un senso di inadeguatezza, un carico di umiliazione che lo porta a commettere, nel disperato tentativo di trarne gratificazione e sollievo, nuovi delitti nella confusione più totale. Delitti inaccurati e senza premeditazione. E, plausibilmente, prove ovunque. Qui infatti una domanda sorge spontanea, e cioè... la polizia. Dove sta? Possibile che sia un'altra critica sociale, possibile anche che però sia tutto frutto dell'immaginazione di Bateman e che nulla sia in realtà accaduto. Perché la descrizione della psicosi di Bateman è accurata tanto quanto i suoi omicidi. (Rivolgo un pensiero nostalgico agli scritti di Schnitzler). Psicosi americana, dunque... nient'altro che una descrizione monotona e ripetitiva di quella che è la degenerazione anni 80/90 tra cocaina e futilità di valore commerciale? La vera psicosi è stata quella dell'editore, che ha permesso che un romanzo così di per sè fondamentalmente vuoto potesse rappresentare il vuoto di una generazione. E così, due stelline.

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  • 1

    A pagina 341 posso finalmente dirlo, che questo romanzo è una schifezza inenarrabile.


    IL TROPPO STROPPIA - Riflessioni sconclusionate post lettura [SPOILER]


    Non salto mai le pagine, odio saltare le pagine, di solito. Qui non ce l'ho fatta, dopo aver letto un paio di descrizio ...continue

    A pagina 341 posso finalmente dirlo, che questo romanzo è una schifezza inenarrabile.

    IL TROPPO STROPPIA - Riflessioni sconclusionate post lettura [SPOILER]

    Non salto mai le pagine, odio saltare le pagine, di solito. Qui non ce l'ho fatta, dopo aver letto un paio di descrizioni di torture con sparachiodi, motoseghe, trapani eccetera eccetera ho pensato che l'autore poteva andare a cagare e che io quello schifo lì non l'avrei più letto. Mi sono anche chiesta se il signor Ellis fosse uno psicopatico con una malsana passione per la tortura e la violenza carnale. Non mi sbilancio nelle conclusioni, ma io a bere J&B col vecchio Ellis non ci andrei neanche per sogno.

    Leggendo le avventure quotidiane degli yuppies pensavo che anche a me sarebbe venuta voglia di uccidere, se avessi dovuto passare le mie giornate con loro a preoccuparmi dell'abbinamento tra i calzini e il pantalone. Poi pensavo che della loro merdosissima alienazione non me ne fregava niente e che era più interessante leggere di quella della gente normale e che almeno questi avevano i soldi per comprarsi un bel po' di droga per combatterla, l'alienazione. E che comunque potevano sempre andarsene in vacanza in Europa. Non è che io pensi che non ci sia tristezza in tutte le classi sociali, ma quella dei super ricchi mi fa meno pena, che se ti riempi la vita di merda, poi non ti devi stupire che puzzi.

    Forse l'autore ha raggiunto il suo scopo...innanzitutto mi ha fatto davvero innervosire e poi mi ha sconvolto, non con la sua violenza (schifato sì, ma non sconvolto), ma con i dialoghi dei protagonisti, la loro vita, i rapporti completamente superficiali e vuoti tra loro. Però anziché farmi pena, mi facevano rabbia, quella rabbia così frustrante che ti assale davanti alla stupidità della gente. Mi è sembrato di leggere la storia di un gruppo di uomini super poveri che si credevano super ricchi, perché andavano nei ristoranti à la page.

    Direi che mi è piaciuto il finale, perché tutto il sangue versato da Patrick era sostanzialmente inutile alla storia. Non c'era bisogno di alcun omicidio per sottolineare la pazzia di chi decide di vivere una vita del genere.

    Ho odiato "American Psycho", un romanzo lontano anni luce da tutto quello che penso e con una delle visioni più negative della gente nella quale mi sia mai imbattuta. Se questo è quello che Ellis ha da dire, e soprattutto se questo è il modo in cui intende raccontarlo, a me non interessa ascoltarlo.

    (Ma almeno ho scoperto gli "Huey Lewis & The News", che sono bravissimi e l'autore è stato abbastanza politically uncorrect da uccidere bambini. Non tutti i mali vengono per nuocere)

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  • 3

    Non lo so, cioè, lo so. Mi è piaciuto. Sul serio, neanche dopo cinque minuti pensavo fosse terribile, ma poi mi son ricreduta. La lettura si è fatta pressante. Mi è piaciuto, davvero, solo che, mah. Secondo me non si giunge a niente. È come star a preparare una cosa buonissima sul barbecue e poi ...continue

    Non lo so, cioè, lo so. Mi è piaciuto. Sul serio, neanche dopo cinque minuti pensavo fosse terribile, ma poi mi son ricreduta. La lettura si è fatta pressante. Mi è piaciuto, davvero, solo che, mah. Secondo me non si giunge a niente. È come star a preparare una cosa buonissima sul barbecue e poi rendersi conto che non si è condita a dovere. Manca qualcosa. Visto che io apprezzo questo osare estremo mi aspettavo più carica, più impeto. Ho apprezzato tantissimo la satira, l'osceno, ma poi, alla fine, mica mi son entusiasmata. In ogni caso credo lo rileggerò anche in lingua, c'è qualcosa che non mi quadra, e leggendo qualche passo originale mi son accorta che non sono queste tre stelle che in realtà sono tre meno, ma sarebbero almeno tre piene.

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