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Amiche per la pelle

Di

Editore: Edizioni E/O (Tascabili)

3.7
(176)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 162 | Formato: Tascabile economico

Isbn-10: 8876418571 | Isbn-13: 9788876418570 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , Paperback

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 4

    Un autrice indiana, ma ha scritto il libro in italiano. 4 donne: una cinese, un'indiana, un'albanese,una bosniaca: In Via Ungaretti, a Trieste, con un sorriso sulle labbra, tutto femminile, per una ...continua

    Un autrice indiana, ma ha scritto il libro in italiano. 4 donne: una cinese, un'indiana, un'albanese,una bosniaca: In Via Ungaretti, a Trieste, con un sorriso sulle labbra, tutto femminile, per una storia di integrazione.

    ha scritto il 

  • 4

    Appassito vicolo in discesa

    Tempo fa su d'una rivista di cinema mi capitò di leggere alcuni articoli sul rapporto fra cinema ed immigrazione; ciò che di quegli articoli mi mise alquanto a disagio fu, diciamo pure, la sicumera ...continua

    Tempo fa su d'una rivista di cinema mi capitò di leggere alcuni articoli sul rapporto fra cinema ed immigrazione; ciò che di quegli articoli mi mise alquanto a disagio fu, diciamo pure, la sicumera con cui studiosi peraltro rispettabili, tutti italiani, discettavano su come il cinema deve o non deve rappresentare il migrante: e l'impressione generale che ne ricavai era che la situazione dei migranti non pareva loro mai raffigurata con sufficiente serietà, drammaticità e impegno. Siccome per fortuna comporre un libro, al contrario del realizzare una pellicola, richiede solo carta e penna, ed è dunque alla portata di chiunque sappia scrivere, possiamo sentire qui, al contrario che nel cinema, le voci degl'immigrati stessi che raccontano la loro vita e le loro esperienze di scontro e di osmosi culturale: e si tratta sovente di voci tutt'altro che dolenti, strazianti, accusatorie: parecchi autori, e fra costoro ce ne sono che hanno scelto di esprimersi in italiano, traboccano invece di ottimismo, cordialità, curiosità e ironia. Tali sentimenti si ritrovano anche in questo romanzo piccolo ma molto godibile, scritto da una studiosa e traduttrice indiana che da molti anni vive a Trieste: è la storia di quattro donne (un'indiana, la narratrice, una bosniaca, un'albanese e una cinese) che vivono con marito e figli in un fatiscente condominio del centro storico triestino, all'immaginario indirizzo di via Ungaretti, 25. Oltre a loro c'è anche un quinto inquilino, il vecchio e tremendo Signor Rosso, gattaro irascibile e razzista, che insulta e chiama "negri" tutti gli stranieri: ma, poiché nelle favole tutto si deve aggiustare, un po' alla volta il cattivo si dimostrerà sempre meno cattivo, e i timori d'una tragedia incombente per la piccola comunità del palazzo svaniranno a mo' di neve al sole. Irenismo? Buonismo? Può darsi. Ma, a parte che la scrittura della Wadia, sebbene sempre garbata e gentile, non è mai sdolcinata e suona costantemente sincera, la storia non dipinge affatto una situazione idilliaca e tanto meno nega i problemi: dimostra invece che grazie al coraggio, all'impegno e all'inventiva di queste persone capaci di enorme spirito di sacrificio i problemi si possono superare, e che a volte un sorriso e un po' di leggerezza possono costituire un rimedio efficace alle brutture che riserva la vita. Il mondo non ha bisogno soltanto di predicatori, di asceti macilenti, di anime asfissiate dalla triste sorte altrui, le quali vorrebbero soffocare tutti nel pianto perché soffrano come loro. Abbiamo necessità di sentire anche voci semplici e fresche come questa. E magari, invece di spendere tante chiacchiere su che cosa e come gl’immigrati dovrebbero raccontare, cerchiamo di goderci un po’ la loro voce autentica, e proviamo a domandarci quale rilievo possa avere l’adozione d’una lingua diversa dal proprio parlar materno come idioma letterario: perché la lingua è cultura e civiltà, e l’adozione d’una lingua nuova da parte di chi, come la Wadia, non rinnega punto le sue origini, non costituisce un atto di sottomissione, bensì una sfida e un arricchimento sia per l’autore sia per noi lettori.

    ha scritto il 

  • 4

    Piccoli razzismi quotidiani.

    (Un commento per due)

    Ho letto «Amiche per la pelle» subito dopo aver finito di leggere «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio» - ...continua

    (Un commento per due)

    Ho letto «Amiche per la pelle» subito dopo aver finito di leggere «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio» - http://www.anobii.com/books/Scontro_di_civiltà_per_un_ascensore_a_piazza_Vittorio/9788876417160/01d3be9d8f64975743/ -, e devo dire che non è stato un caso. I punti in comune sono molti, a partire dalla casa editrice. Entrambi aprono una finestra sul problema dell'immigrazione, entrambi sono scritti in lingua italiana da due autori stranieri - algerino il primo, indiana la seconda - entrambi si svolgono quasi interamente in un condominio - a Roma l'uno, a Trieste l'altro - entrambi offrono uno spaccato della nostra bella Italia da un punto di vista diverso - quello di chi ha scelto (o subìto) di espatriare -, da entrambi è stato realizzato un film. I risultati però sono differenti, opposti direi. Il romanzo di Amara Lakhous è più politico, più sociale, quello di Laila Wadia più intimista, il primo quasi grottesco nella sua esasperazione di difetti e inciviltà tipiche italiane (anzi peggio, romane!) il secondo forse più favola e buoni sentimenti, alla volemose bene direi, se non fosse ambientato a Trieste.

    'Tutti per uno', potrebbe essere il motto di «Amiche per la pelle», in cui quattro donne, una cinese, una indiana, una albanese e una bosniaca, che vivono tutte nello stesso condominio di una immaginaria Via Ungaretti nel centro storico di Trieste, si trovano unite nello studio di una lingua ostile a tutte, ma l'unica che gli consente di comunicare tra loro e di combattere contro i pregiudizi, la burocrazia, e un'improvvisa ordinanza di sfratto. È un romanzo pieno di poesia, in tutti i sensi, dal nome dalla via dedicata a Ungaretti, dalla città di Saba, dai momenti di condivisione di usanze e abitudini che vengono da lontano tra le quattro donne e le loro famiglie, e da una bella storia nella storia che non voglio svelare. È una favola, ma alcune volte sognare è bello, e non fa male.

    …'e uno per tutti!', invece, quello di «Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio». Che poi sarebbe Amedeo, 'quell'uno', uno degli inquilini di un palazzo di Piazza Vittorio, quartiere di Roma dove, si sa, il rapporto di abitanti tra italiani e stranieri (meglio, extra-comunitari) è di uno a tanti. Nel condominio in questione si discute per tutto, ascensore incluso. Anzi, è proprio all'interno dell'ascensore che viene trovato il cadavere di un tipaccio soprannominato il Gladiatore, omicidio del quale, perché di omicidio si tratta, viene accusato proprio Amedeo, che è scomparso. Ma chi Amedeo? Anzi, Amede', come lo chiama la maggior parte dei coinquilini, quello che ha sempre una parola o un gesto di aiuto per tutti quanti? Impossibile. Uno alla volta i suoi coinquilini, pakistani, algerini, peruviani, persino la portiera napoletana, con il loro italiano stentato e colorito, raccontano al lettore 'il loro Amedeo', e insieme al ritratto del sospetto assassino, del protagonista assente, del quale però leggiamo i pensieri in un ipotetico diario personale che mischia dati e avvenimenti costringendo il lettore a ricostruire la storia come se fosse un puzzle, l'autore ci regala anche un ritratto di Roma e, ahimè, dei romani, vista dagli extra-comunitari. Non se ne esce tanto bene, lo dico da romana, forse c'è un po' di esasperazione, ma è come quando al semaforo ti guardi nello specchietto retrovisore e la luce del giorno ti mostra tutti i difetti. E tu non hai le pinzette con te. Ci sono, non c'è niente da fare, magari non sei proprio così becero e arrogante, magari non si vede sempre che sei così intollerante, magari la luce non è sempre così accecante, ma molto spesso sei proprio così. Intollerante, e velatamente razzista. Insomma Roma, un altro pasticciaccio brutto, questa volta a Piazza Vittorio.

    In entrambi i romanzi, infine, c'è un colpo di scena che arriva da lontano, e forse questa poesia di Ungaretti li riunisce idealmente, perché c'è una bella differenza, com'è scritto da uno dei due autori, tra espatriare per scelta e farlo perché non c'è altra via di uscita, c'è proprio una bella differenza. E se tornassimo a leggere John Fante, tanto per ricordarci come ce la passavamo noi, emigranti d'Oltreoceano? O nelle miniere in Belgio? O nella verde Svizzera?

    «In Memoria (Locvizza il 30 settembre 1916)

    Si chiamava Moammed Sceab

    Discendente di emiri di nomadi suicida perché non aveva più Patria Amò la Francia e mutò nome

    Fu Marcel ma non era Francese e non sapeva più vivere nella tenda dei suoi dove si ascolta la cantilena del Corano gustando un caffè

    E non sapeva sciogliere il canto del suo abbandono

    L’ho accompagnato insieme alla padrona dell’albergo dove abitavamo a Parigi dal numero 5 della rue des Carmes appassito vicolo in discesa.

    Riposa nel camposanto d’Ivry sobborgo che pare sempre in una giornata di una decomposta fiera

    E forse io solo so ancora che visse»

    (Quattro stelline non proprio piene per entrambi :-))

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Un libretto (nel senso che è molto scorrevole e si legge alla svelta) che sembra raccontare solo aneddoti mentre in realtà nasconde grandi verità. Interessante il punto di vista "altro". ...continua

    Un libretto (nel senso che è molto scorrevole e si legge alla svelta) che sembra raccontare solo aneddoti mentre in realtà nasconde grandi verità. Interessante il punto di vista "altro". Spassosissime alcune considerazioni e descrizioni di Trieste e dei triestini. Da leggere!

    ha scritto il 

  • 3

    Nel complesso carino. Una piccola storia di integrazione, che narra con un linguaggio immediato, semplice, senza fronzoli, la realtà dell'immigrazione, il distacco dalla terra d'origine, i sogni, le ...continua

    Nel complesso carino. Una piccola storia di integrazione, che narra con un linguaggio immediato, semplice, senza fronzoli, la realtà dell'immigrazione, il distacco dalla terra d'origine, i sogni, le paure, gli ostacoli, il dolore, le speranze che si celano dietro il volto dei tanti migranti che vivono accanto a noi. Una bella storia, dove il lieto fine appare un po'stucchevole, a tratti inverosimile, se pensiamo alle tante storie, alle notizie, ai discorsi, ai pregiudizi, ai luoghi comuni, ai troppi razzismi che quotidianamente giungono a noi e che ci ricordano quanto strada ancora deve fare la nostra società per diventare davvero accogliente ed inclusiva...Ma forse un lieto fine che funge da buon auspicio...

    ha scritto il 

  • 4

    veramente delizioso, fresco, accattivante. arguto il doppiosenso del titolo, che si basa sul fatto che le amiche protagoniste lo diventino in quanto coinquiline di un palazzo affittato ad ...continua

    veramente delizioso, fresco, accattivante. arguto il doppiosenso del titolo, che si basa sul fatto che le amiche protagoniste lo diventino in quanto coinquiline di un palazzo affittato ad extracomunitari, e quindi siano tutte di etnie e provenienze diverse. la loro tranquilla ricerca di una integrazione nella loro nuova nazione passa anche attraverso una accettazione di usi e costumi diversi presenti tra loro stesse, e ci insegna la tolleranza e la speranza. molto bello e con una prosa semplice ed immediata, adatta alla narratrice protagonista.

    ha scritto il 

  • 0

    Un’amicizia che unisce laddove il destino tenta di dividere

    Quattro donne, quattro culture a confronto, quattro storie differenti ma allo stesso tempo molto simili: lontano da casa alla ricerca di una vita migliore in Italia, un condominio “immaginario” a ...continua

    Quattro donne, quattro culture a confronto, quattro storie differenti ma allo stesso tempo molto simili: lontano da casa alla ricerca di una vita migliore in Italia, un condominio “immaginario” a far da sfondo alle loro vicende nella “fredda” Trieste. Questo il mix creato da Laila Wadia, autrice indiana semi-sconosciuta. Amiche per la pelle è il suo primo romanzo scritto in italiano, un’inaspettata e bella sorpresa: un storia semplice e ironica, “lieve” ma profonda allo stesso tempo, che fa sorridere ma anche riflettere, tematiche difficili vengono trattate con disinvoltura e si intrecciano perfettamente con una narrazione fluida e spontanea. Il romanzo narra la ...Continua a leggere su Pub-lettori alla spina http://www.pubzine.eu/2011/06/02/unamicizia-che-unisce-laddove-il-destino-tenta-di-dividere/

    ha scritto il 

  • 3

    A Trieste in Via Ungaretti c'è un vecchio stabile che è un microcosmo etnico, un vecchio triestino burbero e apparentemente xenofobo che chiama tutti gli extracomunitari "negri", una famiglia ...continua

    A Trieste in Via Ungaretti c'è un vecchio stabile che è un microcosmo etnico, un vecchio triestino burbero e apparentemente xenofobo che chiama tutti gli extracomunitari "negri", una famiglia indiana, una bosniaca, una albanese e una cinese. Ognuna con le sue abitudini legate non solo da coabitazione ma anche dal rapporto che le quattro donne hanno fra loro perchè seguono le lezioni di italiano di Laura, combattiva e impegnata femminista che le stimola ad integrarsi senza però perdere la loro appartenenza. La storia avrebbe ottime intenzioni ma ha il limite di una scrittura un po' troppo semplice, la scrittrice indiana scrive in italiano, e anche i contenuti spesso sono scontati. Lettura svelta, interessante perchè fa parte di quella letteratura dell'integrazione che vede un notevole sforzo da parte degli scrittori non di lingua madre italiana di esprimersi letterariamente nella nostra lingua. L'autrice poi l'ho conosciuta al Festival della letteratura a Mantova ed è questo stato il motivo che mi ha spinto a leggere questo suo libro perchè l'intervento che aveva fatto era brillante e divertente.

    ha scritto il 

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