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Anatomia dell'influenza

La letteratura come stile di vita

Di

Editore: Rizzoli

3.7
(13)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 444 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8817052582 | Isbn-13: 9788817052580 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Roberta Zuppet

Genere: Non-fiction

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Descrizione del libro
"La critica letteraria è l'unica forma accettabile di autobiografia" sosteneva Walter Pater. Lo dimostra in questo libro Harold Bloom, che oggi suggella l'esperienza di una vita intera di curiosità, pensiero e insegnamento ripercorrendo i temi e le passioni della sua carriera con gli occhi del critico e soprattutto del lettore instancabile. A quarant'anni dal capolavoro "L'angoscia dell'influenza", torna infatti a confrontarsi con la trama segreta di soggettività, emulazione, mimesi, lotta e tradimento che innerva la storia letteraria e arricchisce l'esperienza del testo, poiché leggere è innanzitutto un dialogo a distanza che non si esaurisce nelle pagine ma si nutre di echi, risonanze e infiltrazioni che durano per tutta la vita. I capolavori non vengono infatti al mondo già perfettamente formati: emergono da una lotta senza quartiere con quelli che li hanno preceduti. Leggerli e comprenderli fino in fondo significa ricostruire le mosse di questa battaglia, tracciando di rimando in suggestione, di citazione in appropriazione, la mappa dei vincitori, dei vinti, dei saccheggi. Sul filo degli incontri, delle scoperte e degli amori più duraturi, Bloom costruisce un ideale testamento - il suo "canto del cigno", come lui stesso lo ha definito - che è insieme raccolta di saggi, autobiografia letteraria e invito al corpo a corpo con i maestri del nostro pensiero.

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  • 4

    Viaggio dentro la ragnatela della grande letteratura

    Bloom ha scritto uno dei saggi più spesso citati da quando apparve nel 1973: “L’angoscia dell’influenza”. Esso appartiene a un’epoca d’oro della critica letteraria, vale a dire quella stagione in cui si affermarono nuove correnti che ne ridisegnarono la geografia e la stessa natura. Va però aggiu ...continua

    Bloom ha scritto uno dei saggi più spesso citati da quando apparve nel 1973: “L’angoscia dell’influenza”. Esso appartiene a un’epoca d’oro della critica letteraria, vale a dire quella stagione in cui si affermarono nuove correnti che ne ridisegnarono la geografia e la stessa natura. Va però aggiunto che Bloom si è sempre mostrato tutt’altro che in linea con tale temperie culturale e anche adesso conferma le sue riserve su strutturalismo, “nouvelle critique”, semiotica e decostruzionismo. Ma tant’è: l’epoca era quellae pure lui ne fu un frutto – per quanto eterodosso.
    La sua fama di critico snob, d’élite e anglocentrico si è rafforzata dopo la pubblicazione de “Il canone occidentale” (1994), al quale sono state rimproverate le clamorose esclusioni – almeno nell’ambito delle letterature che consideriamo importanti nella storia della cultura occidentale e tra esse anche la nostra.
    Con questo suo più recente volume Bloom sembra un po’ correggere il tiro rispetto al suo canone e, al tempo stesso, completare il discorso cominciato nel 1973.
    Ne vien fuori un poderoso saggio di grandi dimensioni, di sconfinata cultura e di originalissimo dialogo intertestuale, della cui tempestiva traduzione dobbiamo essere grati alla Rizzoli e alla valorosa Roberta Zuppet che ne ha brillantemente curato la versione italiana.
    Di grande interesse è la prima parte dell’opera, laddove la tela della teoria si svolge e si spiega a nostro uso. Appassionata è poi la cavalcata attraverso i testi scelti da Bloom come corpus della propria ricerca. Ancora una volta il baricentro ruota intorno al mondo anglosassone, ma in questo caso non è una scelta esclusiva e tanto più gratificante è per noi lo spazio dedicato a Leopardi. Inoltre è da sottolineare la finezza della lettura critica dei testi poetici.
    Il fatto è che al vecchio critico interessa tornare su due assi del proprio percorso: da una parte, il sublime (alla pseudo-Longino); dall’altra, l’intertesto che per analogie e opposizioni lega i maggiori poeti angloamericani da Shakespeare e Milton fino ai giorni nostri. In ciò sta il valore nonché il limite del risultato conseguito, se visto cioè con occhi meno idolatri e meno atlantici. Ma forse è colpa di chi legge aver dubbi nell’uno e nell’altro caso. Per il resto, ce ne fossero anche da noi di critici che escono dall’orticello di competenza specialistica e che spaziano nell’orizzonte letterario in modo trasversale e transnazionale.

    ha scritto il 

  • 4

    Ovviamente è un'opera letteraria, non un saggio critico.
    Il nostro Bloom, senza particolare rigore filologico, ma con immensa erudizione, narcisitico autocompiacimento (lui è Falstaff!) , indubbia originalità e, quanto al divinizzato Shakespeare, vibrante partecipazione, ritorna sul prefer ...continua

    Ovviamente è un'opera letteraria, non un saggio critico.
    Il nostro Bloom, senza particolare rigore filologico, ma con immensa erudizione, narcisitico autocompiacimento (lui è Falstaff!) , indubbia originalità e, quanto al divinizzato Shakespeare, vibrante partecipazione, ritorna sul preferito tema dell'agonismo letterario e sul gioco delle influenze.
    Non sono esperto di Crane, Shelley e di poesia angloamericana in genere, ma la capacità di riplasmare autori, personaggi,di introdurre graduatorie arbitrarie, di riscrivere poesia e prosa secondo il suo estro armonico rendono Bloom impareggiabile e degno, più di tanti vincitori, del Nobel della letteratura.

    ha scritto il 

  • 2

    Sicuramente Bloom è un punto di riferimento fondamentale per la critica letteraria occidentale, e le sue posizioni sul canone "occidentale" sono importanti e ben argomentate.
    Adesso però ci hai veramente rotto, altre centinaia di pagine di critica e critiche a chi lo critica.

    ha scritto il 

  • 4

    The definitive Bloom's Influence book

    Ecco il "potrei esser testamento" del critico e almeno in parte plasmatore del concetto di influenza letteraria Harold Bloom. Un uomo che raggiunti gli 80 anni vuole dare un'ultima sferzata di grandi dimensioni al tema che l'ha ossessionato fin da quando, a 5 anni, passava i pomeriggi in bibliote ...continua

    Ecco il "potrei esser testamento" del critico e almeno in parte plasmatore del concetto di influenza letteraria Harold Bloom. Un uomo che raggiunti gli 80 anni vuole dare un'ultima sferzata di grandi dimensioni al tema che l'ha ossessionato fin da quando, a 5 anni, passava i pomeriggi in biblioteca a lambiccarsi sui grandi poeti. No, non andava a correre per i prati a quell'età, e nemmeno a 13 anni: era troppo impegnato a leggere e rileggere e imparare e interpretare poesie. All'inizio aveva questo passatempo come per estrarre perle qua e là, poi, pochi secondi dopo si è fatto davvero prendere la mano. E' ancora lì che legge e rilegge e cita brani a memoria e che coglie le influenze dell'uno sull'altro. Non stupitevi se questo porta a vedere le influenze di poeti posteriori su quelli antecedenti (tra l'altro il libro è stato scritto in tempi non sospetti, prima della storia dei neutrini più veloci della luce).
    Tra tutti svetta naturalmente Shakespeare, che finisce per essere un'influenza imprescindibile per se stesso prima che di tutta la letteratura occidentale (è pur sempre il vostro Bloom del Canone occidentale). Altro gigante assoluto è Milton: che gigante! Personalmente gli epigoni americani contemporanei mi pare che debbano stare proprio in un'altra categoria, visto il loro volare basso, ma Bloom in fondo è buono, e amando Emerson & C. li piazza nella terza parte del libro (chi li apprezza sarà appagato dal trovare tutti i richiami di Emerson e Whitman ecc.). Per amanti del genere, ma di grande spessore.

    ha scritto il