Hooray! You have added the first book to your bookshelf. Check it out now!
Create your own shelf sign up
[−]
  • Search Digit-count Valid ISBN Invalid ISBN Valid Barcode Invalid Barcode

Angeli dell'universo

By Einar Már Gudmundsson

(131)

| Paperback | 9788870910681

Like Angeli dell'universo ?
Join aNobii to see if your friends read it, and discover similar books!

Sign up for free

Book Description

Páll nasce a Reykjavik il 30 marzo 1949. Come in un'antica saga islandese, la sua nascita è accompagnata da due avvenimenti che segnano il suo destino. La madre Gudrun ha un sogno premonitore sulla diversità del figlio. L'Islanda vive le difficoltà d Continue

Páll nasce a Reykjavik il 30 marzo 1949. Come in un'antica saga islandese, la sua nascita è accompagnata da due avvenimenti che segnano il suo destino. La madre Gudrun ha un sogno premonitore sulla diversità del figlio. L'Islanda vive le difficoltà della sua adesione alla NATO. Un giorno segnato da manifestazioni e disordini. In questo romanzo Gudmundsson racconta con la semplicità e l'economia di un'antica saga il "non raccontabile", la follia, la malattia psichica e il disgregarsi della comunicazione.

19 Reviews

Login or Sign Up to write a review
  • 1 person finds this helpful

    Il lento e terribile passaggio alla follia narrato dal protagonista (Páll) dopo la sua morte. Ricordi, eventi, personaggi e i loro successi e fallimenti si intrecciano in una scrittura, come definita dal traduttore, onnicomprensiva. Non parlerò della ...(continue)

    Il lento e terribile passaggio alla follia narrato dal protagonista (Páll) dopo la sua morte. Ricordi, eventi, personaggi e i loro successi e fallimenti si intrecciano in una scrittura, come definita dal traduttore, onnicomprensiva. Non parlerò della trama e di altre cose che si possono leggere tranquillamente nelle recensioni degli altri utenti, mi riservo solo di sottolineare uno spunto, un'idea. Dalle note biografiche dell'autore leggiamo che suo fratello, morto suicida, soffriva di schizofrenia; io credo che la stesura di questo romanzo sia servita anche come catarsi per Gudmundsson, avendo vissuto da vicino il dramma della malattia mentale, scrivere dell'infanzia di Páll, le sue amicizie, i suoi amori, ma soprattutto della liberazione finale, del silenzio, della pace finalmente raggiunta nella morte, può essere un pensiero confortante accanto ai momenti bui vissuti in famiglia (litigi con i genitori, auto-reclusione, dolori lancinanti alla testa).

    Is this helpful?

    Solskyggt said on May 29, 2014 | Add your feedback

  • 8 people find this helpful

    E' un tratto sottile, quello della follia. Un tratto di penna che disegna una cosmogonia distorta, un paesaggio mosso da ombre che, lentamente, oscurano le lame di sole, le zone chiare. Una rete parallela o sghemba di segni che altrove conducono, a p ...(continue)

    E' un tratto sottile, quello della follia. Un tratto di penna che disegna una cosmogonia distorta, un paesaggio mosso da ombre che, lentamente, oscurano le lame di sole, le zone chiare. Una rete parallela o sghemba di segni che altrove conducono, a profili deformati, ad itinerari contorti, spesso al nulla. Gudmundsson si pone con straordinaria umiltà ed un tocco particolare a dipingere questa storia. Quella di Palli, un ragazzino in cui è annidata la fragilità dell' equilibrio della ragione e del quale un sogno dette inquietante segno, mitologica previsione, alla madre. E' Reykjavik che cambia, è una nazione che si modifica, la storia che avanza. Con una narrazione del tutto propria di questo autore si procede tra i momenti della giovinezza, dell'infanzia e quelli oscuri, la fasi di buio, le speranze e le passioni del dopo. Attorno i compagni, i ragazzini amici, il pittore che dipinge sempre l'Ospedale di Kleppur, lo yacht dei sogni infantili, i giochi, le zattere dell'incoscienza. Ma poi le fratture, il disgregarsi dei progetti, i nuovi compagni. E la storia, quella intima ed umana, accoglie quindi gli altri, i compagni di deriva, Olli il Beatle che canticchia le melodie di Liverpool in "realtà" da lui composte; Viktor e la sua vicenda, dal pontile con le luci scintillanti ove si perde inseguendo il ritorno impossibile del padre morto. E Petur, in attesa del suo diploma di dottorato dalla Cina, l'Imperatore dell'Aurora Boreale… Attorno ancora i bassifondi di una piccola città, un piccolo mondo, dove anche i falliti ed i vagabondi vivono come in una intercapedine della vita quotidiana. Tutto ricuce ora Palli, ora che non è più. Ricuce la sua trama che è un tessuto senza scopo e senza un perché. E la narrazione dall'apice di questa morte riesce a definire le gamme tonali delle vicende che si intersecano, le sfumature dei volti e dei pensieri. Come in Orme nel cielo, dove la tradizione epica ed arcaica viene riassunta nella articolata famiglia in una Islanda attraverso gli anni, una sorta di sigillo onirico ed immaginifico apre il libro: i quattro cavalli di cui uno dai movimenti incongrui e predestinato; nel successivo Orme nel cielo sarà la la famiglia afflitta che si allontana con il carretto, un immagine di desolazione e tristezza.
    Gudmunsson ha quindi nelle sue mani la sinergia di visioni artistiche e di una radicata consapevolezza epica, la delicatezza di stemperare i toni, di scivolare sopra e tra i suoi personaggi facendo apparire la texture del contesto, la stessa società con le sue contraddizioni ed amarezze , con le aspirazioni spesso disattese.
    Ho trovato, infine, un incontro con Stefansson nella interpolazione di poesie e nel sospendersi lirico del tempo di narrazione.
    Spero che Iperborea voglia essere generosa ed offrirci la possibilità di ascoltare ancora questa altra ottima voce islandese.

    "Ora che la fine si avvicina, i muri crollano e il sipario cala, lo dico chiaro e tondo: io sono vissuto sotto la luna piena, ho attraversato la volta del cielo e gli abissi del mare. Ho amato, ho riso, ho pianto, e ora che le lacrime scorrono e tutto è così divertente dico: l'ho fatto a modo mio. No, questa tomba non è sufficientemente profonda per accogliere i sentimenti di tutti noi. Voi, uomini e donne che siete sprofondati nell'abisso. Voi, giorni umidi di pioggia che avete pianto contro i vetri delle finestre. Ah, com'è fredda questa via dolorosa, tanto poco ne resta, e tanto poco vi si trova. Eterna è la notte del silenzio."

    Is this helpful?

    Pipaluk63 said on Nov 23, 2013 | 5 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Uno schizofrenico racconta la sua vita, densa di avvenimenti, avventure e personaggi assurdi. E scopri che la follia può avvicinarsi molto, moltissimo alla poesia.
    Un romanzo bellissimo, sconnesso com'è giusto che sia, sicuramente drammatico ma in al ...(continue)

    Uno schizofrenico racconta la sua vita, densa di avvenimenti, avventure e personaggi assurdi. E scopri che la follia può avvicinarsi molto, moltissimo alla poesia.
    Un romanzo bellissimo, sconnesso com'è giusto che sia, sicuramente drammatico ma in alcuni episodi perfino divertente.

    Is this helpful?

    Alewoolf said on Aug 14, 2013 | Add your feedback

  • 1 person finds this helpful

    L'autore narra in questo libro la storia del fratello affetto da schizofrenia. In realtà non c'è molto altro da raccontare sulla trama, tutto è imperniato su Palli che entra ed esce da un ospedale psichiatrico e sulle persone con cui viene a contatto ...(continue)

    L'autore narra in questo libro la storia del fratello affetto da schizofrenia. In realtà non c'è molto altro da raccontare sulla trama, tutto è imperniato su Palli che entra ed esce da un ospedale psichiatrico e sulle persone con cui viene a contatto durante la sua breve vita.
    I giudizi entusiastici che ho letto su anobii non mi trovano d'accordo. Mi è sembrato che, gira e rigira, l'autore racconti sempre le stesse cose. Mi aspettavo di trovare altro in quelle 200 pagine e non una serie di episodi snocciolati l'uno dietro l'altro!
    Molto bello invece il racconto del sogno che la madre fece alla vigilia della nascita di Palli: 4 cavalli, 3 perfetti e meravigliosi, ma uno pezzato che improvvisamente cade per terra senza vita. Un sogno premonitore inquietante!

    Is this helpful?

    Anto_s1977 said on May 20, 2013 | Add your feedback

  • 21 people find this helpful

    È strano, a volte, il filo rosso che può unire letture casuali, il legame tra due libri che si prendono -chissà perché proprio quelli, e non altri- dallo scaffale, a un dato momento. Forse perché sono i libri stessi che ci vengono incontro, ci chiama ...(continue)

    È strano, a volte, il filo rosso che può unire letture casuali, il legame tra due libri che si prendono -chissà perché proprio quelli, e non altri- dallo scaffale, a un dato momento. Forse perché sono i libri stessi che ci vengono incontro, ci chiamano, ci avvertono che è giunta ora di aprirli, di percorrerli, di scoprire ciò che è racchiuso nelle loro pagine.
    Il filo rosso che lega La scuola degli sciocchi ad Angeli dell’universo è dato da quella semplice parola -normalità- che, ho scoperto, ne racchiude un’altra. Una di quelle che sprizzano scintille, una di quelle che echeggiano dall’inizio del mondo e lo faranno in ogni futuro, una di quelle su cui l'uomo si interroga di più -miraggio? Illusione? Conquista di pochi attimi?

    “Felicità raggiunta, si cammina
    per te sul fil di lama.
    Agli occhi sei barlume che vacilla,
    al piede, teso ghiaccio che s'incrina…” [E. Montale]

    Normalità. Felicità. Parrebbe esservi un abisso, a separarle.
    Invece…
    Lo scolaro Tal dei Tali, della scuola diff, la scuola degli sciocchi, vedeva la felicità -poter parlare senza ingarbugliarsi, poter camminare senza trascinarsi, poter seguire il tempo senza confondersi… Potersi allora innamorare -senza solo sognarlo-, e uscire da quel vuoto, da quel nulla fatti di solitudine, cui si è relegati- nei passi regolari di chi camminava per strada, nelle parole che si rincorrevano disegnando arabeschi armoniosi nell’aria, nel tempo quando trasforma uno scolaro, prima in un ragazzo giovane, poi in un uomo -un ingegnere con la valigetta, magari-, infine in un vecchio.
    La normalità diventa allora, per chi non può raggiungerla, per chi non la conosce, per chi è diverso, la felicità.
    Un obiettivo piccolo, a pensarci bene: normalità. Ha quasi il sapore della parola “accontentarsi”. Ma è un sapore che molti non possono assaggiare. Resta la fame. Una fame profonda, insaziabile, che corrode lo stomaco piano piano, giorno dopo giorno. Lo stomaco e la mente. Lo stomaco e la mente e il cuore.
    Anche Angeli dell’universo racconta una diversità. Quella normalità che ha perso se stessa, che si è smarrita, che è sprofondata -senza un motivo particolare- nella follia, nella sofferenza psichica.
    Gudmundsson aveva un fratello malato di schizofrenia e morto suicida a quarantaquattro anni. Gudmundsson sa, quindi. Ha visto, sofferto. Ha voluto raccontare, attraverso la sua, la sofferenza di Pálmi, cercando di farlo obiettivamente, in maniera chiara e lucida, rifuggendo da riduttive semplificazioni o da spiegazioni inutili.
    Ha dato voce a ciò che voce non ha -piuttosto un urlo, piuttosto un silenzio. La follia.
    Ha raccontato Pálmi diventando la voce di Pálmi, i pensieri di Pálmi, la solitudine di Pálmi.
    Lo ha fatto intrecciando tempi diversi, un “allora” e un “adesso” che sono ugualmente passato, perché Pálmi -quello che parla; che ricorda come cadeva la luce sul tavolo, in un certo momento, o i grigi banchi di nebbia che nascondevano le montagne; quello che sale sulla zattera costruita da Gulli, perdendosi nel mare e nel grigio insieme a Siggi, Jói, Skūli, Danièl; quello che guardava il pittore Bergsteinn dipingere Kleppur (dove arrivano ammanettati i malati di mente); quello che ha dolori di testa e malessere quando è al liceo e si stordisce con musica e alcol; quello che si fa chiassoso e aggressivo, arrogante e irascibile, e vive sempre di più in un mondo suo, fino a rompere i contatti col mondo -l’altro!-; quello che solo le Case della Solitudine -Clinica psichiatrica, Centri di recupero, Case per Invalidi- possono tenere, (con)tenere, accogliere; quello che ha sperato, desiderato, creduto di potercela fare, ma poi non più; quello che in sole quattro parole -“Sono solo, assolutamente solo…”- racconta tutto il suo dramma, il suo dolore, e forse la sua vita- è morto, ormai. È libero.
    Può percorrere la propria memoria lucidamente, senza più confondersi per le medicine che intontiscono, aggrovigliano, imprigionano. Può seguire il flusso dei ricordi, soffermandosi su certi particolari che ritrova, sorridendo di un dato momento, di una situazione -vi è ironia, in molte pagine, leggerezza. E mentre le parole evocano, risuonano, diventano, raccontano -i volti, i luoghi, il tempo, l’Islanda perfino-, Pálmi può ritrovare se stesso. Ritornare a se stesso.
    Essere un angelo dell’universo, che è stato anche uomo, ma non ha potuto avere la propria felicità-normalità.

    Ho conosciuto gli occhi dello studente tal dei tali, della scuola diff; ho conosciuto gli occhi di Pálmi... Guardavano oltre, guardavano attorno, guardavano -smarriti- un buio, un universo troppo grande e confuso che li spaventava...

    Is this helpful?

    Occhi di velluto said on Jan 24, 2013 | 4 feedbacks

Book Details

Improve_data of this book

Margin notes of this book