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AntoloGaia

Sesso genere e cultura degli anni '70

Di

Editore: Il Dito e la Luna

4.4
(20)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 219 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8886633505 | Isbn-13: 9788886633505 | Data di pubblicazione: 

Genere: Non-fiction

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Descrizione del libro
C'era una volta in Italia, come in tante altre parti del mondo, una realtà un po' diversa da quella che conosciamo o immaginiamo oggi, una realtà in cui trans, gay, lesbiche, donne, e non solo, rivoluzionavano la propria vita e di riflesso quella del mondo. Era una scena ancora tutta da inventare, prima che altri la inventassero per noi: bisognava dare senso, forma e soprattutto sostanza alla nostra liberazione. Non conoscevamo il futuro ma ci piaceva immaginarlo e di fantasia ne avevamo tanta! AntoloGaia è uno sguardo diverso, “in/verso” e per/verso sugli anni ’70, la narrazione dei fatti, delle cose, delle idee, dei personaggi di un periodo che ha permesso a tutt* di sentirsi un po' più liberi.
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  • 4

    Il corpo come prassi rivoluzionaria

    Leggendo di recente il saggio introduttivo di Elda Guerra al volume Partire dal corpo. Laboratorio politico di donne e uomini (Milano, Essediesse, 2011), sono rimasta piuttosto colpita dal breve passaggio, in cui l’autrice scrive: “gli anni Settanta sembrano consegnati ad una fine […] i due grand ...continua

    Leggendo di recente il saggio introduttivo di Elda Guerra al volume Partire dal corpo. Laboratorio politico di donne e uomini (Milano, Essediesse, 2011), sono rimasta piuttosto colpita dal breve passaggio, in cui l’autrice scrive: “gli anni Settanta sembrano consegnati ad una fine […] i due grandi lutti sono […] la perdita della parola autocoscienziale […], l’allontanamento dal corpo” (p. 26). Sul blog "wedwellinpossibility" abbiamo cominciato ad affrontare la questione della trasmissione/eredità del femminismo (http://wedwellinpossibility.blogspot.it/2012/04/per-un-glossario-delle-parole-nel.html), ma perplime sempre vedere come nella parabola di movimento descritta dagli anni Settanta, il femminismo sembra aver prodotto una rivoluzione, certo, ma chiusa su se stessa, partecipata e agita solo da quante hanno fatto parte di quell'esperienza, alla fine della quale, con lo spostamento dell'attenzione sul pensiero della differenza ad esempio, altri corpi conquistano uno spazio di protagonismo e quindi, per ciò stesso, il primo femminismo svanisce. Al volgere degli anni Ottanta, si apre una fase nuova, popolata dagli "altri corpi", che fanno un percorso "altro" ("a parte da") e in cui sembra mancare una contaminazione con l'esperienza precedente, il primo femminismo per l'appunto, poiché esso è morto senza lasciare eredi, se non delle alterità vagamente (e confusamente) riconosciute. È il palesarsi dell'esperienza femminista come qualcosa di chiuso che genera preoccupazione, non solo in riferimento all'esperienza specifica, ma anche perché un tale procedere misconosce inevitabilmente tutto quello che è entrato in contatto con quell'esperienza, per poi avviarsi ad un percorso proprio, certo non "altro" e neppure "a parte da". Ecco quindi l'esigenza di ritornare su questo testo. Antologaia, in prima lettura, restituisce attraverso la biografia politica di Porpora Marcasciano, che è inevitabilmente una biografia collettiva, il percorso intenso e tragico che porta dal FUORI (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) al MIT (Movimenti Identità Transessuale). Esso attraversa tutto il movimento di critica radicale della società proprio degli anni Settanta per arrivare ad una presa di coscienza identitaria che si fa politica nel decennio successivo. È nelle fila del movimento studentesco di sinistra, infatti, che comincia a farsi largo la riflessione di Porpora, rendendosi conto che la contestazione, pur avendo permesso a tanti di mettersi in discussione “non ha assolutamente riguardato il proprio essere maschio”(p. 21). Nonostante ciò, pur nella consapevolezza che gli slogan dei compagni mascheravano e, neppure tanto bene, quel maschilismo patriarcale mai messo in discussione, la rete della sinistra extraparlamentare permise una maggiore visibilità a quelle che erano le iniziative e le riflessioni emergenti nella comunità omosessuale, in quegli anni in fase di organizzazione (p. 105). Non era però uno spazio sufficiente accogliente. Le influenze provenienti da altre anime di quel movimento, il femminismo per esempio, portano Porpora a manifestare il bisogno di maggiore presenza di sé nell’agire politico: “sentivo il bisogno di incanalare la mia esperienza dentro una lotta di liberazione più generale, riuscivo ad inserire il processo di liberazione nella mia esperienza personale e nella mia omosessualità, ma non riuscivo a fare il contrario e cioè proporre la mia omosessualità come prassi rivoluzionaria” (p. 52). Ecco, quindi, che il corpo riappare, facendosi perno di un’intera struttura riflessiva: “mi sento nomade, trasversale, ibrido, extraterritoriale, l’unica certezza è il mio corpo […], terminale della mia felicità perché punto di partenza e punto di arrivo di bisogni e desideri” (p. 15). Questo scrive Porpora riportando al centro della sua riflessione politica il corpo e con esso la parola autocoscienzale. La pratica femminista non è qui solo una eco lontana. La contaminazione è indiscutibile e l’autrice non la nega, anche se è costretta a constare come le femministe si opposero alla presenza dei travestiti nelle proprie fila. Finanche nei cortei, come accadde a Bologna nel ’77 durante la manifestazione contro la repressione, poiché per le femministe i travestiti rappresentavano “un modello femminile vetusto complice del patriarcato” (p. 88). Con la presa di coscienza si innalza pian piano il livello di autoaccettazione, determinando quell’aumento dell’autotisma, “che tradotta in termini politici, si chiama “orgoglio” (p.116)”. Con la conquista orgogliosa dell’identità si avviano una serie di iniziative pubbliche, che alla fine degli anni Settanta sembrano subire una accelerazione decisiva. È del maggio 1979 la nascita del Collettivo Narciso, in novembre dello stesso anno la prima manifestazione gay a Pisa, quindi il Pride di Bologna nel giugno 1980 e due anni dopo l’assegnazione del Cassero di Porta Saragozza… Non si tratta però di una marcia trionfale. Enormi sono stati i costi e continua la fatica per affermare quel principio di nuova cittadinanza, con tutti i diritti che essa richiede, di cui il MIT si è fatto portavoce. Nell’intenso e tragico percorso indicato all’inizio, tra lustrini e polvere di palcoscenico, comizi improvvisati e incontri organizzativi, è stato possibile imbattersi in momenti performativi ed in improbabili processioni di imperatrici, nobildonne … e vaghebionde. Non sono mancati gli incontri occasionali e quelli a pagamento; le aggressioni; le riflessioni di Mario Mieli; le canzoni impegnate di Claudio Lolli; e la morte, arrivata sì tragicamente con le vittime della “peste gay”. Eppure, in tutto questo, non è venuta meno né la parola autocoscienziale (“La coscienza è la base necessaria per un sano rapporto con il mondo e con se stessi: bisognerebbe partire da essa per fare un sano e favoloso coming out …” p.118); né l’importanza della centralità del corpo (“[…] il corpo non esiste più nella sua totalità ma in singole parti scomposte. Forse non ce ne rendiamo bene conto […], ma i corpi sono super controllati, ingabbiati, predefiniti, sterilizzati. […] Di questo passaggio ne ha coscienza solo chi è riuscito a mantenere una memoria non solo psichica, ma soprattutto fisica, chi riesce ancora a ricordare gli odori, i sapori, i colori e la sensualità del corpo reale […]” p. 157). È nel protagonismo indiscusso del corpo, nel suo essere mutante o in “via di liberazione” - come scrive nella postfazione Nicoletta Poidimani -, che Antologaia testimonia come correre il rischio della contaminazione sia il primo passo per l’affermazione del corpo-soggetto. (Maria Grazia Suriano)

    ha scritto il 

  • 4

    Una "contro" antologia GLBT

    Ho consociuto Porpora al corso di Alta Formazione Welfare State e Cittadinanza Gay, Lesbica, Bisex, Trans; lei insegnante, io studente. Il suo volto non mi era nuovo, l’avevo già vista alle manifestazioni in giro per Bologna ma non conoscevo il suo ruolo all’interno dell’associazionismo. Sin dall ...continua

    Ho consociuto Porpora al corso di Alta Formazione Welfare State e Cittadinanza Gay, Lesbica, Bisex, Trans; lei insegnante, io studente. Il suo volto non mi era nuovo, l’avevo già vista alle manifestazioni in giro per Bologna ma non conoscevo il suo ruolo all’interno dell’associazionismo. Sin dall’inizio, grazie ai suoi racconti, ho provato un profondo rispetto e una inaspettata curiosità. Quando ci ha detto che scriveva ho acquistato due dei suoi libri “Tra le rose e le viole” e “Antologaia”. Quest’ultimo è stato una vera e propria illuminazione su cosa abbiano significato gli anni ’70 per il popolo omosessuale facendo crescere in me una sana gelosia e una profonda autoanalisi. Io sono nato nel 1976 e degli anni 70 ho sempre sentito parlare come di anni bui e pericolosi per la nostra storia. Non sapevo neppure ci fosse stata una rivolta così profonda nel nostro paese, la ritenevo legata all’America e all’Inghilterra. Conoscevo le lotte femministe, la nascita dei collettivi, le rivolte nelle principali città ma non avevo mai approfondito questi avvenimenti e, soprattutto, la mia mente li aveva legati tutti a episodi negativi che riguardavano gruppi armati, rapimenti, omicidi e scontri con la polizia. Nonostante mio padre mi raccontasse delle sue partecipazioni alle manifestazioni di quel periodo poco o nulla avevo compreso della profonda trasformazione sociale in atto. Il suo manifestare era legato ai diritti degli operai e non alla rivoluzione sessuale, culturale e di genere; lui faceva parte di quella parte di comunisti “seri” che non capivano, e, forse, neppure conoscevano il nascente movimento omosessuale e la realtà GLBT. Solo anni dopo, grazie alla conoscenza con Luciana Tufani, tutto il mondo della rivista “Leggere Donna” e del “Centro Documentazione Donna” di Ferrara, ho cominciato a comprendere la rivolta femminile, di affermazione sessuale e di genere ma è stato grazie ai ricordi di Porpora se ora ne comprendo il senso. La mia generazione appartiene a quella fascia di persone cresciuta con il terrore dell’AIDS, con la diffidenza nei confronti delle persone GLBT e con un forte senso di oppressione e di senso del peccato. Sensazione che non mi ha mai abbandonato del tutto. Ricordo che il messaggio che passava quando ero bambino era quello del frocio-macchietta che importunava i “maschi” elemosinando sesso e, per questo, veniva emarginato e/o picchiato, che non si ribellava mai perché, in fondo, sapeva di meritarsi quel trattamento. Erano gli anni della pubblicità che invitava a “evitare” l’AIDS (ricordo ancora quell’aura viola che circondava gli “infetti” con la voce fuori campo che diceva “AIDS se la conosci la eviti, se la conosci non ti uccide”) e quindi tutti coloro che ne erano affetti. Era anche il periodo dei primi videotape, dei capelli cotonati, dei nascenti yuppies e dei paninari. Il nascente consumismo che ci avrebbe sommersi con la sua banalità. Per me l’AIDS era una maledizione divina, solo ora mi rendo conto di quale arma sociale sia stata. I potenti, stato e chiesa (inutile, a questo punto della storia, continuare ad illuderci che ci sia ancora una qualche differenza fra le due istituzioni), avevano trovato il modo di fermare la rivoluzione in atto colpevolizzando la libertà sessuale e indicando come “untori” i personaggi sgraditi al sistema. L’omosessualità tornava ad essere una colpa punita addirittura dal divino e gli/le omosessuali non hanno potuto far altro che correre ai ripari aspettando che la verità venisse a galla. Oggi mi sembra che tutt* vogliano dimenticare quel periodo e, francamente, non ne comprendo il motivo. Dovrebbe essere la nostra bandiera. Dovremmo ricordare a tutt* che, se l’AIDS ha decimato fisicamente molte persone, i potenti lo hanno fatto moralmente creando una vergognosa caccia alle streghe. Dovrebbe continuare e rinforzarsi il nostro impegno; dimenticare il dolore è naturale ma il nostro dovere è quello di far vivere la memoria. Sono cresciuto con molti preconcetti, non avevo ben chiaro cosa significasse essere gay, per me era sinonimo di dolore e vergogna, ero troppo giovane per ribellarmi alle angherie e alla mentalità corrente. Ho fatto l’amore per la prima volta a 22 anni e, nonostante mi fossi protetto, per mesi ho avuto il terrore di essermi infettato. I primi anni di (scarsa) attività sessuale facevo il test ogni sei mesi, anche quando non ce n’era nessun bisogno. L’AIDS è stata la spada di Damocle che i potenti hanno abilmente tenuto sopra le nostre teste distruggendo quanto si era fatto sino alla sua comparsa, ci hanno trasformati in esseri con una bassa stima di sé, ci hanno fatto credere di essere colpevoli, zittendo le nostre coscienze ancor prima che le nostre voci. Al di là della malattia e del suo corso storico mi rendo conto di quante differenze ci siano tra oggi e gli anni settanta, per quanto riguarda l’omosessualità almeno. La sessualità, per esempio, si è trasformata da mezzo comunicativo a sistema di controllo. Il piacere non è più ammesso, si sbandiera una libertà sessuale fasulla, ci consideriamo liberi solo perché ci viene data l’opportunità di avere saune, dark, discoteche senza comprendere che ci viene lasciato il sesso per controllarci meglio. Sono d’accordo con i dubbi avanzati da Porpora nei confronti di un certo tipo di tecnologia. Internet ha accorciato le distanze ma ha anche creato una forma diversa di rapporti: asettici, meccanici, inumani. Il sesso non è più un momento di gioia e aggregazione è un atto svuotato di senso. Non abbiamo più neppure il bisogno di toccarci, per godere possiamo guardarci attraverso una web cam: risolto il problema dell’approccio, nessuna malattia, nessun coinvolgimento. Ci siamo assuefatti anche al sesso, non è più una scoperta, non è più un gioco, per eiaculare possiamo andare in una sauna o in un qualche altro luogo del genere. Non abbiamo più bisogno di contatti profondi ne’ di confrontarci con gli/le altr*, non ci serve più neppure quella sintonia che sta alla base dell’attrazione. Abbiamo confuso l’indipendenza con la possibilità di andare in discoteca e/o scopare con chi ci pare senza comprendere che il potere ci ha dato le briciole per spegnere una rivoluzione che dava troppo fastidio. Siamo diventat* parte del sistema, del commercio: vestiti e vacanze, disco e pub, accessori e pubblicità. Ci sentiamo accettati perché l’indifferenza della gente ci ha resi invisibili, chiediamo diritti che nessuno è disposto a darci e vogliamo essere “normali”, ci impegniamo a dare immagini rassicuranti di noi ma la vera vittoria sta nel mantenere la nostra diversità. La campagna contro di noi è stata talmente violenta che ci siamo convint* che il modello da seguire è quello eterosessuale, che la libertà sessuale è un male, che l’eccesso è sbagliato. Abbiamo rappresentanti GLBT che occupano alte cariche e che ci dicono come vestire ai Pride dimenticando la propria storia per offrire al pubblico un’apparente normalità. Tutto inutilmente perché il potere non ci accetterà mai, ci renderà agnellini schiavi della cintura D&G di turno ma non ci considererà mai cittadini di serie A. Ora che non ci possono più accusare di essere i portatori dell’AIDS (grazie alla medicina che ci ha detto che questa malattia attacca indifferentemente eterosessuali, omosessuali, bisex e trans) ci trasformano in beni di consumo, in qualcosa che fa tendenza. Ci hanno dato la sensazione di essere liberi ma in realtà siamo più schiavi di prima. Il significato nuovo dei gesti si è trasformato in necessità di produrre e di guadagnare: la musica, le arti figurative, persino la scrittura si sottraggono sempre meno alle regole del mercato dimenticando quella che Porpora definisce la “fantasia”. Oggi tutto è deciso, preconfezionato, ci dicono come vestire, cosa pensare, chi amare. Persino un bacchettone come me capisce che il significato della droga, per esempio, è estremamente mutato dagli anni settanta ad oggi. La droga fa male oggi come lo faceva ieri ma almeno in quel periodo c’era la scusa della sperimentazione, oggi c’è solo lo sballo facile con sostanze sempre più sintetiche e dannose. Forse Porpora ha ragione, la comparsa dell’AIDS h davvero segnato la fine di un’epoca. Quello che è venuto dopo non ha creato nulla di eversivo, solo puro e semplice conformismo.

    ha scritto il 

  • 5

    Da antropologa del genere ho trovato splendido questo libro "diretto e concreto" sulla situazione dei gay durante gli anni '70...si tratta di uno spaccato storico molto interessante e, purtroppo, poco conosciuto (stavo giusto pensando di approfondire le ricerche per un lavoro accademico). E' un l ...continua

    Da antropologa del genere ho trovato splendido questo libro "diretto e concreto" sulla situazione dei gay durante gli anni '70...si tratta di uno spaccato storico molto interessante e, purtroppo, poco conosciuto (stavo giusto pensando di approfondire le ricerche per un lavoro accademico). E' un libro che consiglio per comprendere come i rivoluzionari anni '70 siano stati fondamentali anche per produrre una libertà e un'autonomia di genere.

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro emozionante, quello di Porpora. Che fa sorridere, ma anche commuovere. Che mi restituisce un pezzo di memoria che non è mai stata raccontata: il coming of age di un* giovane gay/trans all'interno (e di traverso, per forza di cose) del movimento negli anni settanta.
    Una biogr ...continua

    Un libro emozionante, quello di Porpora. Che fa sorridere, ma anche commuovere. Che mi restituisce un pezzo di memoria che non è mai stata raccontata: il coming of age di un* giovane gay/trans all'interno (e di traverso, per forza di cose) del movimento negli anni settanta.
    Una biografia che è anche storia di un'epoca, a me sconosciuta per motivi anagrafici e qui raccontata da punti di vista minoritari. Non esattamente una bella scrittura, ma decisamente appassionata lettura.

    ha scritto il