Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

Appuntamento a Samarra

Di

Editore: Minimum Fax

4.1
(108)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 291 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8875210756 | Isbn-13: 9788875210755 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: R. Lotteri

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Fiction & Literature

Ti piace Appuntamento a Samarra?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
È la vigilia di Natale del 1930; nei circoli più esclusivi di Gibbsville sifesteggia fino a tardi, ballando tra fiumi di alcol. Al centro della scena cisono Julian e Caroline English, la coppia più invidiata dell'alta societàlocale. Ma un gesto impulsivo di Julian contro un altro membro del club dàinizio alla rottura con il mondo di cui fa parte e a una rapida e ineluttabilediscesa verso l'autodistruzione. Nel giro di tre giorni si compie undrammatico destino cui nessuno sembra potersi né volersi opporre. John O'Hara(1905-70), dopo aver esordito con "Appuntamento a Samarra", ha vinto unNational Book Award per "Ten North Frederick".
Ordina per
  • 4

    Appuntamento a Samarra di John O’Hara è uno strano caso di libro che ti riporta alla mente un altro libro che però è diverso e sai quanto sia diverso. Hai la sensazione di trovarti di fronte a qualcosa che già conosci, pur notandone le differenze ed essendo conscio di come non possa essere ...continua

    Appuntamento a Samarra di John O’Hara è uno strano caso di libro che ti riporta alla mente un altro libro che però è diverso e sai quanto sia diverso. Hai la sensazione di trovarti di fronte a qualcosa che già conosci, pur notandone le differenze ed essendo conscio di come non possa essere lo stesso libro (ovvio) né lo stesso autore (meno ovvio). Il libro che l’esordio di O’Hara può ricordare è il ben più blasonato Il grande Gatsby di Fitzgerald. L’atmosfera è la stessa che si può respirare nei lavori di Francis Scott, solo leggermente più sporca, decurtata da quell’alone di lusso e brillantezza. Se Il grande Gatsby può essere definito come il ritratto di un paesaggio (e di un’era) a colori, Appuntamento a Samarra è la rappresentazione dello stesso paesaggio ma in bianco e nero, o per lo meno con una tonalità più spenta. E questo, sia ben chiaro, non è un male, o una critica negativa fatta al romanzo, è solo un modo diverso di vedere la stessa società dell’epoca. O’Hara, che ambienta le vicende alla fine dell’anno ’30 nel periodo delle vacanze di natale, imbianca di neve i paesaggi e sembra quasi rendersi conto di quanto il suo spaccato sia più freddo e meno caloroso di quello di Fitzgerald. Se lo è, meno sfarzoso meno ricco di soldi e della loro ostentazione, è anche vero che rende più l’idea di una società più vicina alla gente, più reale. Snellisce le feste forse eccessive di Gatsby e le fa diventare più popolari, nel senso che appartengono al popolo e possono essere viste come qualcosa di vicino a esso, e non come avviene nel Grande che tutte le cose sono appunto così grandi da apparire quasi irraggiungibili.
    L’unico particolare che può divergere da quanto detto sopra, dalla realtà e dalla sua trascrizione sulla pagina, è il comportamento del protagonista, che a tratti sembra essere soggetto di un infezione al cervello che lo obbliga a compiere gesti che altrimenti sarebbero inspiegabili. Non è una cosa di poco conto, se teniamo presente che tutto il romanzo si basa, e si apre, su uno di questi gesti (narrato benissimo tra l’altro). È un particolare su cui si può facilmente soprassedere se solo si pensa l’autore può avere volontariamente calcato la mano, rischiando di rendere il personaggio fin troppo caricaturale, per marcare e sottolineare i possibili cambi di umori e dubbi e preoccupazioni che ognuno può avere in qualsiasi momento. Ti mostro l’attimo preciso ingigantito fino all’inverosimile per farti caprie di cosa si tratta, un po’ come succede per le rappresentazioni dei microbi che altrimenti sarebbero invisibili a occhio nudo.
    Il risultato finale è un libro godibile, avvincente (per quanto possa sembrare strano per un romanzo di tale trama e che narra le vicende di una manciata di giorni), nel quale è facile apprezzare la capacità di O’Hara di riportare la quotidianità e la naturalezza dei dialoghi tra le persone.

    ha scritto il 

  • 4

    Quattro stelline e mezzo

    Per essere un capolavoro, a questo romanzo manca qualcosa. Non si tratta tanto della grandezza di un Jay Gatsby o di un Dick Diver, del tutto assente nel Julian English di O'Hara: a differenza di Fitzgerald, che in fondo ha sempre scritto di personaggi magnifici anche se destinati alla caduta, ri ...continua

    Per essere un capolavoro, a questo romanzo manca qualcosa. Non si tratta tanto della grandezza di un Jay Gatsby o di un Dick Diver, del tutto assente nel Julian English di O'Hara: a differenza di Fitzgerald, che in fondo ha sempre scritto di personaggi magnifici anche se destinati alla caduta, risultando per questo il più "europeo" tra gli scrittori statunitensi del Novecento, l'autore di Appuntamento a Samarra dà vita a un protagonista che si inserisce nella lunga tradizione di uomini-massa del romanzo americano, gli stessi che si trovano nelle storie di Yates, Carver, Dubus, Brodkey, Williams, Roth.
    In questo senso, l'assoluta ordinarietà di English e la meschinità delle sue confuse aspirazioni di fuga sono anzi un punto di forza del romanzo, perché frutto di un'osservazione spietata della provincia americana degli anni Trenta dello scorso secolo: la borghesia coi suoi rapporti di forza, i suoi ritrovi mondani tra beneficenza e razzismo malcelato, il cicaleccio incessante e senza scopo, la paura dell'opinione altrui, la capacità di raccontarsi menzogne che rendano più accettabile la realtà: tutto questo è affrontato con coraggio e lucidità dall'autore, che per le sue origini lo conosce fin troppo bene, tanto da esserselo lasciato alle spalle appena ha potuto. In un tentativo analogo, Julian English riesce solo a preparare la propria fine, quella annunciata fin dalla citazione di Somerset Maugham che apre il libro: al mercato di Baghdad, un servitore si imbatte nel volto incappucciato della morte e per questo chiede al proprio padrone un cavallo per fuggire nella notte a Samarra, non sapendo che la morte lo attenderà proprio lì.
    Ciò che manca alla dannazione di English e, in generale, allo sguardo di John O'Hara, per eguagliare l'intensità dolorosa e quasi insostenibile del Richard Yates di Revolutionary road (che pure, per molti versi, appare il discendente più prossimo di questo romanzo) è un barlume di speranza, anche fasulla, nel bel mezzo di un percorso che sappiamo già essere destinato al disastro. Fosse anche solo un'aspirazione effimera e mai coltivata sul serio, come l'illusione della nuova vita a Parigi per i Wheeler, a essere del tutto assente in Appuntamento a Samarra è proprio la sensazione che almeno i protagonisti, Julian e Caroline, credano inizialmente alla possibilità di riscattarsi dalla propria mediocrità. Sul resto dell'umanità media che popola Gibbsville, O'Hara offre al lettore una serie di occasioni per ricredersi, portandolo talvolta a credere che un personaggio oppure l'altro non siano in fondo così degni di disprezzo, ma solo per prenderlo di sorpresa un momento dopo con una nuova dimostrazione di piccolezza d'animo: una lucida crudeltà che si ritroverà anche nel miglior Yates, ma qui non viene portata alle estreme conseguenze, e forse in questo sta il suo unico limite. Il finale è comunque capace di turbare e lasciare il segno, e Appuntamento a Samarra, a più di ottant'anni dalla sua pubblicazione, rimane un'opera importante, capace di raccontare un'America post-1929 che somiglia tanto all'Italia di oggi.
    Punto di forza assoluto sono i dialoghi, efficaci nonostante la traduzione italiana di questa edizione Mondadori, davvero datata.

    ha scritto il 

  • 5

    Un uomo destinato a morire. Come fa di tutto perché il destino si compia. Samarra è la Samarcanda di Roberto Vecchioni, che, a sua volta, ha tratto la canzone da un'antica leggenda araba.

    ha scritto il 

  • 4

    Quando quaccheri e puritani misero piede in America trovarono distese di alberi tali da esclamare che uno scoiattolo sarebbe riuscito a raggiungere il Mississippi, partendo da New York, senza mai toccare terra; O’Hara fa lo stesso, costruisce un romanzo corale senza un corifeo (concentrico però s ...continua

    Quando quaccheri e puritani misero piede in America trovarono distese di alberi tali da esclamare che uno scoiattolo sarebbe riuscito a raggiungere il Mississippi, partendo da New York, senza mai toccare terra; O’Hara fa lo stesso, costruisce un romanzo corale senza un corifeo (concentrico però sulla fragilità di John English), saltando da un personaggio all’altro con una grazia fluida e setosa e morbidissima, aderendo alla vita particolare di tutti gli alberi che tocca, restituendoci, senza mai cadere a terra, dalla prima all'ultima pagina, un meraviglioso affresco della foresta umana – affarista e classista – degli anni Trenta in America.

    ha scritto il 

  • 3

    PIU' GROSSI SONO, PIU' FANNO RUMORE QUANDO CADONO

    Mentre mi apprestavo alla lettura di questo romanzo tre sono stati i motivi che hanno aumentato la mia voglia di cimentarmi col suddetto: l'opinione più che positiva che ne ha tratto chi mi ha portata in questo sito; la fascetta a chiusura del libro che riportava il commento incensante di Hemingw ...continua

    Mentre mi apprestavo alla lettura di questo romanzo tre sono stati i motivi che hanno aumentato la mia voglia di cimentarmi col suddetto: l'opinione più che positiva che ne ha tratto chi mi ha portata in questo sito; la fascetta a chiusura del libro che riportava il commento incensante di Hemingway a 'Samarra'; la strofa tratta da 'Sheppey' di W.S.Maugham, che apre la storia e ho dedotto essere lo spunto usato da Vecchioni per la sua orecchiabilissima 'Samarcanda', canzone piacevole da cantare che, però, nasconde un testo angosciante.
    La storia parte con la descrizione dell'ultimo dell'anno del 1930 in una cittadina nei dintorni di Philadelphia, Gibbsville, che, benchè il periodo sia quello della grande depressione, deve il suo benessere all'estrazione di carbone di ottima qualità. Julian English fa parte dell'elite della società, dove gestisce una concessionaria di automobili, è felicemente sposato e, altrettanto felicemente, come tutto il resto dei suoi amici, si sbronza con regolarità e tradisce la moglie. Dopo poche pagine, proprio la notte di San Silvestro ha luogo quel fatto che, presumiamo, rappresenterà la Samarcanda del nostro personaggio.
    Il libro è ben scritto, ma, per quanto mi riguarda, già si parte male. Il bere e farsi sveltine a giro è un clichè che mi sega le braccia proprio all'altezza della spallina della canottiera facendo precipitare inevitabilmente al suolo qualsiasi cosa stessi sorreggendo, raccontate bene quanto volete, ma questa miseria d'animo che ti fa sentire al mondo solo se sei sbronzo(d'accordo che erano gli anni del proibizionismo e sappiamo bene quanto una pratica venga incentivata e desiderata quando la si proibisce) o con le mani dentro le mutande di qualcuna che non sia tua moglie mi fa solo desiderare di accantonare la lettura. Ma per i tre motivi elencati ho tenuto duro.
    L'inanellarsi delle vicende del protagonista con quelle della sua cerchia di amicizie, e il loro ripetersi cambiando i nomi ma sempre così simili le une alle altre, mi ha fatto tornare in mente(con tanta nostalgia) 'La versione di Barney'. Però Julian English non ha neppure un decimo del carisma di Barney che anche in mezzo ai suoi racconti incasinati e atemporali non cessa mai di essere il faro illuminante della narrazione. Invece qui dopo pagine di.. whiskey di segale? no grazie preferisco lo scotch, sigari, donne..mi ritrovavo a tirar su la testa e, sforzandomi, tentavo di ricordarmi il nocciolo della questione, intorno a cosa girava la storia. Per non parlare del pathos crescente che mi aspettavo, di quella caduta agli inferi senza possibilità di appello preannunciata dal sonetto di Maugham.
    Niente, non succede niente fino a quando non arriviamo alle ultimissime pagine dove, in maniera assolutamente pretestuosa, frettolosa e gratuita, si arriva all'epilogo del romanzo. Probabilmente John O'Hara ha dovuto sottostare a degli obblighi contrattuali ai quali ha ovviato tralasciando l'approfondimento psicologico dei suoi personaggi e chiudendo in maniera forzata la storia.
    Avrei dato due stelle, più che altro per la delusione e, anche se non lo faccio mai, questo libro mi ha fatto venire in mente anche il buon vecchio Jimmy Cliff che mi ha ispirato anche il titolo..

    http://www.youtube.com/watch?v=xGE4dnrPPZQ

    ha scritto il 

  • 4

    Siamo in una piccola città della Pennsylvania negli anni ‘30 e Julian English, venditore di auto Cadillac, ci viene presentato come un personaggio ben inserito e quasi in dirittura d’arrivo per raggiungere velocemente e con successo il traguardo del riconoscimento come appartenente a buon diritt ...continua

    Siamo in una piccola città della Pennsylvania negli anni ‘30 e Julian English, venditore di auto Cadillac, ci viene presentato come un personaggio ben inserito e quasi in dirittura d’arrivo per raggiungere velocemente e con successo il traguardo del riconoscimento come appartenente a buon diritto al circolo ristretto dei ricchi benpensanti locali. Ma la sciagura irreparabile incombe. La vigilia di Natale alla presenza dei notabili della cittadina fa un gesto inqualificabile e imperdonabile: rovescia un bicchiere di whisky in faccia ad un uomo molto antipatico oltre che potente ed irascibile. Julian all’inizio spinto dalla moglie cercherà di rimediare offrendo le sue scuse, ma non servirà, non saranno accettate e per Julian inizierà una pericolosa sequenza di azioni che lo porterà ad intraprendere un percorso di totale autodistruzione. Nella indifferenza ipocrita della comunità in cui vive e in cui pensava di conquistare una invidiabile posizione.

    ha scritto il 

  • 4

    Non ricordo perche' abbia scelto in libreria questo titolo di un autore che non conoscevo, sta di fatto che si e' rivelata una mossa azzeccata. USA anni '30, la media borghesia wasp di un sobborgo cittadino della costa orientale vive alle prese con gli sviluppi della grande crisi economica appena ...continua

    Non ricordo perche' abbia scelto in libreria questo titolo di un autore che non conoscevo, sta di fatto che si e' rivelata una mossa azzeccata. USA anni '30, la media borghesia wasp di un sobborgo cittadino della costa orientale vive alle prese con gli sviluppi della grande crisi economica appena scoppiata (e che avverte solo in parte), tra ricevimenti, pettegolezzi, circoli sociali, conformismo e accenni di strisciante razzismo verso i non introdotti e i piu' recenti immigrati: ebrei, italiani, polacchi, cattolici etc. Se la struttura sociale e' stretta da questi lacci perbenisti e ipocriti, le tensioni non possono che svilupparsi a un livello piu' basso, in privato. Le relazioni di coppia, le amicizie, i vincoli famigliari, diventano spesso null'altro che paramenti per nascondere conflitti e tensioni impresentabili. In questo contesto, anche la parabola di autodistruzione di un giovane uomo di successo non e' altro che un nuovo argomento di conversazione della comunita'. Bella scrittura, efficace e asciutta che analizza con sincerita'. Qualche pagina (poche) verbosa piu' del dovuto, ma nel complesso si ha la piacevole sensazione di un ritmo brioso.

    ha scritto il