Sul linguaggio della sostenibilità
Quale rapporto si può istituire, ai fini di una chiarezza concettuale e di un risultato utile nel campo della ricerca, tra i princìpi della sostenibilità urbana e il linguaggio dell'architettura?
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Sul linguaggio della sostenibilità
Quale rapporto si può istituire, ai fini di una chiarezza concettuale e di un risultato utile nel campo della ricerca, tra i princìpi della sostenibilità urbana e il linguaggio dell'architettura?
La domanda mette sicuramente in imbarazzo, non tanto per la distanza che separa i due termini della questione (uno si riferisce ai fenomeni dell'evoluzione-trasformazione di realtà complesse e di natura collettiva, l'altro ai modi dell'espressione individuale di una specifica forma di comunicazione estetica), quanto per la difficoltà di concepire i risultati di un'attività creativa che si traduce essenzialmente in produzione di immagini ed esecuzione di opere quale contributo alla soluzione di un grande, ma difficilmente circoscrivibile, problema economico-sociale e ambientale, la sostenibilità dello sviluppo urbano, oggi.
Ciò non toglie, tuttavia, che un nesso ci possa essere e che lo si debba rivelare, a condizione che si adottino definizioni (del Progetto urbano, come dello Sviluppo) che non siano confinate entro i limiti di una fenomenologia elementare, e che al contrario comprendano come basilare per il loro significato il paradigma della complessità. Un nesso rintracciabile tra un Progetto urbano che non sia una previsione a breve termine di un'opera che va semplicemente ad aggiungersi al contesto circostante e che invece cooperi ai processi evolutivi in atto o potenziali del contesto spazio-temporale di appartenenza e uno Sviluppo che non sia una semplice crescita materiale del bene-città, ma che contribuisca all'evoluzione qualitativa a lungo termine della risorsa umana, socio-culturale e ambientale dell'organismo-città.
Se queste condizioni di massima sono rispettate è lecito allora tentare un'esplorazione epistemologica come quella compiuta felicemente da Marco Felici. E' sicuramente di grande interesse farsi condurre dall'autore lungo il percorso della sua ricerca. Vediamone i passaggi.
La premessa è fondamentale. L'architettura viene osservata e valutata nella sua natura semiotica, vale a dire come strumento di comunicazione, come linguaggio comunicativo, appunto, e, rispetto al principio della sostenibilità, come riflesso, ovvero espressione consapevole di una particolare forma mentis.
Dovrà trattarsi quindi di una forma mentis che non smentisca la consapevolezza dei gravi problemi che oggi sono posti all'ordine del giorno dell'umanità e che si ponga in sintonia con le configurazioni di una spazialità "aperta, incrementale e condivisa", in grado se non di risolvere la questione, quanto meno di presentare una gamma di possibilità-modalità espressive che inducano, quasi per trasmissione virale, analoghe visioni e prese di posizione mentali, analoghe forma e mentis.
Che questa ipotesi interpretativa e di lavoro costituisca un azzardo, una sfida rivolta più in generale al pubblico, agli utenti della città, in primo luogo, e che i risultati di un suo coinvolgimento consapevole siano tutt'altro che scontati, è evidente.
Troppe sono ancora le condizioni di mutua comprensione da raggiungere per pensare che determinati linguaggi, pur efficacemente presenti nel panorama delle ricerche contemporanee,