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Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

Di

Editore: Sellerio (La memoria ; 99)

4.3
(251)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 206 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo

Isbn-10: 8838902615 | Isbn-13: 9788838902611 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Scrive Leopardi in un luogo della sua Storia del genere umano: «E Giove seguitò dicendo: avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che chiamano Amore». Non diversamente il protagonista di queste pagine (lo stesso autore, forse; ma forse no, a dispetto delle coincidenza onomastica), assediato dall'inverno in un albergo romano, rievoca, per medicina dei suoi accessi d'angoscia, antiche venture di cuore nel Sud, al tempo della gioventù. Ne risulta uno sdoppiarsi dell'io parlante in due città ed età diverse sotto due maschere alterne, in altalena perpetua fra abbandono e impostura, sfogo ingenuo e farnetico astuto. Un diario-romanzo, insomma, che via via può leggersi come ballata delle dame del tempo che fu, o come Mea Culpa di un vecchio che vanamente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera «vita nova». Gesualdo Bufalino
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  • 3

    Non mi ha convinto nonostante l'indubbia qualità stilistica, con quel parlare barocco pieno di riferimenti letterari e no.
    Alla fine è una dotta riflessione su felicità,tempo che scorre,vita, morte di un personaggio che per certi versi ricorda Paolo il caldo ma alla lunga stufa con le sue e ...continua

    Non mi ha convinto nonostante l'indubbia qualità stilistica, con quel parlare barocco pieno di riferimenti letterari e no.
    Alla fine è una dotta riflessione su felicità,tempo che scorre,vita, morte di un personaggio che per certi versi ricorda Paolo il caldo ma alla lunga stufa con le sue elucubrazioni.

    ha scritto il 

  • 4

    ognuno sogna i sogni che si merita

    Un racconto lungo sul suo incantamento per una donna e sui suoi incantamenti in generale. Le gramaglie, gli abiti da lutto che indossano certi personaggi di Bufalino, qui sono cambiati a festa. "Mutati in esaltata Arlecchina" avrebbe detto lui. I sogni, i ricordi e le rimembranze di quell'estate ...continua

    Un racconto lungo sul suo incantamento per una donna e sui suoi incantamenti in generale. Le gramaglie, gli abiti da lutto che indossano certi personaggi di Bufalino, qui sono cambiati a festa. "Mutati in esaltata Arlecchina" avrebbe detto lui. I sogni, i ricordi e le rimembranze di quell'estate sono il risultato di una arte della memoria dello scrittore secondo cui ognuno sogna i sogni che si merita:

    "Primavera per modo di dire, qui la primavera diventa subito estate, qui non è terra di tepori. Non si fa in tempo a svezzare il sole che già ruggisce cresciuto. La stessa cosa con le ragazze: ieri le vedevi, le accarezzavi bambine, ma oggi due capezzoli di ferro gli sforzano la vesticciola, sotto la fronte gli splendono due occhi cupi".

    ha scritto il 

  • 4

    Maestro della scrittura

    Come sempre di Bufalino mi intriga la maestria nello scegliere e soppesare le parole,l'audacia nel disporle in frasi che sembrano prendere il volo per quanto adornate di inusuali svolazzi.
    Meno intrigante stavolta il soggetto che,come lo stesso autore dichiara e ammette,è subordinato all'e ...continua

    Come sempre di Bufalino mi intriga la maestria nello scegliere e soppesare le parole,l'audacia nel disporle in frasi che sembrano prendere il volo per quanto adornate di inusuali svolazzi.
    Meno intrigante stavolta il soggetto che,come lo stesso autore dichiara e ammette,è subordinato all'esercizio della scrittura.
    In ogni caso Bufalino rimane sapiente maestro nell'arte dello scrivere.

    ha scritto il 

  • 5

    Caro Gesualdo,
    se miglior “cura geriatrica” è per te questa scrittura, la tua facondia blandisce noi lettori, veri e non “travestiti plauditores” (checché tu ne dica!) come salvifico “esorcisma”, miracolosa “manteca”.

    “O non era forse, la felicità, il sentimento d’un tempo immobile e ...continua

    Caro Gesualdo,
    se miglior “cura geriatrica” è per te questa scrittura, la tua facondia blandisce noi lettori, veri e non “travestiti plauditores” (checché tu ne dica!) come salvifico “esorcisma”, miracolosa “manteca”.

    “O non era forse, la felicità, il sentimento d’un tempo immobile e d’oro? L’inganno, cioé, che il sole s’impietri dov’è e la luna; che nel nostro sangue nessuna cellula invecchi di un attimo in questo attimo stesso che sembra passare e non passa, sembra non passare ed è già passato.Oh interromperlo, sospenderlo, il tempo: sicché tutto, pietre, pesci, uccelli, foglie, frutti, e io e tu, Maria Venera, siano e siamo fulminati dalla luce in un radioso ed incorruttibile “ora”: immobili, senza più la risacca dei nostri ieri a sommergerci, a crescerci fin sopra le labbra; senza più la scogliera dei domani, irta di punte e coltelli, minacciarci malanno e morte; niente passato, niente futuro, ma solamente presente, con noi tutti beati, belli e addormentati nel bosco, re, regina, cortigiani, principessa, lo stesso principe… in un presente invariabile ch’è la stessa dorata festa di questo giugno del cinquantuno…

    Rapita, m’inchino.

    Iaccarino detto Iacca, “uomo di testa, ciarlatano e pasquino di compagnia”, Prof. Gesualdo, “sentimentoso, ligio al vizio solitario del sognare e trasognare”, radiosa Maria Venera, “garbuglio di spudoratezze e pudori, di sensi infrenabili e intelletto cupido ed ardente”, bell’estate incuneata nel saliscendi delle viuzze modicane (anche ora, mentre leggo, volge al termine la stagione dell’immortalato ricordo!), diciamoci addio!
    Un addio che, lo sappiamo bene, nasconde il tacito accordo di un arrivederci: di voi ho già nostalgia, la stessa che serpeggia nei velami dei ricordi della vostra estate che fu, sempre pioverete nella mia memoria “come una bionda polvere d’oro”. Lo stesso oro di quella Sicilia (“isola mia”, invocherà in un irrefrenabile attacco d’affetto il nostro Gesualdo!) che, dopo la guerra, tornava a “darsi il rosso alle labbra” ed a “civettare con la vita di nuovo”. “Sotto il sole che non s’è mai accorto di niente, non sa d’invasioni, grandini, mafie”. Finisco di leggere, chiudo gli occhi e, per qualche attimo, provo la stessa placida incosapevolezza del sole.

    ha scritto il 

  • 4

    Per presentare “Argo il cieco” di Gesualdo Bufalino non posso fare di meglio che riportare le parole con cui l’autore stesso, nella quarta di copertina del libro (edizione Bompiani che possiedo), descrive brevemente il suo romanzo.


    Scrive Leopardi in un luogo della sua Storia del genere um ...continua

    Per presentare “Argo il cieco” di Gesualdo Bufalino non posso fare di meglio che riportare le parole con cui l’autore stesso, nella quarta di copertina del libro (edizione Bompiani che possiedo), descrive brevemente il suo romanzo.

    Scrive Leopardi in un luogo della sua Storia del genere umano: “E Giove seguitò dicendo: avranno tutti qualche mediocre conforto da quel fantasma che chiamano Amore”.
    Non diversamente il protagonista di queste pagine (lo stesso autore, forse; ma forse no, a dispetto della coincidenza onomastica), assediato dall’inverno in un albergo romano, rievoca, per medicina dei suoi eccessi d’angoscia, antiche venture di cuore nel Sud, al tempo della gioventù. Ne risulta uno sdoppiarsi dell’io parlante in due città e in due età diverse sotto due maschere alterne, in altalena perpetua tra abbandono e impostura, sfogo ingenuo e farnetico astuto. Un diario-romanzo, insomma, che via via può leggersi come ballata del tempo che fu, o come Mea culpa di un vecchio che vanamente si ostina a promuovere in leggenda, attraverso ilarotragici ingranaggi di parole, la sua povera “vita nova”.

    Per conto mio aggiungo molto sinteticamente che “Argo il cieco” mi è piaciuto molto, così come avevo apprezzato precedentemente “Diceria dell’untore”. Non mi esprimo circa la capacità (o meno) dell’autore di rievocare la “sua” Sicilia, non ho vissuto in quei luoghi, non ho vissuto nell’immediato dopoguerra e quindi non ho strumenti per dire alcunché. Dico però che mi piace molto la scrittura di Bufalino, colta, elegante e colma di riferimenti letterari più o meno espliciti. C’è modo e modo di scrivere di “Amore”, la banalità è sempre in agguato, ma Bufalino riesce a intrecciare ricordi, speranze, illusioni con un linguaggio accattivante, divertito e divertente, ma al tempo stesso tutt’altro che superficiale. Ho detto “scrivere d’Amore” perché è innegabile che l’argomento principale del diario-romanzo, come ha scritto egli stesso, sono proprio i ricordi di avventure più o meno realizzatisi, ma c’è di più. Il tempo, la memoria, il ricordo, evidenti riferimenti a Proust, peraltro citato qua e là.

    Nel consigliarvi il libro, vi riporto un breve passaggio, nel quale l’autore descrive determinate dinamiche da piccolo bar di provincia nelle quali qualcuno di voi, per propria fortuna o sfortuna, senz’altro potrà ritrovarsi tutt’ora.
    Albert Camus scrisse: "Ammirava quello strano accecamento per cui gli uomini, che sanno così bene che cosa cambia in loro stessi, impongono ai loro amici l'immagine che si sono fatti di loro una volta per tutte. Lui, lo giudicavano per quello che era stato. Siccome un cane non cambia carattere, gli uomini sono cani per l'uomo". Questo passaggio del libro di Bufalino ha evocato nella mia mente la frase trascritta.

    “Una cosa, infatti, saltava all’occhio di chi venisse da fuori: la facilità con cui lì dentro ogni rispettabile Tizio e Caio per quanto stabilmente allogato nel guscio della sua identità municipale e sociale, ne veniva subito espulso per consegnarsi a una parte di pinocchio parlante e aereo pulcinella di se stesso. Bastava una singolarità appena accennata nel gestire o nel dire, uno specifico anche irrisorio del’indole, del costume, dell’abito; ed ecco quel vezzo, esaltato dalla loquace chiaroveggenza degli altri, mutarsi immediatamente in stemma, in fulminante connotato d’una mania. Non solo: ma era come se le persone, a furia di specchiarsi nelle presunzioni del prossimo, si sentissero in dovere di adeguarsi alla sembianza imposta, ilare o funebre, o di cucirsela sulla pelle al modo d’una anagrafe seconda e più veritiera. Con gli effetti di comica angoscia ch’è possibile immaginare.
    In una tale luogo di maschere, entrandoci per la prima volta, a me ne era sortita una che m’aveva un poco mortificato le ali: di professorino studioso, solito ambulare a piedi con le braccia ingombre di scartafacci; forse socialista, anarchico addirittura!...ma in fin dei conti, uno spaventapasseri timido.
    (Gesualdo Bufalino, “Argo il cieco”)

    ha scritto il 

  • 5

    "O angelo, arcangelo mio!"

    Che libro magnifico, si legge tutto d'un fiato, ci si innamora della Sicilia, del suo mare, del suo Sole, dei suoi abitanti e di lui, del grande Gesualdo! Non dovrebbe mancare in nessuna libreria!

    ha scritto il 

  • 5

    La scrittura e la riscrittura, il vecchio ed il giovane, entrambi succubi dell'invenzione di un passato dipinto a tinte mirabolanti. L'attimo non esiste, esiste l'immortalità della luce accecante sui mascheroni di Modica.. E la Sicilia si sente, si tocca, si respira, duplice anch'essa, spaccata a ...continua

    La scrittura e la riscrittura, il vecchio ed il giovane, entrambi succubi dell'invenzione di un passato dipinto a tinte mirabolanti. L'attimo non esiste, esiste l'immortalità della luce accecante sui mascheroni di Modica.. E la Sicilia si sente, si tocca, si respira, duplice anch'essa, spaccata a metà come un melograno..

    ha scritto il 

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