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Artemisia

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Publisher: Serpent's Tail

3.9
(237)

Language:English | Number of Pages: 224 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , Spanish

Isbn-10: 1852427663 | Isbn-13: 9781852427665 | Publish date: 

Also available as: Hardcover

Category: Art, Architecture & Photography , Fiction & Literature , History

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Book Description
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  • 4

    Grande è il debito d'attenzione accumulato dagli studi letterari in Italia nei confronti delle grandi scrittrici italiane, tutto ancora da riscuotere. Niente più che vergognosi trafiletti nei più importanti compendi di letteratura sono stati dedicati a scomode signore come Elsa Morante, Lalla Rom ...continue

    Grande è il debito d'attenzione accumulato dagli studi letterari in Italia nei confronti delle grandi scrittrici italiane, tutto ancora da riscuotere. Niente più che vergognosi trafiletti nei più importanti compendi di letteratura sono stati dedicati a scomode signore come Elsa Morante, Lalla Romano, Annamaria Ortese, Antonia Pozzi, Gianna Manzini, Fausta Cialente, per citare le prime che mi vengono in mente. Fuor di polemica, perché troppo ci sarebbe da dire sul mondo accademico, nelle mie letture private molti anni fa ho incontrato Le lettere del mio nome di Grazia Livi e con lei il ritratto di Anna Banti. Un incontro, quello tra le due scrittrici, reso difficile dalla differenza generazionale. Livi è giovane, in viaggio alla ricerca di una nuova identità emancipata e in discendenza da grandi madri, ma al pari caratterizzata da un moderno concetto di sentimento del femminile. Raggelata nel ruolo bifido di Signora Lucia Lopresti Longhi in arte Anna Banti, la scrittrice adulta l'accoglie, ma è percepita scostante, rigida e rifiuta il riferimento ai sentimenti quando si parla di Letteratura, per meglio parlare di stile, lavoro, attitudine: "Amore: lascialo dire alle signore che scrivono" quasi a dire che la via non è il rosa di Liala, il sentimento spiccio, ma valori puritani, maschili. Ieratica sul suo scranno, è scossa alla comparsa in scena del Professore: " 'E' Longhi' disse. Questa era l'ora in cui il sodalizio intellettuale che li univa si trasformava in colloquio. Si preparò in faccia il sorriso e intanto sistemava i fili delle perle sulla scollatura." Livi termina il racconto dell'incontro con un sospiro di sollievo: "Quando mi voltai, con sollievo, il domestico stava già chiudendo il portone coi paletti di ferro." Così doppia è apparsa anche a me l'Artemisia di Banti. Doppia perchè questa Artemisia è in tutta la prima parte uno spiritello, un monacello che persegue il ritorno in vita dalla propria doppia morte, naturale e letteraria, dopo la perdita del manoscritto sotto i bombardamenti di Firenze. Tra le macerie si mostra, grida, da personaggio parla in prima persona e si fonde con la propria Autrice. In alcuni passi si fa fatica a capire chi parli, chi esprima la propria angoscia di anima persa nella Storia. Poi il Personaggio e la sua storia prendono il sopravvento, ma la narrazione diviene piana, in terza persona e tutto torna nei ranghi, ognuno al suo posto: autrice, personaggio, tempo narrativo. Artemisia è una donna moderna, artista, viaggiatrice (tra le pagine più belle quelle del viaggio attraverso Italia, Francia e Inghilterra), moglie e madre, ma capace di emanciparsi dalla fissità di entrambi i ruoli. Elabora, comprende, riesce a trasformare in arte i traumi e le rivendicazioni di donna violata, si fa portavoce di giovani donne promettenti sulla stessa strada. Solo un laccio la lega. La colpa verso il padre, la colpa verso il proprio Maestro. Di fronte al padre non c'è rivendicazione artistica, non c'è emancipazione. C'è colpa, espiazione, e alla sua morte, dispersione del proprio Io. Ecco, leggendo questo libro (ignorato dai più e bellissimo)ho ripensato alla sua Autrice come l'aveva vista Grazia Livi. Meno ad Artemisia pittrice e ai suoi quadri e più ad Anna Banti.

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  • 4

    "Credo che al lettore si debba qualche dato dei casi di Artemisia Gentileschi, pittrice valentissima fra le poche che la storia ricordi. Nata nel 1598, a Roma, di famiglia pisana. Figlia di Orazio Gentileschi, pittore eccellente. Oltraggiata, appena giovinetta, nell'onore e nell'amore. Vittima sv ...continue

    "Credo che al lettore si debba qualche dato dei casi di Artemisia Gentileschi, pittrice valentissima fra le poche che la storia ricordi. Nata nel 1598, a Roma, di famiglia pisana. Figlia di Orazio Gentileschi, pittore eccellente. Oltraggiata, appena giovinetta, nell'onore e nell'amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s'azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito fra i due sessi."

    Questo romanzo è stato l'oggetto della mia tesi e sono felice di aver scoperto una scrittrice novecentesca del tutto nuova e approfondito la vita di una famosa pittrice del Seicento: Artemisia Gentileschi. "Artemisia" è il libro che la Banti aveva visto morire sotto le macerie della sua casa durante la battaglia di Firenze del 1944 e fatto rinascere, poi, tre anni dopo. La scrittrice, attraverso un flash-back, ci presenta il personaggio all’età di dieci anni, per poi accompagnarla in ogni tappa della sua esistenza, dai luoghi d’infanzia di Roma, a Firenze, a Napoli, fino in Inghilterra. La protagonista, nel corso del romanzo, appare scissa tra l’immagine di donna forte e donna fragile. Dalla violenza subita a opera del suo maestro Tassi, ai rapporti non facili col padre Orazio e col marito Antonio fino al legame distaccato con la figlia Porziella, Artemisia è sempre alla ricerca del riscatto e dell’affermazione della sua identità. È un’Artemisia umana, viva ma sfuggente, quella che ci restituisce la Banti, non solo un’importante pittrice ma una donna che porta tutto il peso dell’essere considerata tale in una società che tendeva a oscurare la figura femminile. Tuttavia se oggi Artemisia Gentileschi è stata riscoperta come artista ed è considerata come icona del femminismo moderno, molto lo si deve alla caparbietà della Banti che mai si rassegnò alla perdita del primo manoscritto e, con coraggio, investì nuovamente le sue energie e ricerche nella seconda stesura del romanzo.

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  • 3

    Sinceramente, mi aspettavo di meglio. La lettura è diventata così lenta ad un certo punto che quasi non sono riuscita a finirlo. Il concetto in sé - una scrittrice che interroga la pittrice - è assai interessante, ma alla fine l'autrice si sforza tanto per rappresentare Artemisia Gentileschi come ...continue

    Sinceramente, mi aspettavo di meglio. La lettura è diventata così lenta ad un certo punto che quasi non sono riuscita a finirlo. Il concetto in sé - una scrittrice che interroga la pittrice - è assai interessante, ma alla fine l'autrice si sforza tanto per rappresentare Artemisia Gentileschi come vittima delle sue circonstanze che risulta di carattere debole e quasi lagnoso. Mi è piaciuta di più la biografia romanzata che ha scritto Alexandra Lapierre su Gentileschi, anche se a dire il vero l'ho letta tanto tampo fa che ormai non la ricordo molto bene.

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  • 4

    "...la disperazione le calò nel petto, statica, e il cuore le si consumava come una candela nell'aria immobile e chiara, senza luce né frutto"

    E' un ghepardo, la scrittura della Banti: sottile ed asciutta, fatta solo di nervi e potenza, costantemente tesa nell'elegante sforzo di un agguato, attende, acquattata, il momento in cui potrà saltare. Se quando se ne sta bassa è persino difficile vederla, confusa com'è tra le stoppie, quando sa ...continue

    E' un ghepardo, la scrittura della Banti: sottile ed asciutta, fatta solo di nervi e potenza, costantemente tesa nell'elegante sforzo di un agguato, attende, acquattata, il momento in cui potrà saltare. Se quando se ne sta bassa è persino difficile vederla, confusa com'è tra le stoppie, quando salta, il suo salto è quasi volo: il tempo, frazionato in infiniti istanti, somiglia ad una piccola eternità, mentre la fiera dal muso bistrato e gli occhi d'oro liquido, non è ancora sulla preda (ma lo sarà presto). Sospesa tra l'autentica meraviglia ed un leggero fastidio per un compiacimento esibito, mi pare, con troppa arroganza, io mi muovo a disagio tra pagine che raccontano due inquietudini gemelle, due sofferenze che sembrano generate dalla stessa madre, benché a distanza di secoli (si tratta di una sofferenza derivata, in entrambi i casi, dal fatto di essere artiste e di essere donne, dal desiderio, frustrato e frustrante, di riuscire a vivere pienamente entrambe le proprie nature, senza rinunce, senza sacrifici). La scrittrice e la pittrice, nemiche e sorelle: l'una insegue, l'altra si concede per poi scappare, monella crudele, capricciosa come sono le fanciulle, sofferente di amari dolori come sono le donne. Di fronte all'incostanza di Artemisia, la Banti non può far altro che corteggiarla, sperando di ammansirla, di ricondurla, docile, ma non del tutto domata, dentro una storia allestita per lei; raramente, ma anche questo è il bello di Artemisia, l'attrice principale si nega, il palco resta vuoto. Lo sguardo della Banti, implorante, offuscato dalle lacrime, penetra allora la spessa coltre della finzione, rompendo la quarta parete: in un attimo, il lettore le è accanto, partecipe eppure impotente poiché la guerra, che non ha alcun riguardo per l'arte, ha distrutto un lavoro irrecuperabile (Artemisia non è soltanto la storia, straordinaria, di una pittrice del Cinquecento, ma anche quella di un manoscritto perduto). La durezza della Gentileschi, quel suo sparire proprio quando sembrava sul punto di cadere addormentata, offrendosi come modella muta ed immobile per un fedele ritratto a penna, esalta ed intristisce. Anche la Banti, in fondo, la preferisce così: viva e sfuggente, selvatica, vagamente mascolina (come sono mascoline le donne dei ritratti di Artemisia; gli incarnati gentili, sfumati, contrastano con i lineamenti squadrati dei volti, con le ombre nette dei drappeggi, che sembrano scolpiti nel marmo), combattente e combattuta. Una figura piatta, d'altra parte, sarebbe stata inutile; per riuscire a scrivere un romanzo come questo, così vivo, precario, fragile e resistente, per ottenere una simile resa, l'autrice fiorentina aveva bisogno di una grande, discreta, ombrosa eroina.

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  • 4

    Anna e Artemisia

    Questa "Artemisia" inizia con la Banti rifugiata nel giardino di Boboli, a Firenze, la sua città. Piange. E' scalza e siede per terra, sulla ghiaia. E' un giorno d'agosto e guarda spaurita attorno a sé. "Gente che alle quattro del mattino si spinge come gregge spaurito a mirare lo sfacelo della p ...continue

    Questa "Artemisia" inizia con la Banti rifugiata nel giardino di Boboli, a Firenze, la sua città. Piange. E' scalza e siede per terra, sulla ghiaia. E' un giorno d'agosto e guarda spaurita attorno a sé. "Gente che alle quattro del mattino si spinge come gregge spaurito a mirare lo sfacelo della patria, a confrontare colla vista i terrori di una nottata che le mine tedesche impiegarono, una dopo l'altra, a sconvolgere la crosta della terra". Poi, poche righe più in là, l'amarissima constatazione: "Sotto le macerie di casa mia ho perduto Artemisia, la mia compagna di tre secoli fa, che respirava adagio, coricata da me su cento pagine di scritto". Eppure Artemisia è assolutamente viva, presente, pulsante. Perché non è solamente personaggio ma presenza. A muovere la storia, dunque, è la perdita del manoscritto, una perdita che costringe la memoria dell'autrice a recuperare quanto perduto. A fare da contrappeso a tale sforzo c'è un'Artemisia che non sembra gradire una diversa definizione di sé. Eppure la ricostruzione riparte...

    Continua qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/banti-anna-artemisia.html

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  • 5

    Emozionante, stilisticamente innovativo, linguisticamente ricchissimo.
    La storia principale, quella di Artemisia, la storia del romanzo, perduto e ricostruito, la vicenda di Anna Banti negli anni difficili della guerra si mescolano e intrecciano arricchendosi reciprocamente.
    Un capolavoro di cui ...continue

    Emozionante, stilisticamente innovativo, linguisticamente ricchissimo. La storia principale, quella di Artemisia, la storia del romanzo, perduto e ricostruito, la vicenda di Anna Banti negli anni difficili della guerra si mescolano e intrecciano arricchendosi reciprocamente. Un capolavoro di cui non potresti spostare una virgola. "Nel sonno il sorriso è quasi difficile come il pianto e bisogna liberarsene. 'Ma io dipingo' scopre Artemisia, risvegliandosi: ed è salvata."

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  • 0

    Ho cercato a lungo questa storia scritta da Anna Banti nel 1947. E' anche il primo libro della Banti che abbia mai letto, e la prima cosa che mi ha colpito è la lingua. Un italiano musicale che anche in prosa ricorda la poesia. Le parole, lette mentalmente, si arrotolano sul pensiero e sulla ling ...continue

    Ho cercato a lungo questa storia scritta da Anna Banti nel 1947. E' anche il primo libro della Banti che abbia mai letto, e la prima cosa che mi ha colpito è la lingua. Un italiano musicale che anche in prosa ricorda la poesia. Le parole, lette mentalmente, si arrotolano sul pensiero e sulla lingua provocando sensazioni dolcisse o aspre a seconda di cosa la Banti voglia evocare. Appassionante. Bello anche l'intreccio tra la pena vissuta da Anna Banti nella Firenze della guerra e alla sua fine e le pene e le ansie vissute da Artemisia a Firenze, ma anche a Roma ed in definitiva, in tutti i luoghi dove Artemisia vive. La Banti immagina, più che i dialoghi di Artemisia, i suoi sentimenti ed i suoi disagi nell'accettarsi come donna di grande talento in un periodo storico in cui le donne erano di talento solo se erano donne di potere. Secondo la Banti Artemisia soffre tutta la vita per l'essere di talento in un "livello" sociale che non le corrisponde e dove la competizione con l'uomo è fortissima e diretta. Tanto che anche lei non riuscirà mai ad affrancarsi dalla necessità di un uomo che l'accetti, o la protegga o la ammiri o la stimi. E saranno di volta in volta il fratello, il marito, Massimo Stanzione a ricoprire questo ruolo. Insomma sembra che Artemisia possa essere se stessa solo in contrapposizione con un uomo che la definisca. Questo non corrisponde all'immagine che io mi sono fatta di Artemisia guardando le sue opere e leggendo un po' della sua storia. Io la immagino certamente più indipendente e determinata e certamente non così bisognosa dell'accettazione da parte del padre, come la Banti continuamente la mostra, anche se in maniera mirabile.

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  • 5

    La condizione femminile e l’influenza woolfiana nella scrittura di Anna Banti

    http://tizianardm.wordpress.com/2011/07/21/la-condizione-femminile-e-l%E2%80%99influenza-woolfiana-nella-scrittura-di-anna-banti/

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  • 3

    E' bellissimo il modo di scrivere di Anna Banti, ed è bellissimo il suo trasporto verso la figura protagonista di questo libro. Non sono però riuscita a godere di questa lettura...ho proceduto molto a fatica, rallentata non tanto da uno stile che è perfettamente adatto a far calare nell'epoca che ...continue

    E' bellissimo il modo di scrivere di Anna Banti, ed è bellissimo il suo trasporto verso la figura protagonista di questo libro. Non sono però riuscita a godere di questa lettura...ho proceduto molto a fatica, rallentata non tanto da uno stile che è perfettamente adatto a far calare nell'epoca che si descrive, ma dalla presentazione di questa vita con le tinte forti di un'amarezza a cui non si sfugge, senza alcuna possibilità di redenzione.

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