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Attesa di Dio

By Simone Weil

(164)

| Paperback | 9788845923111

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Book Description

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    L'intelligenza della santità

    Così Elsa Morante definì l'opera di Weil.

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    Giampy said on Jun 3, 2014 | Add your feedback

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    Supinamente

    non è sempre sinonimo di passività e l'operato della Weil lo testimonia. Che si possa essere cristiani senza il precetto, rito o sacramento è cosa ovvia e, di più, rivela il senso del Logos in termini di dialogo, di relazione, di mancanza - attributi ...(continue)

    non è sempre sinonimo di passività e l'operato della Weil lo testimonia. Che si possa essere cristiani senza il precetto, rito o sacramento è cosa ovvia e, di più, rivela il senso del Logos in termini di dialogo, di relazione, di mancanza - attributi che l'ipocrisia cristiano/romana ha velato con intolleranza e persecuzione, fondamentalismi degni di una vera assenza di Dio.
    La fede personalissima di Weil si traduce invece in dolce attesa ed attivo amore paolino per "l'invisibile" condizione dei miserandi (esempio concreto di amore implicito), e non un non.luogo ma preparazione al seme di Dio, attesa operante ed impersonale che attinge alla sventura come forma impossibile, inconcepibile ed altresì fortunata perchè si impari ad amare, nonostante tutto, l'ordine delle cose.(Giobbe sì, ma anche per il Redentore si tratta di un amaro calice...)
    Si diviene 'alberi meravigliosi' conformandosi a tale ordine, 'creaturizzandosi' - 'nientificandosi': non nichilismo ma rinuncia all'Io, riconoscimento dell'Altro ad immagine del ritrarsi della Volontà onnipotente dal suo Creato, misticismo impersonale e tuttavia individuale che mette al centro l'infinitamente piccolo in luogo dell'istituzione sociale e decora della migliore attitudine al Bene ogni fare umano.
    Nel sapere come nell'arte e nell'educazione, il messaggio ultimo di Weil auspica così la tensione dell'anima al Bene ed al Bello come chiave platonica per lo squadernarsi dell'ordine del Mondo al di là delle partigianerie della fede e dai nomi 'parziali' di Dio: che in buona sostanza è sempre 'Dio dell'Universo' e non di una sola sua parte, come ricorda a padre Perrin.

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    Stefano Pagliuca said on Oct 11, 2013 | Add your feedback

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    Per scrivere una recensione di questo libro in realtà dovrei rileggerlo...e di sicuro lo farò. L'ho divorato, impossibilitata a staccarmene, sebbene sia uno di quei libri da prendere a piccole dosi e meditare. Per ora mi sento solo di dire che questa ...(continue)

    Per scrivere una recensione di questo libro in realtà dovrei rileggerlo...e di sicuro lo farò. L'ho divorato, impossibilitata a staccarmene, sebbene sia uno di quei libri da prendere a piccole dosi e meditare. Per ora mi sento solo di dire che questa donna era un genio...una persona normale dovrebbe vivere almeno dieci vite per fare e pensare tutto quel che ha fatto e pensato lei della vita e di Dio. Ed è pure stata in grado di scriverlo!

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    Angiemela said on Jul 22, 2013 | Add your feedback

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    Esitazioni e scritti

    Questa raccolta di scritti si compone di lettere e saggi. "Le esitazioni davanti al battesimo" sono le lettere rivolte al sacerdote amico prima dell'ultima sofferta partenza di Simone. Sono come confessioni e perciò molto intime: leggerle può dare un ...(continue)

    Questa raccolta di scritti si compone di lettere e saggi. "Le esitazioni davanti al battesimo" sono le lettere rivolte al sacerdote amico prima dell'ultima sofferta partenza di Simone. Sono come confessioni e perciò molto intime: leggerle può dare un senso di disagio come intrufolarsi nel diario di qualcuno.
    Ma al senso di disagio nel leggere le pagine dure di Simone Weil bisogna farci l'abitudine (chi non ha provato un sentimento di inadeguatezza nel leggere "La condizione operaia" ad esempio) se si vuole spendere tempo e energia accanto a questa "gigantessa" del pensiero.
    La trattatistica in questa raccolta, raccoglie scritti densi e passionali, molto forti.
    NOTA: devo ricordarmi di leggere a mia figlia le "Riflessioni sull'utilità degli studi scolastici al fine dell'amore di Dio", prima che intraprenda gli studi superiori.

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    Come2daddy said on Apr 30, 2012 | 1 feedback

  • 8 people find this helpful

    "Gli uomini colpiti dalla sventura sono ai piedi della croce, quasi alla massima distanza possibile da Dio. Non bisogna credere che il peccato sia una distanza maggiore. Il peccato non è una distanza. È un cattivo orientamento dello sguardo.
    Esist
    ...(continue)

    "Gli uomini colpiti dalla sventura sono ai piedi della croce, quasi alla massima distanza possibile da Dio. Non bisogna credere che il peccato sia una distanza maggiore. Il peccato non è una distanza. È un cattivo orientamento dello sguardo.
    Esiste, è vero, un legame misterioso tra questa distanza e una disobbedienza originale. Fin dalle origini, ci dicono, l’umanità ha distolto lo sguardo da Dio e ha camminato nella cattiva direzione, allontanandosene quanto le era possibile. Sta di fatto che allora essa poteva camminare; noi invece siamo inchiodati sul posto, liberi soltanto dei nostri sguardi, sottomessi alla necessità. Un meccanismo cieco, che non tiene in alcun conto il grado di perfezionamento spirituale, spinge di continuo gli uomini ora da una parte ora dall’altra, e qualcuno viene scagliato ai piedi della croce. Dipende da loro soltanto il mantenere o no gli occhi rivolti a Dio durante questi bruschi spostamenti. Non che la Provvidenza di Dio sia assente: nella sua Provvidenza, Dio ha voluto la necessità come un meccanismo cieco.
    Se il meccanismo non fosse cieco non vi sarebbe assolutamente sventura. La sventura è anzitutto anonima; essa priva della loro personalità coloro che colpisce, li trasforma in oggetti. È indifferente, e il freddo di questa indifferenza, un freddo metallico, gela fino in fondo all’anima tutti coloro che essa raggiunge. Essi non ritroveranno mai più il calore, non crederanno mai più di essere qualcuno.
    La sventura non avrebbe questo potere senza la parte di casualità che comporta. Coloro che sono perseguitati per la loro fede, e lo sanno, non sono degli sventurati, qualunque cosa debbano sopportare. Cadono nella sventura solo se la sofferenza e la paura occupano la loro anima al punto da far loro dimenticare il motivo della persecuzione. I martiri gettati alle belve, che entravano cantando nell’arena, non erano degli sventurati. Cristo era uno sventurato. Non è morto come un martire: è morto come un criminale comune, assieme ai ladroni, soltanto con un po’ più di ridicolo. Perché la sventura è ridicola
    ".

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    Dragoval said on Apr 29, 2012 | 2 feedbacks

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    mite anatema

    le sue riflessioni sui vinti hanno la potenza, non il potere, una ricerca della bellezza perfetta che viene fuori dalla sventura del mondo reale, ideale. in un epoca in cui si è perduto tutto - 1909/1943 - simone weil ci ha mostrato con i suoi ripen ...(continue)

    le sue riflessioni sui vinti hanno la potenza, non il potere, una ricerca della bellezza perfetta che viene fuori dalla sventura del mondo reale, ideale. in un epoca in cui si è perduto tutto - 1909/1943 - simone weil ci ha mostrato con i suoi ripensamenti sui principi sociali, e il suo pensiero antico e allo stesso tempo analitico, ha dato dignità alle luminose civiltà scomparse, al riscrivere la storia dal punto di vista degli sconfitti, dei poveri. le sue parole hanno peso di guerriero che combatte nella cultura con la mitezza, i pensieri febbrili e fecondi legati ad un ardente desiderio di conoscere.
    il suo pensiero cercava la verità attraverso un percorso spirituale di partecipazione, un impegno che diventa testimonianza del mondo.
    questo libro illustra un'anima in preda all'urgenza della preghiera, forma di una religione che sappia guardare gli uomini per quello che sono. egli sostiene quello che pensa anche se questo va ha sbattere contro la 'verità', ed è pronta ad abbandonare la propria opinione perché è questa l'unica strada della rivelazione, della grazia.

    a proposito del pater:

    padre nostro che sei nei cieli.

    egli è nostro padre; non c’è nulla in noi di reale che non proceda da lui. noi gli apparteniamo. egli ci ama, perché ama se stesso e noi siamo cosa sua. ma è il padre che è nei cieli. non altrove. se noi crediamo di avere un padre quaggiù non è lui, ma un falso dio. non possiamo fare un solo passo verso di lui: non si cammina verticalmente. possiamo dirigere verso di lui soltanto il nostro sguardo. non dobbiamo cercarlo, dobbiamo soltanto mutare la direzione dello sguardo. tocca a lui cercarci. dobbiamo essere felici di sapere che egli è infinitamente fuori della nostra portata. abbiamo così la certezza che il male in noi, anche se sommerge tutto il nostro essere, non contamina in alcun modo la purezza, la felicità, la perfezione di dio.

    sia santificato il nome tuo

    dio solo ha il potere di nominarsi. il suo nome non può essere pronunciato da labbra umane; il suo nome è la sua parola: è il verbo. il nome di un essere fa da intermediario tra la mente umana e questo essere, è la sola via attraverso la quale la mente umana possa afferrare qualcosa di questo essere quando è assente. dio è assente: è nei cieli. il suo nome è la sola possibilità per l’uomo di accedere a lui. è il mediatore. l’uomo può accedere a questo nome, per quanto esso pure sia trascendente. questo nome brilla nella bellezza e nell’ordine del creato e nella luce interiore dell’anima umana: è la santità stessa e non v’è santità fuori di lui; dunque non occorre che sia santificato. chiedendo questa santificazione, noi chiediamo ciò che è dell’eternità, con una pienezza di realtà alla quale non possiamo aggiungere né togliere nemmeno una parte infinitesimale. chiedere ciò che è, ciò che è in maniera reale, infallibile, eterna, del tutto indipendente dalla nostra domanda, è la richiesta perfetta. non possiamo impedirci di desiderare: noi siamo desiderio; ma questo desiderio che ci inchioda all’immaginario, al tempo, all’egoismo, possiamo, esprimendolo tutto intero in questa richiesta, farlo divenire una leva che, strappandoci dall’immaginario e dal tempo, ci colloca nel reale e nell’eternità, fuori della prigione dell’io.

    venga il tuo regno.

    si tratta di qualcosa che deve venire, che non c’è. il regno di dio è lo spirito santo che colma tutta l’anima delle creature intelligenti. lo spirito soffia dove vuole. non si può fare altro che invocarlo. non bisogna neppure pensare d’invocarlo in maniera particolare su di sé, o su questo o su quello, o anche su tutti; bisogna semplicemente invocarlo, di modo che il semplice pensare a lui sia un appello, un grido: quando si è al limite della sete, quando si è ammalati di sete, non ci si raffigura più l’atto del bere in rapporto a se stessi e nemmeno l’atto del bere in generale; ci si raffigura soltanto l’acqua, l’acqua in se stessa, ma questa raffigurazione dell’acqua è come un grido di tutto l’essere.

    sia fatta la tua volontà.

    noi siamo certi in maniera assoluta e infallibile della volontà di dio soltanto per il passato: tutti gli avvenimenti che si sono verificati, quali che siano, sono conformi alla volontà del padre onnipotente. questo è implicito nel concetto di onnipotenza. anche l’avvenire, qualunque esso sia, una volta compiuto, sarà compiuto conformemente alla volontà di dio. non possiamo aggiungere o sottrarre nulla a questa conformità. così, dopo uno slancio di desiderio verso il possibile, con questa frase noi chiediamo di nuovo ciò che è già realtà: ma non più una realtà eterna, come la santità del verbo; l’oggetto della nostra richiesta riguarda ciò che si produce nel tempo: noi chiediamo che ciò che si produce nel tempo sia conforme, infallibilmente ed eternamente, alla volontà divina. con la prima richiesta del pater noi avevamo strappato il desiderio dal tempo per applicarlo all’eterno, e così l’avevamo trasformato: ora riprendiamo questo desiderio, diventato esso stesso in certo modo eterno, e lo rivolgiamo di nuovo al tempo. allora il nostro desiderio oltrepassa il tempo e trova dietro di esso l’eternità. questo avviene quando sappiamo trasformare in oggetto di desiderio ogni avvenimento compiuto. è una cosa ben diversa dalla rassegnazione. persino la parola accettazione è troppo debole. si deve desiderare che tutto ciò che è avvenuto sia avvenuto, e null’altro. non perché ciò che è avvenuto è un bene a nostro modo di vedere, ma perché dio lo ha permesso e perché l’obbedienza degli eventi a dio è in sé un bene assoluto.

    così in cielo come in terra

    questo associarsi del nostro desiderio alla volontà di dio deve estendersi anche alle cose spirituali. i progressi e i regressi spirituali nostri e degli esseri che amiamo hanno un rapporto con l’altro mondo, ma sono anche avvenimenti che si producono quaggiù, nel tempo. sono quindi dei particolari nell’immenso mare degli avvenimenti, mossi, con questo mare, in maniera conforme alla volontà di dio. poiché le nostre passate debolezze si sono verificate, dobbiamo desiderare che esse si siano verificate e dobbiamo estendere questo desiderio all’avvenire, per il giorno in cui sarà divenuto passato. è una correzione necessaria alla richiesta che venga il regno di dio. dobbiamo abbandonare tutti i desideri che non siano quello della vita eterna, ma anche la vita eterna dobbiamo desiderarla con spirito di rinuncia. non bisogna attaccarsi nemmeno al distacco. è l’attaccamento alla salvezza è più pericoloso degli altri. si deve pensare alla vita eterna come si pensa all’acqua quando si muore di sete e, nel medesimo tempo, desiderare per sé e per gli esseri cari la privazione eterna di quest’acqua piuttosto che riceverla contro la volontà di dio, se mai una cosa simile fosse concepibile.
    le tre richieste precedenti sono in rapporto con le tre persone della trinità: il figlio, lo spirito e il padre, e anche con le tre parti del tempo: il presente, l’avvenire e il passato. le tre richieste che seguono vertono sulle tre parti del tempo più direttamente e in un altro ordine: presente, passato, avvenire.

    dacci oggi il nostro pane soprannaturale

    cristo è il nostro pane. possiamo chiederlo soltanto per oggi, perché è sempre alla porta della nostra anima: vuole entrare, ma non viola il nostro consenso. se consentiamo che entri, egli entra; appena non lo vogliamo più, egli se ne va. noi non possiamo vincolare oggi la nostra volontà di domani, fare oggi con lui un patto affinché domani sia in noi anche contro il nostro volere. il nostro consenso alla sua presenza è la stessa cosa della sua presenza. il consenso è un atto: non può essere che attuale. non ci è stata data una volontà che possa essere applicata all’avvenire. tutto ciò che nella nostra volontà non è efficace, è immaginario. la parte efficace della volontà è efficace immediatamente; la sua efficacia non è distinta dalla volontà stessa. la parte efficace della volontà non è lo sforzo, che è teso verso l’avvenire. è il consenso, il sì del matrimonio, un sì pronunciato nell’istante presente, per l’istante presente, ma pronunciato come una parola eterna, poiché è il consenso all’unione di cristo con la parte eterna della nostra anima.
    noi abbiamo bisogno del pane. siamo esseri che di continuo traggono dall’esterno la loro energia, poiché, via via che la ricevono, la esauriscono nei loro sforzi. se la nostra energia non è quotidianamente rinnovata, perdiamo le forze e non riusciamo più a muoverci. al di fuori del nutrimento propriamente detto, tutto ciò che ci stimola è per noi fonte di energia. il denaro, l’avanzamento, la considerazione, le decorazioni, la celebrità, il potere, le persone amate, tutto ciò che mette in noi la capacità di agire è come il pane. quando una di queste affezioni penetra in noi tanto profondamente da arrivare alle radici vitali della nostra esistenza fisica, l’esserne privati può spezzarci e persino farci morire: è quel che si dice morire di dolore. è come morire di fame. gli oggetti delle nostre affezioni costituiscono, con il nutrimento propriamente detto, il pane di quaggiù. dipende interamente dalle circostanze di accordarcelo. per quanto concerne le circostanze, dobbiamo chiedere soltanto che esse siano conformi alla volontà di dio. non dobbiamo chiedere il pane di quaggiù.
    esiste un’energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi non appena lo desideriamo. è veramente una energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo.
    è questo l’alimento che dobbiamo chiedere. nel momento in cui lo chiediamo, e per il fatto stesso che lo chiediamo, sappiamo che dio vuole darcelo. non dobbiamo tollerare di restare un solo giorno senza di esso. poiché quando i nostri atti vengono alimentati soltanto da energie terrene, sottoposte alle necessità di quaggiù, non possiamo fare e pensare che il male. «dio vide che i misfatti dell’uomo si moltiplicavano sulla terra, e che il frutto dei pensieri del suo cuore era costantemente e unicamente cattivo». la necessità che ci costringe al male governa tutto in noi, salvo l’energia che ci viene dall’alto nel momento in cui entra in noi. non possiamo farne provvista.

    e rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori

    al momento di dire queste parole dobbiamo aver già rimesso tutti i nostri debiti. non si tratta soltanto delle offese che pensiamo di aver subito. è anche la rinuncia alla riconoscenza per il bene che pensiamo di aver fatto, e in genere a tutto ciò che ci attendiamo dagli esseri e dalle cose, tutto ciò che crediamo ci sia dovuto, la cui mancanza ci darebbe la sensazione di essere stati frustrati. sono tutti i diritti che noi crediamo che il passato ci dia sull’avvenire. anzitutto, il diritto a una certa durata. quando abbiamo potuto godere una certa cosa per lungo tempo, crediamo che essa ci appartenga e che la sorte sia tenuta a lasciarcela godere ancora. poi, il diritto a un compenso per ogni sforzo, di qualsiasi natura esso sia, per ogni lavoro, ogni sofferenza o desiderio. ogni volta che noi facciamo uno sforzo e che l’equivalente di questo sforzo non torna a noi sotto forma di un frutto visibile, abbiamo una sensazione di squilibrio, di vuoto, ci sentiamo come derubati. quando subiamo un’offesa noi aspettiamo che l’offensore venga castigato o si scusi, se facciamo del bene ci attendiamo la riconoscenza della persona beneficata. questi sono casi particolari di una legge universale della nostra anima: tutte le volte che qualcosa è uscito da noi, abbiamo assolutamente bisogno che almeno l’equivalente ritorni in noi e, poiché ne abbiamo bisogno, crediamo di averne diritto. nostri debitori sono tutti gli esseri, tutte le cose, l’universo intero. e noi crediamo di avere crediti verso tutte le cose; ma tutti questi presunti crediti sono sempre crediti immaginari del passato verso l’avvenire: è a questi che dobbiamo rinunciare.
    aver rimesso i debiti ai nostri debitori significa aver rinunciato in blocco a tutto il passato; accettare che l’avvenire sia vergine e intatto, rigorosamente legato al passato da legami che ignoriamo ma del tutto libero dai legami che la nostra immaginazione crede di imporgli; accettare la possibilità che l’avvenire si attui e, in particolare, che ci accada qualsiasi cosa e che il domani faccia di tutta la nostra vita passata una cosa sterile e vana.
    rinunciando a tutti i frutti del passato, senza eccezione, possiamo chiedere a dio che i nostri peccati passati non diano nella nostra anima i loro miserabili frutti di male e di errore. finché ci aggrappiamo al passato, dio stesso non può impedire in noi questa orribile fruttificazione: non possiamo attaccarci al passato senza attaccarci ai nostri delitti, poiché non conosciamo quanto c’è in noi di essenzialmente cattivo.
    il credito principale che pensiamo di possedere verso l’universo è la continuazione della nostra personalità. questo credito implica tutti gli altri. l’istinto di conservazione ci fa sentire questa continuazione come una necessità, e noi crediamo che una necessità sia un diritto. come il mendicante che diceva a talleyrand: «monsignore, devo pur vivere», e al quale talleyrand rispondeva: «non ne vedo la necessità». la nostra personalità dipende interamente dalle circostanze esterne, che hanno un potere illimitato di schiacciarla, ma noi preferiremmo morire anziché riconoscerlo. l’equilibrio del mondo è per noi un susseguirsi di circostanze tali che la nostra personalità resta intatta e sembra appartenerci. tutte le circostanze che in passato hanno ferito la nostra personalità ci sembrano squilibri che un giorno o l’altro devono essere compensati da fenomeni contrari. noi viviamo nell’attesa di queste compensazioni. l’incombenza della morte ci appare orrenda soprattutto perché ci costringe a renderci conto che queste compensazioni non avranno mai luogo.
    la remissione dei debiti è la rinuncia alla propria personalità, rinuncia a tutto ciò che chiamiamo «io», senza alcuna eccezione. sapere che in tutto ciò che chiamiamo «io» non c’è nulla, non c’è alcun elemento psicologico che le circostanze esterne non possano far scomparire. bisogna accettare che sia così ed esserne felici.
    le parole: «sia fatta la tua volontà», se pronunciate con tutta l’anima, implicano questa accettazione.
    per questo un istante dopo si può dire: abbiamo rimesso ai nostri debitori.
    la remissione dei debiti è la povertà spirituale, la nudità spirituale, la morte. se accettiamo completamente la morte, possiamo chiedere a dio di farci rivivere purificati dal male che è in noi: infatti, chiedergli di rimettere i nostri peccati, significa chiedergli di cancellare il male che è in noi. il perdono è la purificazione. il male che è in noi, e che vi resta, neppure dio ha il potere di perdonarlo. dio ci ha rimesso i nostri debiti quando ci ha messi nello stato di perfezione.
    fino ad allora dio rimette i nostri debiti parzialmente, nella misura in cui noi li rimettiamo ai nostri debitori.

    e non indurci in tentazione, ma liberaci dal male

    la sola prova, la sola tentazione per l’uomo è di essere abbandonato a se stesso, a contatto con il male. egli allora verifica sperimentalmente il proprio nulla. sebbene l’anima abbia ricevuto il pane soprannaturale nel momento in cui lo ha richiesto, la sua gioia è mista a timore, perché ha potuto chiederlo solo per il presente. l’avvenire resta temibile. l’anima, che non ha diritto di chiedere il pane per il domani, esprime il proprio timore sotto forma di supplica. e con queste parole conclude. con la parola «padre» ha inizio la preghiera, con la parola «male» si conclude. bisogna passare dalla fiducia al timore: solo la fiducia dà forza sufficiente affinché il timore non causi una caduta. dopo aver contemplato il nome.
    è il regno e la volontà di dio, dopo aver ricevuto il pane soprannaturale ed essere stata purificata dal male, l’anima è pronta per la vera umiltà, che corona tutte le virtù. l’umiltà consiste nel sapere che in questo mondo tutta l’anima (non solo la parte che chiamiamo «io» nella sua totalità ma anche la parte soprannaturale dell’anima che è dio presente in essa) è sottoposta alle vicissitudini del tempo. bisogna accettare in modo assoluto la possibilità che tutto ciò che in sé è naturale venga distrutto. ma bisogna accettare e respingere nello stesso tempo la possibilità che la parte soprannaturale dell’anima scompaia: accettarla come evento che potrebbe verificarsi solo se dio lo vuole, respingerla come qualcosa di orribile. bisogna averne paura, ma in modo che la paura sia come il compimento della fiducia.
    le sei richieste si corrispondono a due a due. il pane trascendente è la stessa cosa del nome divino: è ciò che opera il contatto dell’uomo con dio. il regno di dio è la stessa cosa della protezione che egli stende su di noi contro il male: proteggere è una funzione regale. la remissione dei debiti ai nostri debitori è la stessa cosa dell’accettazione totale della volontà di dio. la differenza sta nel fatto che nelle prime tre richieste la nostra attenzione è rivolta verso dio, mentre nelle ultime tre la riportiamo su di noi, per costringerci a fare di quelle tre richieste un atto reale e non immaginario.
    nella prima metà della preghiera si comincia con l’accettazione, poi ci si permette un desiderio, quindi lo si corregge, tornando all’accettazione. nella seconda metà l’ordine è mutato: si conclude esprimendo un desiderio. ma il desiderio è diventato negativo e si esprime sotto forma di timore; in tal modo esso corrisponde al più alto grado di umiltà, l’atteggiamento più adatto a una conclusione.
    questa preghiera contiene tutte le richieste possibili: non si può concepire una preghiera che non sia già contenuta in questa. essa sta alla preghiera come cristo, all’umanità. è impossibile pronunciarla una sola volta, concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione, senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell’anima.

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    giovanni milone said on Jul 5, 2011 | Add your feedback

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