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Auto da fé

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca Adelphi ; 114)

4.2
(1292)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 548 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Polacco

Isbn-10: 8845904865 | Isbn-13: 9788845904868 | Data di pubblicazione:  | Edizione 6

Traduttore: Luciano Zagari , Bianca Zagari

Disponibile anche come: Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Biography , Fiction & Literature , Games

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Descrizione del libro
con l'aggiunta del saggio: Il mio primo libro Auto da fé.
Nuova ed. riv.
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  • 4

    "Auto da fè", un romanzo pericoloso...

    Canetti scrive “Auto da fè” nel 1933 ed è forse la sua opera più significativa, quella che lo rappresenta di più come testimone impassibile delle folli deviazioni contemporanee. Sotto forma di romanzo fuori schema inoltre, raccoglie la sintesi di tutta la sua incredibile ed eclettica attività let ...continua

    Canetti scrive “Auto da fè” nel 1933 ed è forse la sua opera più significativa, quella che lo rappresenta di più come testimone impassibile delle folli deviazioni contemporanee. Sotto forma di romanzo fuori schema inoltre, raccoglie la sintesi di tutta la sua incredibile ed eclettica attività letteraria...ne esce il romanziere, il saggista, la forma e la sostanza dell'intellettuale, ma soprattutto ne esce il pensatore che è...uno tra i più acuti, dissacranti, e complessi del '900. L'opera che si divide in tre parti sembrerebbe un manifesto della desolazione, della disumanizzazione, della lucida o meno follia quotidiana. Il protagonista del romanzo oggi noto come Kien, aveva inizialmente come nome solo la lettera B, abbreviazione dal tedesco di “uomo dei libri”,poi quando cominciò una trama coerente Canetti lo nominò Brand (dal tedesco incendio) nome che impersonerà anche la sua fine, quando devastato dalla follia arriverà il tragico epilogo. Ma lo stesso scrittore racconterà che il vero motivo scatenante che gli ispirò il libro e che gli cambiò l'esistenza fu un fatto pubblico accaduto il 15 luglio 1927, quando al mattino lesse di tensioni nel Burgenland e della morte di alcuni operai e dell'assoluzione dei loro assassini, la rabbia lo assalì ...ma quando lesse a caratteri cubitali il titolo “Una giusta sentenza” fu lì che lo travolse l'indignazione, più per l'oltraggio ad ogni sentimento che per il fatto in sé...fu infatti per l'arroganza e lo sfregio che sfilarono in cortei compatti gli operai di Vienna e delle zone limitrofe. Gente di solito quieta e fiduciosa nei loro capi del Partito socialdemocratico e dell'amministrazione cittadina, che però quel giorno rabbioso agirono spontaneamente, circondando e dando alle fiamme il palazzo di giustizia; la rappresaglia della polizia fu feroce e sparando ad altezza d'uomo uccisero circa 100 persone...Canetti che era tra la folla dall'inizio ricorda quel fatto come “la cosa più vicina a una rivoluzione che io abbia mai vissuto sulla mia pelle...mi trasformai in un elemento della massa, la massa mi assorbì in se completamente...mi meraviglio ancora che in una simile disposizione di spirito fossi in grado di cogliere ogni (...)scena che mi capitava dinnanzi agli occhi. Ne voglio raccontare una. Un uomo in posizione defilata rispetto la massa,(...) gridava gemendo: “bruciano tutti i fascicoli!” “Meglio i fascicoli che gli uomini” gli dissi, “ma questo a lui non importava affatto, inconsolabile per la perdita dei fascicoli...una scena comica ma al contempo mi indignava e gli dissi iroso di tutti i morti lì davanti e lui a pensare a della carta...”anni dopo fu quindi prima l'inconscio che si mosse ma poi la revisione razioanale del manoscritto lo portò ad escludere il nome Brand poiché richiamava troppo alla conclusione del romanzo e allora fu così che prenderà il nome di Kien. Altro elemento decisivo del libro è Therese, la governante, figura antagonista la cui veduta di pensiero è tanto corta quanto lunga è quella dell'uomo dei libri. Canetti trovata una camera in affitto perfetta per le sue esigenze particolari(le vedute esterne, la tranquillità) la abitò per sei lunghi anni; era di una donna che stava al piano terra con la famiglia e quando esordì col suo primo lungo e noioso discorso sulla gioventù e il costo delle patate, lui lo riportò tale e quale nel terzo capitolo di“Auto da fè”...altre influenze furono degli studi per il suo libro sulla massa che lasceranno nonostante la loro concisa scientificità numerose tracce come anche nel completarlo da lì a un anno determinante fu il suo viaggio a Berlino e l'incontro con tantissimi tra i quali George Grosz, Isaac Babel e Bertold Brecht. Era ancora molto giovane e quindi questi tre artisti affermati e da lui sempre considerati gli lasciarono forse l'imput finale , la svolta e lo stile per concludere così com'è “Auto da fè' “un romanzo dalla mole notevole eppure dallo stile sorprendente, spiazzante, così innovativo che il confronto con gli ultimi scrivani dell''inquietudine lascia davvero un vuoto immenso, segno di alcuna continuità, di alcun riferimento o confronto con uno dei progetti letterari più avanti degli ultimi 100 anni:”Auto da fè” è nessun sentimentalismo, nessuna riflessione interiore, nessun accenno ad una morale, nessun patto con il lettore che lo possa salvare o almeno per un momento consolare...ma monologhi e alcuni scambi quasi feroci, efferati, e una violenza, un urto, un'aggressione mirata che sembra centrare in pieno come certi concetti-contesti della tradizione surrealista più iconoclasta...ma ciò che costringe al disagio il buonsenso comune di ieri e di oggi, è la dissacrazione. Questi caustici e meditati monologhi, critica così puntuale ed efficace da ridurre al giusto e reale valore ciò che per tradizione, conformismo o ipocrisia, è ritenuto sacro e intangibile. O ancora, trasformare in disvalore il modo contraddittorio , fariseo ed esteriore con cui la società si accosta a questi concetti e alla vita...i tre passaggi -una testa senza mondo- , -un mondo senza testa- ed infine - il mondo nella testa- sembrerebbero un giudizio universale in una remota regione, forse agli estremi del mondo ordinario, dove tensione, follia, nevrosi e violenza segnano il passo del protagonisa Kien, essere spregevole avvolto dalla polvere della sua inutile biblioteca...un giudizio universale di cui rimane solamente la parte grottesca, consacrata ai dannati e al loro inferno...per “Auto da fè” e il mondo moderno non esiste consolazione né l'illusione del bene, poiché la parte di crudele sentenza è troppo grande e il grottesco diviene il male radicale: l'infernodella cattiveria, della stupidità, dell'arroganza, dello sconforto di un senso del ridicolo.... Così il grottesco del libro, aria principale del tema, è tanto moderno da fondere alla perfezione il comico e l'orribile, creando un malessere che è l'arte dell'inquietudine e del disagio, anche o soprattutto del lettore. “Auto da fè” è una trama assai rara, che non si richiama alle emozioni, con il suo patrimonio distruttivo deve aver per forza già capitalizzato l'esperienza poiché nello scrivere Canetti non tiene nulla e nulla tenta di trasformare...questo specifico livello comporta aver fatto già tabula rasa e se il grottesco diventa la maschera dominante che ci fa il verso, non c'è più nessun dettaglio sostanziale con cui prendersela o scandalizzarsi...senza alcuna mediazione riflessiva, come una dea indiana, non trasforma ma distrugge ogni possibile contenuto che va creandosi...E' un'estetica della fine, dove l'autodistruzione è una possibilità come altre, ma è anche un male a cui impossibile è adeguarsi poiché non rappresenta lil termine di esistenze e di universi, ma quella di un mondo: è quindi la piena condanna del soggettivo e lo sconforto del cuore...col distacco e la precisione di una scrittura che Canetti, in origine chimico, manterrà sempre, ma nello specifico, quel dualismo tra l'orrore dei fatti e la fredda atmosfera delle parole, creano l'autentica innovazione e l'attuale atmosfera di quest'opera..

    ha scritto il 

  • 3

    Sono un po' deluso dopo l'entusiasmo della lettura del primo libro autobiografico di Canetti.
    Autodafé è molto complesso e richiede una grande attenzione. Lo definirei un romanzo psicanalitico dell'inizio del 900. Ma non mi ha convinto. L'ultimo capitolo poi descrive e si sofferma sulla mis ...continua

    Sono un po' deluso dopo l'entusiasmo della lettura del primo libro autobiografico di Canetti.
    Autodafé è molto complesso e richiede una grande attenzione. Lo definirei un romanzo psicanalitico dell'inizio del 900. Ma non mi ha convinto. L'ultimo capitolo poi descrive e si sofferma sulla misoginia del protagonista in modo sicuramente curioso e anche in questo caso eccessivo.
    Continuerò a leggere Canetti. Che comunque scrive in un modo davvero eccezionale.

    ha scritto il 

  • 4

    Per quanti sforzi faccia l’Autore, a me il protagonista di questo romanzo, l’ineffabile Peter Kien, non riesce ad risultarmi antipatico. Uno che non si è mai rassegnato alla barbarie del mondo, che non si piega ai sentimenti, che è indifferente al cibo perché durante i pasti segue i suoi pensieri ...continua

    Per quanti sforzi faccia l’Autore, a me il protagonista di questo romanzo, l’ineffabile Peter Kien, non riesce ad risultarmi antipatico. Uno che non si è mai rassegnato alla barbarie del mondo, che non si piega ai sentimenti, che è indifferente al cibo perché durante i pasti segue i suoi pensieri e non è neppure cosciente di ciò che ha in bocca, che considera il romanzo qualcosa che finisce per guastare anche il carattere più solido (Ci s’abitua ad immedesimarsi in chicchessia. Si arriva a capire qualunque atteggiamento)-, ebbene un essere così è un topos letterario senza pari; se si ha il coraggio di uscire dalle limitate categorie mentali che ci vengono imposte, lo si apprezza come una figura grandiosa ed eroica, spiazzante, gigantesca.

    Il suo disprezzo verso gli esseri umani, diciamo la verità, è perfettamente motivato; e lui non conosce l’amore perché lo distoglierebbe da quelli che considera i suoi figli, cioè i libri, che gli parlano, lo chiamano, lo investono di responsabilità e popolano i suoi sogni e le sue giornate.
    E la misoginia? Non è poi così grave, a ben vedere; è una conseguenza della misantropia, io direi che per paradosso il nostro realizza –forse inconsapevolmente- la vera parità, detestando tutti allo stesso modo, e da tutti essendo ugualmente disturbato.

    È spietato con tutti , ma attenzione, anche con sé stesso.
    E già, perché questa sua attitudine critica e cinica verso il genere umano non gli impedisce di finire fra le grinfie della peggior donna che sia mai esistita al mondo: un tipo come Kien avrebbe dovuto sommergerla di disprezzo per la sua rozzezza, ignoranza, grettezza; invece no, quest’uomo non fa che stupirci, vede in lei qualcosa di buono, e si consegna alla propria rovina.

    Il libro è di una potenza devastante, una miscela micidiale di angoscia e ironia che afferra il lettore e lo trascina verso l’irrazionale, gli abissi del sogno (certi incubi di Kien sono pieni di simbologie che riportano ai riti primitivi, pappa buona per psicanalisti e antropologi), fino ad arrivare al surreale (e questa per i miei gusti è la parte più difficile da leggere e da digerire).
    Fuori dalla sua sterminata biblioteca, il nostro uomo vive le peggiori disavventure nei luoghi simbolo della società: la città cupa e ostile, la cattedrale, il Monte dei Pegni (un mondo a sé stante splendidamente descritto, spietato nelle sue rigide leggi, trionfo della miseria, dell’ipocrisia e della carità fasulla); e nelle situazioni più difficili per chiunque: la folla, la polizia, i furbi profittatori.
    Nell’ultima parte della storia compare la figura che ridà equilibrio, il saggio fratello di Kien, perfettamente integrato, lo psichiatra che tratta i pazienti come se fossero degli esseri umani, il cui proposito è imparare da loro e non guarirne nessuno; un uomo che ha il dono di attirare la fiducia del prossimo, che vive nella positività pur con le sue folli teorie sulla massa e l’”umanità”. Il dialogo fra i due fratelli è lo scontro di due opposte concezioni del mondo e della vita, con un gustoso excursus mitologico su come le donne abbiano nei secoli portato rovina e disastri al genere umano. Impossibile trovare un punto d’incontro, i due dovranno separarsi per sempre.
    Il racconto si conclude nell’unico modo possibile e coerente; noi lettori compulsivi lo capiamo bene, non stiamo certo a rincorrere l’illusione della felicità…
    La felicità, questa spregevole meta degli analfabeti....

    ha scritto il 

  • 5

    una vita di ossessioni

    Le ossessioni di tutti i personaggi portate alle estreme conseguenze. Un libro che non annoia mai. Un circo di personaggi malconci: Il topo di biblioteca, il nano, l'enorme avida moglie, il portiere violento e tutti gli altri, ognuno con le proprie ossessioni. Una lettura certamente non convenzio ...continua

    Le ossessioni di tutti i personaggi portate alle estreme conseguenze. Un libro che non annoia mai. Un circo di personaggi malconci: Il topo di biblioteca, il nano, l'enorme avida moglie, il portiere violento e tutti gli altri, ognuno con le proprie ossessioni. Una lettura certamente non convenzionale. Libro estremamente consigliato

    ha scritto il 

  • 5

    Atto di fede

    Il titolo, voluto fortemente dall'autore, tradotto dal portoghese vuol dire atto di fede che era il nome di uno dei cerimoniali più diffusi e disumani al tempo dell'inquisizione. Il personaggio principale è Peter Kien, un rinomato sinologo che trascorre le sue giornate in uno stato di totale iso ...continua

    Il titolo, voluto fortemente dall'autore, tradotto dal portoghese vuol dire atto di fede che era il nome di uno dei cerimoniali più diffusi e disumani al tempo dell'inquisizione. Il personaggio principale è Peter Kien, un rinomato sinologo che trascorre le sue giornate in uno stato di totale isolamento dagli altri. Sua unica compagnia sono gli amati libri. Aborrisce qualsiasi contatto fisico e l’isolamento, da lui maniacalmente ricercato, gli concede quella parvenza di serenità e sicurezza di cui necessità per vivere sereno. Ma proprio questo suo isolamento e la totale mancanza di relazioni con altre persone lo rende ingenua e facile vittima della cinica Therese, sua donna di servizio, che mira esclusivamente ai suoi soldi. Finisce per sposarla e da lì il romanzo prende una piega sempre più tragica ma anche simbolica degli anni in cui visse l’autore. Il personaggio di Kien è struggente. Deve essere da qui che ha preso spunto Tornatore per il suo "La migliore offerta". Kien è molto simile a Virgil oldman. Entrambi hanno orrore per i rapporti umani, per il contatto fisico. Entrambi preferiscono ed amano degli oggetti, seppure di grande levatura artistica, (libri per il primo e quadri per il secondo)piuttosto che il genere umano. Entrambi sono estremamente fragili e bisognosi di amore. Facili prede di chi amore non ha. Il linguaggio è talvolta un po’ “pesante” e ricercato ma l’enorme bellezza e profondità del suo contenuto vale bene questa pesantezza.

    ha scritto il 

  • 2

    Un romanzo che o si adora o si detesta. Ho faticato non poco ad arrivare alla conclusione, e ora posso dirlo: non fa per me. Questo gusto per l'evento paradossale, per il personaggio meschino, questo amore per il grottesco, insomma, di cui tutto il volume è permeato, logora. Solo nella terza part ...continua

    Un romanzo che o si adora o si detesta. Ho faticato non poco ad arrivare alla conclusione, e ora posso dirlo: non fa per me. Questo gusto per l'evento paradossale, per il personaggio meschino, questo amore per il grottesco, insomma, di cui tutto il volume è permeato, logora. Solo nella terza parte, quando la narrazione diventa più convenzionale, per contrasto si comprende appieno il genio di Canetti, capace di entrare nella testa dei folli e mostrarcene i percorsi. Ma stiamo parlando delle ultime settanta pagine, che mi hanno trovata già esacerbata e stanca. Un libro troppo prolisso, troppo confuso... semplicemente un libro troppo... di tutto.

    ha scritto il 

  • 2

    Inizia benissimo nel descrivere la psicologia di due personaggi buffi fino al grottesco. Poi però si perde. si perde in una logorrea eccessiva, in una galleria di personaggi che sembrano fare a gara in stramberie senza alcun motivo, in una selva di psicologie di ritardati e per finire in un deus ...continua

    Inizia benissimo nel descrivere la psicologia di due personaggi buffi fino al grottesco. Poi però si perde. si perde in una logorrea eccessiva, in una galleria di personaggi che sembrano fare a gara in stramberie senza alcun motivo, in una selva di psicologie di ritardati e per finire in un deus ex machina che nel giro di un capitolo sistema quello che è stato disfatto in 15 capitoli precedenti.

    ha scritto il 

  • 0

    Pagine molto belle ma anche lunghi momenti di noia. Una scrittura fatta di frasi brevi e ritmate, ma che a me non piacciono poi molto. Il libro a volte sembra quasi fantastico, grottesco, bizzarro, ma altre volte si lancia in considerazioni più che serie anzi, decisamente tragiche. Come libro no ...continua

    Pagine molto belle ma anche lunghi momenti di noia. Una scrittura fatta di frasi brevi e ritmate, ma che a me non piacciono poi molto. Il libro a volte sembra quasi fantastico, grottesco, bizzarro, ma altre volte si lancia in considerazioni più che serie anzi, decisamente tragiche. Come libro non mi è piaciuto, troppo slegato, la storia del sinologo Peter Kien è alternata a quella del nano Fischerle (grande!!!), del portiere Pfaff, del fratello di Peter, Georg. Ho fatto fatica a finire il libro. Non posso dire che sia brutto, ma non è stata una lettura semplice, mi ha fatto sempre sentire un senso di disagio, di avversione. Molti dei personaggi sono di una antipatia palpabile, voluta. Stendiamo poi un velo pietoso sui giudizi distruttivi, severi e definitivi sulla donna, rappresentata in tutta la sua “inutilità” e “ignoranza” da Therese, prima governante e poi moglie di Kien. Spero che Canetti, in questo caso, non abbia voluto mettere nella bocca dei suoi protagonisti, il suo pensiero, altrimenti sarebbe decisamente da censurare.

    ha scritto il 

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