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Autunno a Pechino

Di

Editore: Sellerio di Giorgianni

3.7
(113)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 322 | Formato: Copertina morbida e spillati | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Greco

Isbn-10: 8838914745 | Isbn-13: 9788838914744 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Doriana Comerlati

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Può un autobus che percorre una mattina le strade di una città francese trasportare il suo unico passeggero in un mondo parallelo? Certamente, se il conducente si chiama Boris Vian, che in tal modo ci introduce in un'altra dimensione, dove si trova l'Exopotamia, paese misterioso e desertico, in cui strani personaggi ruotano attorno a un'assurda impresa ingegneristica - la costruzione di una ferrovia che non conduce in nessun posto - fin dall'inizio votata al fallimento. L'automne à Pékin, in cui (è bene dirlo) non si accenna minimamente nè alla stagione autunnale né alla Cina, fu giudicato arduo alla sua comparsa perfino dagli amici di Vian, ma riletto oggi, a distanza di mezzo secolo, ci appare come uno degli esempi più limpidi e originali del suo stile. Il viaggio in Exopotamia si snoda come una ricerca, una quête spirituale o alchemica, in fondo alla quale tuttavia non c'è la verità ma la catastrofe. Contiene forse un amaro riferimento autobiografico - Vian era ingegnere metallurgico - o, più in generale, il riflesso di un senso di disperazione e di inutilità che egli sotterraneamente percepiva e celava sotto una vernice grottesca direttamente derivante dalla lezione di Alfred Jarry.
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  • 4

    Tra le dune della misteriosa Exopotamia è in programma la costruzione di una linea ferroviaria faraonica. Poco importa se si tratterà della più classica delle cattedrali nel deserto: il consiglio di a ...continua

    Tra le dune della misteriosa Exopotamia è in programma la costruzione di una linea ferroviaria faraonica. Poco importa se si tratterà della più classica delle cattedrali nel deserto: il consiglio di amministrazione della società che in Francia si è assicurata l’appalto pare lanciatissimo, anche se nelle pompose riunioni dei suoi altissimi papaveri il clou è rappresentato dalla condivisione di cartoline pornografiche, e per le scelte operative si lascia molto alla buona sorte o all’immaginazione. Un direttore dei lavori, il pavido omosessuale Amadis Dudu, ha già avuto il suo bravo incarico; peccato sia giunto sul posto per puro caso, inconsapevole di quanto lo attendesse e condotto là da un autobus della linea 975 che non si capisce come abbia potuto attraversare mari e monti in una mezzoretta scarsa. Poco male, l’impatto con l’ambiente sembra corroborarne lo spirito e lo trasforma dal vessato per eccellenza nell’incubo di quelli che saranno i suoi sottoposti, giunti anch’essi nella desolata regione senza averlo programmato: Angel e Anne, due amici ingegneri entrambi di sesso maschile a dispetto del nome (“nome da cane”, scrive più volte l’autore), il secondo dei quali ha una fidanzata, Rochelle, platonicamente amata dal primo e qui presente in veste di segretaria; il professor Mangemanche, medico del cantiere che pare più interessato a dilettarsi con i suoi modellini d’aereo e a tormentare il suo assistente che non a esercitare con profitto la professione; il personale esecutivo, ovvero i nerboruti Carlo e Marin addetti al lavoro “di fatica”, con i rispettivi figlioli.

    A tutti loro l’Exopotamia non sembra avere grandi svaghi da offrire, se si eccettuano alcune anomalie bizzarre (degne per inventiva, in futuro, di un Richard Brautigan) e la compagnia di pochi altri diavoli che vi si trovano imprigionati con serena accettazione: l’attempato archeologo Athanagore e il suo piccolo staff, con in testa la provocante “donna oggetto” Cuivre; la macchietta italiana Pippo Barrizone, proprietario tuttofare dell’unico albergo ristorante; il grottesco abate Petitjean e il suo protetto, l’eremita Claude Leon, riparato in Exopotamia dopo l’omicidio di un ciclista (con l’attenuante che si trattava di un conformista) per esercitare una forma di ascetismo non proprio ortodosso. Nella stasi e nell’apatia che l’ambiente regala in virtù della sua stessa conformazione geologica, il lettore è invitato a seguire il naufragare dei sogni dei pochi idealisti, assieme all’esplosione delle psicosi dei ben più numerosi (e disastrati) comprimari, mentre nulla di quanto programmato procede come dovrebbe, i binari vengono posati senza che una massicciata sia stata approntata e la morte si prepara a mietere il proprio raccolto, quasi con sollievo da parte delle annoiate vittime qui radunatesi.

    “L’autunno a Pechino” è un’opera incredibile. Ha il suo stuolo di detrattori come è naturale che sia, trattandosi di narrativa pindarica e non particolarmente mansueta. Chi abbia già una certa familiarità con lo “stile Vian”, per aver affrontato in precedenza i ben più celebrati “La Schiuma dei Giorni” o “Lo Strappacuore”, non dovrebbe faticare a entrare in sintonia anche con questo testo, meno esplosivo in quanto a pirotecnia linguistica e fantastica, meno anarchico nella struttura, eppure di una buona spanna sopra la già ragguardevole media di cupezza e nichilismo dell’autore francese. L’avvio è folgorante. Un’autentica delizia nonsense, pura giocoleria dadaista, introduce uno alla volta i vari personaggi celebrando la poesia del contrattempo. Si fa “bu” agli orologi per mandare indietro le lancette e il giochino funziona, almeno per quella dei secondi; gli uccelli suonano col becco il tema de “I Battellieri del Volga”, ma steccano miseramente; le immagini riflesse nelle vetrine hanno il vizio di sgraffignare la merce esposta nei negozi; e le comuni sedie di legno possono essere operate e perire come qualunque paziente umano in sala operatoria. Terminata questa fase, il romanzo prende a normalizzarsi, a darsi un certo contegno formale, ma mai del tutto. Che senso avrebbe piazzare una ferrovia in un deserto, esattamente sopra un sito di scavi archeologici, e incaponirsi a farla passare proprio dove si trova l’unica costruzione già presente, costringendo all’esproprio coatto e a una demolizione dell’edificio ancor più demenziale in quanto incompleta? Nessuno, se si eccettua un’occasione d’oro per decantare la stupidità immortale di chi è al comando.

    Non c’è dettaglio che non faccia pensare a un testo ideato per il teatro (dell’assurdo, si intende). I protagonisti in prima battuta, tutti tendenzialmente sgradevoli e fortemente caratterizzati come tristi caricature, che paiono palesarsi solo per recitare le loro battute sotto i nostri occhi; quindi la scena, desolante ancor prima che desolata, con un pugno di ambienti asettici e tristanzuoli. La struttura espressiva fortemente regolata e il ricorso massivo ai dialoghi non rappresentano tuttavia un limite, bensì un valore aggiunto: la lettura va infatti avanti che è una bellezza, nonostante l’umore saturnino che fa da padrone. Vi sono pagine realmente sublimi, tra le migliori mai scritte da Vian, come quelle del viaggio per mare visto attraverso gli occhi dei due ragazzini innamorati, Olive e Didiche. Il tono visionario, a rilascio graduale e molto ben disciplinato, è ancora una miniera di suggestioni, con lievità e armonia, “dolce come il canto del chiurlo fischione”. Certo come festa dei paradossi “L’Autunno a Pechino” non potrà che lasciare però l’amaro in bocca, visto che l’insensatezza ha rotto gli argini e ha intaccato senza più speranze ogni ambito, testuale e metatestuale (a cominciare dal titolo che, l’avrete capito, è del tutto gratuito, per continuare con le citazioni prive di significato piazzate in testa a ogni capitoletto): l’autore si riserva giusto poche comparsate esplicative o “passaggi”, che più che guidare demoliscono con pungente ironia le poche certezze rimaste a chi legge.

    In fin dei conti si tratta di un inno all’inutilità, disincantato e folle quanto basta (come se Vian vi si fosse dedicato dopo essersi perso anche lui nelle porzioni di deserto delimitate dai raggi neri del matto sole exopotamico). Inutile è la vita, che con estrema leggerezza abbandona le spoglie di tanti di questi figuranti; inutile è il lavoro, che premia i parassiti e non produce nulla di utile o bello; inutili sono l’amore e le sue illusioni, ben rese dalla rivalità amore sacro / amor profano nello scontro senza vincitori tra Angel e Anne con l’insoddisfazione appostata dietro il primo angolo, pronta a avvelenare anche il cuore sulla carta più puro. Inservibili sono sia la religione, una scappatoia per i delinquenti, che la ragione, opportunamente affidate in chiave dissacrante ai due personaggi davvero indimenticabili del romanzo: il pretazzo crapulone e donnaiolo Petitjean, con i suoi rosari un tanto al chilo, il suo blocchetto di dispense autoassolutorie e quelle irresistibili filastrocche in vece delle più canoniche preghiere; e il medico Mangemanche, un macellaio in camicia gialla che al giuramento di Ippocrate ha preferito pericolose forme di rimbecillimento. La risposta è l’alienazione di chi sceglie di dimenticare. Come Athanagore, che recupera reperti integri e li distrugge. O come il consiglio di amministrazione, che insiste a perpetrare gli stessi errori a oltranza. In cima alle voci ormai inutilizzabili Vian colloca infatti la storia, quella con la esse maiuscola: costretta a ripetersi fatalmente con le sue tragedie e incapace di insegnare alcunché alle future generazioni. Un romanzo profondamente pessimista “L’autunno a Pechino”, a tratti eccezionale.

    8.8/10

    ha scritto il 

  • 5

    Non è il libro più noto di Vian, l'ho scoperto grazie alla "Preentazione di Vian" di Raymond Queneau. Non sono un critico ma a mio parere è al livello de La schiuma dei giorni. Anzi ha qualcosa di più ...continua

    Non è il libro più noto di Vian, l'ho scoperto grazie alla "Preentazione di Vian" di Raymond Queneau. Non sono un critico ma a mio parere è al livello de La schiuma dei giorni. Anzi ha qualcosa di più profondo e forse più amaro anche se è un libro comunque divertentissimo. Le immagini surreali ed oniriche contenute nel libro sono indimenticabili.

    ha scritto il 

  • 4

    Folgorato dallo magnifico l’ecume de jours ho sperato di bissare le stesse emozioni con Automne a Peking...errore! L’Automne è un libro interessante, in parte simile in parte diverso dal precedente, ...continua

    Folgorato dallo magnifico l’ecume de jours ho sperato di bissare le stesse emozioni con Automne a Peking...errore! L’Automne è un libro interessante, in parte simile in parte diverso dal precedente, sicuramente meno di rottura e meno “equilibrato” nell’insieme; ahimè la magia non si sprigiona.
    La prima parte del romanzo, in cui conosciamo buona parte dei protagonisti e i modi rocamboleschi e/o assurdi che li porteranno in Exopotamia, è splendida, folle ed esilarante (si prenda ad esempio la storia della sedia ricoverata in ospedale). Ma poi la macchina del racconto sembra arenarsi nelle sabbie del deserto: i dialoghi sono numerosi e serrati, tanto da far pensare ad una possibile piece del teatro dell’assurdo; troppo lo spazio e le energie dedicati al triangolo tra Anne (l’uomo dal nome di cane), Rochelle ed Angel che, nonostante il linguaggio assolutamente volgare per i tempi, puzza di fotoromanzo (e di ricordi autobiografici?); scostante il piglio assolutamente omofobo con cui l’autore e i vari personaggi si scagliano contro Amadis Dudu, l’antipacissimo direttore dei lavori cui viene rimproverata la “frociaggine” ma non la stronzaggine . Il forte piglio anticlericale (a tratti blasfemo) del ecume si stempera nella simpatica figura del abbè fratazzone gioviale che, al posto delle classiche formule in latino, utilizza ritornelli di canzoncine e filastrocche infantili (una delle trovate geniali del libro).
    Eppure le perle che Vian via via divela sembrano affondare in una cupezza di fondo esplicitata nel libro dalle zone di oscurità totale ove una volta entrato rischi di perderti per sempre.
    Ovviamene la mia è una delle tante interpretazioni possibili; nella prefazione ne viene data una, addirittura, alchemica e viene dato il suggerimento, forse giusto, di iniziare subito una rilettura per scoprire altri riflessi di questo caleidoscopio.

    ha scritto il 

  • 5

    Il piacere della lettura

    "La religione è stata inventata per dare riparo ai criminali..."

    Basta questa frase a rendere CAPOLAVORO un'opera che sfiora la perfezione.

    ha scritto il 

  • 4

    c'è poco da fare,anche in una situazione così paradossale, in una storia così assurda, Vian riesce a toccare qualcosa nelle mie corde e a farmi risuonare dentro una musica malinconica, come una suonat ...continua

    c'è poco da fare,anche in una situazione così paradossale, in una storia così assurda, Vian riesce a toccare qualcosa nelle mie corde e a farmi risuonare dentro una musica malinconica, come una suonata jazz cupa e lenta..

    ha scritto il 

  • 3

    Davvero surreale! Per certi versi mi ha ricordato dei raccontini di Stefano Benni. Devo pensarci un po' su però, perché credo che abbia un significato metaforico che ora mi sfugge. Credo che leggerò a ...continua

    Davvero surreale! Per certi versi mi ha ricordato dei raccontini di Stefano Benni. Devo pensarci un po' su però, perché credo che abbia un significato metaforico che ora mi sfugge. Credo che leggerò altro di questo autore.

    ha scritto il 

  • 3

    Da riscoprire

    Quanto amo Boris Vian. La sua vena surreale raggiunge qui la punta piu' alta. Meno ispirato e piu' criptico rispetto ai suoi precedenti romanzi, Vian rimane il capostipite di un genere che negli ultim ...continua

    Quanto amo Boris Vian. La sua vena surreale raggiunge qui la punta piu' alta. Meno ispirato e piu' criptico rispetto ai suoi precedenti romanzi, Vian rimane il capostipite di un genere che negli ultimi decenni ha ritrovato vita grazie ad autori come Pennac e Benni.

    ha scritto il 

  • 3

    Mah...sicuramente da rileggere: ha quel gusto come di vino che, lasciato invecchiare, migliora. In verità non ho ancora deciso se questo libro mi sia piaciuto o meno. In alcuni momenti, andare avanti ...continua

    Mah...sicuramente da rileggere: ha quel gusto come di vino che, lasciato invecchiare, migliora. In verità non ho ancora deciso se questo libro mi sia piaciuto o meno. In alcuni momenti, andare avanti nella lettura è stato come darsi ripetute e dolorose martellate sugli alluci; in altri, Vian mi ha fatto sorridere e ne ho ammirato le immagini ardite. Ho il dubbio, come mi è successo con altri autori, che la traduzione non aiuti ad apprezzare questo lavoro. I giochi di parole e di immagini, i neologismi impossibili sono senz'altro un'altra musica letti in versione originale. Per quanto bravo sia il traduttore, credo che la versione italiana, in questo caso specifico, sia una forzatura sgraziata, dal risultato discutibile, che rende la narrazione spesso tediosa e irritante. Riservandomi di ripassare di qua, mi convinco, comunque, che questo non è il mio genere preferito.

    ha scritto il 

  • 5

    Il più bel libro che forse io abbia mai letto. Incredibile, ironico e triste insieme. GENIALE. Amo Vian e credo che questo sia un capolavoro. Le descrizioni trasmettono immagini talmente nitide che se ...continua

    Il più bel libro che forse io abbia mai letto. Incredibile, ironico e triste insieme. GENIALE. Amo Vian e credo che questo sia un capolavoro. Le descrizioni trasmettono immagini talmente nitide che sembra di viverle insieme ai protagonisti. Un viaggio fantastico, travolgente, senza che per tutto il libro si incontri l'autunno di Pechino.

    ha scritto il