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Avevo vent'anni

Storia di un collettivo studentesco, 1977-2007

Di

Editore: Feltrinelli

3.6
(146)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 155 | Formato: Altri

Isbn-10: 8807840804 | Isbn-13: 9788807840807 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature , History , Political

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Descrizione del libro
Come eravamo, quando avevamo vent'anni? E come siamo, chi siamo, cosa siamodiventati, ora che ne abbiamo molti di più? Un incontro fortuito in una nottepiena di stelle e la coincidenza di un anniversario spingono un giornalistache ha lasciato l'Italia da giovane a ritornare sui suoi passi. È un viaggio aritroso nel passato che va dalle Alpi alla Sicilia, per ritrovare i vecchicompagni degli anni dell'università, per confrontarsi sulle passioni, i sogni,le speranze della giovinezza, per scoprire che cosa ne è rimasto, trent'annidopo. Come una fotografia che affiora lentamente nella camera oscura, siricompone così poco per volta l'immagine di un "collettivo studentesco" del'77, l'anno dell'ultima grande ondata di impegno politico giovanile nel nostropaese; e accanto a essa prende corpo anche un'altra immagine, quelladell'Italia del 2007. Quaranta voci, maschili e femminili, provano araccontare la storia di una generazione: a se stessi, i ventenni di ieri, e aipropri figli, i ventenni di oggi. Come eravamo, e come siamo: un po' ironici eun po' malinconici, sfiorati dalla nostalgia, incapaci di smettere di sognare.Perché i vent'anni, per qualcuno di noi, non passano mai del tutto.
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  • 3

    Forse 40 persone che parlano dello steso argomento sono trope, ma i primi mi hanno dato i brividi, e la mente è corsa a quegli anni di lotte e di passioni, ma poi come nel libro si affievoliscono un pò. A parte l'ultimo che chiude in maniera egregia chi eravamo e che cosa siamo diventati.

    ha scritto il 

  • 0

    bello

    L'ho letto in un giorno solo, nelle svariate ore di attesa trascorse in aeroporto ieri, fra l'andata e il ritorno in giornata. A me è piaciuto molto, non perchè mi ci sia identificata, no, nel 1977 ero ancora troppo giovane, facevo le scuole medie, anche se ricordo benissimo quel clima di quegli ...continua

    L'ho letto in un giorno solo, nelle svariate ore di attesa trascorse in aeroporto ieri, fra l'andata e il ritorno in giornata. A me è piaciuto molto, non perchè mi ci sia identificata, no, nel 1977 ero ancora troppo giovane, facevo le scuole medie, anche se ricordo benissimo quel clima di quegli anni. Mi è piaciuto leggere di questi giovani, animati da una passione che mi è sconosciuta, la politica, l'idea della rivoluzione, e dalla voglia di condividere tutto: anche questa è una cosa che solo raramente ho avuto la fortuna di sperimentare, avendo io avuto venti anni alla fine degli anni 80, in pieno riflusso, e in pieno individualismo, credo di essermi persa molto. E mi è piaicuto la sottile amarezza degli attuali cinquantenni, tutti, o quasi, contraddistinti dalla stessa malinconia per non vivere piu' quell'euforia dei venti anni. Ma questa malinconia credo sia universale, sia per chi ha vissuto il 1977 sia per chi non ha un anno specifico da ricordare, ma ricorda solo il sapore dei venti anni. Bello il libro.

    ha scritto il 

  • 5

    C'ero anch'io

    A Bologna, a vent'anni, c'ero anch'io. Ho la stessa età dell'autore, non ho studiato Giurisprudenza ma faccio parte del Collettivo degli studenti che hanno condiviso quella straordinaria esperienza. Non so se sia un pregio o un difetto, ma per qualcuno di noi i vent'anni non sono mai passati. For ...continua

    A Bologna, a vent'anni, c'ero anch'io. Ho la stessa età dell'autore, non ho studiato Giurisprudenza ma faccio parte del Collettivo degli studenti che hanno condiviso quella straordinaria esperienza. Non so se sia un pregio o un difetto, ma per qualcuno di noi i vent'anni non sono mai passati. Forse è una maledizione, un vizio, qualcosa che è entrato nel sangue e da cui non ci si disintossica più.
    Io sono sbarcata a Bologna nel 1975, dopo una trionfale maturità conquistata nel liceo classico di una cittadina romagnola. Per me, figlia di un operaio e di una casalinga, era un successo sfrenato ed il punto di partenza necessario a raggiungere lo scopo che mi ero prefissa per anni. Bologna. L'alibi per allontanarmi dalla famiglia con la scusa dell'università. Studiare per me non è stato né una scelta né una passione, ma un piano: guardavo mia madre e le altre donne della famiglia e del quartiere, sottomesse a tutti i maschi di casa, e le confrontavo con la maestra delle elementari e con le professoresse delle medie, donne che avevano studiato, lavoravano, si mantenevano da sole e si truccavano per essere belle, non per coprire i lividi. Non era colpa mia se ero nata femmina e non lo volevo scontare per tutta la vita. Mi è stato facile dedicarmi allo studio fin da piccola, non avevo altre distrazioni, ero una figlia unica super protetta e potevo uscire di casa solo per andare a scuola. Negli anni Sessanta non c'erano i computer, la televisione trasmetteva su un solo canale, la sera, in bianco e nero, e non avevo altro da fare che i compiti. Ho imparato subito che potevo usarli anche come ottima scusa per non aiutare mia madre nelle faccende domestiche. I miei genitori nutrivano le speranze delle famiglie operaie di allora, dei “quattro straccioni”, dell'operaio “che vuole il figlio dottore”; nel mio caso, mancando il maschio, andava bene anche la figlia. Una bambina dalla fervida immaginazione può creare un mondo, nella sua testa, e il mio era un castello fatto di speranza in un riscatto e di sogni per il futuro.
    A quell'epoca c'erano solo due strade per uscire dalla casa dei genitori: sposarsi, oppure andare a studiare o a lavorare in un'altra città. Una donna passava dalla proprietà del padre a quella del marito, e io non avevo nessuna voglia di cadere dalla padella nella brace. Ho pianificato a tavolino i miei studi, un liceo era necessario per fornirmi l'alibi dell'università, ma dovevo essere brava, bravissima. Lo sono stata, alla maturità ho mancato di un filo il massimo dei voti, battendo le figlie dei primari e degli altri notabili del paesone. Avevo scelto il liceo classico e non quello scientifico perché amavo la letteratura e mi è sempre piaciuto scrivere, ma la mia famiglia non era benestante e non intendeva sobbarcarsi il sacrificio di sostenermi a Bologna come fuorisede per una facoltà letteraria che, secondo il parere di tanti, non richiedeva la frequenza giornaliera. Bene, avrei scelto di conseguenza. Una mattina d'estate, dopo la maturità, presi il treno per Bologna e mi procurai una Guida dello Studente. La sfogliai per giorni e con un certo avvilimento capii che dovevo rinunciare allo studio della letteratura o delle lingue straniere, come mi sarebbe piaciuto, e andando per esclusione mi rimase solo una facoltà scientifica di tipo matematico, irta di materie completamente oscure per me, ma che prometteva bene. Calcolo delle probabilità, verifica delle ipotesi... lo sapeva il cielo cos'erano, ma inventai un'insana passione per questo tipo di studi e un obbligo di frequenza che non esisteva formalmente, ma che poi nei fatti si rivelò concreto.
    Per mio padre andava bene quasi tutto, purché non fosse filosofia, che secondo lui era la più scandalosa perdita di tempo alla quale uno studente si poteva dedicare. Orgoglioso dei miei risultati scolastici, mi permise di cercare un posto in appartamento a Bologna, ma con una condizione: essere sempre in pari con gli esami e non prendere voti sotto al ventiquattro. Trovai un minuscolo bilocale in via Saragozza, da condividere con una ragazza più grande di me, già al terzo anno di biologia. La padrona di casa lo aveva ricavato abusivamente chiudendo una parte del suo appartamento e affittava rigorosamente in nero, come tutti a Bologna in quel periodo. Avevamo solo due finestre, che davano sulla tromba delle scale, e l'unica presa d'aria verso l'esterno era una bocca di lupo sotto al soffitto, talmente alta che per capire se pioveva bisognava andare fuori. Imparai a fare a meno dell'ombrello, perché stavamo al quarto piano e c'erano più di novanta scalini; una volta in strada occorreva una fortissima motivazione per rifarli da capo in salita, e per ripararsi dalla pioggia c'erano i portici. Di Bologna all'inizio mi piaceva tutto, i portici in particolare, e anche quel piccolo appartamento mi sembrava una reggia, era il primo posto che potessi considerare “mio”, dove nessuno veniva a dirmi che dovevo rifare il letto o che era ora di alzarsi.
    Però mi alzavo, sapevo bene che se volevo rimanere fuori casa me la dovevo guadagnare. Andavo a letto tardi ma mi alzavo presto e andavo a lezione tutte le mattine, perché mi sentivo adulta e responsabile, non solo indipendente, e nonostante avessi scelto una facoltà per esclusione, fui fortunata. Nel mio corso di laurea eravamo in pochissimi, circa quindici studenti frequentanti, e dopo un primo periodo di panico, in cui mi toccò di colmare le lacune matematiche, scoprii di non avere difficoltà in quel tipo di studi. Nelle nostre materie bisognava comprendere il meccanismo, non imparare a memoria, e una volta capito il gioco era come risolvere un puzzle, perfino appassionante a modo suo, anche se non ho mai capito il senso pratico di quello che studiavo, ma era lo stesso; per essere promossi, anche a pieni voti, non era indispensabile. Frequentare le lezioni non era un obbligo, ma un requisito quasi indispensabile per passare gli esami e soprattutto un'occasione per stare con gli altri. Bastò un giorno per formare il Covo, la curiosità di sapere tutto gli uni degli altri, la voglia di condivisione ma anche di confronto, ci unirono in qualcosa di ben diverso dai rapporti autoreferenziali e chiusi che si hanno oggi. Il nostro corso era come una classe molto unita, un blocco che superava le differenze individuali in nome di un obiettivo comune, superare insieme gli esami, con scherzi continui, soprannomi, risate, ma senza cattiveria. La dimensione collettiva nasceva dallo studiare insieme, vivere insieme e sostenersi a vicenda. Mi sembrava un miracolo, dopo la disperante solitudine e la deprivazione emotiva sofferte nella casa dei miei, dove non veniva nessuno in visita se non i parenti a parlare di morti e di malattie e non si rideva mai ma si pensava sempre alle disgrazie. Ho passato quattro anni a ridere, senza bisogno né di alcool né di droghe, a ridere così, come se fossimo caduti nel pentolone da piccoli. Grandi sogni, grandi amicizie, grandi risate. Come abituarsi poi alla cattiveria, alla meschinità, al sadismo del mondo del lavoro?
    L'improvvisa sensazione di indipendenza, la grande libertà che mi era piovuta addosso, per me si concretizzarono come prima cosa nella libertà di mangiare. Al liceo non arrivavo ai quaranta chili, a tavola coi miei non mandavo giù niente. A Bologna ho dedicato il primo anno a mangiare solo le cose che mi piacevano. I miei pasti a volte erano un chilo di gelato, oppure una ventina di bignè. Ho scoperto cibi che nell'insipida cucina materna non esistevano, formaggi lussuriosi come il mascarpone col gorgonzola e le noci, tipi di pane che nel mio paesello bigotto non avevo mai assaggiato, il gelato artigianale, i krapfen appena sfornati, la cucina greca, la moussaka e i suvlaki, la birra alla spina. La mia prima rivoluzione è stata gastronomica. Poi c'è stata anche quella sessuale, naturalmente. Io mi innamoravo un giorno sì e l'altro pure, la mia compagna di appartamento si faceva vedere poco e il primo anno fu un'orgia di sesso sfrenato e rumoroso, e con due finestre aperte sulla tromba delle scale ne facevo partecipe tutto il palazzo. La padrona di casa non apprezzò e a maggio ci mandò via, per affittare a due studenti della vicina facoltà di ingegneria, che davano garanzia di ascetismo. Allora sui muri di Bologna c'era una scritta, “Gli studenti si dividono in due categorie, quelli che scopano e quelli che fanno ingegneria”. Non era una maldicenza, ma una constatazione.
    La mia compagna di appartamento non la prese bene ma ormai la frittata era fatta. Lei trovò posto in un appartamento in piena zona universitaria, in via Centotrecento, dove si formò il Nido, la comunità che mi ha avvolto come una coperta di Linus fino alla fine degli anni Settanta. Io trovai una branda fuori Porta Saragozza, con tre figlie di papà ricche di pellicce e gioielli ma povere di spirito. Dopo un anno cambiai ancora, mi capitò un letto più centrale, in via Arienti, ma anche in quel caso la convivenza andò male, stavo con tre comari del paesello che avevano già imboccato il sentiero di acidità di mia madre e delle mie zie. Quello che cercavo era una stanza tutta per me, ma le camere singole rimasero al di sopra delle mie possibilità economiche finché trovai il campanile di via Palestro. Presi in affitto la stanzetta del sacrestano, attraversata dalle corde delle campane e priva di servizi igienici, aveva solo un cesso in cortile. Non era il massimo della comodità ma ci sono rimasta tre anni.
    Intanto la vita era come una giostra, dalla mattina alla sera insieme, in facoltà, in mensa, in piazza, nelle osterie. Mi dividevo tra due gruppi, quello degli studi, con cui seguivo le lezioni e preparavo gli esami, e la piccola comunità di via Centotrecento, la Casa dei Pinguini, dove passavo le sere e spesso anche le notti. Nell'appartamento con le figlie del giudice e del direttore dell'ENPAS, e poi con le comari del paesello, ci andavo solo per cambiarmi e ogni tanto per fare un lungo sonno ristoratore, dalle otto di sera alle otto di mattina, perché ero giovane e mi sentivo immortale e invincibile, ma ogni tanto avevo bisogno di dormire. Per il resto, coi due gruppi di amici era un continuo parlarsi addosso, gioia di condividere i sogni e le speranze, notti insieme, studio insieme, sere in cui si andava a mangiare in venti a casa di uno, e poi dopo aver mangiato, bevuto, fumato, riso, cantato, ballato, si restava tutti lì a dormire, le case aperte a tutti, le cose condivise con tutti. Scambiavo i vestiti con le mie amiche e a volte non trovavo un maglione o una camicetta che poi incontravo in mensa, addosso a una di loro. Una grande festa mobile della vita in comune, una fabbrica di desideri, di emozioni, di rapporti interpersonali, i cinema parrocchiali seguiti dalle passeggiate notturne sotto i portici senza una meta, parlando parlando parlando, scoprendo che l'amicizia è bella come l'amore, anzi di più.
    Quando sono arrivata adoravo Bologna, c'era un abisso tra la sua allegria e la sua mentalità aperta e il grigiore del paesone bigotto da cui venivo, ma dopo il '77 è cambiata, è prevalsa l'impressione di una città fredda, bottegaia, spietata con chi è diverso e viene da fuori. All'inizio camminare per Bologna mi dava un senso di pienezza e di armonia, per la prima volta mi sono accorta delle stagioni, soprattutto della primavera col profumo dei tigli, poi negli anni Ottanta sono scappata perché un bel giorno mi sono accorta che quella città di cui ero stata tanto innamorata mi aveva stancato, anzi, mi era diventata insopportabile. Nei profili infastiditi e stizzosi che avevano sostituito il sorriso e il buonumore dei bolognesi, leggevo la Fine della Storia. Quando anche Bologna è diventata spenta, amorfa, perbenista, ipocrita, senza luoghi dove stare insieme, non aveva senso pagare un intero stipendio per l'affitto o condividere la casa con altra gente amareggiata e stizzosa, a quelle condizioni era meglio il mio paesello, dove allora le case costavano poco. Se dovevo vivere in un posto regredito, incolto e cialtrone, andava bene anche la provincia.
    Forse tutti hanno nostalgia dei propri vent'anni e li considerano il periodo più bello della vita, ma quando li hai vissuti e condivisi con un gruppo legato come era il nostro, è qualcosa di più che una semplice nostalgia della giovinezza. Il senso di pienezza provato in quei giorni non l'ho più provato, non ho mai più trovato qualcosa capace di colmare quel vuoto. Avevo la sensazione che ogni giorno fosse diverso dall'altro, avevo l'animo leggero e mi sembrava di correre a velocità folle, come se tutto fosse possibile. Alla Bologna di quel periodo devo gli anni migliori della mia vita, anni che avevano qualcosa di speciale, di magico, e di questo sono grata al destino, che poi me l'ha fatta pagare, ma è la legge del contrappasso, si dice. La felicità è quando senti il mondo in sintonia con te, e quella è venuta a mancare. Di Bologna non dimenticherò mai le manifestazioni di donne a cui ho partecipato, e gli uomini a bordo strada che ci guardavano con odio. Il femminismo per me è stata e rimane la rivoluzione più importante, la conferma che non ero pazza. In famiglia, nel paesone bigotto, il mio rifiuto di accettare la passività del ruolo femminile era solitario e individuale, e in casa, a scuola, con le amiche, mi sentivo una specie di spostata, invece a Bologna ho trovato migliaia di ragazze, un intero movimento, che rifiutavano di essere rinchiuse nello sgabuzzino che la vita ci aveva predisposto. Nel movimento femminista di quegli anni ho incontrato la mia Rosa Parks, non ero più la sola che si rifiutava di stare in piedi nell'autobus.
    Però nel '77 le istituzioni avevano deciso che la nostra festa doveva finire. L'8 marzo in piazza la Polizia caricò senza ragione gli studenti che facevano festa pacificamente, poi l'11 marzo dalla provocazione ciellina si passò all'omicidio premeditato di uno studente a caso, e toccò al povero Francesco Lorusso, che era appena uscito dalla biblioteca in cui aveva trascorso la mattina a studiare. Un carabiniere gli sparò alla schiena “per sbaglio”, talmente per sbaglio che fu visto dai dipendenti della Tipografia Zanichelli mentre si appoggiava a una macchina per prendere meglio la mira. Le vetrine rotte mi sono sembrate una cazzata che ha rovinato tutto, ma la ribellione era inevitabile e il morto serviva proprio a quello. Quando ho visto i negozi saccheggiati e i carrarmati nella cittadella universitaria ho capito il senso della repressione e ho pensato che tutti avrebbero parlato dei vetri rotti e non dell'assassinio di Francesco. Il sistema aveva deciso che dovevamo scegliere, stare con lo Stato o contro, ma io, come tanti, non volevo stare né con lo Stato né con le BR. Non sono mai stata impegnata politicamente, ero un “cane sciolto” come si diceva allora, ma avevo una mentalità progressista, in favore delle classi più deboli e disagiate, di cui facevo parte, mi sembrava normale e mi sarebbe sembrato assurdo il contrario, come invece è avvenuto con il riflusso degli anni Ottanta, lo sciacquone del un cesso che ha spazzato via tutto, inducendo i deboli a immedesimarsi nei forti e a perdersi, a perdere, lasciando sul terreno le vittime e le macerie sotto alle quali adesso siamo seppelliti. Ci sentivamo immortali, destinati a un'eterna giovinezza, non tanto fisica ma dell'animo. “Siamo stati Dei e poi siamo scesi sulla Terra, siamo diventati uomini”, ha detto un poeta di cui non ricordo il nome. Io dalla botta non mi sono ancora ripresa.

    ha scritto il 

  • 4

    Un giornalista affermato scrive ad una quarantina di vecchi compagni di collettivo (Bologna, Facoltà di Giurisprudenza), alcuni li incontra, molti invece rispondono via mail. Da tutti si fa regalare un ricordo degli anni bolognesi a partire da quel ’77 - anno terribile - molto ricordato a trent’a ...continua

    Un giornalista affermato scrive ad una quarantina di vecchi compagni di collettivo (Bologna, Facoltà di Giurisprudenza), alcuni li incontra, molti invece rispondono via mail. Da tutti si fa regalare un ricordo degli anni bolognesi a partire da quel ’77 - anno terribile - molto ricordato a trent’anni di distanza ma, forse, non ancora sufficientemente meditato.
    Fu l’anno di Ulrike, di Francesco Lorusso, di Lama cacciato dall’Università, di Giorgiana colpita a morte a Ponte Garibaldi, della molotov dentro l’Angelo azzurro a Torino, l’anno di Walter Rossi e di Carlo Casalegno.
    E’ un libro da lettura lenta e pensosa, sfogliandone le pagine risenti i suoni e le voci di Radio Alice, e riascolti in sottofondo sia gli slogan più allegri: Gui e Tanassi sono innocenti / siamo noi i veri delinquenti, che quelli più stupidi: il PCI non è qui / lecca il culo alla Dc. C’è Marzo e c’è Settembre. C’è chi ha ricordi vaghi, chi ha preferito dimenticare, chi ha ancora quegli amici e chi rimpiange le case aperte e un sacco a pelo buttato a terra per passare la notte. C’è chi – ed è un po’ più grave - accavalla le date. Come Paola, per esempio, femminista, figlia di un avvocato del Pci, la quale sostiene che il golpe contro Allende (’73) precede il golpe Borghese (’70); ma a distanza di anni è concesso: pochi hanno memorie tenaci.
    Incrociando le testimonianze emerge dalla lettura un clima complessivamente festoso, anche abbastanza lontano da quell’anticomunismo così dichiarato che risuona, invece, in 1977, il libro recente di Lucia Annunziata. Gioia, danza, felicità, teatro. Nessuno a quel tempo pensava d’essere giunto alla fine di un percorso, pensavamo – scrive Franceschini – “che la nostra generazione fosse destinata ad un’eterna giovinezza. Come se per noi, e non so se sia un dono o una condanna, si fosse fermato il tempo”. Ma l’anno dopo uccisero Aldo Moro.

    ha scritto il 

  • 3

    in lettura
    un tuffo nel passato, io avevo qualche anno in meno, nel '77 facevo il liceo, vivevo in un'altra città, partecipavo non solo al collettivo studentesco ma anche ai circoli giovanili (allora Milano ne era piena) ma le emozioni, i ricordi dei momenti comuni sono gli stessi. ...continua

    in lettura
    un tuffo nel passato, io avevo qualche anno in meno, nel '77 facevo il liceo, vivevo in un'altra città, partecipavo non solo al collettivo studentesco ma anche ai circoli giovanili (allora Milano ne era piena) ma le emozioni, i ricordi dei momenti comuni sono gli stessi.

    Bello leggere l'intervista ad un "amico virtuale" e ritrovarcisi quasi completamente, ecco un pregio di questo luogo d'incontro!

    a lettura finita
    L'entusiasmo dell'inizio è andato affievolendosi man mano che procedevo nella lettura. I singoli racconti sono fatti in modo troppo freddo e impersonale, le parole dicono una cosa, ma la narrazione ne trasmette un'altra. L'impressione finale è quella di un gruppo di delusi e perdenti che, se in alcuni casi corrisponde alla realtà, in altri mi sembra che le parole vogliano dire altro.
    Ho trovato insopportabili le domande (evidentemente fornite dal giornalista) sempre uguali fatte a sé stessi, in un copione che si ripete per ben 40 volte, così come il bisogno di ribadire, ogni volta, la propria lontananza dalle violenze che in quei giorni si sono vissute. L'uso addirittura delle stesse parole, restituisce un'impressione di falsato.

    ha scritto il 

  • 4

    chissà che effetto mi avrebbe fatto leggere bilanci di vita prima di iscrivermi all'università
    adesso hanno un sapore leggermente atteso ma ognuno dei quaranta intervistati ha avuto qualcosa di interessante da dire

    ha scritto il 

  • 3

    1977--->2010

    Interessante.
    Mi è piaciuto soprattutto confrontare NOI e LORO. Ammetto che siamo molto diversi. Pochi sono quelli della mia età che s'interessano del mondo che li circonda. Valutazione NEGATIVA, anche di me stessa. Ma migliorerò.

    ha scritto il